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CAPITOLO 80

La chiave

Jennifer

Mi hanno fatto fare un altro video. Ed è stato più terrorizzante dell'altra volta, perché questa volta hanno minacciato di morte Matthew, oltre a me.

Non so perché, ma l'idea di perderlo, mi spaventa di più della mia morte. Forse ha ragione chi dice che la sofferenza non è per chi muore, ma per chi rimane.

Sono i familiari e gli amici che restano a tormentarsi col dolore.

E l'idea di rimanere da sola, senza lui nella mia vita, è peggio di una coltellata al cuore, uno strazio che nemmeno m'immagino.

Non rimarresti da sola molto a lungo, loro ti vogliono morta.

Lo hanno dimostrato ancora, costringendomi a dire quella maledetta frase, con una pistola puntata alla testa.

Ho guardato quell'arma di ferro così vicina e così piccola, che però se usata mi avrebbe eliminato senza troppe difficoltà. E piena di paura mi sono inclinata al suo dominio.

Mi avrebbe fatto male? Oppure sarebbe stato veloce e indolore?

Credo che siano passati due giorni ormai, i segni che ho lasciato sul muro restano lì a guardarmi e a deridermi, mentre non smetto di scervellarmi su chi potrebbe essere stato.

Le mie accuse infine, sono ricadute su Carrie.

Lei mi odia e dopo che l'ho minacciata potrebbe aver pianificato questo assurdo piano, per poter rubargli i soldi finali.

Eppure mi sembra così stupida, per poter organizzare tutto questo.

Oppure potrebbe essere un rivale della società Dallas Corp. O Jonathan. Anche se lo ritengo ancora più stupido dell'altra.

Si spingerebbe davvero così in fondo?

Oltre a pensare, ho iniziato a pianificare qualcosa, che potrebbe probabilmente uccidermi, però ci devo provare. Non posso aspettare che il mio cavaliere venga a salvarmi.

Dal muro dismesso sotto alla finestra sono riuscita a prendere una pietra abbastanza sottile da nascondere nella tasca dei pantaloni però abbastanza pesante da poter effettuare il suo compito.

Anche se questo ha mi ha procurato tagli su tutti i polpastrelli, che bruciano ad ogni movimento, ancora ricoperti dalla polvere dei mattoni.

Anche se non mi serviva per adempiere a quello, ho anche provato a togliere le assi di legno, facendo leva, ma sono fissate troppo bene, e non si sono mosse di un millimetro.

È stato impossibile prendere anche a coltellate lo spesso legno, perché invece di lui, si stava distruggendo la pietra.

E poi mi sono spaccata i denti e le gengive che ancora adesso sanguinano, perché ho scucito il reggiseno per far uscire i ferretti da entrambi i lati. Per poi nasconderli sotto al cuscino. Mi serviranno più avanti, se il primo piano avrà successo. E se ne uscirò viva.

Mi alzo e mi avvicino alla porta toccando la serratura, e per l'ennesima volta la mia mente vola a quella maledetta chiave, che ho visto attaccata alla porta vicino quel portone da cui entrava la luce del sole.

Devo trovare il modo di prendere quella chiave, e sperare che apra la porta. Quella maledetta chiave arrugginita e vecchia come queste porte.

Sentendo dei rumori provenienti da fuori, ritorno sul letto, e lego i capelli in uno chinone alto e pomposo,con i miei capelli pieni di nodi e crespi, in modo che possa adempire al suo scopo. Deve funzionare per forza.

La porta si apre, ed entra la solita persona, con il solito sandwich al tonno e dell'acqua.

«Non mi sento bene...posso andare in bagno?» chiedo con una mano sullo stomaco e una sulla bocca, mentre lascia il vassoio come sempre sulla brandina.

Mi guarda per qualche secondo, indeciso su cosa fare, ma poi scuote la testa.

«Lì c'è il tuo bagno», indica il catino che ho dovuto usare per forza questa notte, anche se avevo resistito più a lungo possibile. Fino a sentire i crampi di dolore così forti da farmi piegare in due. I crampi sono durati ore dopo averlo fatto, come avvertimento a non farlo mai più.

E insieme a quel liquido avevo anche perso tutta la dignità che mi rimaneva

«Ti prego, quello che devo fare, non posso farlo lì, ci metto pochi minuti, te lo prometto» lui sospira guardandosi intorno, senza sapere che cosa fare. Mi sembra quasi di vedere i suoi ingranaggi girare, nella sua testa sotto allo strato di tessuto. Deve funzionare.
Deve funzionare Jennifer.

«Va bene, ma fai in fretta, non voglio avere problemi per colpa tua» spiega frettolosamente.

Dentro di me sorrido e salto felice, ma fuori il mio viso rimane contratto e serio, mentre annuisco e faccio finta di avere problemi di stomaco. Anche se non è così difficile, le fitte di dolore sono ancora così forti da non farmi respirare a pieno, un dolore incessante, che sembra diventanto il mio amico di cella, senza lasciarmi pensare ad altro.

Lui mi accompagna fino al bagno, facendo la stessa strada dell'altra volta. Bene.

Ancora tutto è nel buio più totale, tranne per la luce della pila dell'uomo e per quello spiraglio di sole che entra dalla porta.

Mi passa ancora la chiave, mentre preoccupato si guarda intorno.

Vuol dire che c'è qualcun altro nella casa? Quando mi sono stesa a terra appoggiando l'orecchio sul freddo e sporco pavimento, non ho sentito voci. Solo passi pesanti e rumori come di ante o porte che sbattevano.

Cerco di controllare il respiro, e di zittire tutte le voci che mi dicono di non farlo. Che potrei fare una mossa sbagliata, che potrei peggiorare la mia situazione, che potrebbe finire con la mia morte o con la mia distruzione. Devo rimanere con la mente lucida ed essere agile e veloce come un serpente. Senza perdere l'autocontrollo.

Busso alla porta e aspetto che lui risponda, non prima di aver tirato l'acqua, per sviare ogni sospetto. Cerco di calmare il mio cuore, impazzito nel petto per colpa dell'ansia, ma senza successo.

Trattengo il respiro, mentre giro la chiave nella serratura con un po' di fatico. Calando sul mio viso, l'espressione di dolore di poco fa.

Apro la porta verso di me e lo osservo, evitando però il suo sguardo indagatore, perché sono sicura che vedrebbe la mia paura. Che leggerebbe il mio piano scritto a caratteri cubitali tra i miei occhi.

Gli cedo la chiave sul suo palmo della mano, che apre davanti alla mia faccia e poi come l'altra volta mi indica di andare davanti a lui.

Con passo lento, mi dirigo verso la mia stanza e arrivata vicino alla porta della chiave, mi avvicino lentamente alla superficie di legno,  e poi tiro un gemito di dolore, piegandomi in due e stringendo i denti.

«Forza, muoviti» mi incita lui, afferrandomi per il gomito e spingendomi verso il resto del corridoio.

«Aspetta per favore...» mormoro straziata e mi fermo.

«Non sto per niente bene», sussurro cercando di far trasparire il dolore dalla mia voce e dal mio viso contratto.

Lui mi supera, guardandosi intorno mentre io tiro fuori la pietra dalla tasca, tenendola nella mano, nascosta dalla sua vista.

«Muoviti, se mi trovano...» non lo faccio finire, che lancio la pietra alle nostre spalle, più lontano che posso.

La pietra rimbalza andando a finire dietro l'angolo che abbiamo percorso, inghiottita dal buio che ci circonda. Anche se dovesse trovare la pietra, con la sporcizia che c'è in giro e i muri che vengono giù da soli, non si dovrebbe insospettire.

Lui si volta all'improvviso, illuminando il corridoio e facendo dei passi verso quella direzione.

Senza esitare allungo la mano verso la toppa della porta, afferrando la chiave arrugginita, che fredda segue la mia mano con contrarietà. Come se fosse da così tanto tempo dentro a quella serratura da non volerla abbandonare proprio ora.

Alla fine cede al mio palmo, ma senza prima avvisare del suo distaccamento con un suono metallico.

La infilo nei capelli, nella crocchia disordinata e gonfia che ho preparato per questo, mentre lui si volta verso di me, puntandomi la luce contro.

«Cosa stai facendo?» domanda venendomi contro come un tornado, impetuoso e veloce.

«Che cazzo fai?» mormora aggressivo tirando fuori la pistola dalla tasca posteriore e puntandomela contro, mentre cerco di mantenere la calma e anche la mia maschera.

«Niente...niente», emetto, con i singhiozzi minacciano di uscire

«Mettiti con la faccia contro al muro!» urla gesticolando l'arma sulla mi faccia, mentre lo guardo spaventata, solo che ora non è finzione.

«Come?» chiedo, con voce acuta e impaurita, mentre persino le ossa sembrano tremare sotto a quello sguardo e a quella minaccia.

Lui senza aspettarmi, mi sbatte contro al muro, iniziando a tastarmi le tasche dei pantaloni, le maniche e il seno.

«Non ti ho mentito... ti prego lasciami» sussurro con voce flebile e spaventata, sperando che nel mentre, la chiave non cada dai miei capelli.

Lui si ferma e sospira profondamente, per poi spingermi verso la mia stanza.

Mi spinge dentro facendomi perdere l'equilibrio, che riacquisisco mettendo i palmi delle mani sulla brandina. E il gesto affrettato non sembra piacere ai miei muscoli e alle mie costole contuse, che dentro di me urlano, sbrigonando del dolore pure e potente. Da farmi cadere a terra, con le ginocchia che stridono contro al pavimento, e con l'urlo bloccato nella gola, che la pizzica, pronto ad uscire.

Esce battendo la porta così forte che i cardini stridono, infine chiudendola con forza.

Mi poso una mano sul cuore, cercando di calmarlo, mentre scalpita così forte, che ho paura mi esca dal petto, pronto a lenire questa sofferenza.

Tutta la paura che si era racchiusa nel mio petto, sembra scoppiare come un palloncino, facendomi scendere le lacrime lungo le guance e singhiozzare come una bambina.

Mentre con l'altra mano, tremando, afferro la chiave e la libero dai miei pieni di nodi, tirandomi alcune ciocche dei capelli.

Sento i suoi passi allontanarsi, portandosi via con sé, dieci anni della mia vita.

Appoggio con l'orecchio alla porta, e aspetto pronta a sentire ogni minimo rumore.
Non so quanti minuti passo, attaccata alla superficie ruvida e maleodorante della porta.
Forse il tempo necessario a fare calmare il mio cuore imperterrito, o forse in attesa di una trappola dalla parte del l'uomo.

Ma quando mi sollevo dalla rigida posizione, la mie dita tremano, mentre lentamente inserisco la chiave nella serratura.
Per un' istante mi sembra di aver lottato per nulla, vedendo la chiave ribellarsi alla forma della serratura.
Ma un sospiro di sollievo esce dai miei polmoni quando entra che uno stridio. Lo sapevo che era la stessa chiave.
E le mie speranze vengono esaudire, quando girando la chiave arrugginita e leggermente storta, fa scattere la serratura, con un semplice click.

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