CAPITOLO 75
Panico
Matthew
«Lei e la signora Dallas avete avuto una discussione?» chiede l'agente di polizia davanti a me, con una barba fin troppo lunga e con uno sguardo accusatore, come se fossi stato io a rapirla.
«Sì abbiamo discusso, e quando sono andata a cercarla per chiarire la situazione, non l'ho trovata, ho chiamato il mio operatore della sicurezza e il resto lo conosce già...perché glielo ho già ripetuto più volte» rispondo a denti stretti, mentre lui sospira rumorosamente, e chiude il suo block-notes nel quale avrà scritto sì o no due parole. Ho bisogno di Gale, lui potrà trovarla, ne sono sicuro.
Con passi lenti e annoiati si avvia di nuovo verso William e Joyce, la quale quest'ultima, è ancora avvolta nel terrore.
Lo vedo dal modo in cui stringe la coperta che ha intorno alle spalle, con lo sguardo perso nel vuoto. In più sono ormai le tre del mattino, e oltre ad avere la casa piena di agenti non abbiamo risolto assolutamente nulla. Sarà distrutta.
Io invece sto cercando di mantenere la calma, perché se permettessi alla mia rabbia di uscire, so che urlerei a questi imbecilli di andarla a cercare, invece di stare qui ad interrogarci. Mi appoggio alla parete, stringo i pugni e soffoco le mie urla.
È tutta colpa mia! Se solo l'avessi ascoltata e perdonata ora sarebbe con me ad Atlanta.
E più ci penso, più la cosa non mi sembra una coincidenza, chi l'ha presa sapeva che sarebbe rimasta a casa, e che io non ci sarei stato. Il problema è che quasi tutti nell'azienda, sapevano che sarei andato ad Atlanta a chiudere quell'accordo così complicato, che ci aveva fatto perdere mesi per le trattative.
Ma chi sapeva che lei sarebbe rimasta da sola a casa?
La voce di un poliziotto, mi risveglia dai miei pensieri e mi fa scattare, ho troppa adrenalina in circolazione.
«Signor Dallas, abbiamo i video di sorveglianza», mi avvisa, e senza esitare mi avvicino al portatile, appoggiato sul tavolo del soggiorno.
William attacca il disco rigido, con i video di sicurezza e apre l'ultimo caricamento.
Il video parte, sebbene poco luminoso per colpa del cielo notturno e per la maestosità degli alberi, che oscurano la luce della luna. Passa qualche attimo e finalmente Jennifer entra nello schermo. Anche se non c'è alcuna luce, riesco a capire che sta piangendo, il modo in cui le sue spalle sussultano, le mani poste sul viso... tutto per colpa mia.
Si avvicina al bosco, ma cade nel fango e si affloscia su se stessa, guardando il cielo sopra di lei, passa qualche attimo, ma la sua attenzione viene attirata da qualcosa davanti a sé.
Dove in pochi attimi, tre figure escono dagli alberi.
Il buio ci impedisce di vedere i loro particolari, già oscurati da dei passamontagna.
Lei cerca di alzarsi, di correre via, ma uno di loro gli salta addosso facendola cadere a faccia in giù.
Cerco di chiudere gli occhi per non vedere quelle orribili immagini, ma non ci riesco, e continuo a guardare lei, che invano cerca di urlare e liberarsi. Si rialza ancora, ma poi viene riatterrata.
In pochi secondi la fanno zittire, legandola e picchiandola.
Gli mettono persino un sacco sulla faccia e infine l'uomo che la teneva ferma la prende in spalla, e ritorna nella fitta foresta, sparendo dal raggio della telecamera.
Guardo ancora per qualche istante lo schermo, sperando di vedere qualcos'altro o di vedere lei scappare via, ma lo schermo si spegne, distruggendo le mie speranze.
La rabbia scoppia nel mio petto e mi attraversa il corpo, lasciandomi l'impulso di picchiare il responsabile.
Che però sfogo su un vaso affianco a me, a cui tiro un pugno.
Lo guardo cadere per terra, come se fosse a rallentatore, mentre si riduce in frantumi, che si spargono per tutto il pavimento della stanza.
È così che mi sento in questo momento, come questi cocci per terra. Impossibile da rimettere insieme.
Osservo i poliziotti, che mi osservano a loro volta, con aria di giudizio e pieni di domande, che ignorerò.
«Dovete trovarla, non mi importa come, trovate subito mia moglie!».
Sospirano senza smettere di osservarmi, come se da un momento all'altro potessi saltargli addosso, per ridurli come quel vaso.
Ma poi annuiscono con un leggero cenno del capo.
Mi accerto che ritornino al lavoro, per poi uscire dalla stanza.
Corro fuori di casa cercando di respirare, sebbene il petto sembra essere compresso da un macigno. Con la notte che mi circonda come se volesse nascondermi da occhi indiscreti, avvolgendomi nel suo abbraccio freddo.
Il senso di colpa che non tarda a ricordarmi, quanto ho contribuito nel suo rapimento. Quanto io abbia la stessa responsabilità di quei bastardi.
Come se una mano invisibile mi stringesse la gola, impedendomi persino di deglutire.
Mi appoggio contro al pilastro di pietra e scivolo con il con il sedere sulla superficie fredda.
Il mondo intorno a me sembra crollare, un pezzo dopo l'altro, mattone dopo mattone. Mentre i fotogrammi di quel video tornano ad invadermi il cervello. Le sue urla, il suo dolore, la sua forza di combattere...e io dov'ero? Dove cazzo ero?!
Il respiro fa fatica ad entrare nella gola, che all'improvviso sembra essersi ingrossata impedendo all'aria sia di entrare che di uscire. Mi avvicino le ginocchia al petto e sprofondo il viso tra le mani, mentre un urlo muore prima di uscire dalla bocca.
Poi la mia realtà inizia a restringersi e a cambiare: i suoni ovattati, le luci troppo forti, ogni dettaglio distorto.
Le mie mani, non sembrano mie, i miei arti non sembrano miei, come se non rispondessero, e il terreno sembra tremare così forte da farmi tremare ogni muscolo.
Io gli ho chiesto di sposarmi, e sono stato soltanto un'egoista, sapevo benissimo che questa vita l'avrebbe potuta mettere in pericolo, ma ho ignorato quel pensiero, e ho considerato solo il fatto che l'avrei avuta nella mia vita.
Per non parlare di come l'ho trattata, è solo colpa mia se era là fuori a piangere, quelle lacrime le ho fatte uscire io.
«Matthew, Matthew guardami» sussurra una voce vicina a me ma così ovattata da sembrare un'eco lontano.
Ma i miei muscoli sono come paralizzati, e non rispondono al comando.
«Matt, ehi amico, sono qui».
Sento un tocco leggero sulle braccia, e poi delle mani calde, attraversare lo strato della camicia.
Gale? Gale è qui.
Ma io non riesco ad agire, no devo aspettare che il mondo smetti di tremare, che i pensieri smettano di essere aggrovigliati come un gomitolo di lana e che l'aria possa entrare leggera e non pensante e densa come cemento. Devo solo aspettare. Devo solo respirare.
«Io sono qui con te Matt, farò di tutto per aiutarti a trovarla».
Si la ritroverò, e la proteggerò per il resto della mia vita, non la lascerò ma più sola. Lo prometto. Lo prometto.
Sento le sue braccia stringermi forte, il suo calore penetrare nella mia pelle e le sue parole di conforto, che abbassano le mie difese, una ad una. Come una porta di un caveau, io mi ritrovo chiuso dentro la camera vuota, e lentamente ogni pistone della porta scatta, avvicinandomi alla libertà.
Fino a che un soffio d'aria, entra leggero e limpido nei polmoni, rianimandoli e facendomi annaspare per qualche attimo.
E mentre riacquisto la capacità dei muscoli e della parola.
Ogni pensiero inizia a rimettersi in ordine, come un puzzle che avevo distrutto, dando un senso all'accozzaglia di domande.
E un tassello importante si illumina come un catarifrangente.
In qualche modo sono usciti da un cancello, che nemmeno sapevo esistesse, con il codice di sicurezza. E solo poche persone ne sono a conoscenza, e ora andrò proprio da una di loro.
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