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CAPITOLO 29

La mia rovina pt.2

Jennifer

Il pranzo è uno strazio. Non perché Aria mi ha riempito di domande assurde e a volte inappropriate. Non perché Matt, Chad e mio padre stanno parlando animatamente e ridendo. Non perché mia madre sembra sorridere, come non sorrideva da molto.

No, perché sono seduta vicino a Matt, e sebbene la sua attenzione sia altrove, la sua mano è sulla mia coscia, da praticamente tutta la cena. Intrepida e senza chiedere il permesso si è posata lì all'inizio, trovando l'entrata dello spacco della gonna lunga e appropriandosi della mia pelle nuda.

E io non riesco nemmeno a ragionare o pensare, perché ad ogni movimento mi fa sussultare e tremare. Per non parlare della mia eccitazione al basso ventre. Come energia concentrata che spinge sul mio clitoride, senza smettere di ricordarmi quanto cazzo sono eccitata e bagnata. Il peggiore preliminare della mia vita. Anche perché dopo non ci sarà lui ad accontentare questa voglia irrefrenabile. Lasciandomi affamata e stordita.

E lui lo sa, lui sa cosa mi sta facendo. So che sente ogni mio tremore, ogni sussulto, ogni respiro profondo. Ma non demorde e continua con questa lenta e inesorabile tortura.

Devo pensare ad altro, tipo al riscaldamento globale, alle guerre, o al terzo mondo. Sì cosa meglio di questi argomenti per abbassare la libido.

La sua mano si muove ancora, ma questa volta sale, e avrebbe sfiorato l'elastico delle mutande, se solo ci fossero state.

All'improvviso la sua mano si arresta, e il suo dito rimane paralizzato e leggermente sollevato.

Non doveva andare così e di certo questa mattina appena mi ero vestita, non avevo pensato a questa eventualità. Il mio intimo è tutto da lavare. Completamente. E quando me ne sono accorta stamattina, cercando invano nel cassetto, ho preso tre decisioni. Prima che mi sarei arrangiata per la giornata, in fondo avrei dovuto solo incontrare i miei per pranzo. Seconda, che d'ora in poi mi farò io il bucato da sola e lontano da Frederick.

Il quale a quanto pare imbosca il mio intimo, e spero solo quello.

E terzo, che in giornata avrei fatto compere per cambiare completamente le mutandine. Non voglio nemmeno sapere che fine hanno fatto le altre.

«Jen mi hai sentita?» mi richiama Aria, ma la verità e che sono paralizzata. Matthew dopo un tempo che mi è sembrato infinito, si volta nella mia direzione, e quello che vedo nel suo sguardo, mi fa completamente tremare. Eccitazione, curiosità e malizia. Un mix perfetto di distruzione.

La sua mano si scioglie dal congelamento e si aggrappa alla mia coscia, proprio nella piega del mio inguine, mentre i suoi occhi mi sfidano. Cazzo.

Il cuore mi batte frenetico mentre ricambio lo sguardo, concedendogli la mossa. Smetti di giocare.

Il sorriso torna a illuminargli il viso e poi come se niente fosse, afferra forchetta e infilza un'oliva, per poi portarsela alle labbra. Ma che cazzo...

Le sue dita si muovono e come una dolce carezza accarezzano il mio pube, facendomi rizzare i capelli. Quella bellissima ma anche strana sensazione che percorre tutta la spina dorsale, per poi scoppiare nell'attaccatura dei capelli, facendoti sussultare.

E di solito succede quando ho paura, quando sono arrabbiata o quando sono così eccitata, che so per certo, che se la sua mano mi toccasse come dovrebbe, scoppierei in un orgasmo. Cosa non proprio appropriata da fare in questo momento.

«Jen allora mi vuoi ascoltare? Cosa avete fatto a capodanno? Anzi dove siete andati in luna di miele?» domanda la solita pettegola di mia sorella. E gli risponderei volentieri, seguendo il programma che io Matthew ci siamo inventati in caso di domande scomode come questa. Ma ora tutto il piano mi sembra così confuso e privo di pezzi importanti.

«Perché la mattina del 1° Gennaio, vi hanno fotografato davanti al Marriot, pensavo che foste negli Hamptons per la luna di miele», commenta confusa ma anche curiosa.

Gli Hamptons, l'unica tappa che mi era venuta in mente, raggiungibile sia in auto che via nave, visto che loro conoscono la mia fobia. Matthew non aveva obbiettato confermandola come meta ideale e proponendomi anche di andarci un giorno. Di sicuro per cortesia.

Era perfetta anche per le temperature, mite e non troppo calda, in modo da non creare dubbi sulla nostra abbronzatura. Un piano perfetto che ho creato, ma che ora non riesco a pronunciare.

È come se il mio collegamento gola cervello sia in tilt, forse per paura di fare uscire qualche gemito di troppo.

«Abbiamo deciso di festeggiare...di festeggiare capodanno qui» mormoro e lui imperterrito continua ad accarezzarmi, senza mai scendere verso il mio piacere, che a gran voce lo sta chiamando. Pian piano mi sto redendo conto di scivolare sempre più giù con il sedere, avvicinando completamente il mio corpo contro il tavolo. Per paura che qualcuno possa capire, cosa veramente stia succedendo qui sotto.

Mia madre mi sta dando ragione, dicendomi che a capodanno New York è magica e sarebbe stata un peccato perdersela, ed io mi ritrovo ad annuire incapace di fare altro.

All'improvviso il suo dito accarezza il monte di Venere, cadendo nella sua piega, cosa che mi fa risvegliare come se qualcuno mi avesse dato un ceffone in pieno viso. Sobbalzo e distinto accavallo le gambe, facendo scivolare via la sua maledetta mano.

«Vado un attimo in bagno». Tiro indietro la sedia, e il rumore dei piedini contro le piastrelle riempie la stanza, facendomi venire la pelle d'oca.

Le gambe mi tremano e sembrano molli come gelatine, tanto che tentenno a mettere un passo dopo l'altro per paura di cadere. Appena varco le porte del soggiorno il vociare della stanza si attenua dietro di me e mi sembra di respirare aria nuova e pulita.

Mi appoggio per qualche istante contro alla fredda parete del corridoio, e mi perdo ad ascoltare il mio cuore, che riecheggia a gran volume, e batte frenetico nel petto. Sono ufficialmente fottuta.

Ho giocato, l'ho sfidato, e ho perso. Perché quello che mi provoca è come cadere all'infinito in un oblio senza fine, e di certo questo non può essere una cosa positiva.

Mi sono lasciata toccare, e dannazione se avrei voluto continuare.

Esitante raggiungo il bagno e chiudo la porta alle mie spalle per poi aprire l'acqua fredda, passandoci sotto i polsi. E come un toccasana mi sento rinvigorire e la mia mente annebbiata sembra ritornare ad una parziale lucidità.

Devo affrontarlo e parlarci. Dirgli che è stato tutto uno sbaglio, che mi prendo la responsabilità di quello che è successo. Che questi giochetti tra di noi devono giungere ad una fine, in modo che nessuno possa farsi del male. In fondo abbiamo stilato un accordo con delle regole. Che ero sul punto di violare.

Qualcuno bussa alla porta, e dallo specchio noto la porta tremare contro al pugno. «Arrivo», mormoro.

Mi guardo un ultima volta allo specchio e sistemo le ciocche che scendono sul mio viso dietro l'orecchio, per poi girare la chiave ed abbassare la maniglia.

La figura entra nella stanza e senza lasciarmi via di scampo si richiude la porta alle spalle.

«Cosa ci fai qui?» gli chiedo mentre il suo profumo m'investe le narici. E ogni volta mi manda in visibilio, non so come è possibile ma la sua pelle profuma come se fosse baciata del sole, quel profumo che ti si appiccica d'estate, sebbene siamo a New York in inverno. Ma allo stesso tempo sa di legno al fuoco, come quando scoppietta con le fiamme che lo avvolgono, rilasciando quelle note calde e terrose.

«Credo che dobbiamo parlare» mormora e si avvicina lentamente, mentre io indietreggio, andando a sbattere contro al marmo che circonda il lavabo.

«Cosa ci fai in questa casa, non mi sembra di averti invitato e poi come hai fatto a sapere dov'ero?» domando, visto che ero stata attenta a non rivelare nulla a William. Ma poi la soluzione mi arriva chiara nella mente.

«Mi hai messo un GPS nell'auto non è vero?» gli chiedo e il suo sogghigno divertito mi dà la risposta. Cosa che mi fa venire voglia di prenderlo a pugni. Serro le mani e faccio un sospiro profondo.

«In realtà ero venuto per parlarti, visto che è da ieri che mi eviti» sussurra per poi far scattare il suo labbro inferiore tra i denti.

Mi ero immaginata questa risposta, ma sono quasi certa che in realtà è stato solo un gioco per lui, e come un gatto col topo, ha giocato con me, riducendomi ad una poltiglia eccitata e confusa.

«E poi cosa? Ti sei perso tra le mie gambe?» la frecciatina mi scappa dalla mia lingua, così veloce che non riesco a trattenerla.

E come una bomba che esplode tra di noi, che ci fa tremare le gambe, e disintegra quel poco controllo che avevamo.

Lui agisce così veloce che non faccio in tempo a schivarlo, mi solleva per le gambe e mi posa sulla superfice facendomi scontrare con diversi flaconi, e alcuni cadono dentro al lavandino rotolando per qualche istante prima di fermarsi.

«Tu e quella maledetta lingua biforcuta», mi afferra per la gola con la sua mano sinistra, affondando i polpastrelli nella mia pelle, mentre con il pollice accarezza le mie labbra, che alla sua carezza si schiudono.

«Non parli più?» mi provoca, mentre con l'altra mano scende lungo il mio collo, il mio seno, il mio fianco, fino alla mia coscia dove ritrova lo spacco di prima. E la mia pelle è così sensibile che ancora formicola per il suo tocco precedente, come se l'avesse marchiata.

«Vaffan...» sto per dire ma il suo pollice si insinua nelle mie labbra, interrompendomi. Lo afferro con i denti e stringo ma non da fargli male, solo per fargli capire che non può zittirmi così, senza avere conseguenze.

Poi con la lingua accarezzo il polpastrello leggermente ruvido, godendomi il suo sguardo sorpreso, e poi come ultima cosa succhio, assorbendo il suo sapore e stringendo con i denti all'attaccatura dell'unghia, prima di lasciare la presa, lasciandolo scivolare fuori dalle mie labbra.

Il suo corpo è una statua di marmo mentre mi osserva, ma il suo sguardo, è come se dei tizzoni ardenti avessero sostituito i suo smeraldi. Cazzo, qualcuno mi dia la forza di sostenere i suoi occhi, senza bruciarmi.

Avanza di un passo e il suo corpo si scontra contro il mio, con un impatto che mi fa sussultare.

«Chi è che ora ha perso la parola?» lo sfotto puntandogli un dito contro al suo petto d'acciaio.

«Tu... tu piccola sboccata, sei la mia rovina», confessa e le sue parole mi paralizzano, percorrono ogni parte del mio corpo, lasciando solo brividi al suo passaggio.

Io sono la sua rovina.

Ma se io sono la sua rovina, lui è il mio terremoto, capace di smuovere tutte le mie fondamenta, con un solo respiro.

L'aria sembra mancarci, mentre i nostri visi sembrano avvicinarsi, come due calamite da poli opposti, che niente sembra ostacolare la loro unione.

«Jenny! Dove sei finita?» la voce di Aria, ci risveglia come una doccia ghiacciata, di cui avrei fatto a meno.

«Arrivo!» rispondo anche se la voce sembra mancarmi. Scendo dal ripiano e Matthew si allontana per lasciarmi spazio.

Pochi istanti prima di uscire definitivamente dalla porta mi afferra per il braccio, ma non gli lascio il tempo di spiegarsi che esco dalla porta, senza voltarmi indietro. Perché se passassi un altro secondo lì dentro, non riuscirei più a controllarmi, lo bacerei, e sarebbe solo l'inizio.

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