CAPITOLO 3
Un brutto scherzo
Jennifer
Mi sveglio alle prime luci dell'alba, dopo essermi fatta una doccia calda, mi trucco e infine indosso un completo bianco accompagnato da dei tacchi alti.
Come al solito faccio una smorfia al mio riflesso, che ormai non riconosco più. Non mi sento più nel mio corpo.
Il mio viso ora ossuto e privo di colore, il mio corpo troppo magro e quel l'opacità nei miei occhi marroni, mi fa quasi i brividi.
Non sono più io. Un'altra persona. Sembro davvero cattiva e fredda, come pensano tutti.
Ma poi ricordo a me stessa, che devo esserlo se voglio continuare a fare questa vita. Perché altrimenti verrò mangiata da questo mondo così tossico.
Mi allontano dal mio riflesso che mostra una verità che non sono ancora pronta ad accettare e prendo la borsa per poi uscire dal mio appartamento, mentre Andrew mi avvisa di essere sotto con la mia auto.
Raggiungo l'ascensore nel mio pianerottolo privato e schiaccio il pulsante. Da quando sono qui, grazie al fatto che non ho nessun vicino accanto e solo sotto, non ho mai incontrato nessuno. Forse anche perché quando esco è l'alba e quando torno di solito è già buio.
«Buongiorno», mi saluta Andrew per poi passarmi il mio caffè fa per chinarsi a lasciarmi un bacio, ma io lo schivo ed entro nell'auto.
«Sempre così gentile» borbotta per poi mettersi alla guida in mezzo al primo traffico di New York.
«A pranzo cosa mangiamo? Stavo pensando ad una pizza, sei d'accordo? La mangiamo nel tuo ufficio».
Alzo gli occhi al cielo e trattengo un sbuffo, perché ogni giorno la stessa storia?
«Andr...» inizio a parlare, ma lui mi sorride dallo specchietto retrovisore.
«Lo so, lo so, non possiamo farci vedere insieme, mangio da sola bla bla bla...» risponde sarcastico facendo una faccia buffa, che mi procura un sorriso. Tutto è iniziato per un fottuto sorriso.
Parcheggia l'auto vicino nel garage sotterraneo e mi accompagna verso l'entrata, quando all'improvviso si ferma sentendo una notifica proveniente dal suo telefono.
Abbasso lo sguardo per leggere e la sua espressione cambia per qualche istante.
«Devo andare a vedere se i ragazzi sono arrivati e se le telecamere e gli allarmi funzionano, c'è stata una piccola anomalia. Puoi aspettarmi qui?»
Mi chiede rimettendosi il telefono in tasca e concentrandosi su di me.
«C'è un pericolo? Qualcuno è entrato?» chiedo con apprensione e con una strana sensazione nel petto.
«In teoria no, nessun allarme è suonato, ma le telecamere hanno ripreso qualcuno entrare» mormora e nel suo tono noto quell'adrenalina e quell'agitazione che ha ogni volta che c'è qualcosa che non va.
«Puoi aspettarmi qui?» chiede di nuovo e io trattengo uno sbuffo, da una parte vorrei ignorare questo sicuro falso allarme, ma dall'altra parte non voglio riprovare quel panico di trovarmi uno sconosciuto nel mio ufficio.
«Starò nella hall, tanto devo vedere dei documenti che ho lasciato ieri, aspetto il tuo permesso per salire».
Lui annuisce e prima che possa rendermene conto si china a baciarmi, per poi scappare dietro una porta che scatta con il suo badge.
Arrivata nella hall le centraliniste mi salutano con un cenno e io ricambio, e vedo i loro sorrisi finti aumentare a dismisura mentre mi avvicino a loro, di certo si chiederanno cosa vorrà la stronza di prima mattina.
Gli dico che nella giornata dovrebbe arrivare diversa posta a mio nome e anche due appuntamenti molto importanti con due probabili investitori che devo assolutamente accalappiare, anche se non sarà facile.
Do a loro i nominativi e preciso che dovranno essere accompagnati nel mio ufficio appena si presenteranno.
Ma più passa il tempo, più la voglia di allontanarmi e chiudermi nelle quattro pareti di quella stanza, che ormai è diventata la mia seconda casa, diventa quasi un bisogno impellente. Come quando arriva quel prurito al viso incessante che sembra peggiorare secondo dopo secondo, mentre hai le mani occupate in altro.
Controllo un'ultima volta il telefono, venti minuti. Possibile che si sia dimenticato di scrivermi?
Al diavolo, se fosse qualcosa di grave, sono sicura che a quest'ora avrebbe fatto suonare l'allarme o mi avrebbe intimato di rimanere dov'ero.
Faccio scattare un altro minuto, prima di chiamare l'ascensore, che con un suono mi avvisa di essere pronto per me.
Sospiro di sollievo quando noto che è vuoto. Anche se ovviamente a quest'ora oltre la sicurezza, di solito ci sono solo io e le ragazze che aprono la hall.
Odio stare chiusa in un posto dove tutti ti lanciano occhiatacce, o peggio dove vogliono affrontare una conversazione, che quasi sempre si conclude con la domanda che ormai come un'eco si ripercuote nelle mie orecchie, per colpa di tutte le volte che l'ho sentita. Dov'è Matthew Dallas?
Per questo la maggior parte del tempo la passo in ufficio, aspettando fino alla chiusura, che tutti i dipendenti vadano a casa, per poter sgattaiolare fuori dalla mia tana.
Scendo al mio piano che è completamente vuoto e con le luci ancora spente. È ancora troppo presto per vedere gente, ma presto inizierò a sentire la segretaria che entra con i suoi tacchi, percorrendo tutto il corridoio come se dovesse fare una sfilata. Poi la sentirò iniziare a preparare il caffè con quella terribile macchina che fa più rumore di un aeroplano, e anche un gusto discutibile. Devo davvero ricordarmi di comprarne una nuova.
E poi sentirò le sue amiche colleghe arrivare e iniziare una lunga e straziante mezz'ora di chiacchierate sussurrate e risate finte, prima che ognuna inizi il proprio lavoro.
E così ogni giorno.
Prima non ci facevo caso, io Matt arrivavamo tardi in azienda e praticamente ci creavamo questa bolla tra di noi, e per me il mondo esterno non esisteva. Non m'interessavano le parole che si sussurravano i dipendenti quando ci vedevano, no m'interessava la nostra immagine o che ci scappasse un bacio mentre non eravamo da soli.
Io ero felice, il resto del mondo poteva pure bruciare e a me non mi sarebbe interessato.
Ora invece quella bolla è scoppiata, ctapultandomi nella realtà.
Con calma attraverso il lungo corridoio con le luci del primo mattino di New York che attraversano le vetrate, illuminando il parquet scuro.
Arrivata alla mia porta chiusa, la apro e ci entro dentro, ma rimango ferma sull'entrata, quando noto qualcuno sulla mia poltrona che mi dà le spalle, porgendo lo sguardo verso il panorama di New York.
Per un attimo credo che sia Andrew per farmi uno scherzo, mentre la paura che possa essere un pazzo che possa farmi del male, aleggia attorno al mio cuore palpitante.
«Andrew se è uno scherzo giuro che m'incazzo», sussurro, con la paura che gronda dalla mia voce. Ma se è davvero lui, la mia ira sarà solo un assaggio.
Ma quando la poltrona si volta verso di me, i miei occhi cadono su Matthew che ora mi sta guardando con un ghigno sul volto.
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