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CAPITOLO 5

Mio marito

Jennifer

Appena lo vedo il mio corpo si immobilizza e dalla sorpresa perdo la presa sulla borsa, che con un tonfo cade a terra.

Mille pensieri iniziano a invadermi la mente, vorticando come uno stormo di rondini, mentre cerco di tenere uno sguardo neutro, per non far trasparire le mie emozioni, che a differenza di fuori, dentro di me stanno impazzendo.

Lui è qui. Lui è qui davanti a me.

Ogni molecola d'ossigeno sembra uscire dai miei polmoni, che iniziano bruciare, mentre il mio battito senza più un controllo rimbomba in ogni vena, in ogni muscolo e in ogni osso.

Perché mi fa questo effetto? Dovrei provare rabbia, dolore e indifferenza, perché lui mi ha lasciato, perché dopo tutto quello che ho passato, con il dolore che non ha lasciato il mio corpo per mesi, non dovrei provare questo.

Quanto ti odio Matthew Dallas.

Ti odio, perché dal primo momento che ci siamo conosciuti tu sei stato la mia kryptonite.

Ti odio, perché dopo quello che mi hai detto, ora mi stai sorridendo, ignaro della crepa che hai provocato.

Ti odio, perché c'è ancora una parte di me che purtroppo prova ancora qualcosa per te. Povera stupida Jennifer.

Lui mi osserva, mi studia, mentre in pochi secondi riacquisto fermezza e raccolgo la borsa da terra, stringendo forte intorno ai manici della Birkin.

Superiore Jennifer, superiore a lui.

Chiudo la porta dietro di me, ed entro nell'ufficio, sotto il suo sguardo indecifrabile e senza che ancora abbia detto nulla.

Appendo la mia giacca al muro, di fianco all'entrata e poi con passo fermo, mi avvicino alla scrivania, con solo il rumore dei miei tacchi a riempire quel silenzio assordante.

«Quella è la mia poltrona» pronuncio affilata, appoggiando la borsa sulla scrivania proprio davanti alla sua faccia.

Lui si alza con il suo sorriso ancora più accentuato e senza parlare, mi fa segno di accomodarmi, tirandomi indietro la poltrona.

Non esito e mi accomodo, mentre lui fa lo stesso su una delle sedie davanti alla scrivania, che sembra così piccola per lui. «Cosa vuoi Matthew?» chiedo incrociando le gambe e appoggiando il viso sulla mia mano in una posa per niente seria. Deve pensare che la sua presenza non mi faccia alcuna differenza, anche se in realtà sto ancora facendo i conti con il terremoto che mi ha provocato.

I nostri sguardi si incontrano e un brivido intenso percorre tutta la mia schiena, ma non lo faccio trasparire sul volto.

«Sono qui per riprendere il mio posto» spiega, come se fosse una cosa normalissima. Come se mi stesse chiedendo una tazza di caffè.

Un sorriso fin troppo malefico spunta sul mio viso mentre noto il suo sguardo spostarsi proprio sulle mie labbra.

«Ora è il mio posto, da un anno ormai, ti ricordi? Te ne sei andato».

La mia frase sembra rimbombare tra di noi mentre lui sembra stendersi ancora di più contro allo schienale appoggiando i gomiti su i braccioli e incrociando le mani davanti al petto.

«Mi hai lasciato tu, ricordi?» sussurra con voce fredda e come una lastra di ghiaccio la sua frecciatina mi colpisce in pieno petto.

La rabbia dentro di me divampa e automaticamente stringo i pugni, conficcando le unghie nei palmi, per cercare di allentare la pressione.

«Ora questo è insignificante, ma non aspettarti che lascerò il mio posto di lavoro, dopo che mi hai intestato questa azienda a mia insaputa... e dopo sei sparito per un anno intero».

Sarebbe così facile dargli la società e scappare da questo posto, dopotutto è quello che volevo. Quello per cui l'ho odiato così tanto.

Ma ora, dopo quello che ho fatto per crearmi questa nuova vita, tutto il lavoro, solo il pensiero mi fa ribollire il sangue.

Come si permette anche solo a chiedermelo?

«Vedo che hai cambiato scrivania», commenta guardandola per poi passarci una mano sulla superficie.

So benissimo che probabilmente si è preso tutto il tempo per osservare quello che una volta era il suo posto.

Il mio sguardo cade sull'angolo della scrivania dove tengo le foto delle persone più importanti della mia vita e qualcosa che non dovrebbe esserci, attira la mia attenzione.

Una cornice che avevo nascosto per non vederla più.

Avrei potuto buttarla, gettarla infondo al cassetto e invece non ho avuto il fottuto coraggio. E lui l'ha trovata.

Vorrei prenderla e buttarla dall'altra parte della stanza, ma gli mostrerei solo quanto soffro ancora per lui.

«Già l'altra non mi piaceva, brutti ricordi».

La sua risata sarcastica riempie la stanza e si ripete nella mia cassa toracica.

«Per me non erano brutti ricordi» commenta, alludendo a tutte quelle volte, che abbiamo fatto l'amore in questo ufficio. Scuoto la testa allontanando quei pensieri infestanti, e ritorno sull'argomento principale.

«Perché sei tornato?» lui si alza, appoggia le mani sulla scrivania e si china su di me, con i nostri visi ad una decina di distanza. Troppo vicino.

«Non hai ancora firmato il divorzio, perché?».

La sua domanda mi stordisce per qualche istante, come quando con un piede entri nell'acqua ghiacciata del mare, cercando di sopportare lo sbalzo di temperatura.

Per un attimo esito, ma poi mi schiarisco la gola.

«Probabilmente è sotto un mucchio di documenti a casa, oggi cercherò la busta».

La porta si spalanca di colpo sbattendo contro al muro, stordendomi con il rumore sordo, e per poco non mi viene un infarto, quando entra Andrew nella stanza con una pistola alzata contro  Matthew. Oh merda.

«Ti avevo detto di aspettarmi» sibila a me, senza però staccare gli occhi e l'arma da Matt.

Un gelo artico sale lungo la mia schiena mentre Matt si volta con le mani aperte davanti al petto.

Una delle mie più grandi paure che si ripresenta davanti ai miei occhi.

«Andrew metti giù quella fottuta arma!» urlo senza però riuscire ad avvicinarmi. Un blocco di ghiaccio.

Il ricordo di quel giorno, passa in un'istante nella mia mente, Matt che cade a terra fra le mie braccia, il suo sangue tra le mie mani e quelle interminabili ore non sapendo se fosse vivo o morto.

Anche lui sembra riprovare quello stesso dolore a giudicare dal suo incarnato improvvisamente più chiaro di due toni.

«Quest'uomo è riuscito ad entrare nell'azienda e nel tuo ufficio, la polizia sta arrivando, devo portarlo di sotto» mormora Andrew avvicinandosi di qualche passo.

Possibile che non l'ha riconosciuto? Capisco che non c'è la luce accesa e che lui è nell'ombra ma dovrebbe sapere il suo aspetto, giusto? O forse no?

Devo dire che ora che lo guardo meglio, il viso di Matt è un po' cambiato. I suoi capelli sono più corti di come mi ero abituata a conoscere e non ha come al solito le guance rasate, ora una barba leggera e curata gli incornicia il viso. Cosa che non fa che aumentare il suo fottuto magnetismo.

Ma continuare a vedere quella letale arma ancora puntata contro di lui, fa scattare qualcosa in me, come due pietre che collidono fra loro, provocando delle scintille.

«Andrew metti giù quell'arma, è mio marito!».

Il tempo sembra fermarsi, mentre la mia esclamazione colpisce ognuno dei presenti. Noto Andrew sussultare ed esitare prima di abbassare finalmente la pistola e rimettersela alla cintura, con della delusione in volto.

Matthew sospira profondamente e rilassa le spalle, prima di voltarsi verso di me con una scintilla negli occhi. Speranza.

Merda. Potevo dire qualsiasi cosa, cosa mi è saltato per la mente?

«Andrew esci da qui, ora!» esclamo cercando di non far tremare la mia voce. Gli avevo detto che non volevo armi in questo posto. Lui invece ha detto che erano d'obbligo, per assicurare una sicurezza. Certo contro Matthew Dallas.

L'ira che ora provo per lui, sembra quasi sovrastare la rabbia che ho provato poco fa, quando ho incontrato l'uomo che mi ha distrutto.

Lui passa lo sguardo da me a Matthew, e la sua mandibola si irrigidisce, mentre i miei occhi lo fulminano.

«Sicura?» chiede.

Perché mi deve rendere la vita così difficile?

«Sì, ora!», pronuncio schietta e infastidita.

Lui annuisce e poi esce dalla porta, facendomi sospirare di sollievo non appena la porta si chiude dietro di lui.

Che mattinata.

Ritorno a guardare Matthew e prendo un bel respiro anticipandolo prima che possa chiedermi qualsiasi cosa.

«Matthew io ho degli appuntamenti, perciò devo congedarti. Ma dov'eravamo rimasti? Ah sì, io non lascio il mio lavoro, ma se vuoi ne trovo uno per te, magari nel consiglio», azzardo e il suo viso si irrigidisce.

Probabilmente non gli piace questo cambio di ruoli.

«Non vuoi nemmeno parlare di quello che è appena successo?»

Scuoto la testa mentre il mio cuore trema nel petto.

Come posso spiegargli quello che è appena successo?

Il mio amante, nonché il responsabile della mia sicurezza è entrato puntandoti una pistola contro.

No, non credo che parlerò.

«Non ti devo alcuna spiegazioni, se non delle scuse per quello che è accaduto, non capiterà più, questo te lo assicuro».

Fa per dire qualcosa, ma appena sposta gli occhi sul mio sguardo si ferma e fa un piccolo assenso, anche se so che si sta trattenendo. Di sicuro non è finita qui

«Pensavo che non volessi avere niente a che fare con l'azienda» commenta lui, tornando al discorso originale.

«Già, ma poi mi sono resa conto che mi piace davvero stare qui, tu sei sparito e io sono andata avanti da sola, ho dovuto coprire la tua assenza» sussurro seria mentre mi alzo in piedi, sostenendo il suo sguardo.

«E l'hai fatto egregiamente...» mormora con voce lieve, prima di schiarirsi la gola.

Lui si abbottona la giacca che aveva slacciato e si sistema la cravatta, prima di sganciare la sua ultima bomba.

«Perché non sei più tornata a casa? Ci sono ancora tutte le tue cose» abbasso lo sguardo, e le mie difese crollano per qualche attimo.

«Non voglio più tornare in quella casa».

Lui cerca di avvicinarsi ma io indietreggio, anche se ancora protetta dalla scrivania.

«Perché non torni a vivere con me Jenny? Sei sempre mia moglie, potremmo cercare una soluzione, come abbiamo sempre fatto».

Incrocio le braccia al petto, alzando lo sguardo verso di lui, notando una verità che non voglio né ascoltare né vedere. Non ora. Non dopo un'anno.

Non posso rischiare di cadere fra le sue braccia, non un'altra volta.

«Presto non saremo più sposati e poi citando le tue parole, la nostra storia è tossica» rispondo e mi allontano verso la porta, percorrendo il pavimento con solo il rumore dei miei tacchi che mi accompagnano.

Afferro la maniglia e l'abbasso aprendo la porta.

«Ora sei pregato di uscire, devo lavorare».

Lui mi raggiunge con passo lento, guardandomi con una strana luce negli occhi e sospirando rassegnato.

«Sei cambiata Jenny, sembri così fredda» commenta triste, mentre si china su me.

Trattengo il respiro e incrocio i suoi occhi «sono dovuta cambiare, per forza» allunga una mano per accarezzarmi la guancia ma io mi allontano.

«Ora vattene, se proprio ci tieni ti farò entrare nel consiglio o come amministratore, basta che stai lontano da me» lo informo stringendo la maniglia della porta, tanto da far diventare le nocche completamente bianche.

«Tornerò Jenny» mi avvisa, e poi esce dalla porta, sparendo dalla mia visuale.

La chiudo e poi mi appoggio contro essa, respirando finalmente dopo attimi di apnea.

Non ero pronta a rincontrarlo così di sorpresa, ma forse non lo sono mai stata.

In questi mesi ho pensato mille volte a cosa avrei potuto dire al suo ritorno. Ma alla sua vista, mi sono dimenticata tutto. Sei stata davvero fredda.

Sì, perché il mio cuore l'ha congelato un anno fa, e sì io quella sera me ne sono andata, ma quel giorno, quel dannato pomeriggio, è stato lui a lasciarmi. A dirmi quelle parole.

A creare questa versione di me.

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