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Capitolo 20

I'll hold you when things go wrong
I'll be with you from dusk till dawn
Baby i'm right here


24/06/2019



Nella vita di ogni essere umano sono presenti degli alti e dei bassi. 

Rientrano nella categoria degli alti, ovviamente, i party, il divertimento, le risate, i picnic, le serate in discoteca e perfino lo shopping. Insomma, tutto ciò che fa bene alla nostra mente e che ci fa sorridere e ridere.

Fanno parte dei bassi, invece, i momenti di disperazione, di tristezza, quelli in cui credi di essere arrivato al limite del dolore e poi invece ti accade un altro fatto che ti fa sprofondare ulteriormente, sempre più giù, fino a raschiare il fondo e realizzare che la sofferenza non ha alcun limite. Realizzi che non c'è alcun limite al dolore di una persona, che non c'è mai un vero "fondo" da toccare, che si può andare anche più giù di quanto pensassi. 

Ed è lì, che ti senti vulnerabile. Senti che ogni minima cosa potrebbe buttarti giù. Senti che anche solo uno sbuffo di vento sarebbe in grado di ridurti in polvere soffiandoti addosso. Ti senti indifesa, mai al sicuro. Senti le tue certezze crollare e ridursi in macerie, come sai che farai anche tu tra poco. Senti che le persone che ti sono state vicino per tutta la vita potrebbero andarsene da un momento all'altro, e tu non puoi farci assolutamente nulla.

Non posso farci assolutamente nulla.

Questa maledetta frase continua a rimbombarmi nella mente da più di tre ore ormai, e ancora non ha la minima intenzione di andarsene. Per quanto i miei amici e il mio ragazzo stiano provando a consolarmi con dolci parole mentre l'auto su cui mi hanno adagiata si muove verso l'ospedale di Torino, è tutto inutile. 

Il mio cervello ha smesso di funzionare dopo la fatidica telefonata di stamattina. Dopo di essa, infatti, credo di essere entrata in uno stato di shock. Non ricordo praticamente nulla, se non Valentino, Nico e Mig che mi caricano in auto e partono per accompagnarmi dai miei genitori.

<<Fede, ti senti di bere o mangiare qualcosa? Vuoi che ci fermiamo all'autogrill?>>mi chiede Nico, accompagnando le sue parole con una delicata carezza sulla mia guancia che, se non altro, mi fa sentire un briciolo meglio. Ma dopo pochi secondi questa bella sensazione svanisce e tornano nuovamente quelle oscure, che hanno dominato la mia anima per tutta la mattina.

Scuoto lentamente la testa e mi porto le ginocchia al petto, per rannicchiarmi come se quella posizione fetale potesse farmi sentire più protetta. Ovviamente anche quel tentativo è completamente inutile.

<<Principessa, devi mangiare qualcosa. Non hai neanche fatto colazione.>>Vale insiste, poggiandomi anche una mano sulla coscia per farmi rilassare, ma rifiuto anche la sua richiesta. Al momento voglio solo isolarmi da tutto, voglio solo silenzio.

<<Zitti>>mormoro con un filo di voce, stanca ma per nulla ammonitrice. E' una semplice richiesta, senza nessun tipo di ordine al suo interno, e i miei compagni di viaggio la afferrano subito, piombando nuovamente in un silenzio tombale.

In quel silenzio ci rimaniamo per il resto del viaggio, finché Vale non parcheggia l'auto nella zona sosta dell'ospedale e non prende parola.

<<Eccoci arrivati. Te la senti di salire?>>

Annuisco lentamente, mantenendo sempre il mio mutismo. Con movimenti meccanici e frastornati, afferro la mano che Nico mi sta tendendo da quando mi ha aperto la portiera e scendo. 

La brezza estiva di Torino mi riempe i polmoni e ho solo un minuto scarso per godermi quell'aria di casa, prima che le mie gambe inizino a muoversi verso l'ingresso dell'ospedale. Ad ogni passo mi sento sempre più in ansia e sempre meno lucida, ma proseguo finché non giungo al banco informazioni, seguita dai miei tre accompagnatori. Tutti e tre si sono infilati in fretta una felpa e hanno tirato il cappuccio sopra la loro testa, di modo da non farsi riconoscere.

<<Salve, ci può gentilmente dire dove sono ricoverati il signor Carlo Morati e la sua coniuge?>>domanda Nico, alzando di poco la testa solamente per guardare in faccia la signora appostata dietro la vetrata. Gli altri due ragazzi, invece, continuano a tenere la testa bassa e lo sguardo a terra.

<<Mi dia un secondo.>>risponde quest'ultima, per poi giungere ad un verdetto dopo aver smanettato un po' con i tasti e col mouse del pc.<<I coniugi Morati sono ricoverati in rianimazione da questa mattina, purtroppo è impossibile vederli. Le visite ai parenti sono permesse solamente dalle undici alle sette e trenta del giorno successivo al ricovero. Mi dispiace.>>

<<Insisti>>sussurro a Nico, che mi dimostra di aver capito annuendo e ritorna all'attacco con il tono più empatico e persuasivo del suo repertorio.

<<La prego, questa è sua figlia. Non vogliamo entrare tutti, ma lei ci terrebbe. Sono i suoi genitori.>>

<<Innanzitutto, voi chi siete?>>domanda la donna, scettica e diffidente. A quelle parole Valentino, anch'esso scioccato dal comportamento infantile della donna, tira giù il cappuccio e le tende la mano, presentandosi.

<<Valentino Rossi, piacere.>>

La signora dall'altra parte dello sportello sbarra gli occhi mentre tende lentamente la mano a Vale per stringergliela, ma una volta compiuto quel gesto sembra riprendersi dallo shock e scuote la testa, facendoci intuire dagli occhi che si sta leggermente alterando. A quel punto decido di prendere io stessa in mano le redini della situazione e, finalmente dopo ore di silenzio, prendo parola con voce determinata.

<<Senta, mi avete telefonato voi stamattina pregandomi di venire qui, e l'ho fatto, ma non per far contenti voi. L'ho fatto perché ci tengo ai miei genitori, e non mi sono fatta quattrocento chilometri per poi sentirmi dire che non posso nemmeno vedere mia madre e mio padre. Quindi, per favore, mi potrebbe gentilmente dirmi dove posso trovarli?>>

Quel mio tono, tanto sicuro quanto arrabbiato, ha l'effetto da me desiderato non solo sull'impiegata di fronte a me che mi fissa sconcertata ma anche sui miei accompagnatori, che mi accarezzano la schiena per cercare di calmarmi.

<<Ho bisogno di un documento d'identità della signorina, per assicurarmi che sia davvero la figlia dei coniugi in questione.>>puntualizza la signora, ancora scossa ma sempre composta com'è solita fare nel suo mestiere. Mi volto a guardare i tre ragazzi dietro di me e vedo che Mig sta estraendo un documento da una borsa rossa. La mia borsa rossa.

Il documento -ovvero la mia carta d'identità- passa dalle mani di Andrea a quelle paffute della donna che, dopo averlo analizzato, ce lo restituisce e prende parola.

<<Vi consiglio di prendere l'ascensore, all'interno avrete una mappa dei piani e dei reparti. I suoi genitori si trovano nella stanza 37, primo piano, ingresso B. Buona giornata.>>

Non mi sforzo nemmeno di salutare la donna che ha solo cercato di ostacolarmi e proseguo dritta verso gli ascensori seguita a ruota da Nico, Vale e Mig.

Non ho mai amato particolarmente gli ascensori e ne ho sempre avuto un lieve timore, ma al momento per la mia mente frastornata sono l'unica via che mi condurrà dai miei genitori. Mentre la cabina si muove e inizia a salire, ringrazio i ragazzi per aver pensato a prendere i miei documenti, aggiungendoci anche un "Vi voglio bene", che loro ricambiano con un abbraccio.

Prima di rendermene davvero conto mi ritrovo nell'angusta sala antecedente al corridoio che ospita le camere, senza sapere bene dove andare né che fare. Per mia fortuna, non passa molto tempo prima che un dottore di sessant'anni circa mi si pari davanti con un camice azzurrino ed un luminoso sorriso. 

<<Buongiorno signorina, mi presento. Sono il dottor Berardino, il direttore del reparto di anestesia e rianimazione. Ha bisogno di qualcosa?>>

Mi presento a mia volta e la chiacchierata tra noi procede tra discorsi generali, ad esempio sul perché sono qui e sull'identità dei miei accompagnatori, che ovviamente firmano tre autografi per il dottore a patto di non proferire parola sulla loro presenza in quel luogo malinconico. Purtroppo dopo pochi minuti la conversazione si sposta sulla situazione dei miei genitori, sulle dinamiche dell'incidente e sul loro ricovero. Vengo a sapere da quel dottore che mia madre ha un problema ai polmoni il cui solo nome mi fa rabbrividire, mentre mio padre ha una lieve commozione cerebrale che, mi spiega il dottore, potrebbe peggiorare data la sua età superiore ai cinquant'anni e la malattia autoimmune che lo affligge.

Ascolto le parole del medico in silenzio e passivamente, annuendo meccanicamente, l'espressione gelida e senza emozioni. La mia schiena viene percossa da un brivido di terrore ad ogni nome scientifico che snocciola il medico, e ringrazio che ci siano Vale, Nico e Mig che mi tranquillizzano, altrimenti sarei già scoppiata in lacrime. Dopo un po' anche il dottore se ne accorge, infatti sfodera un dolce sorriso e mi invita a seguirlo con un cenno della mano e con delicate parole.<<Venga signorina, la accompagno dai suoi genitori.>>

<<Possono venire anche loro?>>domando istantaneamente, prima di muovere anche solo un passo dietro al medico, il quale ci guarda con un'evidente empatia negli occhi e nel sorriso ma scuote lievemente la testa.

<<Mi dispiace cara, qui si può entrare solamente uno alla volta. In realtà non potrei far entrare nemmeno lei, poiché i coniugi sono ricoverati qui solamente da stamane e in questo reparto il regolamento stabilisce che le visite ai parenti sono consentite solo a partire dalle undici del giorno seguente al ricovero. Ma che resti fra noi.>>specifica con un occhiolino, senza alcuna traccia di rimprovero o malizia.

Annuisco facendomi coraggio e, dopo aver abbracciato Nico, Vale e Mig, seguo il medico oltre le porte vetrate che mi incutono un leggero timore. Ci ritroviamo immersi in un corridoio che sembra non avere mai fine tanto è lungo e bianco, monotono, triste. Il dottor Berardino mi fa cenno di entrare in una stanza la cui porta è attualmente chiusa e, visto il mio attuale stato d'animo, decide di andarsene, non prima di avermi avvisata che potrò rimanere nella stanza per mezz'ora soltanto, per evitare di essere scoperta. 

Faccio un lento passo verso la porta che mi divide dai miei genitori e mi ci fermo davanti, afferrando saldamente la maniglia come se fosse l'unico appiglio in grado di tenermi in piedi. Esito un po' prima di aprirlo, ma alla fine chiamo a raccolta tutta la forza ed il coraggio che possiedo in corpo ed abbasso la maniglia con vigore.

La scena che mi si staglia davanti è terrificante.

I miei genitori, ovviamente in coma farmacologico, sono attaccati ad una moltitudine di macchine attraverso una quantità illimitata di tubi e fili e aghi alla cui sola vista ho i brividi. Mi devo appoggiare allo stipite dalla porta per non svenire e cadere, ma nonostante quel gesto la mia testa non smette di girare e i miei occhi di fissare scioccati e sofferenti due delle persone più importanti della mia vita. 

Tutte le parole mi muoiono in gola e vanno a formare un groppo che rimane lì per tutto il tempo che passo in quell'inquietante stanza. Per tutta la mezz'ora di mia permanenza lì dentro mi limito solamente a piangere a dirotto tenendo lievemente appoggiate le mie mani su quelle dei miei genitori, fino a che il medico di prima mi viene ad avvisare che il tempo è scaduto e che devo ritornare fuori prima che qualcuno si accorga della mia presenza. 

Mi ci vuole un coraggio che neanche io sapevo di possedere per lasciare quella maledetta stanza, per lasciare due delle persone più importanti della mia vita -se non le più importanti-, consapevole che non si sa quando e se le rivedrò. Le lacrime non smettono di bagnarmi le guance neanche quando esco dal lungo corridoio e si intensificano ulteriormente una volta che Vale mi stringe a sé in un incoraggiante abbraccio al quale si uniscono anche Nicolò ed Andrea poco dopo. 

Il resto della giornata lo trascorro a piangere seduta sul letto di una stanza d'hotel prenotato da Vale, con quest'ultimo insieme a Nico e Mig seduti al mio fianco a cercare di consolarmi con parole e gesti dolci, invano ovviamente. 

La domanda più frequente che mi passa nella mente durante questa triste giornata è: perché. Perché a me? Perché devo sempre essere io quella con la vita più incasinata di tutti? Perché, ora che avevo messo a posto ogni cosa, tutto sta andando nuovamente a rotoli? Perché? Perché?

<<Vado a farmi una doccia.>>esordisco improvvisamente, dopo praticamente sei ore in cui non ho mosso un muscolo fuorché le mani per asciugarmi di tanto in tanto le lacrime. Considerato che sono all'incirca ventiquattr'ore che non tocco cibo, comincio ad avvertire un leggero senso di svenimento, ma non ci bado. Non credo potrei sentirmi più vuota di come già sono. 

La doccia mi aiuta leggermente a schiarire le idee, ma una volta vestita e interamente asciutta scopro che in realtà non è cambiato molto in me, solo un po' di pulizia in più. 

I ragazzi si ostinano ancora a cercare di convincermi a scendere nella hall per mettere qualcosa sotto i denti, ma io attualmente non desidero altro se non starmene da sola, a piangere come ho fatto per tutto il giorno, a crogiolarmi nel dolore più forte e opprimente che io abbia mai provato in vita mia. Però insisto affinché vadano loro a mangiare: non sono nessuno per stravolgere le loro abitudini alimentari, specialmente per loro che sono piloti professionisti. In realtà neanche a me fa bene stare così tante ore a digiuno, ma al momento quello è l'ultimo dei miei problemi.

Anche quando Vale, Nico e Mig, giustamente, scendono per cena lasciandomi in camera, le mie idee non mutano minimamente. Voglio solamente starmene in solitaria, con le lacrime fredde che mi bagnano le guance ormai rosse per il pianto, con il dolore bruciante che mi lacera dentro, e con la vaga speranza che tutto si possa risolvere per il meglio. Anche se ho il presentimento che avverrà esattamente il contrario.

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