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8) A cena

Dedico questo capitolo a stashmyheart che mi ha rotto tanto le scatole perché lo scrivessi in fretta.

Michael sorrise a David fingendo di essere a proprio agio nel vestito stretto. Lui non metteva nemmeno mai delle maglie ed era abituato a coprirsi solo con il suo mantello di pelliccia nera. A grosse falcate raggiunse David. La spada gli tintinnò sul fianco mentre i mocassini scuri ticchettavano perterra. Passò a fianco a David e gli fece scorrere la mano nei capelli, come si fa ai bambini che sono stati bravi a fare qualche cosa. David fece una smorfia e si aggiustò subito il ciuffo. I capelli castani umidi gli scesero davanti ad un occhio. Seguì Michael fuori dal corridoio. Arrivarono alle scalinate che portavano al salone d'ingresso, al centro del quale li aspettava Susan. David pensò a gli eroi dei libri, a come gli scrittori descrivevano la camminata degli eroi, per imitarli. Purtroppo di libri ne aveva avuti pochi, erano difficili da trovare degli scritti che non fossero liturgici o sacri. Ma quelli che non lo erano David li aveva letti e riletti decine di volte alla bottega del padre, mentre stava seduto in un angolo dietro al bancone nell'attesa che un cliente entrasse nel negozio e lui potesse rendersi utile.
In quel momento gli venne in mente suo padre. Pensò alla sua famiglia e a come dovevano stare senza di lui. Sentì una morsa dentro lo stomaco e sentì dinuovo il fuoco che cominciava a espandersi sulle ossa. David ebbe un attimo di panico. Non poteva permettere che succedesse ciò che era successo durante l'addestramento. O almeno non poteva lì, in quel luogo e con quei vestiti addosso. Cercò di pensare ad altro, ma non cambiò nulla. David chiuse gli occhi e pregò Cosmo di aiutarlo. Poi d'improvviso tutto cessò. Sentì il vuoto sotto i suoi piedi e scivolò nel nulla. Sentì la voce di Michael che lo chiamava e poi più nulla.

David era solo davanti ad un enorme cancello arrugginito. Dietro di questo si stagliava un enorme giardino. L'erba era marcia e gli alberi ridotti a mostruose mani contorte che sbucavano dal terreno, scricchiolanti sotto lo sbattere del vento. La nebbia si era fatta più fitta. Come un manto grigio si insinuava tra gli alberi del giardino e sussurrava tra le sbarre del cancello. David mise una mano sul cancello e diede una piccola spinta con il polpastrello delle dita. Le sbarre di ferro cigolarono e si aprirono lasciando libero il passaggio. David, a passi esitanti, entrò nel giardino, camminando sul sentiero di ciottoli che si perdeva nella nebbia. La spada di bronzo tintinnò sopra i gambali di ferro. David la estrasse dal fodero, producendo un flebile scricchiolio di metallo. Avanzava piano piano muovendo i piedi come gli avevano insegnando, in posta di donna. David trovava comoda la posta di donna, la spada non pesava in quella posizione. Avanzava lentamente. I ciottoli scricchiolavano sotto gli stivali. Ad un tratto la nebbia si aprì mostrando un enorme casolare distrutto: la porta era scardinata, le finestre rotte. Le pareti erano fatte di assi di legno ormai marcite a causa del tempo. Il balcone che cingeva il piano superiore, era sfasciato e solo più pochi frammenti del parapetto erano rimasti. David strinse più forte le mani sull'elsa della spada. Sentì un sussurro che usciva dalla porta della tenuta, come se questa fosse viva e cercasse si chiedere aiuto.

David si svegliò di soprassalto. Era completamente sudato. Sentiva la camicia bagnata che aderiva al petto e i capelli zuppi che gli scendevano davanti agli occhi. Si guardò in torno, era in camera sua, in casa di Guaso. Era notte. Si voltò di scatto e vide due occhi neri che lo fissavano. Susan era lì da sola. Lui provò a mettersi seduto, ma una forte fitta alle ossa lo costrinse a sdraiarsi dinuovo. Susan le mise una mano sulla spalla.
"Non vi affaticate signorino Morway".
"David... chiamami David" sussurrò. Lei annuì.
Con un filo di voce David aprì la bocca. Aveva le labbra secche e la gola gli faceva male.
"Cos'è successo? Da quanto sono qui?"
Susan gli fece segno di zittirsi.
"Non vi agitate signorino Mor..." si bloccò un'attimo vedendo l'occhiataccia del ragazzo, "David" si corresse.
"Siete svenuto sulle scale, il giorno che siete arrivati. Il signor Michael mi ha detto che non dormivate da giorni e che quindi eravate sfinito. Ma chi è sfinito non delira per la febbre", fece un sorriso complice con gli occhi. Non poteva fare altrimenti. David si ricordò quando aveva provato a sorridere e il marchio che portava sul volto si era fatto di fuoco e lei era stata costretta a tornare seria.
"Da quanto sono qui?" Domandò David.
"Sono tre giorni che siete a letto, Michael è rimasto tutto il tempo qui al vostro capezzale. L'ho mandato a dormire perché era sfinito".
"E Elis?"
"La signorina si è vista poco in questi tre giorni, tutto il tempo è rimasta in camera sua, uscendo solo per mangiare e per andare in biblioteca. Da quando il signor Guaso gliel'ha mostrata non fa altro che andare la, prendere qualche libro e tornare in camera. Non vuole che nessuno la disturbi, nemmeno per fare le pulizie". Fece una smorfia di tristezza per poi tornare subito al suo consueto viso serio.
David richiuse gli occhi e si rilassò un'attimo. Poi scelse di alzarsi dal letto nonostante i dolori e Susan che provava a farlo stare giù.
"Susan, non posso stare a letto tutta la vita, sto bene. Tranquilla".
David giurò di averla vista arrossire a quelle parole. Lui andò al bagno e si guardò allo specchio: aveva le pupille dilatate a causa del buio, riducendo l'iride marrone ad una sottile riga. Aveva i capelli castani tutti arruffati e umidi e la camicia del completo ancora addosso e tutta zuppa di sudore. Sotto il naso e sul mento erano comparsi alcuni peli di barba. David aveva sempre sognato di avere una barba folta come suo padre, ma più che dei baffi radi e un pizzetto accennato, non gli cresceva niente sul viso. Sbuffò rassegnato. Chiuse la porta della toilette e si tolse la camicia. Si diede una sciacquata al viso e al corpo. L'acqua fredda gli fece salire un brivido che percorse tutta la spina dorsale, scivolando tra le vertebre e infilandosi nel canale vertebrale per arrivare fino al midollo. David inarcò la schiena come risposta a quella sensazione. Si guardò dinuovo allo specchio, le guance erano rosse e qualche piccola goccia d'acqua scendeva tra le folte sopracciglia scure, scivolando sul setto nasale per cadere lungo le narici. A tastoni raggiunse un asciugamano appeso di fianco al lavandino e si asciugò il volto e le ascelle. Poi prese la camicia che aveva posato sul bordo della vasca e se la rimise addosso, era ancora umida di sudore, ma non voleva uscire dal bagno metà nudo. Aveva freddo. Uscì dal bagno mentre si abbottonava la camicia e, con sua grande sorpresa, Susan era ancora seduta vicino al letto.
"Guarda che sto bene Susan, non c'è bisogno che stai qui se non ti va".
"Ho promesso al signor Michael che sarei rimasta finché non sarebbe tornato", la sua voce era decisa. David sorrise per la premura dell'amico e si ricordò che Elis, tempo fa, gli aveva detto che lui non piaceva a Michael. Chissà come mai ora era tanto affezionato a lui.
"Susan, dove sono ora Michael ed Elis?".
"Sono in camera loro, tra poco la cena sarà pronta". A sentire quelle parole a David venne una fitta allo stomaco, era da tre giorni che non toccava cibo. Si mise una mano sulla pancia e la sentì borbottare dalla fame. Guardò fuori dalla finestra. D'apprima gli era sembrato notte, ma la verità era che le tende erano state accuratamente tirate impedendo, con la loro spessa tela scura, di far passare gli ultimi raggi del sole del pomeriggio. Era ormai il crepuscolo. David raggiunse la finestra a lunghi passi e tirò goffamente via le tende facendo entrare la luce. Erano tanti anni che non vedeva il sole e ora che lo poteva vedere, non voleva che nulla impedisse ai raggi d'oro di luce di scivolargli sulla pelle e scaldargli il corpo. Aprì la finestra per far entrare l'aria che gli sferzò il viso. David socchiuse gli occhi e prese un lungo respiro allargando il torace e facendosi scivolare il sole tra i capelli. Un ciuffo gli scese davanti agli occhi e lui lo lanciò in dietro con un gesto nervoso della mano. Sentì un'altro brontolio dello stomaco che lo risvegliò da quel cumulo di sensazioni che il sole gli dava. Chiuse la finestra e si allacciò i polsini della camicia. Era ancora umida. Susan diede un piccolo colpo di tosse e con la testa indicò un completo da sera pulito, piegato sopra uno sgabello. David sospirò di sollievo: non avrebbe dovuto tenere la camicia umida addosso per tutta la sera. Si slacciò la camicia e se la tolse, poi si bloccò e rivolse uno sguardo a Susan che imbarazzata era seduta sul suo sgabello. Era arrossita. David aprì la bocca per parlare ma lei annuì e uscì dalla stanza. Lui si slacciò i pantaloni e se ne mise un'altro paio, poi si allacciò al corpo la cotta di maglia che gli avevano regalato i suoi genitori. Era fredda, ma il suo contatto con la pelle lo rassicurò. Pensò alla premura che aveva avuto sua madre quando gliela aveva data. Sorrise. Si mise la camicia e la giacca del completo. Si allacciò il papillon al collo e si mise la spada alla cintura. Si guardò dinuovo allo specchio. Era molto elegante e allo stesso tempo sembrava agguerrito. Non sapeva usarla ancora la spada, Michael ci aveva provato a spiegargli come fare, ma non era un bravo insegnante. Si allacciò le scarpe del completo e uscì nel corridoio. Susan non era lì ad aspettarlo come sospettava, ma sentì la sua voce che proveniva dall'ingresso.

David arrivò al parapetto delle scalinate che portavano al salone d'ingresso. A i piedi delle scale si trovava Michael, in completo, che parlava con Susan. Quando si accorsero di David smisero di parlare. Susan fece un grande inchino. Michael rimase serio. David si tirò la giacca e si sistemò la cintura. Poi scese le scale. Le scese con passo corto e rapido, guardando davanti a se, come facevano gli eroi dei libri che David aveva letto. Mentre scendeva i gradini raddrizzó la schiena e tirò in dietro le spalle. Arrivato al fondo della scalinata sorrise. Susan rispose al sorriso e poi, con un cenno della mano che invitava i due ragazzi a seguirla, si diresse verso una delle porte bianche che si trovavano ai lati del salone d'ingresso. Michael fermò David per una spalla prima che questi potesse cominciare a seguire l'argoniana che sculettava dolcemente attraverso il salone.
"Sono felice che tu stia bene" sussurrò l'energumeno all'orecchio di David, "Ma dobbiamo partire in fretta da qui, c'è qualche cosa che non mi piace. Guaso è fin troppo cordiale e sembra non voglia che lasciamo la tenuta".
David lo guardò perplesso.
"Ti stai facendo strane idee Michael!" Spinse lievemente la spalla dell'amico in dietro, "Guaso è una persona a modo e non è circondato dalla migliore compagnia del mondo: mezz'orchi" fece una smorfia di disgusto. Michael non sembrò convinto della risposta ma annuì e prese a seguire Susan.

Attraversarono una porta di legno bianco e si trovarono in una piccola saletta. Su un lato stava una grossa stufa, stile Thun, che accanto aveva due piccoli divanetti foderati con una stoffa azzurra con i bordi in oro. Tra i due divanetti era posizionato un piccolo tavolino di giada, su cui stavano un potra cenere e una scatola di sigari aperta. Dall'altro lato della stanza c'era una finestra dalla quale passava la luce degli ultimi raggi di sole del crepuscolo. Da li si vedeva il giardino e l'angolo dove lui e Michael si erano allenati quando erano arrivati. Susan intanto era già nella stanza successiva, mentre David e Michael erano rimasti indietro ad ammirare gli affreschi che decoravano le pareti della stanzetta: un enorme affresco rappresentava una donna, bionda, nuda, con un volto ingenuo, ai piedi di un albero dalle cui fronde spuntava un serpente dall'aria malvagia che teneva in bocca una mela. La donna aveva la mano sollevata, pronta a ricevere il frutto.
Susan, parecchi passi avanti diede un colpo di tosse per richiamare a se l'attenzione di Michael e David. I due ragazzi accellerarono il passo per raggiungere la cameriera.

Entrarono in una grossa stanza dal pavimento marmoreo decorato con un mosaico rappresentante Guaso con in mano una spada. Sotto il piede era bloccata una lucertola. David sentì l'amaro in bocca. Alzò lo sguardo e notò che tutte le pareti erano tappezzate di quadri, rappresentanti eroi di leggende e anche molti gnomi e gnome ormai vecchi e brutti. "I parenti di Guaso" pensò David.
Sulla parete rivolta a est era posizionato un enorme quadro che raffigurava un enorme albero genealogico. Il volto di Guaso era ormai sul bordo della cornice.
Susan si era fermata lasciando Michael e David a contemplare l'albero e i volti che sorridevano dalle fronde.
"Esto es l'albero genealogico de la mia famija", Guaso era entrato nella stanza e guardava con aria triste l'affollato quadro, dove non c'era più posto per nessun'altro viso.
"Non c'è più posto per i vostri figli signore" osservò David. Guaso sospirò malinconico.
"Non posso avere dei figli io" l'accento sembrava trattenuto, come se lo gnomo volesse far capire bene le sue parole.
"Come mai?" Michael era perplesso. Guaso lo fissò per un attimo negli occhi. Ma non rispose. Poi fece cenno con la mano di seguirlo.

Entrarono in un immenso salone al centro del quale svettava un lungo tavolo. Era apparecchiata solo in punta, per quattro persone. Alle pareti dipinte di bianco e oro erano appesi pochi quadri, rappresentanti per lo più nature morte o boschi innevati.
Seguendo lo gnomo costeggiarono il lungo tavolo di legno chiaro, ornato di una tovaglia bianca, su cui erano state posizionate in precedenza delle candele, che disegnavano una linea immaginaria sulla superficie.
Guaso si mise capo tavola. Una vecchia argoniana vestita da cameriera fece scivolare la sedia in dietro per permettere allo gnomo di sedersi.
"Grazie Romyda" rispose con non curanza. Lei fece un piccolo inchino. David vide che la cameriera non era giovane e graziosa come Susan, al contrario era grassa e brutta, con profonde rughe sul viso e le guance pesanti dal grasso che pendevano dagli zigomi come un San Bernardo. Elis era già al tavolo, in un lungo abito bianco con una gonna pomposa. Sedeva alla destra di Guaso. Alla sua sinistra si sedettero David e Michael.
Lo gnomo fece un cenno a Romyda che gli si avvicinò. Lui le sussurrò all'orecchio qualche cosa che i ragazzi non poterono sentire. La cameriera annuì ed uscì dalla stanza. Guaso si rivolse dinuovo ai tre ragazzi facendo un'occhiolino a Elis. Con una mano si buttò indietro una ciocca di capelli neri che gli era scivolata davanti alla faccia. Le candele disegnavano ombre sulla bocca dello gnomo che parve mutare in un ghigno.
D'improvviso entrarono, marciando, un esercito di mezz'orchi che si posizionarono lungo il perimetro della sala. Ad ogni passo le placche d'acciaio degli usberghi tintinnavano. Michael mise la mano sulla spada. Subito dopo quattro cameriere, con vassoi d'argento che brillavano alla luce delle candele, entrarono nella stanza, posizionando i piatti davanti ai ragazzi e a Guaso. Il piatto era riempito con un cucchiaio di risotto al merluzzo, un cucchiaio di carote cotte al vapore e condite con una noce di burro. Sotto le carote erano sistemate due fette di roast beef. Il piatto mandava un profumo che fece venire l'acquolina a David. Guaso si alzò in piedi e allargó le braccia mostrando i palmi delle mani inguantate. David sentì che un mezz'orco dietro di lui stringeva la mano aull'impugnatura dell'archibugio. In effetti tutti i mezz'orchi avevano l'archibugio in braccio. Michael strinse la mano sull'elsa. Guaso sorrise mostrando i denti bianchi come perle che contrastavano con la pelle olivastra.
"Miei ospiti" l'accento era scomparso, "La cena è servita".

Angolo autore:
Cosa succederà? Guaso sarà dalla loro parte o sarà contro? Leggete il prossimo capitolo!
Se la storia vi piace seguitemi e fate passa parola per publicizzarla. Commentate ad ogni capitolo per dire cosa vi è piaciuto e cosa non avete gradito. Buona lettura.

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