CAPITOLO 3
Jennifer
Occhi verdi
Uscita dal lavoro entro in auto, nella mia vecchia e disastrata Mustang. In cui ormai c'è più ruggine che smalto, ma almeno funziona ancora. Della musica riempie l'abitacolo e sebbene il mio pessimo umore, tengo il ritmo con le dita, sbattendole sul volante.
Canticchio Too Good At Goodbeys di Sam Smith, e la sua malinconia mi contagia, mentre osservo i nuvoloni che oscurano il cielo. Ci manca solo la pioggia, a peggiorare questa giornata a dir poco disastrosa.
Piccole gocce iniziano a bagnare il vetro del parabrezza, per poi scorrere lungo la superficie, creando delle scie senza fine. A volte vorrei essere un'insignificante goccia che cade nel terreno, senza avere pensieri o problemi. Ma invece sono una ventiquattrenne con un padre malato, una relazione sentimentale ormai lasciata allo sbaraglio e con un lavoro che odio.
Alzo il volume della radio, sperando che la melodia possa sovrastare il rumore del mio cervello, che non smette di pensare.
A pochi metri dal semaforo verde scatta il giallo e mi fermo, poco prima della striscia d'arresto, meglio non rischiare. Ma non faccio in tempo, a guardare lo specchietto retrovisore, che una forte spinta mi porta in avanti. La cintura che mi blocca il petto, frenandomi dallo schiantarmi contro al volante, mi fa all'improvviso mancare il respiro. Apro la bocca cercando di prendere aria, ma i miei polmoni sembrano atrofizzati dalla botta. Le gambe mi sembrano gelatina, tremando talmente forte da farmi staccare i piedi dai pedali e la macchina si spegne dopo un rumore al dir poco piacevole.
La testa mi pulsa dalla confusione, mentre il cuore batte frenetico nel petto dalla paura, per non parlare del mio fiato ancora irregolare.
Con mani tremanti inizio a toccarmi il corpo, cercando di fare una diagnosi parziale del mio stato. Sento tutti gli arti. Non ho dolori lancinanti. Penso di non avere nessun trauma. Ma sono incazzata nera.
Assicurata ancora di essere tutta intera, esco dall'auto un po' traballante e mi avvicino a una Porsche nera dal paraurti ammaccato, preparandomi ad una furiosa lite con il conducente. La portiera si spalanca e dall'abitacolo esce un uomo, alto e dai capelli scuri che mi viene incontro.
«Sai come si usa il freno?! Oppure sono invisibile?!» domando con collera.
Gli occhi dell'uomo si spostano su di me e appena incontro il suo sguardo, il cuore ricomincia a battere frenetico nel petto.
L'uomo che mi ritrovo davanti è il perfetto stereotipo del ricco snob, probabilmente anche figlio di papà. Vestito in modo elegante, con i capelli neri sistemati in modo accurato e un viso...che sembra esser stato scolpito da uno scultore, da quanto perfetto.
Con incastonati due occhi verdi e scintillanti come smeraldi. Quegli occhi...io quegli occhi li ho già visti. Quegli occhi ancora li sogno, qualche volta. Io li conosco.
Come se avessi fatto un altro incidente, l'aria inizia a mancarmi nei polmoni, la testa mi gira e le gambe mi cedono. Ma non riesco a capire, se sia per un trauma cranico, o per la vista della mia cotta adolescenziale, nonché della mia prima volta.
Anche lui sembra soffermarsi su di me, guardandomi con uno sguardo sorpreso «tu sei Jennifer...Jennifer Miller!» esclama sorridendomi, con il suo solito ghigno. «Come stai?» chiede, avanzando verso di me, mentre incapace di rispondere, lo fisso turbata.
Avrei preferito che non mi avesse riconosciuta, sarebbe stato tutto più facile. Non lo vedo da otto anni e non mi sarebbe dispiaciuto, continuare a farlo.
Deglutisco e faccio un passo indietro, portando le mani avanti, come se volessi tenerlo lontano da me.
Cos'è non hai il coraggio di affrontarlo? Domanda una vocina beffarda nella mia mente. No, dannazione!
Quest'uomo è pericoloso, e meno ci ho a che fare, meglio è.
«Ascolta lasciamoci così, tanto sto bene», mormoro sperando di ritornare nella mia auto, per scappare più lontano possibile.
Se fosse stato chiunque altro, avrei fatto una strage, ma con lui...non vedo l'ora di allontanarmi e finirla qua.
Si appoggia alla sua automobile di lusso e mi guarda dall'alto in basso, cercando di inquadrarmi «aspetta, non ci vediamo da quando sei andata in Ohio, a vivere da tua nonna» commenta, per poi passarsi una mano tra i capelli setosi.
Ragiono sulle sue parole, ricordandomi che ero scappata, da lui, dalla scuola, dalla mia famiglia, perché all'improvviso tutto, mi era sembrato troppo complicato. Perciò ero fuggita, con la coda fra le gambe.
E da allora non l'avevo più rivisto, finora almeno. I suoi occhi cercano i miei, ma io svio lo sguardo indietreggiando ancora di qualche passo verso la mia auto.
«Ora devo proprio andare», confesso e faccio per voltarmi, ma la sua mano mi afferra il braccio, fermandomi in una dolce stretta.
La sua mano è calda, ma il suo contatto mi provoca uno strano gelo che mi percorre le ossa, nel modo in cui il ghiaccio ricopre ogni cosa al suo passaggio. Un sudore freddo mi cola per la schiena mentre immobilizzata non so come reagire.
«Che idiota che sono, non ti ho chiesto nemmeno se stai bene. Perdonami, e che ho appena ricevuto una notizia sgradevole e non ero in me, scusami davvero», alzo lo sguardo e per un attimo, mi sento come un cerbiatto, che spaventato guarda i fari di un'auto senza spostarsi.
«Sto bene...almeno credo», borbotto infastidita, togliendo finalmente il braccio dalle sue mani calde. Mentre delle auto ci passano accanto, suonandoci e provocando un rumore fastidioso. Effettivamente siamo in mezzo alla strada, motivo in più per andarmene, ora!
«Vuoi che ti porto al pronto soccorso o da qualche parte? Potresti avere una commozione», chiede con tono preoccupato. I suoi occhi mi cercano, ma non posso evitare di guardarlo male.
Apprezzo la sua apprensione, è il minimo dopo quello che è successo, ma questo mi fa ancora irritare di più.
Sento la rabbia che mi formicola sotto alla pelle, come scintille che si accendono, pronte a divampare in un incendio.
«A parte il fatto che dopo che mi sei venuto addosso, non salirei mai in auto con te», sentenzio infastidita «e a meno che tu non sia un medico, non fare supposizioni sulla mia salute!» esclamo irritata passandomi una mano fra i capelli. Devo darmi una calmata, non posso perdere il senno così facilmente. Soprattutto non con lui, non devo fargli capire che per me lui è così importante.
«Ma comunque tranquillo sto bene», pronuncio secca, e per l'ennesima volta cerco di allontanarmi, ma lui si avvicina di nuovo.
«Okay non ti aiuterò, ma domani per favore passa alla Dallas Corporation, così posso darti un assegno per la tua auto».
Ignoro i brividi che mi percorrono il corpo, mentre il flashback di quella mattina, di otto anni fa, mi piomba nei pensieri. Come il rumore di una forchetta, che striscia i denti sul piatto in ceramica.
Sussulto colta da altri brividi.
Involontariamente indietreggio ancora di un passo «l'ultima cosa che mi serve, sono i tuoi soldi», dichiaro, per poi spostare lo sguardo sulla mia auto, con il baule rientrato. Anche se questa non ci voleva!
Lui sospira e abbassa le mani lungo i suoi fianchi «per favore Jenny, non farti pregare, così almeno saprò che stai bene», ribadisce. Davvero si è azzardato a chiamarmi Jenny?
Ignoro l'irritazione e mi allontano entrando in auto «grazie, ci penserò» sussurro, per poi chiudere la portiera per andarmene subito, lontano da lui.
Tornata a casa, tutto mi sembra ancora così irrealistico. Quando ero tornata dall'Ohio, ormai ventenne avevo solo saputo di un suo trasferimento in Europa, con la sua famiglia. Avevo saputo che lui e Chad non si vedevano da un anno ormai, perché quest'ultimo stava frequentando la Boston University. Perciò mi ero tranquillizzata all'idea, che non avrei mai più visto quegli occhi verdi.
Mai avrei pensato di rincontrarlo. Eppure non riesco a non pensare che è stato il destino a farci scontrare, in fondo quante probabilità c'erano? Oppure è stata la sfortuna, che oggi sembra perseguitarmi.
Una volta tornata a casa, colta dalla curiosità mi stendo sul divano e digito "Dallas Corporation" su Google. Nel giro di un secondo esce la posizione dell'azienda, proprio nel cuore di New York City, e una foto ritraente un palazzo, molto imponente e letteralmente fatto di vetro.
Inizio a cercare le loro attività, tra le quali anche molte benefiche. Principalmente è un'azienda azionista, quindi da soldi a startup o compra brevetti, che però hanno soluzioni innovative per l'aiuto del pianeta. Dalle popolazioni del terzo mondo, con progetti per impianti di acqua, alle soluzioni per cercare di diminuire le immissioni CO², ai brevetti per motori completamente elettrici per tutte le imbarcazioni navali, per limitare l'inquinamento marino.
Più leggo e più rimango colpita dalle inserzioni del loro sito, se è davvero così, mi sono sempre sbagliata. Quello che fanno è invidiabile, e certo ci ricavano anche molti soldi, ma in modo pulito e cercando di aiutare questo mondo, già abbastanza maltrattato. Quando un articolo mi salta all'occhio "Richard Dallas, fondatore della Dallas Corporation, è deceduto il 24 Novembre, lasciando l'azienda al nipote Matthew".
Sussulto e mi poso una mano sulla bocca. Ho incontrato poche volte suo zio. Ricordo che amava il suo nipotino, ed era buono con noi, ogni volta che io e Chad andavamo da lui.
Ci faceva sempre i biscotti con le mandorle, con le sue mani. Ogni volta c'era sempre quel profumo così dolce e leggero, che quasi mi sembra di ricordarlo. E poi ci ringraziava, anche se da piccola non capivo. Quest'uomo ci lasciava giocare nella sua grandissima casa, ci preparava i biscotti ed era lui a ringraziarci? Ma ora so il perché.
Matt era sempre da solo da piccolo, non so se perché era ricco o un po' solitario, ma faceva fatica a trovare qualcuno con cui passare il tempo. Credo che tutti si approfittassero di lui, dei suoi soldi e lui l'aveva capito. Ma poi aveva incontrato Chad, e da quel momento erano stati inseparabili. Fatto sta che Matthew ne era molto legato, credo che abbia vissuto più con suo zio, che con i suoi genitori.
Il mio dito cade sul suo nome e vari articoli di gossip escono uno dietro l'altro. Colta da una strana sensazione chiudo gli occhi, non sono affari miei, non dovrei leggere nulla su di lui...eppure sono di dominio pubblico, perciò, non devo sentirmi in colpa. Giusto? Ne leggerò solo uno! Mi riprometto, ma più le parole scorrono più voglio informazioni. Giustificandomi con una scusa patetica, ossia vedere com'è diventata la persona (che mi ha rovinato l'adolescenza) che ho conosciuto nella mia infanzia.
E più i nomi di donne si accumulano, più capisco quanto non è cambiato. Cancello la cronologia e spengo il computer per poi iniziare a cucinare, aspettando Aiden, che non tarda ad arrivare.
«Cos'è successo alla tua auto?» mi chiede confuso, per poi avvicinarsi per baciarmi. Deglutisco e sposto lo sguardo sulla pasta, che sto versando nei piatti. Ma le mani mi tremano. Perché sono così agitata? Non ho fatto nulla. Eppure perché ho questo strano senso di colpa?
«Un'uomo mi è venuto addosso con la sua auto, mentre ero ferma al semaforo», spiego mollando il mestolo nella pentola ormai vuota. Sorprendendomi mi circonda i fianchi, girandomi verso di lui, e mi prende il viso fra le mani, guardandomi con preoccupazione. «Oddio e stai bene?» chiede con tono preoccupato. Guardandomi tutto il corpo.
Annuisco per poi abbracciarlo «sì, è stato solo un piccolo tamponamento», gli spiego, per poi ritornare sui piatti.
«Hai fatto una constatazione amichevole? O chiamato l'assicurazione?» domanda curioso, sedendosi al suo solito posto. Deglutisco e faccio finta di guardare qualcosa sulla mensola, cercando di mascherare il rossore sulle mie guance, passandomi le mani fredde sulla pelle bollente.
«Qualcosa del genere, l'uomo in questione, era il migliore amico di mio fratello durante l'infanzia, mi ha detto di passare da lui domani, per i soldi» gli rispondo, anche se non ho ancora deciso se rivederlo o meno.
Aiden solleva lo sguardo dal piatto e mi osserva «e tu, ci andrai giusto?» mi chiede, mentre cerco di non fargli notare, quanto la cosa mi pesi.
«Forse» annuisce e poi mi guarda negli occhi, cercando di leggermi i pensieri. Possibile che riesce a sentire che sono tesa come una corda di violino?
«Lo conoscevi...lo conoscevi bene?» i ricordi di quella notte, mi tornano vividi nella mente, come un tornado che al suo passaggio distrugge tutto, lasciando alla fine il suo segno.
Scuoto la testa, per scacciare via i ricordi e mi siedo anch'io davanti a lui, infilzando le penne al sugo.
«Non molto a dire il vero», mento, per poi iniziare a mangiare. Impedendo alla mia bocca di dire sciocchezze, di cui mi potrei pentire. Lui annuisce soddisfatto della mia risposta e cambia argomento, senza prima però osservarmi l'anima per l'ultima volta.
Prima di andare a letto, chiamo mia madre come ogni sera. Perché sento che qualcosa non va, e non solo per il mio sfortunato incontro con Matthew Dallas.
«Ciao mamma, papà come sta?» gli chiedo, ma all'improvviso la sento piangere. Il mio cuore si stringe in una morsa preparandosi al peggio e serro la mascella, per trattenere i singhiozzi. Devo essere forte, non devo crollare.
«Mamma dimmi cosa è successo!» chiedo con voce strozzata.
Ma i suoi singhiozzi, continuano a rimbombarmi nelle orecchie, stordendomi. «Mamma parlami!» ripeto, alzando leggermente la voce.
Aiden sentendo il mio tono, esce dalla camera da letto e mi guarda preoccupato. Ma lo ignoro, devo prima sapere cos'è successo.
Mia madre smette di singhiozzare e io mi preparo ad ascoltare la cruda verità «gli hanno negato la chemioterapia, l'assicurazione ha coperto solo due cicli» mi spiega e mi sembra quasi di sentirla tremare. So già che sarà fuori dalla veranda, con addosso il suo pile preferito con i cuori rosa, solo per non far sentire a mio padre i suoi pianti.
Il mio cuore inizia a battere frenetico nel petto, mentre la mia paura più grande si è realizzata, ferendomi come sale su una ferita aperta. «Non è possibile, ci avevano promesso che l'assicurazione avrebbe coperto tutti i cicli» urlo contro mia madre, anche se lei non ha alcuna colpa.
«Hanno dovuto aumentare il dosaggio e insieme sono aumentati anche i soldi» risponde continuando a piangere. Mi passo la mano fra i capelli in modo agitato.
«Domani chiamerò l'assicurazione e troverò un modo, per sviare la situazione», sentenzio, mentre mi preparo già alle discussioni che avrò con l'addetto del centralino. Come facciano a essere tanto insensibili quelle persone, ancora non me lo spiego.
Sentendomi, sospira profondamente dall'altro lato del telefono
«Jenny ci ho già parlato io e l'ha fatto anche Chad, non c'è soluzione», sussurra. In un attimo, tutte le mie speranze di passare altri anni insieme a mio padre, mi cadono addosso, come una doccia fredda. «Troverò una soluzione mamma, te lo prometto» le giuro salutandola frettolosamente, per poter finalmente abbandonarmi in un pianto liberatorio. Colta dal dolore mi accascio per terra, stringendomi le gambe al petto.
Aiden si avvicina e si siede accanto a me, abbracciandomi dolcemente «andrà tutto bene Jen», scuoto la testa, appoggiandomi sulla sua maglietta, bagnandola di lacrime e di trucco.
«Sta per morire, e io non posso fare niente per evitarlo», ammetto e la realtà è spiacevole come l'amaro in bocca.
Lui mi accarezza dolcemente la schiena, calcando le dita nella mia pelle «non puoi avere sempre tutto sotto controllo Jenny», sussurra dolcemente.
Forse ha ragione, ma la verità mi brucia dentro «avrei voluto che mi accompagnasse all'altare, che un giorno avrebbe giocato con i miei figli e che li avrebbe viziati», sbuffo e mi asciugo le guance «mi avevano promesso anni, non giorni». Lui sospira profondamente e mi bacia la fronte.
«Allora forse è il momento di farmeli conoscere, insomma stiamo insieme da più di un anno e non li ho ancora visti», commenta facendomi notare questo grosso particolare. Che da un anno e mezzo trovo sempre il modo di evitare.
Distolgo lo sguardo imbarazzata e gioco con le mani «non gli ho mai presentato nessuno, e ora non mi sembra il momento adatto», mento, di colpo infastidita.
Non so quale sia il mio problema, ma solo al pensiero di presentare Aiden ai miei genitori, mi viene l'ansia. Cosa che non mi è mai successa, con quei pochi prima di lui che gli ho presentato. Stiamo insieme da quasi due anni, eppure a me non sembra. Perché praticamente io non lo conosco, come il fatto che non mi abbia mai parlato della sua famiglia, e nemmeno del suo passato prima di me. Conosco l'Aiden con me, ma non chi era prima.
Mentre lui sa la mia situazione familiare, io non so nemmeno come si chiamano i suoi, se sono vivi o se è stato adottato.
E come al solito per non farlo innervosire, non ho mai indagato oltre.
Io lo amo, eppure...a volte credo di stare con lui, solo per evitare di stare da sola. E questo non è giusto né nei miei né nei suoi confronti. Allora perché sei ancora in questa situazione?
Perché sono un'egoista.
Mi passo una mano fra i capelli, c'è troppa confusione, nella mia testa ora, per poter pensare anche a questo stupido incontro.
Mi solleva il viso e mi obbliga a guardarlo negli occhi. «Pensaci, in fondo c'è sempre una prima volta».
Non ricordarmelo.
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