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L - Bad day

27/10/2024

XXIX

« Ehi, Ren. Siamo arrivati. » le sussurrai accarezzandole i capelli impiastricciati di sudore. Pioveva a dirotto ed eravamo davanti casa sua. Il vento batteva incessantemente ai finestrini, ma Renesmee dormiva profondamente e nonostante mi dispiacesse svegliarla a quel modo, dovetti insistere. Provai a scuotere invano le sue spalle. Doveva togliersi di dosso il mio maglione - era troppo sospetto che lei lo indossasse. Le sfiorai la guancia « Ren... svegliati... togli quel chertov svitor... »

Rinunciai spegnendo il motore. Provai a sfilarglielo facendo scivolare le maniche sui gomiti. Rischiai di addentarmi dove non ne avevo diritto, tra la canotta e la pelle nuda, nei suoi fianchi... si ribellò e mi agganciò con entrambe le braccia.

« Znayesh', a ty prosto dushka, Leo? » borbottò Artie ridendo. Lo fulminai con lo sguardo per avermi dato del tenerone. Non c'era niente di tenero nel risvegliare una volpe in letargo.

Mentre Nahuel e Arthur lasciavano le sue valigie all'ingresso inzuppandosi d'acqua, sbirciai nel suo sogno. C'era un oceano sterminato, senza onde. Era soleggiato e la sua pelle scottava sotto il sole. Poi persi il controllo e venni rigettato fuori. Non ero ancora in grado di gestire a pieno il suo talento. L'unico meccanismo che avevo imparato a padroneggiare era il più semplice, la trasmissione dei ricordi senza alcun tipo di percezione sensoriale. Mi era possibile trasferire immagini, visi, scene di vita senza voce, odori o emozioni a essi correlati.

Impersonare me stesso nel suo mondo onirico, invece, era qualcosa di molto complesso. Bisognava dare forma al concetto di sè, rendere astratto qualcosa di concreto avendo bene a mente le caratteristiche fisiche del proprio corpo. Era più facile impersonare un sasso o un granello di sabbia.

« Hai il mio maglione. » mi lamentai e lei brontolò qualcosa, richiudendosi nel suo guscio. Uscii dall'auto e feci un cenno a sua madre, l'unica ad aspettarla a quell'ora in casa. Lei mi raggiunse sotto un grande ombrello nero.

« Dorme. » dissi quasi a scagionarmi e lei proseguì divertita, spiando la figlia commentò « Dorme come un sasso. Strano, ha sempre il sonno leggero. »

Mi guardò con circospezione e mi ordinò con lo stesso fare di Renesmee, « Portala tu. Io tengo l'ombrello. »

Le slacciai la cintura di sicurezza e la presi in braccio con attenzione millimetrica. Tenni le ginocchia e la schiena senza stringerle troppo. Tutto sembrò andare per il verso giusto finché non la stesi a letto. A quel punto, inconsciamente mi strattonò il braccio e lo abbracciò strofinando il viso. Bisbigliò piano « Lev, non andare. » e per poco sua madre non scoprì il nostro segreto.

Mi divincolai a fatica, le sfiorai la fronte e provai a salutarla infiltrandomi nuovamente nel suo sogno « Sono qui... »

« Dimentichi qualcosa? » mi domandò all'improvviso Bella. Negai e me ne andai. Feci le rampe delle scale a due a due e mi intrufolai in auto sfrecciando via.

Quei momenti erano gli unici che ci sarebbero stati concessi. Dovevo stare attento ed essere cauto. I suoi pensieri, come i miei potevano essere letti facilmente. Le nostre emozioni erano alla mercè di Jasper e il nostro futuro era fruibile ad Alice.

Rientrato in auto, colpii il volante incazzato e accelerai a tavoletta.

« C'è qualcosa che non va? » mi chiese Arthur che si era spostato sul sedile davanti.

« Niente. »

Io, Arthur e Nahuel avevamo affittato dei mini appartamenti in un resort nei pressi di Beaver. Non era la stagione adatta per fare camping per questo eravamo i soli ospiti. Sebastian e Margaret alloggiavano in qualche lussuoso albergo di Clallam Bay. Il mattino seguente ci saremmo incontrati nella residenza di Carlisle.

Come era giusto che fosse, Arthur e Nahuel avevano preso una stanza in comune. IO ero solo. E la solitudine non mi fece chiudere occhio. Pensai e ripensai che non avrei mai dormito con lei, che non ci sarebbe mai stato un noi. E che tutto questo mi mancava.

Ma come può mancarmi qualcosa che non ho mai avuto? Che non ho mai vissuto... Mi mancava dormire con lei, baciarla, farla godere. Mi mancava una donna che avevo solo osservato da lontano. Una donna che non avrei mai avuto.

Niente di quello che desiderava Renesmee si sarebbe mai realizzato. E il fatto che la mia consapevolezza si fosse concretizzata in così poco, non mi diede il tempo di riflettere sulla nostra relazione, sul nostro matrimonio bianco.

Le parole di Meriwa mi risuonavano in testa dal nostro incontro di qualche settimana prima. Meriwa era un Mètis, un meticcio tra un lupo bianco e uno rosso. Lei era figlia di un imprinting e aveva bene a mente com'era stato crescere in una famiglia disfunzionale, in cui i ruoli per natura erano di dominanza e sottomissione.

« Mio padre è stato un ottimo padre. Ma mia madre era confinata a essere tutto ciò che lui le chiedeva di essere. Ricordo che era silenziosa e accondiscendente e diventava un'altra persona quando eravamo sole. L'unico momento che avevamo solo per noi due era la lavorazione della pelliccia. La concia della pelle richiedeva che stessimo lontane da casa per delle ore. Non so se a "liberarla" fosse questo, ma solo in quei momenti mi ripeteva questa frase "Meriwa, devi essere libera. Quando avrai l'età da marito andrai via". E meccanicamente nascondeva le pelli più belle per me. »

Alla fine, la madre di Meriwa aveva travestito sua figlia da uomo e l'aveva fatta salire su un kayak diretto verso sud. Meriwa aveva attraversato tutto il canale Trinconmali quando era stata vittima dell'imprinting di un lupo cento anni più grande di lei. Aveva provato a portare via anche la madre, ma non c'era riuscita. Era incinta del suo ottavo figlio.

« Non c'è via di fuga. La consapevolezza dell'imprinting si ha nelle prime ventiquattro ore dal condizionamento. Il mio imprinting è scomparso con il tempo e la distanza. Sono stati i chilometri fatti a salvarmi la vita. »

Nel caso di Renesmee l'imprinting era indissolubile. Era avvenuto quando era troppo piccola e non aveva avuto alcun tipo di consapevolezza al riguardo. Qualsiasi suo tentativo sarebbe stato dunque inconcludente. Tutta la sofferenza che ne era derivata, era stata inutile. E io, in qualunque modo ci avessi provato, non avrei mai potuto fare niente per salvarla.

Questo viaggio è tutta una messinscena. Cosa sono venuto a fare? A guardare Ren mandare in rovina tutti i progressi che aveva appena fatto? Assistere alla sua maledizione e non poter fare nulla? Dovrei andarmene. Conosco già il finale.

Scaraventai il tavolino contro la finestra a battente. Il tavolo si spaccò in tre pezzi sull'asfalto, a qualche metro dal mio bungalow. La pioggia lo ricoprì d'acqua in poco tempo.

Il destino di Renesmee era nelle mani di qualcun altro. L'unica cosa che potevo fare era allontanarla, distrarla dalla sua condizione. Non c'era modo di aggirare un futuro già scritto.

Vagai per la foresta per tutta la notte, cercando di tirare fuori un'idea decente per risolvere il problema o quantomeno limitarne i danni. Neanche l'alba mi portò una soluzione. Avevo due occhiaie profonde e puzzavo di tabacco e alcol.

Quando feci ritorno dalla mia gita notturna, mi ripulii dal fango strofinando con acqua e sapone la terra essiccata sulle guance e sulla punta del naso. La terra si era incastrata anche sotto le unghie, i capelli erano crespi per l'umidità e solo una parola poteva descrivermi: schifo. Facevo schifo, cosa che mi confermarono anche Arthur e Nahuel quando mi videro.

« Stai di merda. » commentò mio fratello.

Saltai subito alla guida della Mustang. Per i primi vent'anni della mia vita avevo lavorato come autista, tassista e anche camionista. Tutti lavori in cui ero in auto. In questo modo ascoltavo le storie degli altri, fumavo e guidavo. E nessuno si faceva gli affari miei. Nessuno chiede niente in macchina, pensa soltanto ad arrivare. E così fecero anche mio fratello e il suo ragazzo, tranne che a Nahuel venne in mente di chiedermi, « Come stai? » e risposi seccatamente: « Quando sei su un aereo mica chiedi al pilota come se la passa. Ecco perché io guido e tu sei il passeggero. » e troncai immediatamente il discorso.

Sul vialetto di casa Cullen trovammo parcheggiato un grande furgone per traslochi assieme a un viavai di mobili e scatoloni. Frenai di colpo. Emmett, che portava sulle spalle un sofà di circa tre posti, aveva bloccato l'auto ammaccandone il cruscotto.

« Devi cambiare occhiali. » disse sarcastico e con un balzo andò via. Provai a fare retromarcia e inaspettatamente stavo per mettere sotto anche Alice, « Attento biondino! »

Era evidente. Il mio inconscio voleva far fuori tutti i Cullen, nessuno escluso.

Sebastian e Margaret ci avevano anticipato. Stavano già discutendo con Carlisle e Edward da almeno mezz'ora. Esme stava cucinando per la sua nipotina e gli altri andavano e venivano con scatole di cartone, nastro adesivo, pacchi, imbottiture e carrelli. Renesmee non era ancora arrivata e sarebbe stata l'ultima a farlo.

Tolsi gli occhiali e misi la benda al suo posto. Non mi ero ancora preparato psicologicamente a quello che mi prestavo a fare, sciogliere il protettorato e parlare al clan Cullen dello scambio ematico doppio. Avevo un elenco di cose da fare. Le ripassai mentalmente: tenere i nervi saldi, aprire bocca per spiccicare solo quel poco che avevo pattuito con Renesmee e non strafare.

« Aspetta. » mi disse Esme interrompendo il mio flusso di coscienza, « I tuoi occhi sono entrambi azzurri. » e annuii. E mi ritrovai in un attimo seduto su uno sgabello a essere osservato da delle donne incredule. Rose aggiunse « Sono celesti. Ma sul sinistro hai dei puntini grigi. », Alice mi prese il mento e commentò: « Sono gli occhi della mia visione. Sono delle ragnatele ardesia. Dentro a queste ragnatele restava incastrata una volpe rossa. » mi liberai in fretta e nascosi l'occhio artefice di tutte quelle attenzioni non richieste.

Non appena varcai la soglia dello studio di Carlisle, lui mi venne incontro facendomi accomodare. Quella stanza sembrava una via di mezzo tra un tribunale e un ospedale. C'era un lettino per i suoi pazienti in un angolo della stanza. Una poltrona dietro la scrivania dove sedeva Carlisle, mentre con i gomiti poggiati sulla scrivania c'era Edward che mi osservava scrupolosamente. C'erano due sedie vuote davanti a loro, una riservata a me e l'altra a Renesmee.

Margaret e Sebastian se ne stavano in piedi dietro una grande libreria piena di libri. Capii subito che avevo bisogno di rinforzi. Richiamai l'attenzione di Arthur, il mio avvocato, e mi sedetti ad aspettare quella stramaledetta ritardataria. Neanche l'orologio riusciva a calmarmi, lo rigirai tra il pollice e l'indice facendolo dondolare come uno yo-yo.

Non dissi niente finché non arrivò lei. Fece il suo ingresso aprendo la porta con un calcio. La sua testa era invisibile, portava con sè un mucchio di volumi di medicina e sopra di questi una tazza ricolma di caffè americano - o qualcosa del genere.

« Ho dormito troppo. » sbuffò sedendosi e strinse tra le mani la sua tazza fumante.

« Allora, chi vuole iniziare? »

Note:

Znayesh', a ty prosto dushka, Leo?: Sei davvero un tenerone, lo sai, Leo?... chertov svitor: dannato maglione

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