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CAPITOLO 11

Una mattinata di ordinaria follia Pt.1

Jennifer

Il mio risveglio è stato drastico e molto faticoso, e il letto così comodo e confortevole, ha peggiorato solo la situazione.

Sono le dieci del mattino e non sto per niente bene.

Non ho fatto altro che posticipare la sveglia e ho richiuso gli occhi doloranti cercando di ignorare e di non sentire il mio cervello che sembra stia esplodendo, accompagnato anche da dei crampi alla pancia che mi stanno massacrando.

Tornando a mangiare almeno i pasti in teoria obbligatori per un essere umano, mi è tornato anche il ciclo, che da quasi un anno non vedevo. E ora sembra che tutti i dodici mesi di assenza di dolore e sangue, si stiano concentrando tutti ora, nello stesso istante. E fa un male terribile. Non credo a queste cazzate, ma penso che madre terra si stia divertendo in questo momento, a vedermi soffrire, beffandosi di me.

E come se centinaia di spilli fossero conficcati nella mia testa e ad ogni passo sembrano peggiorare e conficcarsi sempre più infondo. Mentre qualcuno sembra prendermi a suon di colpi le ovaie. 

Come ogni mattina mi lavo, mi vesto e poi raggiungo l'azienda anche se in ritardo. Molto in ritardo.

In più la mia guardia del corpo che sto sul serio considerando di sostituire è da due settimane in malattia. Forse è meglio così, soprattutto se devo ritrovarlo nelle stesse condizioni dell'ultima volta che abbiamo parlato.

Arrivata trovo l'ingresso pieno di persone e di un vociare che non mi aspettavo. Certo di solito evito ogni essere umano.

Stringo la mandibola peggiorando quella fitta lanciante che penetra nelle tempie e affronto la folla fino agli ascensori, sfortunatamente trovandoli tutti con qualcuno dentro.

Ecco perché vengo sempre la mattina presto!

Ora vorrei solo chiudermi nel mio ufficio e buttarmi sul divano cercando di alleviare questa pressione alla testa e trovare una posizione in cui il mio ventre possa calmarsi e smettere di contrarsi. Avrei dovuto starmene a casa. Nel mio letto e poltrire per il resto della giornata, ma come al solito ho troppo da fare.

Potrei lavorare distesa sul divano dello studio. Il problema? Che nel mio ufficio ora non sono più sola.

E il fatto che ho un mal di testa atroce ad accompagnarmi oggi sarà debilitante e farò fatica a concentrare tutte le mie forze.

Arrivo nel mio ufficio quasi illesa e dopo aver scampato due persone che volevano attaccare discordo. Ma un sospiro di frustrazione esce senza controllo appena lo vedo.

Stranamente sta lavorando e il suo sguardo si solleva e si accende appena mi nota.

Non salta mai un giorno? Oggi sarebbe stato perfetto.

«Buongiorno Jenny, sono felice di vederti, mi stavo preoccupando» poi si ferma e mi guarda con più attenzione, usando quel suo maledetto potere nel leggermi la mente.

Lo ignoro e sbuffo raggiungendo la mia scrivania in pochi secondi.

«Stai male? Perché sembri davvero di pessimo umore oggi» commenta raggiungendomi in pochi passi. Sì, la sua scrivania è troppo vicino alla mia.

«Ho bisogno di silenzio, la testa mi scoppia» mi siedo, incrocio le braccia sulla superficie fredda della scrivania e sprofondo con la testa contro l'avambraccio.

All'improvviso sento le sue mani sul mio viso e sobbalzo dalla sorpresa indietreggiando.

Apro gli occhi e vedo il suo viso, chinato sul mio e con le sue dita all'altezza delle tempie, solleticando i punti che più mi fanno male.

«Che fai?» chiedo acida cercando di allontanarmi ma le sue mani si allargano sul mio viso, immobilizzandomi.

«Stai ferma», ordina e il suo tono autoritario mi scombussola per qualche istante, mentre le sue dita tornano sulle mie tempie, iniziando a creare dei dolci movimenti circolari.

Chiudo gli occhi e decido di lasciarmi cullare, solo per qualche istante. Solo per alleviare la tensione.

Anche se l'altra parte di me vorrebbe staccarsi e dirgli di starmi lontano il più possibile.

Ma le sue mani sono così magiche e confortanti da farmi desistere e anche se non lo glielo dirò mai, il fatto che anche adesso che siamo divisi, lui si preoccupi di me, fa scatenare qualcosa dentro di me. Come se quel legame fosse ancora vivo e pulsante sotto le macerie. Mi sembra quasi di percepirlo.

Ma appena apro gli occhi la realtà torna come uno schiaffo sul viso. Lui mi ha distrutta. Lui non si è più fatto sentire. Lui mi ha lasciato da sola.

E come fa un uomo che mi ha ferito così tanto, preoccuparsi ancora per me? E come faccio io a sentirmi così bene con la sua pelle contro la mia?

Lui si ferma con i movimenti ma non toglie il contatto con la mia pelle, e anche se pur piccolo, questo contatto mi risveglia sensazioni che ho annegato sotto tutte quelle lacrime, che lui mi ha provocato.

Le sue dita scendono lungo le mie guance facendomi una dolce carezza e io trattengo il respiro per qualche attimo.

«Stai meglio?» chiede, mentre io controllo di avere ancora il controllo del mio corpo, che non sembra collaborare, nemmeno il collegamento cervello-voce funziona.

Ma appena il suo pollice sfiora il mio labbro inferiore, mi risveglio come dopo un sogno troppo vivido.

Gli prendo polsi e allontano dolcemente le sue mani, annullando il contatto della nostra pelle.

E all'istante il mio mal di testa sembra anche peggiorare, dovrei  davvero prendere qualcosa.

Oppure farti coccolare ancora un po'.

«Credo di sì», mento per poi appoggiarmi contro lo schienale della poltrona tirando indietro il collo. Ho paura che si potrebbe impegnare ancora di più se gli dicessi la verità. E aver di nuovo le sue mani su di me non è una bella idea.

Perché potresti cedere a questa tensione sessuale che ogni giorno cresce sempre di più?

Non posso negare che c'è qualcosa, e la cosa mi irrita.

Forse sono le occhiate che ci mandiamo durante le giornate, o i suoi pessimi tentativi di dialogo con me, oppure quel sorriso che il bastardo mi regala sempre, sapendo che effetto mi fa.

«Grazie», sussurro intimidita dalla sua presenza ancora torreggiante su di me, sperando di farlo allontanare.

Invece lo faccio sorridere.

«La regina di ghiaccio mi ha ringraziato, ora posso affrontare questa giornata con un altro spirito», commenta lui divertito.

Lo guardo confusa perdendo quella maschera d'indifferenza.

«La regina di ghiaccio?» domando, e anche se odio dargli corda, voglio davvero sapere di cosa sta parlando.

Lui sorride beffandosi di me e poi raggiunge la sua scrivania, appoggiandosi contro a essa.

«È così che ti chiamano qui, la regina di ghiaccio, perché a quanto pare stai sempre confinata all'ultimo piano della torre. E quando rivolgi lo sguardo a qualcuno è talmente freddo da congelarlo sul posto».

Cosa?

Non so perché ma questo nomignolo mi provoca i brividi ghiacciati lungo la schiena.

Davvero mi vedono così? Anche se forse hanno proprio ragione.

Evito tutti. Non esco da queste quattro mura fino alla fine della giornata. E quando per sfortuna mi capita di parlare con qualcuno, ereggo dei muri talmente alti da isolarmi, mostrando la me che nessuno può ferire.

«E non posso non essere d'accordo con loro, sei cambiata Jenny ed è davvero una cosa che mi fa stare male, perché la Jenny che ho conosciuto io era dolce, era sempre gentile con tutti, era un raggio di sole che quando entrava in una stanza illuminava ogni cosa».

Una strana rabbia mi invade le vene, mentre le sue parole mi entrano in testa come una canzone che vorresti soltanto toglierti dalla testa.

Non l'ha detto. Non ha osato commentare il mio comportamento. Non dopo che lui ha creato questa versione di me.

Ma il mio attacco, viene prevenuto dà dei colpi sulla porta. 

«Avanti» sussurro, cercando di calmarmi. Sono pronta a vedere entrare Rose o persino Andrew pronto a farmi decretare questa giornata come pessima.

Invece è una delle centraliniste del piano terra.

Appena ci vede spalanca gli occhi dalla sorpresa, se ancora qualcuno per caso non sapeva che noi lavoriamo nello stesso ufficio, di certo ora lo saprà tutto l'edificio.

Si schiarisce la voce e ci saluta entrambi per poi spostare lo sguardo su di me.

«Signora c'è suo fratello e sua sorella per lei».

Oh no. Non va bene.

Certo non li sento da un po', anche perché da quando è tornato Matt ho evitato, per non confessargli la verità.

Guardo spaventata Matthew, che risponde al mio con pura confusione. Certo, lui non sa come la mia famiglia si è squarciata.

Lui non sa che ho perso ogni contatto con mia madre, e che so solo che ha venduta la casa dove sono cresciuta, dove c'erano i miei ricordi con mio padre, senza dirmi assolutamente niente.

Solo Aria è riuscita a salvare qualcosa di mio e qualche album di foto di famiglia.

Aria non mi ha parlato per una settimana dopo tutto quello che è successo, diceva di aver bisogno di tempo per metabolizzare, ma poi mi ha chiamato una notte per dirmi che mi capiva, che anche lei avrebbe fatto lo stesso se avesse avuto l'occasione, e che era solo arrabbiata perché non glielo avevo detto.

Chad è stato il più difficile. Quando l'ho trovato davanti alla porta di Tess per poco non sono scoppiata a piangere.

Mi ha detto che ha fallito, che era da un mese a New York in ospedale per un'incidente, tornando con una ferita di dieci centimetri all'addome.

Non mi ha mai spiegato come ha fatto a farsi male, non mi ha mai detto perché non ci ha detto che era a New York o anche solo dove fosse stato.

Ha solo detto che l'ho deluso, che apprezza che papà abbia avuto delle cure con i soldi di Matthew, ma che ha sempre saputo che lui mi ha solo usato, e che la pagherà. E molte altre cose che non ricordo.

Io l'ho sentito il suo odio. Verso Matthew. Verso il matrimonio che ogni volta mi ricorda di tranciare. Verso di me e il mio vendermi. E mi ha fatto paura.

Ricordo che il mio corpo mi diceva di scappare mentre mi guardava.

Da quel momento ho capito che mio fratello da quel viaggio così segreto non ha solo guadagnato un addome squarciato, ma anche una rabbia che non gli ho mai visto.

E la incanala solo contro Matthew Dallas.

E ho paura che se ora vedesse, non finirebbe bene.

Soprattutto dopo quella notte, dopo che ha scoperto cosa mi ha provocato, dopo che mi ha vista letteralmente rompermi in mille pezzi dal dolore.

«Arrivo subito ad accoglierli», sussurro e faccio per alzarmi, quando lei si schiarisce la voce, imbarazzata.

«Ma signora sono già qui fuori, hanno insistito a salire e lei mi ha detto l'altra volta di farli sempre salire senza chiederle sempre il permesso». Cazzo è vero.

E ora si scatenerà un putiferio.

Sospiro e mi passo una mano fra i capelli, con ancora il mal di testa che non intende lasciarmi, un cazzo di incubo.

«Va bene, falli entrare», tanto prima o poi lo avrebbero scoperto, perché ritardare l'inevitabile?

Lei annuisce ed appena esce dalla stanza, e mi alzo camminando velocemente verso Matthew.

«Non prenderanno bene la tua presenza, è meglio se sparisci nel...» cerco di dirgli, indicandogli il bagno, ma non riesco a finire la frase, che dalla porta entrano Chad e Aria.

Appena mi vedono sorridono ma poi il loro sguardo viene catturato dalla longilinea figura di Matthew accanto a me, e il loro viso si scurisce. 

Vado verso di loro, ma Chad mi sposta completamente, come se fossi una cartaccia da buttare a terra e punta Matt, come un toro a Pamplona.

«Chad aspetta, ascoltami!» mormora Matthew, indietreggiando nel vedere Chad assalirlo. E devo dire che avrei paura anche io. Oltre al suo sguardo assetato del suo sangue, il suo suoi muscoli sono triplicati e anche la sua massa. Come un cazzo di rinoceronte che ti viene incontro.

«Amico, possiamo parlarne?» chiede di nuovo, ma mio fratello lo raggiunge, e gli pianta un pugno in pieno viso prima che Matthew possa anche solo prevederlo.

Un urlo straziato esce dalla mia bocca e senza nemmeno pensarci gli vado incontro correndo, mentre Matthew chinato dal dolore cerca di risollevarsi. Mi è sembrato quasi di sentire i suoi denti digrignare dall'impatto.

«Hai fatto soffrire mia sorella, sai quanto ha pianto per te? Ma no certo tu non sai nemmeno che cosa ha passato per colpa tua» un altro pugno, ma a questo Matt sembra reagire in tempo e lo spintona all'indietro. Cosa che sembra far ancora di più imbestialire Chad.

Mi metto davanti a lui con le mani tese in avanti, ma vedo solo un animale che cerca solo sangue.

«Chad smettila dannazione!» urlo, ma lui mi spinge via più forte, facendomi sbattere la schiena contro alla mia scrivania.

Il fiato mi manca per il colpo mentre scivolo per terra, trattenendo un gemito di dolore.

Matt si volta a guardarmi, con la preoccupazione negli occhi e senza nemmeno pensarci si inginocchia davanti a me.

Mi afferra la mano stringendola nella sua presa, posando l'altra sulla mia schiena, alla ricerca del dolore o di qualche ferita evidente.

«Stai bene amore? Parlami».

Non riesco nemmeno a concentrarmi su come mi ha chiamato, che sollevo lo sguardo notando Chad, che ancora incazzato, viene verso di noi.

Sta per afferrarlo dalle spalle, quando mia sorella lo tira da dietro frenando la sua rabbia, almeno per qualche istante.

«Aria lasciami cazzo!» sbraita e quando riesce a liberarsi dalle braccia esili di mia sorella, punta di nuovo noi ma prontamente riesco ad alzarmi, con un nuovo dolore e coprendo Matthew alle mie spalle.

Mio fratello si ferma e mi guarda con occhi spalancati «lo difendi? Dopo tutto quello che ti ha fatto, lo difendi? Sei impazzita Jennifer? No anzi, sei proprio una stupida...».

So che mi ha fatto soffrire, ma non gli permetterò mai più di alzare le mani contro di lui. Oltre ad essere una barbarie, è la mia guerra, non la sua.

Matthew si alza e fa per mettermi dietro di lui, ma non glielo permetto, puntando i piedi.

«Non toccarlo mai più Chad! Chi ti da il diritto anche solo di alzargli le mani? Non siamo nel fottuto paleolitico, okay?».

«Ha ferito me e non te, smettila di difendermi, so farlo benissimo da sola».

La sua mascella scatta prima che uno sbuffo profondo esca dalla sua bocca.

«Vedo come ti difendi» accenna sardonico indicando la mia posizione di difesa verso Matt.

Indietreggia stringendo i pugni, mentre scuote la testa, come se non riuscisse ad accettare la mia negazione al suo attacco.

«Esatto come ti viene in mente di usare i pugni, sei impazzito per caso?!» gli urla contro anche Aria, ancora sconvolta dalla situazione.

Chad abbassa lo sguardo, osservandosi le mani tremanti, come se fino adesso non ne avesse avuto controllo del suo corpo.

Accertandomi di abbassare la guardia mi volto verso Matthew e lo guardo attentamente, mentre si toglie del sangue dal labbro spaccato, con un fazzoletto.

«Come stai?» chiedo, anche se noto già l'ematoma che inizia a spuntare sulla sua pelle.

Alza gli occhi su di me e noto in quegli smeraldi solo una distesa di tristezza e malinconia, come se si rendesse conto solo ora di quello che è successo in questi mesi. Di quanto sono stata male.

«Bene, grazie», mente cercando di farmi un sorriso per poi pentirsene all'istante dal dolore.

«Vai in bagno a sciacquarti, ti faccio portare il kit di primo soccorso e del ghiaccio, se invece la situazione è grave ti porto alla clinica okay?».

Lui annuisce e mi passa accanto lasciandomi una dolce carezza sul braccio, talmente leggera e veloce, da farmi dubitare di essermela immaginata.

«Noi andiamo in sala relax, subito!» urlo avvicinandomi ad un'Aria sul punto di scoppiare a piangere da un momento all'altro e da un Chad con gli occhi vuoti e persi chissà dove.

Mi volto a guardare Matthew, ma mi accorgo che è già sparito dentro il bagno. Ora ad accompagnare il mio terribile mal di testa, ho anche una grande confusione.

***

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