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CAPITOLO 84

Legata

Jennifer

Jonathan mi guarda con occhi indiscreti, che hanno l'effetto di ribrezzo su di me, e con un sorriso derisorio che riesce a farmi sentire nuda anche se non lo sono.

Cerco di trattenere il disgusto stringendo i pugni legati da una corda ruvida e tagliente, mentre mi rendo conto che più tiro con le braccia, più le mie caviglie rimangono intrappolate nei nodi e lo stesso se faccio al contrario.

Scuoto la testa spaventata e cerco di urlare, ma escono solo rumori incomprensibili con l'adesivo sulla bocca, mentre lacrime solitarie scendono lungo le mie guance.

«Non sai che sensazione di estasi mi procura, il fatto che ho qui la donna, dell'uomo che odio», sussurra senza smettere di guardarmi.

Le sue dita si avvicinano e scendono accarezzando il mio collo, mentre io continuo a lamentarmi, scuotendo la testa.

«Sei così bella Jennifer, quella sera che ti ho vista con quel vestito, mi hai fatto eccitare» sussurra quasi distratto in quel pensiero, per poi tornare in sé stesso.

«Ho fatto di tutto per farti sentire a tuo agio in questi giorni, e tu mi ringrazi così, scappando? Non si fa» commenta innervosito, afferrandomi di nuovo il viso fra le sue dita stringendo fino a farmi sentire i denti stridere e i muscoli contrarsi dal dolore.

Mentre l'altra sua mano senza alcun permesso, si trascina sul mio corpo. Le sue dita dal collo scendono e passano sopra al mio seno, concedendosi attimi che non gli ho mai dato e mai lo avrei fatto. Chiudo gli occhi, per non vedere, cercando di estraniarmi dal momento, dal mio corpo, cercando di non pensare che sono nelle sue mani impotente.

Lacrime di puro terrore, riempiono le mie guance e gemiti di sofferenza insieme ai singhiozzi escono incontrollati e ovattati dalla mia bocca.

Non so spiegare la sensazione che si prova a non avere il controllo sul tuo corpo e su chi lo sta toccando, incapace di difenderti, di lottare. Consapevole del fatto che nessuno verrà ad aiutarti, che nessuno ti salverà dalle grinfie del mostro.

Ma si avvicina molto alla sensazione di un vuoto profondo che ti inghiotte lentamente.

È come essere intrappolati in un incubo dal quale non puoi svegliarti, con il cuore che batte all'impazzata ma il corpo paralizzato. È la paura che ti soffoca, che ti rende prigioniero di un'oscurità senza fine.

È un senso di isolamento totale, come se il mondo esterno fosse un'eco lontana e indifferente. Ogni secondo sembra eterno, ogni respiro pesa come un macigno.

È un'angoscia muta, un grido che rimane bloccato in gola e delle lacrime che senza controllo inondano il tuo viso.

È la perdita della sicurezza più basilare: quella di essere padrone di te stesso.

Le sue dita che hanno raggiunto la mia pancia e si stanno insinuando sotto alla maglietta, mentre io continuo a contorcermi. Come se, dove lui mi sta toccando, provassi un dolore quasi lancinante, come di una pugnalata.

Non so come, ma riesco ad allontanarlo per un'istante, con una spinta dell'anca, cosa che lo fa irritare ancora di più.

Stringe ancora di più la sua presa sul mio viso, così forte da farmi urlare, se non fosse per la barriera incollata sulla bocca. «Guardami», mi ordina. Ma io stringo ancora di più gli occhi chiusi come casseforti.

Perché la parte più irrazionale di me, crede che meno vedrò, meno ricorderò i dettagli e più tutto mi sembrerà un orrendo incubo.

Anche se il mio corpo sente ogni cosa, e ricorderà ogni cosa.

«Ho detto guardami maledetta troia!» urla, prima di tirarmi uno schiaffo talmente forte da farmi girare la testa.

Apro a stento gli occhi e mi trovo i suoi, mentre la mia pelle brucia come se fosse stata scottata dal fuoco, ritrovandomi il suo viso a pochi centimetri dal mio.

«Ti piace sfidarmi piccola stronza, vero? Ma se continui peggiori le cose, e né io né te, vogliamo che questo bel visetto si sfregi...giusto?» chiede per poi tirare fuori un coltello a serramanico, che fa scattare a pochi centimetri dalla mia pelle.

Sussulto e annuisco, sbattendo velocemente le palpebre, per mandare via le lacrime che mi offuscano la vista, come il vetro del bagno appannato dopo la doccia.

«Bene, vedo che ci capiamo» la sua mano si ferma sulla mia guancia, e afferrando il lembo dello scotch, lo tira via, provocandomi dolore su tutta la bocca.

Accarezza le mie labbra con le dita, impedendomi con la mano dietro la nuca, di divincolarmi.

«Jenny stai ferma» lo fulmino con gli occhi e mi divincolo anche se le sue mani mi tirano i capelli.

«Non chiamarmi così!».

Lui sorride, beffandosi di me, come se gli avessi dato un altro motivo per avere una presa su di me.

«Giusto, è il nomignolo che usa il tuo maritino...ti dà fastidio?» non mi lascia nemmeno rispondere, che la sua bocca si fionda sulla mia, bloccandomi il respiro.

Incapace di impedirglielo, la sua lingua si insinua fra le mie labbra, cercando un coinvolgimento che non avrà mai da parte mia.

Cerco di allontanarmi o di fare qualsiasi cosa, ma le sue mani mi tengono ferma, obbligandomi a baciarlo, mentre le corde mi scavano nella pelle dei polsi, provocandomi un dolore lancinante.

Le sue mani ritornano a toccarmi, mentre le lacrime non smettono di scendere, portandosi con loro, la mia speranza di uscirne illesa. Il suo corpo copre il mio senza esitare, e il suo peso mi fa mancare il respiro, mentre sento la sua eccitazione spingere contro alla mia gamba.

La nausea aumenta, mentre le sue dita toccano il reggiseno cercando di infilarsi sotto. Sto per mordergli il labbro e vomitargli addosso sulla faccia, a discapito delle conseguenze.

Quando una suoneria che fuoriesce dalla sua tasca, fortunatamente mi salva.

Lui scende da me guardando il suo telefono, come se fosse la cosa peggiore del mondo, per poi afferrarlo con forza, premendo il tasto per rispondere.

Sospira rumorosamente e mi dà le spalle, per poi rispondere «hai interrotto un momento molto importante, che cosa cazzo vuoi?» chiede, con tono acido e freddo al telefono.

«Come non sai niente?! La tua posizione dovrebbe consentirti la sua piena fiducia, e mi vuoi dire che non ti dice nulla? Sei inutile!».

Sembra molto arrabbiato, e deluso, ma con chi starà parlando? «Quindi ha deciso di rimanere con la polizia, cambieremo il piano della metro, lo contatterò presto in un altro modo. Cerca di scoprire cos'ha in mente, altrimenti, sei fuori da questo piano» urla all'altra persona per poi attaccargli in faccia.

Sono sicura che stiano parlando di Matthew, e del loro diabolico piano. Ma con chi? Ha detto la tua posizione, dovrebbe consentirti la sua piena fiducia. Quindi è qualcuno di molto vicino a noi.

Lui mi guarda per qualche istante dall'alto, leccandosi le labbra, mentre chiudo gli occhi, aspettandomi il peggio.

Invece, mi rimette il pezzo di adesivo sulla bocca «ti prometto che torno presto, così possiamo finire di regolare i conti, Jenny», e poi esce dalla stanza, sbattendo la porta e lasciandomi legata e inerme sul letto. Cerco ancora una volta di liberarmi ma oltre a provocarmi un dolore lancinante sui polsi e le caviglie, non ottengo altro.

***

Non so quanto tempo passa, ma la notte continua ad entrare dalla piccola finestrella, e il sonno inizia a impossessarsi del mio corpo, anche se la mia mente si rifiuta di dormire.

Perciò senza rendermene realmente conto continuo a cedere al sonno che mi chiama e mi avvolge come un caldo abbraccio, per poi svegliarmi di colpo, incapace di muovermi e con il cuore a mille. Perdo il conto delle volte, almeno finché dalla finestrella arriva la luce chiara dell'alba, che illumina la parete davanti a me.

Il mio corpo è dolente e i polsi bruciano e prudono senza lasciarmi nemmeno un attimo di pace.

Chiudo gli occhi cercando di mantenere la calma, e di controllare il mio petto che sembra compresso da un peso invisibile e il mio cuore agitato che continua a riempirmi le orecchie con il suo rumore forte, quando all'improvviso la porta si riapre e la paura mi mozza il respiro, per qualche secondo.

Jonathan entra nella stanza, con una polaroid fra le mani e si avvicina felino, godendosi della mia situazione.

«Cambio di programma Jenny...Sorridi» m'informa ad alta voce, sarcastico. Chiudo gli occhi mentre lui fa la foto, e li riapro, appena sento il rumore dello scatto, non voglio che Matthew mi veda così.

«Vieni qui, dobbiamo slegarla» dice all'uomo con la faccia tatuata, che entra nella stanza, senza degnarmi di uno sguardo.

Mi slacciano dal letto, e poi come se fossi un sacco di patate, mi portano giù per le scale. Cerco di ribellarmi, ma ho ancora i polsi e le caviglie, legate insieme, perciò non riesco a fare molto.

Ma cogliendomi di sorpresa, Jonathan mi dà uno schiaffo sul viso, facendomi voltare la faccia, per poi riafferrarla e stringendomi ancora le guance, dove di sicuro sono rimasti impressi si suoi polpastrelli.

«Smettila di muoverti o ti metto nel bagagliaio», mi minaccia per poi lasciarmi un buffetto divertito sul naso. Lo fulmino con gli occhi ma lui non se ne rende nemmeno conto e si allontana.

Non protesto, e lascio che l'uomo mi faccia sdraiare a pancia in su, nello spazio, tra i sedili posteriori e quelli anteriori e senza lasciarmi il tempo di respirare, mi posano sopra un telo scuro, per non farmi notare, cosa che riduce l'ossigeno intorno a me. «Lasciamo la foto, e poi andiamo direttamente al lago, chiama gli altri e digli di preparare il furgone» ordina Jonathan, analizzo ogni parola senza però capire tutto, per poi sentire il motore dell'auto azionarsi.

Non so quanto tempo sia passato, so solo che non riesco a vedere nemmeno dove ci troviamo, perché il telo scuro me lo impedisce. In più, l'ansia mi affatica il respiro.

Cerco di pensare a Matthew, di pensare ai suoi baci, ai suoi abbracci caldi o alle sue mani che gentili mi accarezzano.

Ma l'agitazione non fa altro che aumentare, se solo penso che potrebbero ucciderlo.

Okay, pensiamo alle sue mani che mi accarezzano il viso, alla sua bocca che cerca la mia con avidità, e ai suoi occhi, che si perdono nei miei. Inspira, espira. Alla sua bocca che pronuncia il mio nome alla mattina appena svegli, ai momenti passati insieme, alla sua risata che scalda il mio cuore. Inspira, espira.

Posso farcela, presto lo vedrò, devo solo aspettare e non farmi prendere dall'ansia.

L'auto di colpo si ferma, facendomi sbattere contro i sedili anteriori e la testa contro al pavimento dell'auto.

Un gemito di dolore esce dalla mia bocca, ma sento una mano spingere sopra alla mia bocca, attraverso il tessuto.

«Stai zitta!» mi rimprovera Jonathan.

Di certo non voglio finire nel bagagliaio, perciò resto zitta. L'auto riparte, pochi minuti dopo e io sbando di nuovo, ma questa volta senza fiatare.

Senza far rumore, noto che i lacci ai polsi si sono allentati, probabilmente mentre mi slacciavano dal letto, non hanno ristretto il nodo, e con questi sbandamenti, sembra essersi allentata.

Con estrema lentezza, pianto i piedi a terra e sollevo il busto, quanto basta per aiutarmi a slegarmi.

Con le dita provo a tirare la corda, e a cercare di sciogliere il nodo, ma prima che possa fare qualcosa, l'auto si ferma ancora, facendomi sbandare di nuovo.

Non mi perdo d'animo e ricomincio a tirare, sebbene pelle lesa continua a bruciare, pregandomi di smetterla e di stare ferma.

Stringo i denti e ignoro il dolore, «gira qui, a destra» la sua voce mi fa sussultare, ma tiro un sospiro, quando scopro che non sta parlando con me.

Finalmente riesco a levare la mano destra, che ho tirato via dalla presa, sentendo ogni osso e muscolo che stridevano tra loro per la mossa. Qualche lacrima mi scappa dagli occhi, mentre appoggio la mano libera, sulla superficie che brucia e trema dal dolore.

Sto per liberare anche l'altro polso, quando qualcuno mi abbassa il telo dalla faccia, facendomi sobbalzare.

La luce mi colpisce gli occhi e li strizzo per qualche secondo, per poi vedere Jonathan comparire nella mia visuale.

Quanto vorrei tirargli un bel pugno su quel naso storto che si ritrova, ma non ancora, non è il momento giusto.

«Sei un po' pallida, sicura che va tutto bene?» commenta sarcastico, per poi ridere della sua stessa frase.

«Voglio farti solo una domanda, piangerai quando ucciderò Matthew?».

La domanda mi colpisce, come una pugnalata nel cuore, e lui sembra gioire, del mio terrore.

«Già, ho deciso di ucciderlo, dopotutto, perché lasciarlo in vita? Non si merita nulla, nemmeno l'aria che respira».

Lui si china su di me ancora di più, sopraffatta dalla rabbia, colgo l'occasione. Sollevo la testa e con forza la faccio sbattere, contro la sua.

Indietreggia, e per qualche attimo sembra quasi attonito, ma si riprende, afferrandomi di nuovo il mento fra le mani, e stringendolo forte.

«Sei una stronza proprio come lui», osserva «ma come ti ho già detto, potrei tenerti come premio, preparati a una vita infernale, brutta puttana», sbraita lui per poi tornare a sedersi, massaggiandosi il naso livido.

«Sono arrivati capo» informa l'uomo tatuato, al suo fianco. Probabilmente sono arrivati gli altri uomini, con il furgone. Spero soltanto che Matthew non veda quella foto, in modo da non poter venire qui, a farsi ammazzare.

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