CAPITOLO 12
Una mattinata di ordinaria follia Pt.2
Jennifer
«Lavori con lui?! Ma ti rendi conto? Quell'uomo ti ha rovinato la vita!» borbotta Chad, mentre seduto sul divano bianco della sala relax, mi guarda con odio.
Sorseggio il tè che ho fra le mani e sospiro profondamente, ci manca solo Chad a complicarmi la vita.
«La scelta era o soci o uno dei due se ne doveva andare, vendendo le azioni all'altro».
Incapace di stare fermo lui si alza in piedi e si passa una mano fra i capelli, completamente fuori di senno.
«E non hai pensato nemmeno per un secondo ad andartene? Sai benissimo che sei a capo di un'azienda corrotta e con solo lo scopo di lucro, non capisco come tu non sia ancora scappata, non hai dei principi?».
Questo è troppo.
Mi avvicino fronteggiandolo e puntandogli un dito contro al petto e senza indietreggiare davanti ai suoi occhi così simili a quelli di papà.
«Questa è ormai la mia azienda, e ti assicuro che può essere tutto, ma non corrotta».
Chad sospira profondamente e sussurra qualcosa che non riesco a capire, mentre Aria alza gli occhi al cielo.
«Chad lasciala stare è la sua vita!» sbotta seccata Aria, almeno qualcuno è dalla mia parte.
Non so cosa abbia ultimamente Chad, non so se è PTSD ma si rifiuta di farsi aiutare o di parlare con qualcuno di ciò che passa in quella testa. È cambiato, è nervoso e basta un non nulla per accenderlo.
«Aria tu non capisci, quell'uomo l'ha illusa, l'ha soggiogata per poi lasciarla da sola nelle grinfie dei media e dell'azienda» fa una risata amara e sposta lo sguardo su di me «ancora non capisco come hai potuto farti comprare? Come una poco di buono. Come facevi ad amarlo? Come hai fatto ad aprire le gambe per lui. Io proprio non capisco se sei masochista o semplicemente solo stupida Jennifer».
Le sue parole sono come coltelli, conficcati nel cuore, mentre la mia mano si schianta contro la sua guancia in un suono secco.
Ormai le sue insinuazioni e le sue offese le conosco così bene che non dovrebbero nemmeno toccarmi. Dovrebbero scivolarmi addosso come acqua su un vetro e invece disintegrano quella poca dignità e sicurezza che avevo ricostruito.
Ma un'altra cosa che ha detto si accende luminosa nella mia mente.
Come facevo ad amarlo? La domanda dovrebbe essere, come facevo a non amarlo?
Un uomo che mi ha reso felice, che ha fatto di tutto per mio padre, che si è aperto con me confidandomi il suo passato, che mi ha riportato alla vita e che anche se per poco mi ha fatta sentire così amata da sopraffarmi.
L'amore è davvero strano, l'amore può renderti la donna più felice del mondo e un momento dopo buttarti giù in quel pozzo oscuro, in cui forse sono ancora confinata.
Ma anche se la nostra storia è finita male, io non mi pento del nostro passato.
Non mi pento di aver accettato quella proposta.
Non mi pento di aver ceduto a quella attrazione che poi ha portato a qualcosa di più profondo.
«Ora basta! La mia vita non sono affari tuoi Chad. Con chi vado a letto non sono affari tuoi e men che meno la mia azienda!»
Lui accusa i colpi come proiettili nel petto e qualcosa passa nel suo sguardo. Qualcosa di oscuro. Che però non faccio in tempo ad analizzare che lui abbassa gli occhi.
«Piuttosto perché siete qui? Dovevamo vederci la settimana prossima. La mamma sta bene?».
Chad digrigna i denti e i suoi pugni si serrano accartocciando il bicchiere vuoto in una mano, per poi buttarlo nel cestino.
«Se ti degnassi di provare a parlarci...», sussurra Chad digrignando i denti, per poi uscire dalla stanza, bofonchiando un ciao.
Sorpasso il suo commento non richiesto e il senso di colpa che si attorciglia lungo il mio collo, spostando lo sguardo sulla mia sorellina.
«Scusaci se siamo venuti qui senza preavviso, volevamo vederti prima di andare dalla zia a Long Island. La mamma sta bene ma non credo che voglia ancora vederti». Sussurra con tono dolce Aria.
La mia dolce Aria.
L'idea che ora divida l'appartamento con Chad mi provoca un brivido lungo la schiena che non posso non notare.
Ha perso l'appartamento all'università, dopo che hanno aumentato l'affitto e ora ne divide uno che Chad ha preso dopo essere tornato, molto vicino all'università.
Ho provato a convincerla a venire da me o di affittargli un appartamento ma si è rifiutata, dice che vuole provare ad essere autonoma con le sue spese. O forse non mi vuole accanto e ripugna i miei soldi, con la quale tutti pensano mi sia venduta.
Annuisco e un respiro profondo esce dalla mia bocca, anche se uno strano grovigli di emozioni non sembra lasciare il mio stomaco.
Aria come se capisse il mio stato d'animo viene verso di me e mi abbraccia, affondando la testa sulla mia spalla.
La stringo forte godendomi il suo profumo di lavanda e accarezzandogli i capelli lisci.
«Promettimi che sabato sera vieni a casa mia, ho bisogno di una nostra serata pigiama party.
Lei ride e si allontana annuendo e scaldami il petto.
«Certo! E ricorda che noi ci siamo Jennifer».
Gli occhi diventano lucidi ma non mi permetto di fare uscire, nemmeno una lacrima. Non ora.
La stringo ancora una volta, per poi lasciarla andare.
Rientro in ufficio e sbatto gli occhi, per far andar via le lacrime che non smettono di offuscarmi la vista.
«Tutto bene?».
Alzo lo sguardo e noto Matthew seduto alla sua scrivania, con lo sguardo verso di me, come se mi stesse solo aspettando.
Ha il labbro spaccato un po' rosso, e la guancia violacea, ma per il resto sembra stare bene.
E la sua sconfinata bellezza sembra illesa.
«Sì, ti ho portato del ghiaccio e il kit per il labbro» spiego, indicando la busta di plastica e la piccola valigetta che ho in mano.
Lui mi sorride dolcemente facendo fare una capriola nel mio petto e prendendo coraggio, mi avvicino a lui.
«Grazie per avermi difeso, avresti potuto lasciarlo fare e io non lo avrei fermato. Non volevo fargli male e darti un altro pretesto per odiarmi».
La sua confessione mi fa sussultare per qualche istante, mentre lo raggiungo posizionandomi accanto, mentre lui volta la sedia verso di me.
Un altro pretesto per odiarmi. È proprio questo il problema. Io non lo odio. Odiare è un sentimento così cupo e pesante, che anche se lui mi ha distrutto in mille pezzi, non riesco a provarlo nei suoi confronti.
Ma il problema e che non so nemmeno cosa provo nei suoi confronti ultimamente. Forse anche questo mal di testa non aiuta.
«Quindi preferivi farti prendere a pugni?» chiedo indispettita, facendolo sorridere e notando il taglio che riprende a sanguinare. Cazzo. Spero non abbia bisogno di punti.
Appoggio tutto sulla scrivania e apro la valigetta, iniziando a cercare il necessario.
«Aveva ragione, ti ho fatta soffrire, li meritavo i suoi pugni» ammette spostando lo sguardo sulle mie mani.
Scuoto la testa indignata e uno sbuffo frustato esce dalla mia bocca.
Ma perché gli uomini sono così complicati e devono sempre ricorrere alla violenza?
Sospiro e libero un ciuffetto di cotone dalla matassa, pronta a imbibirlo di disinfettante.
«Di certo non sono affari suoi, e se qualcuno deve davvero prenderti a pugni, quella sono io» ammetto con una punta di sarcasmo nella mia voce.
Lo faccio sorridere di nuovo cosa che gli provoca un sussulto di dolore anche se non vuole darlo a vedere.
«Se vuoi vado a prenderti i guantoni da boxe, così finisci l'opera, non vorrei che l'altra guancia si sentisse sola senza un livido tutto suo» risponde lui, altrettanto ironico, facendomi sorridere come una scema, cosa che non scappa ai suoi occhi.
«A proposito scusami per il suo comportamento, non lo sai, ma da quando è tornato da quella spedizione non è più lui. È molto aggressivo e sempre arrabbiato, ti capirei e non ti fermerei se volessi denunciarlo».
La sua faccia si contrae, per poi fare un sospiro profondo.
«Non lo farò Jennifer, non ci penso nemmeno. Ma ti ha aggredito, ti ha fatto del male e questo non va bene. Deve farsi aiutare».
Annuisco e lascio che un profondo respiro esca dai miei polmoni, portandosi dietro un po' di pesantezza.
Lascio cadere il discorso e con il batuffolo pronto mi chino su di lui, pronto a disinfettare la sua ferita, quando la sua mano si posa sul mio polso fermandomi.
«Non sei costretta, posso farlo da solo», sussurro e io svio la sua presa, afferrando con l'altra mano il suo mento per tenerlo fermo.
«È perché non vuoi farmi fare questo ignobile compito, oppure è solo che hai paura del dolore e di piangere davanti a me?» domando, mordendomi il labbro per non ridacchiare alla vista della sua faccia.
Centrato nel segno.
«Ovviamente perché non meriti di curarmi le ferite...» sussurra cercando di distogliermi dalla verità.
Ma so anche che si sta trattenendo da ridere. Come me d'altronde.
«Certamente...» sussurro per poi appoggiare il batuffolo sulla ferita aperta, cercando di rimanere più delicata possibile, anche se la mano che mi trema cade un po' troppo brusca.
La sua faccia si contrare e s'irrigidisce, mentre il suo corpo sussulta.
«Delicata come sempre Jenny...» sussurra, mentre io con piccoli gesti ripasso l'intera area.
Soffoco una risata e finisco il lavoro, per poi chinarmi ancora di più per guardare meglio il danno, ora che è privo di sangue.
«Non credo ci sia bisogno di punti, ma non sono un dottore, perciò se vuoi ti porto alla clinica e...»
Allunga la mano verso la mia, ancora protesa verso di lui, e la stringe, frenando la mia lingua.
«Sto bene Jenny e mi fido...» sussurra e io mi ritrovo ad annuire, con il battito cardiaco che aumenta rimbombandomi in tutto il corpo.
«Io vorrei davvero parlare con te, è da giorni che cerco di spiegarti, ma tu non mi dai il permesso. Non sono andato via perché volevo, sono stato costretto e quello che ti ho detto quella sera...ho dovuto farlo per...».
Qualcun altro bussa la porta e sia Matthew che io sussultiamo. Scivolo dalla sua presa e mi allontano di qualche passo, mentre la mia testa mi dice di ascoltarlo e di ignorare chiunque sia l'ha fuori.
Ma la mia voce parla prima dei miei pensieri, chiedendo alla persona di entrare, sotto allo sguardo frustrato di Matthew.
Per poi lanciare un'occhiataccia alla persona che per l'ennesima volta ha interrotto la nostra conversazione.
È incredibile quanta poca privacy ci sia in questo posto.
Rose entra nella stanza ma subito s'immobilizza sull'uscio. Forse saranno i nostri sguardi, i nostri corpi che gli parlano in modo non verbale, oppure la tensione che pesante ingloba la stanza, ma subito capisce di aver disturbato qualcosa.
«Torno dopo?» domanda guardandoci confusa e imbarazzata. Incrocio le braccia al petto e sospiro profondamente.
«No dimmi Rose, che succede?» chiedo e mi avvicino a lei, che subito mi passa un dossier dalla rilegatura nera.
«Mi è arrivata questa dalle pubbliche relazioni sono gli eventi di questo trimestre che devi guardare e approvare», mi avvisa per poi non muoversi.
Bene, lo farò ora, apro la cartella ed inizio a leggere.
- Incontri con le scuola elementari per sostenere ed informare i ragazzi dell'importanza della raccolta ecologica e del tenere puliti i nostri mari e oceani.
- Evento: Cambia il mondo. Raccolta di idee e progetti per cambiare il mondo. L'idea più originale e utile verrà accolta e intrapresa e l'ideatore premiato.
- Ballo di primavera
«Cos'è il ballo di primavera?».
Chiedo confusa. Le prime due iniziative le conosco bene, ho collaborato anche io con un gruppo del settore delle pubbliche relazioni per portarle all'attenzione, ma questo mi sfugge.
«Un ballo che mio zio faceva ogni anno senza nessuno scopo evidente, amava la primavera e voleva solo divertirsi. Chiamava tutti i nostri clienti e i dipendenti e la festa si faceva alla nostra galleria, ti ricordi dove?».
Per un attimo arrossisco, quando le immagini di ciò che è successo in quell'ufficio.
Ricordo benissimo le cose buttate a terra, la sua bocca affamata sulla mia e le mani che d'infilavano sotto al vestito.
Lui sorride sorpreso notando il mio viso che sento bruciare. Merda.
All'istante distolgo lo sguardo, fissando il dossier, senza davvero leggerlo.
«Ehm sì, va bene accetto tutte e tre le iniziative, avvisi tu il marketing e anche i PR?»
In risposta Rose si limita ad annuire e fa per andarsene, quando si volta ancora.
«Stavo per dimenticarmi, ha chiamato anche la tua amica Tess, ha detto di ricordarti che domani c'è la prova dell'abito e di non darle buca, altrimenti il ruolo da testimone sarà di sua cugina Gartie e cito testualmente: non riuscirai a vivere con il senso di colpa di avermi rovinato il matrimonio».
Sempre così melodrammatica.
Trattengo una risata mordendomi il labbro e ringrazio Rose che poverina si sarà dovuta sorbire le sue isterie da pre-matrimonio.
Da quando Michel circa otto mesi fa gli ha chiesto di sposarla, durante il loro anniversario, dopo la felicità e l'emozione, ho visto la mia amica impazzire lentamente.
E io amo la mia migliore amica. Lei è una delle mie ancore per non cadere nel mio baratro.
Ma diciamo che da quando ha preparato un book con tutte le scelte del matrimonio, dai colori delle tovaglie, fino all' ora precisa in cui ci sarà il brindisi, diciamo che rasenta quasi la pazzia.
E forse la buca che gli ho dato per la scelta dei fiori a causa di una riunione dell'ultimo minuto, qualche settimana fa, ha dato inizio a delle frecciatine che non mi sfuggono. Anzi sono delle frecce anche abbastanza grandi.
E se pensiamo che mancano ancora undici mesi prima che possa tornare in se stessa, mi spaventa e non poco.
Rose saluta e poi esce completamente imbarazzata. La capisco. Però la ringrazio per avermi ricordato dell'appuntamento, mi ero completamente dimenticata. Dannazione ma dove ho la testa in questi giorni? È troppo impegnata a pensare a Matthew Dallas.
La curiosità, che si è accesa prima con le sue parole, sembra pizzicare sulla mia lunga e sto per dirgli qualcosa, quando il suo telefono inizia a suonare e il suo viso si scurisce all'istante, più del suo livido violaceo.
«Jennifer devo andare» mormora come se fosse un saluto, per poi uscire dalla stanza come se un leone lo stesse inseguendo.
Bene. Almeno ora sono sola.
Penso mentre chiudo la porta a chiave e mi butto sul divano, togliendomi i tacchi e rannicchiandomi contro i cuscini, per poi chiudere gli occhi abbandonandomi a quell'oscurità tanto avvolgente.
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