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CAPITOLO 76

Non ci servi morta 

Jennifer

So che è mattina, lo capisco dalla lieve luce, che entra dalla piccola finestrella a mezzaluna illuminando la piccola stanza, che è ancora peggio di come mi sembrava ieri. O stamattina?

Muri che forse una volta erano bianchi, ora sono grigi e pieni di muffa, ragnatele ovunque e il pavimento pieno di macchie, di cui non voglio sapere nulla.
E poi c'è la porta davanti a me, è una di quelle vecchie porte che facevano un tempo.

Ha due ante con delle maniglie che una volta dovevano essere ottone, mentre ora sono completamente arrugginite. Come il suo smalto color panna, che è quasi totalmente scrostato, mostrando un legno scuro al di sotto.

Vorrei alzarmi e sbattere pugni e calci contro quella porta, ma so già che sarà inutile. Seppure la sua usura e l'aspetto eroso, sembra ancora stabile e massiccia, impossibile da buttare giù, soprattutto con il mio stato attuale.

Sono stanca, ma mi rifiuto di dormire. Non ho intenzione di abbassare la guardia. Anche se i miei occhi e il mio cervello si sono spenti diverse volte prima che la luce dell'alba entrasse indisturbata nella stanza. E poi il mio corpo scattava, svegliandomi di soprassalto, per ricordarmi che non sono al sicuro, non sono nel mio letto, non sono da sola.

Mi metto seduta sulla scomoda brandina soffocando un gemito e alito sulle mie mani, cercando un lieve calore, che trovo solo per qualche secondo, per poi tornare a tremare. Anche se siamo in piena primavera e dovrebbe sentirsi l'inizio del calore che scoppierà in estate, dentro questa stanza si congela.

Forse siamo ad un'altitudine più alta? O in una zona più fredda come qualche foresta o bosco? O forse sono io che sto morendo da dentro?

Mi sono persino resa conto, che un pezzo della mia maglietta rossa si è stracciata, scoprendomi leggermente la pancia.

Vedendo un'ombra scura sul mio addome, sollevo la maglia trovando un livido che parte dallo sterno, prosegue sullo stomaco , infine raggiungendo il mio ombelico, oscurando la mia pelle chiara, come un'ombra.

È di un viola intenso con contorni gialli e verdastri. Con esitazione passo le dita sopra la pelle dolente, tenendo il labbro inferiore tra i miei denti, e tasto la zona. Cos'è che dicevano nelle diverse serie tv  sui medici e la chirurgia che ho visto? Grey's Anatomy cosa diceva a riguardo?
Forse se ti fossi concentrata più di cosa parlavano, invece di guardare le loro tresche amorose, saresti più preparata.

Chiudo gli occhi sforzandomi di ricordare e di cercare qualcosa che mi possa aiutare in quel cassetto della mia mente. 
Mi sembra che se si tratta di emorragia interna, l'addome dovrebbe essere duro alla palpazione, ma anche gonfio e il colore forse più scuro.

E poi vomito e svenimenti che per il momento non sono accaduti.

Premendo sento dolore, ma non così acuto come avevo immaginato.

Però appena mi avvicino al costato sotto al reggiseno della parte sinistra, un urlo esce dalla mia gola prima che possa controllarlo, e l'aria mi brucia nei polmoni.

Una lacrima di dolore scende lungo la mia guancia, mentre in una posa scomoda e dolorante osservo una macchia nera di una forma ovale, proprio nella zona delle costole. Cazzo.

Trattenendo dei gemiti di dolore e il fiato, sposto le braccia dietro la schiena e allento il reggiseno, per tenerlo il più largo possibile, in modo da non premere sulla ferita e cercando un po' di sollievo.

Vorrei piangere, ma non ho più le lacrime, le ultime che possedevo, sono ormai asciutte sul mio viso e mi hanno seccato la pelle.

Vorrei cercare di uscire, cercare di lottare, ma il pensiero di sentire altro dolore mi terrorizza.
Osservo le mie mani tremare sopra le ginocchia, sporche del mio sangue e di fango, con i tagli che non smettono di bruciare, nemmeno per un'istante.

Afferro con una mano tremante, la bottiglietta d'acqua ancora appoggiata sulla brandina.

La osservo attentamente, è ancora chiusa, il sigillo non è stato forzato, e anche passando il dito su tutta la superficie, non mi sembra di trovare nessun foro. L'ultima cosa che vorrei in questo momento è di farmi drogare di nuovo.

Anche se una piccola parte di me questa notte era tentata di riprendere il sacco che avevo buttato a terra, per annusarlo, nella speranza di riuscire a chiudere occhio, per non sentire più nulla.

La apro e bevo qualche sorso, lasciandola in bocca per sentire un'eventuale sapore strano, prima di mandarla giù.

Ne bevo metà, per poi lasciarla cadere un po' sulle mani sporche cercando di pulire le ferite e togliere la sporcizia.

Appoggio la nuca contro il muro, e mi permetto di socchiudere gli occhi brucianti per qualche attimo. Sebbene il mio corpo mi stia pregando di riposare, la paura che quegli uomini entrino mentre non sono in grado di difendermi, mi costringe a restare vigile.
Però il mio corpo mi sta pregando in silenzio di chiudere gli occhi, di interrompere anche per un breve momento tutto quel dolore. Esitante lo ascolto, mi lascio trasportare da questa oscurità, che mi accoglie come un braccio caldo, che viene spezzato qualche attimo dopo.

Passi che entrano nelle mie orecchie, gli stessi pesanti che mi hanno accompagnato ieri. Anche adesso sbattono forte sul pavimento, come ad avvertirmi che sta arrivando. Di farmi trovare pronta.

Il mio cuore batte all'impazzata, mentre sento la chiave girare nella serratura e poi un rumore metallico che non riconosco.

Il mio corpo di colpo si raggela e mi irrigidisco a notare un'anta della porta massiccia, aprirsi davanti a me.

Mi raddrizzo e incrocio le braccia intorno al petto, mentre osservo l'uomo, che con un passamontagna entra nel mio campo visivo.

È vestito con una tuta unita color grigio, simile a quella dei meccanici.
E porta con sé un vassoio con qualcosa sopra, che non riesco a notare da questa angolazione.

Non distolgo lo sguardo sul suo, anche se tutto il mio corpo mi intima di allontanarmi, di evitare il suo sguardo gelido e per niente pacifico.

Lo distolgo solo un attimo per notare le sue braccia, entrambe ricoperte di tatuaggi dall'inchiostro nero, che mi saltano all'occhio.

Lui percorre esattamente due passi per raggiungermi, mentre cerco di mascherare la mia paura e le mie mani tremanti senza riuscirci.

«Non dormi?» domanda con voce seria e distaccata.
Come se una persona potesse dormire tranquilla dopo essere stata rapita e picchiata.

Senza ricevere una mia risposta, mi appoggia il vassoio di fianco. Nel farlo, si avvicina a me così tanto da sfiorarmi con il braccio, facendo crollare la mia sicurezza come una torre di Jenga.

Sobbalzo violentemente e chiudo gli occhi mentre i miei polmoni decidono di fermarsi. Meglio morire che tutto questo?

«Mangia il cibo e dormi, non ci servi morta» mormora, e finché non sento la porta chiudersi tengo gli occhi chiusi e i pugni doloranti stretti così forte, da sentire le unghie entrarmi nella carne già lesa.

Il panico mi circonda come una seconda pelle troppo stretta e soffocante, mentre cerco di pensare a qualcosa di bello, qualcosa che può rendermi felice. Ma la sensazione mi accompagna per minuti, oppure ore?

Con circospezione osservo il piccolo vassoio di plastica accanto a me, trovando un sandwich, una barretta al cioccolato e altra acqua.

Ma il mio stomaco si rivolta alla sola vista e con una spinta del braccio butto il vassoio a terra, che con un tonfo sordo scivola dall'altra parte della stanza, facendo volare tutto il contenuto in giro per il pavimento.

Ormai la paura e la rabbia hanno preso il posto della mia fame.

Non ci servi morta...

Già brutti stronzi so benissimo a cosa vi servo! Non voglio stare qui!

Questa situazione non la farei vivere nemmeno al mio peggior nemico.

Restare ferma e impotente, senza sapere cosa ne sarà di te, è come essere intrappolata in un limbo dove il tempo si dilata e la mente si avvolge in un'angoscia crescente.

È terribile perché ti senti privata della tua libertà, ridotta a spettatrice della tua vita.

È insopportabile perché l'incertezza scava dentro, togliendo forza e alimentando un senso di inutilità.

Ogni secondo diventa una tortura silenziosa, in cui l'anima si consuma nell'attesa di un verdetto sconosciuto.

Le lacrime ritornano ma questa volta mi sdraio sul letto, appoggiando il viso su un cuscino stranamente profumato, come se cercassero di farmi sentire a casa!

Fare pipì in un catino non è sentirsi a casa! Stare rinchiusa in una stanza contro la mia volontà non mi fa sentire al sicuro!

Eppure questi stronzi cercano di addolcire il mio rapimento con cuscini profumati e sandwich?

Le mie lacrime questa volta sono colme di rabbia, mentre le soffoco nel cuscino.

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