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Capitolo 24

And in the morning when I'm waking up
I swear that you're the first thing that I'm thinking of
I feel it in my body, know it in my mind

📍Sachsenring Circuit, Germany
08/07/2019


I raggi di sole che penetrano dalla piccola finestra lasciata leggermente aperta, già caldi anche se mattina, mi battono sugli occhi, costringendomi a voltarmi dall'altra parte, dove trovo un petto sodo e tonico.

Scatto immediatamente a sedere, osservando il corpo contro cui mi sono scontrata e scoprendo che è quello di Valentino, il quale mi guarda con gli occhi sbarrati.

<<Che c'è?>>mi domanda quest'ultimo, appoggiando la sua mano sopra la mia, adagiata a sua volta sul morbido materasso. Non ho idea di chi pensavo ci fosse sdraiato al mio fianco, ma l'unico alibi che posso trovare attualmente è il fatto che io mi sia appena svegliata, per giunta di soprassalto.

<<Ho sonno>>borbotto, lasciandomi cadere sul cuscino e chiudendo nuovamente gli occhi, decisamente intenzionata a continuare a dormire. Cosa che, purtroppo, il mio ragazzo non mi consente di fare.

<<Principessa, dobbiamo alzarci o perderemo l'aereo.>>mi rammenta quest'ultimo, gettando prima una gamba poi l'altra giù dal letto ed alzandosi in piedi. La parte del materasso in cui ha dormito stanotte è ancora impregnata del suo profumo, ed io abbraccio il suo cuscino per sentirlo almeno un po' vicino a me.

D'improvviso, però, il mio tentativo di riprendere sonno viene bruscamente interrotto da due mani che mi afferrano una dal retro delle ginocchia e l'altra dalle scapole e mi sollevano dal letto, svegliandomi del tutto non con poca delicatezza. Mi rifiuto fermamente di aprire gli occhi, fino a quando non vengo depositata su una superficie morbida e non mi viene lasciata in mano una tazza bollente.

Guardo Valentino, che a sua volta mi osserva con un'espressione più felice di quello che dovrebbe essere e che si siede al mio fianco, anche lui con una tazza fumante in mano.

<<Buongiorno principessa. Dormito bene?>>mi domanda, sorseggiando un po' di quello che scopro poi essere tè.

<<Certo, e avrei continuato a farlo se solo non mi avessi portata di peso qui in salotto.>>lo rimprovero scherzosamente, avvicinando le labbra al bordo della tazza per mascherare il sorriso che sentivo formarsi sul mio volto.

<<Mi scusi sua maestà, l'ho fatto solamente affinché non perdesse l'aereo. La prossima volta che vuole arrivare in ritardo per un volo me lo comunichi, così evito di svegliarla.>>ribatte lui, non provando nemmeno a soffocare una risatina.

Mi sento ancora stordita dal sonno che mi è stato appena negato, e mi riprendo definitivamente soltanto dopo aver finito la mia tazza di tè, essermi vestita ed aver preso il bagaglio a mano che porterò in aereo.

Il cielo questa mattina è sereno come non mai, e il sole picchia cocente sull'asfalto della pit lane e del tracciato, magicamente illuminato. Mi elettrizza pensare che meno di ventiquattro ore prima ero in sella alla mia moto, pronta a giocarmi tutto su questa pista che non amo particolarmente ma che tuttavia non mi ha causato particolari dolori. Certo, non che io possa esultare di un sesto posto, ma considerate le circostanze lo prendo come prenderei una terza posizione. Buona, ma non ottima.

Dopo esserci lasciati il motorhome alle spalle ed aver lasciato le chiavi ad Alessandro -non senza la sua promessa di riportarmi a casa il motorhome tutto intero-, io e Valentino camminiamo mano nella mano lungo la strada principale del paddock, chiacchierando delle rispettive prestazioni di ieri -e talvolta anche sfottendoci amabilmente-, come una perfetta coppia. Anche se di perfetto noi due abbiamo poco.

Per tutto il tragitto che ci conduce all'aeroporto, le mie parole sono rivolte distrattamente al mio ragazzo ed i miei pensieri sono sempre incentrati sul suo enigmatico "vedremo", che attualmente mi sta dando più tormento di quanto me ne dovrebbe dare. Ogni scenario plausibile che riesco ad immaginare viene immediatamente bocciato dalla mia mente, perché giudicato insensato, assurdo o addirittura impossibile, così come anche delle semplici ipotesi che mi attraversano il cervello.

Riesco a smettere di pensarci soltanto quando, giunti in sala d'attesa dell'aeroporto, trovo tutti i pilotini ad aspettarmi, dal primo all'ultimo, con un sorriso gigante ad illuminare i loro volti.

La gioia di vederli supera qualsiasi altro dubbio o tormento che avevo in mente ed è tanta da spingermi a correre verso di loro e tuffarmi tra le loro braccia, già pronte ad accogliermi con tutto l'affetto di cui sono capaci. Rimaniamo così per un tempo che a me pare interminabile, durante il quale i ragazzi continuano a ripetermi "ci vediamo Fede", "buon viaggio", "ti aspettiamo a casa" e altre frasi tipiche del campo semantico della partenza per un viaggio.

Non nego che apprezzo molto quelle dolci parole cariche di gioia ma con una nota di nostalgia che tentano in ogni modo di nascondere, ma non posso fare a meno di chiedermi perché mi stiano riservando un trattamento simile.

Io e Vale abbiamo sempre preso un aereo diverso rispetto ai ragazzi per il ritorno all'Academy, ma loro non mi hanno mai parlato in questo modo prima d'ora. Non mi hanno mai salutata con parole d'addio come se dovessimo rivederci soltanto dopo una settimana. Non mi hanno mai abbracciata per così tanto tempo prima della partenza. Non mi hanno mai guardata con tanta tristezza nello sguardo, come se mi stessero per lasciare per sempre.

<<Fede, non hai fame? E' da ieri sera che sei a digiuno, stamattina hai solo bevuto una tazza di tè.>>mi rammenta Valentino, con uno sguardo che non ammette repliche negative. Tuttavia, io faccio esattamente il contrario di ciò che ha previsto.

<<Sto bene, grazie. Piuttosto siete voi che avete bisogno di cibo: siete pallidi come dei fantasmi.>>ribatto, constatando ciò che in realtà loro sanno meglio di me.

<<In effetti un po' di fame ce l'ho. Fede, mi accompagneresti al bar qua di fianco?>>esordisce Nico, come se non aspettasse altro che mettere qualcosa sotto ai denti. Annuisco semplicemente, per poi iniziare a camminare al fianco del pilota, il quale si passa nervosamente la mano tra i folti capelli lunghi. Decido di non insinuare nulla riguardo a questo suo -anzi, loro- comportamento più che strano, e mi limito a passeggiare fino ad arrivare al piccolo bar dell'aeroporto ed entrarci.

Mentre aspetto che Nico scelga il suo cibo, rispondo al messaggio che Charles Leclerc mi ha mandato, in cui sostanzialmente mi chiede come sto e quando potremmo incontrarci di nuovo. Gli rispondo semplicemente che sto bene, chiedendogli a mia volta come sta lui, e che potremmo organizzare di vederci alla sua prossima gara, dopodiché, sentendo che Nico mi sta chiamando per aiutarlo a scegliere tra due barrette proteiche, rimetto il telefono in tasca e mi dirigo verso di lui.

Dopo aver preso un paio di snack dall'apposito espositore, Nico si dirige verso la cassa per pagare, affibbiando anche a me due barrette proteiche apparentemente molto gustose.

La cassiera che si occupa di noi, una giovane donna più o meno della nostra età, per tutta la durata dell'operazione fissa insistentemente il mio compagno di acquisti, il quale, dal canto suo, non la degna di uno sguardo e, dopo aver pagato e ricevuto il resto, esce tranquillamente dal negozio, senza accorgersi di nulla.

<<Certo che voi maschi siete proprio ciechi.>>commento, senza sapere se io stia effettivamente parlando con lui oppure semplicemente pensando ad alta voce.

Ben presto, però, la risposta alla mia implicita domanda arriva direttamente dalle labbra del mio amico.<<Perché? Che ho fatto?>>

<<Non hai notato come ti guardava la cassiera? Non so se ti abbia riconosciuto come pilota, ma ti mangiava con gli occhi.>>gli faccio notare, con finto tono annoiato che fa spuntare un sorriso sghembo sul suo volto.

<<Tutto merito del mio fascino.>>si vanta lui, scuotendo i capelli con energia e gettandoseli dietro la spalla. Io mi limito a scuotere la testa, e in pochi passi raggiungiamo nuovamente i ragazzi.

<<Eccoti Fede, menomale. Hanno appena chiamato il nostro volo. Dobbiamo sbrigarci.>>mi avvisa Vale con frenesia, afferrandomi dolcemente ma con forza il braccio e conducendomi verso il gate d'imbarco. Io, però, al contrario di ciò che si aspettava, mi libero dalla sua presa e, mormorando un "devo salutare i ragazzi" torno indietro verso questi ultimi, che erano già tristi per la mia imminente partenza. Non ho idea del perché siano così giù di morale, ma se basta un abbraccio e un saluto affettuoso per renderli almeno un po' più felici, in fondo non mi costa molto.

Quindi li abbraccio uno per uno, sotto le animate proteste di Vale concernenti il nostro ritardo. Non gli do troppo peso e, una volta finiti gli abbracci, scuoto la mano in direzione dei ragazzi mormorando un flebile "ciao", prima di venire trascinata da Vale verso lo spiazzo in cui l'aereo giace, con le porte già aperte e la gente che si riversa all'interno.

Per noi piloti, prendere l'aereo è una cosa normale, abitudinaria, quasi come mangiare o dormire. Ogni weekend di gara ci tocca prenderlo almeno due volte in soli quattro giorni -a meno che il gran premio non si svolga in Italia-, e ammetto che, a volte, diventa davvero stressante. Sia noi piloti sia i nostri meccanici conosciamo a memoria le più note compagnie aeree che percorrono in particolare l'Europa ma anche l'Asia e l'America, poiché sono sempre le solite. Talvolta optiamo per il low cost per passare inosservati, talvolta utilizziamo compagnie aeree che ci offrono un po' più di lusso, ma ben o male le linee sono sempre le stesse. Tuttavia, in questo momento, il logo della compagnia che campeggia enorme sull'aereo davanti a me non mi è familiare: non l'ho mai visto in vita mia.

In pochi minuti superiamo la porta che da accesso all'enorme piazzale che ospita gli aerei pronti al decollo e giungiamo davanti al nostro, per poi iniziare a percorrere la scala con le rispettive borse in mano.

L'interno dell'aereo è enorme. Tutta l'area del veicolo è occupata da ampi sedili azzurri che danno immediatamente l'idea del confort, muniti di poggiatesta reclinabile bianco e grigio. Tra di essi, sono presenti due corridoi -uno per l'ala est e l'altro per l'ala ovest del velivolo- costantemente percorsi da viaggiatori o da cordiali hostess.

<<Vai fino al fondo.>>mi mormora Vale all'orecchio, appoggiandomi delicatamente una mano sulla schiena per spingermi a raggiungere l'estremità opposta del mezzo. Ci facciamo largo a fatica tra i viaggiatori e l'equipaggio, e alla fine riusciamo ad arrivare a destinazione.

<<Quali sono i nostri posti?>>domando, girandomi lentamente verso Vale. Quest'ultimo non mi risponde, bensì si limita soltanto a tirare fuori dalla tasca quello che a prima vista mi sembra un fazzoletto e portarmelo sugli occhi, a mo' di benda.

<<Cosa...>>riesco a mormorare, prima che il mio ragazzo mi afferri la mano e mi tranquillizzi con un semplice e dolce "Seguimi". Tengo saldamente la mia mano stretta nella sua, per evitare di cadere o ancor peggio perdermi senza sapere dove sia andato lui. Il tragitto che percorriamo è fortunatamente breve, senza troppe insidie né scalini compromettenti, tant'è che riesco ad arrivare illesa a quella che, a giudicare dalle mani di Valentino che mi slegano abilmente la benda, è la nostra destinazione.

Non appena apro gli occhi, mi sembra di essere in paradiso. La cabina che Vale ha prenotato solo per noi due è stupenda, con tanto di due divani che fungono da poltrone e di tre finestrini relativamente grandi, che consentono di ammirare le nuvole in cui ci immergeremo tra poco. I tavolini posti davanti alle poltrone sono imbanditi con ogni sorta di snack, compresi i miei preferiti.

Sono stata poche volte in prima classe in aereo, tuttavia posso giurare di non aver mai visto una cabina tanto bella, spaziosa e lussuosa. Mi sembra un sogno.

<<Ti piace?>>domanda il pilota Yamaha, con un sorriso che splende sul suo viso palesemente soddisfatto e felice.

<<E' meravigliosa. Grazie, grazie di tutto.>>lo ringrazio, gettandogli le braccia al collo e baciandolo con tutta la gratitudine e tutto l'amore di cui sono capace.

<<E non hai ancora visto tutto.>>ribatte lui, e abbiamo solo il tempo di accomodarci sulle morbide poltrone prima di sentire la voce del capitano uscire dall'altoparlante e diffondersi nell'ampia stanza.

Non presto più di tanta attenzione a ciò che dice, tuttavia c'è un dettaglio che non mi sfugge. La destinazione da lui annunciata non è l'aeroporto dove atterriamo di solito al ritorno da un gran premio, piuttosto è un nome che mi suona alquanto tropicale, ipotesi confermata quando mi concentro nuovamente sulla voce roca che esce dall'altoparlante e riesco a captare le parole "Rangiroa" e "Polinesia francese".

<<Rangiroa?>>domando, più stupita che mai e completamente senza parole.

Il mio ragazzo si limita a sorridermi dolcemente, e parla con tono ancora più dolce. <<Buon compleanno, principessa.>>

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