Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

LUNA




Quando Simone apre gli occhi quella mattina, si sente ancora stanco come se non avesse davvero dormito. Ed in effetti, lo ha fatto per soltanto qualche ora - tre, massimo quattro.

Ricorda cosa è successo la sera precedente: Manuel si è fermato a dormire a villa Balestra, avvisando Dante e la nonna Virginia della sua permanenza - così come è successo la sera prima, del resto.

Hanno tirato fuori il secondo materasso accanto al letto principale, hanno dato la buonanotte a tutti.

Poi, una volta chiusa a chiave la porta, tenere due letti non è servito molto, poiché Manuel è sgusciato con facilità sotto le coperte con Simone. Si sono baciati, si sono toccati, in silenzio, cercando di fare il meno rumore possibile, hanno sorriso.

Ed è stato bello.

Ma quella mattina, Simone si sveglia da solo.

Non ne rimane deluso, non troppo: fa parte del loro accordo il non arrivare a scuola insieme, il non farsi vedere uno accanto all'altro in quel luogo.

Agli occhi degli studenti del Da Vinci, devono sembrare il più distante possibile - sperando sempre nell'assenza di gaffe da parte del loro professore di filosofia, ma Simone è convinto abbia troppe cose a cui pensare che menzionare loro due collegati a scuola, davanti ad una classe intera, quindi, per ora, va bene così.

Così, Simone si trascina giù dal letto con gli occhi ancora appiccicati dal sonno. Fa una rapida doccia, si veste con ancora i capelli umidi.

In casa c'è soltanto nonna Virginia: vede la sua chioma nivea in cucina, mentre prepara il caffè. Ne approfitta per recarsi in tal luogo e salutarla con un bacio sulla guancia.

Si è abituato ormai ad avere la nonna in giro per la villa, anche se all'inizio un po' è stato strano, ma adesso non potrebbe immaginarsi senza.

«Simone!» esclama la donna «Dai, vieni a fare colazione».

«No, grazie, nonna, prendo qualcosa al bar prima di entrare a scuola».

«Ma Manuel?».

«Eh, doveva fa' 'na commissione per la madre, è uscito presto stamattina».

«Mh-m, vabbè! Tu almeno a cena ci sei?».

«Sempre, non mi perderei mai un altro pasticcio di carne».

«Gateau! Si chiama gateau ed è di patate».

Simone ride. Le schiocca un bacio sulla guancia opposta rispetto al precedente. «Ci vediamo stasera!».

Si congeda in tal modo, abbandonando la cucina e poi la casa, lasciandosi dietro l'eco della risata divertita di Virginia.


È presto.

Arriva a scuola che è abbastanza presto, un po' di proposito.

C'è un chiosco di fronte al portone spalancato dell'edificio scolastico: piccolo, col bancone di legno e l'insegna azzurra e bianca. È lì che Simone si dirige: c'è una ragazza dai capelli ramati a servire.

La saluta con un sorriso e poi: «Mi fai un caffè, per favore? E poi, uhm— due cornetti, uno alla marmellata e uno alla crema».

La barista annuisce e si appresta a preparare la piccola comanda.

Simone si guarda intorno: la moto di Manuel non c'è ancora al solito parcheggio - il primo sulla sinistra - e...

«Colazione abbondante stamattina, eh?».

Quella domanda lo coglie alla sprovvista, tanto che sussulta e rischia di far cadere a terra il cellulare che ha preso in mano. Sbatte rapidamente le palpebre e realizza soltanto che qualcuno lo ha affiancato.

«Pin!» esclama «Dio, m'hai fatto prendere un colpo».

L'altro ragazzo ride e scrolla le spalle. «Uh, scusa. Devo abituarmi a fare più rumore quando mi avvicino a qualcuno».

«Mi sa».

«Quindi?».

«Cosa?».

«Aspetti qualcuno o...» indica i due cornetti che la barista posiziona su di un piatto di ceramica e, in seguito, abbandona sul bancone.

La risposta sarebbe semplice, ossia che Simone sta non aspettando qualcuno.

In termini pratici: ha preso quel cornetto pure per Manuel, ma non possono mangiarlo insieme, seduti sul muretto della scuola, quindi ha intenzione di prendere il proprio alla marmellata e lasciare l'altro su quel bancone fino al suo arrivo.

Come ovvio, non può fornire questa spiegazione al compagno di classe - non vuole - e allora «Ho— molta fame stamattina, ieri ho avuto allenamento».

Menziona il rugby. È sempre una buona scusa, il rugby.

E mentre allestisce tale menzogna, Manuel fa il suo arrivo con la moto, parcheggia al solito posto a sinistra.

Simone trattiene un sorriso.

«Oh, capito» esclama Pin.

«Tu, invece? Perché sei arrivato così presto?».

«Laura aveva una sorta di emergenza con le ragazze, siamo arrivati un po' prima per...».

La fine della frase Simone non la sta davvero a sentire. Piuttosto, è impegnato al telefono: ha aperto la conversazione WhatsApp sul contatto di Manuel - è memorizzato come Manu, si chiede se debba cambiargli nome o cosa.

Scrive di getto:

Ti ho preso il cornetto alla crema
Lo lascio sul bancone

Preme invio e solleva subito il capo della sua direzione. Lo vede con il casco in una mano, frattanto che con l'altra recupera il telefono dalla tasca interna della giacca verde militare che indossa - evidentemente ha sentito la vibrazione. Scruta il suo leggero sorriso, nota che sta digitando qualcosa.

E, difatti, la risposta sopraggiunge poco dopo:

Grazie💘

«Non ti interessa molto, vero?» la voce di Pin pigola ancora.

Simone non ha ascoltato una parola. Sbatte le palpebre, confuso. «Come?».

«Ti stavo— raccontando una cosa del laboratorio di scienze, ma mi sa che non m'hai sentito».

No, nemmeno mezza parola. Si morde piano il labbro inferiore. «Scusa, uhm— dicevi?».

«Non fa niente» si arrende l'altro «ci vediamo in classe». Gli dà una pacca sulla spalla e si allontana in quel modo.

Simone non prova nemmeno a chiedergli di ripetere o di intavolare un secondo discorso con lui: tanto non ne sarebbe troppo partecipe.

Regge il telefono tra le dita: Manuel non ha scritto altro.

Blocca l'apparecchio tramite il tasto laterale, afferra il suo cornetto alla marmellata, manda giù il caffè in un sorso. «Metti sul conto di Balestra, il prof, mh?» dice alla barista, la quale annuisce e gli sorride ancora.

Chissà in quanti mettono roba su quel conto.

Lancia un'occhiata verso Manuel, che ha finito di sistemare la moto.

Simone prende le distanze dal chiosco, così da lasciare spazio a lui.

Non è proprio fare colazione insieme, quello, non direttamente, ma è pur sempre un modo di esserci pur non stando vicini.

Per ora, non potrebbe desiderare di meglio.

***

Nei corridoi della scuola, Simone ci cammina sempre con passo incerto e non è un particolare soltanto recente.

Di recente, quella sensazione di disagio è soltanto aumentata. Ad esempio, c'è Michael, un ragazzo della 5^C che si trova sullo stesso piano della 4^B, che gli lancia sempre occhiate taglienti, tenendo le braccia incrociate al petto e la schiena contro il muro accanto alla porta della sua aula.

Non gli sembra nemmeno di aver mai avuto una vera conversazione con lui, forse qualche scambio ad una festa, ma nulla di più.

Magari, pensa, è una di quelle persone che guarda in cagnesco chiunque perché l'umanità gli fa schifo.

Non lo biasima, in tal caso.

Adesso, tuttavia, cerca di ignorarlo per dirigersi nella propria classe - che pure lì pare esserci solo caos, baccano e un agglomerato di ragazze intorno al banco di Chicca quasi ci fosse una riunione privata.

Simone vorrebbe addirittura chiedere che succede, qualche velata spiegazione, però non ne è in grado. Anzi, viene preceduto dall'ingresso in aula della professoressa Morelli che invita tutti a prendere posto e dunque ogni principio di dialogo va a scemare per impossibilità di verificarsi.

Ha occasione di riprenderlo soltanto nell'intervallo, due ore dopo circa e con un briciolo di fatica poiché tutti paiono sfuggirgli.

Simone riesce a trattenere Laura per un braccio prima che rientri in aula. «Tutto okay?» le domanda.

La ragazza gli sorride, risulta abbastanza rassicurante. «Sì, Chicca ha un momento un po' così» gli spiega «solo che, sai— un problema di una...».

«Diventa quello di tutte, ho capito».

Lei scrolla le spalle. «Già», annuisce «te? Ti stanno ancora rompendo per quella cosa?». Non specifica, ma è chiaro si riferisca alle foto del blog.

Simone corruccia la bocca in una smorfia. «Le solite battute del cazzo», taglia corto «si stancheranno».

«Lo spero. Come dice Coverti, se trovano ancora divertente queste cose alla nostra età...».

«C'è da preoccuparsi» finisce la frase per lei e scoppiano in una flebile risata insieme.

Laura, poi, si stringe nelle spalle. «Lo teniamo ancora d'occhio, comunque» informa. «io e Pin soprattutto. Per ora non ha messo nulla di nuovo, però ha aperto la possibilità di inviare messaggi anonimi come se qualcuno potesse mandare scoop o qualcosa del genere».

«Ma è una follia!» è il commento immediato di Simone.

«Sì, però alla gente piacciono 'ste cose. Spero solo che la smetta prima che la voce arrivi ai prof o alla preside».

«Strano non l'abbia fatto, ancora. M'aspettavo che mio padre lo scoprisse in tempo zero».

«Credo che per ora siano tutti cauti dopo la faccenda del muro e pensano solo a quello».

La campanella suona in quel preciso momento, interrompendo la loro conversazione.

Laura rilascia un sospiro sommesso. «Andiamo che se arriva Lombardi e non ci trova a posto, impazzisce» annuncia - che è vero che il loro professore di latino è un tipo particolare, pittoresco.

Simone annuisce. Lascia andare per prima la compagna di classe e sta per seguirla quando la vibrazione del proprio cellulare, che tiene nella tasca posteriore dei jeans, lo frena.

Subito, recupera lo smartphone, picchietta col pollice sullo schermo per visualizzare le notifiche.

C'è un messaggio da parte di Manu, lo legge dall'anteprima:

Oggi ho casa libera

Rischia quasi di strozzarsi con la sua stessa saliva.

Sgrana gli occhi, si affretta ad aprire il messaggio per poter dare una risposta, se non fosse per...

«Balestra!» la voce di Lombardi lo fa sobbalzare.

Si gira di pochi centimetri per notare il professore che lo fissa con sguardo truce. «La campanella è suonata da ventiquattro secondi o sbaglio?».

Simone annuisce, poi fa cenno di no col capo, poi di sì - ancora. Blocca il telefono senza dare una risposta effettiva. Borbotta un «Mi scusi» stentato, prima di rientrare in aula a passo svelto.

«La mia rovina! Siete la mia rovina!».

***

Nel pomeriggio, Simone raggiunge casa di Manuel in sella alla sua Vespa bianca. Parcheggia il mezzo davanti alla serranda del garage che appartiene ai Ferro (crede?), inserendo il casco sotto al sedile.

Sale quasi saltellando i gradini della rampa di scale che lo conducono al piccolo appartamento, sua meta.

Bussa alla porta con le nocche. Attende qualche minuto prima di sentire: «È aperto».

Simone aggrotta le sopracciglia - col cavolo che lui farebbe entrare qualcuno in casa senza controllare chi è prima, ma immagina che, aspettandolo, non debba per forza verificare chi è sull'uscio.

Ad ogni modo, gira il pomello e varca la soglia dell'alloggio.

C'è stato soltanto una volta lì, non sufficiente a ricordarsi i dettagli.

Si guarda intorno: è un appartamento piuttosto piccolo, con un ingresso minuscolo che si affaccia subito sulla cucina adibita anche a salotto, con un divano a due posti pieno di coperte con strane fantasie; le pareti sono arancioni, un colore molto acceso.

Simone si muove con cautela, come se potesse disturbare. Trova Manuel davanti ai fornelli, intento a riempire l'imbuto della moka con la polvere di caffè. «Hai chiuso la porta?» è la prima cosa che dice il padrone di casa.

Simone strabuzza gli occhi - non ricorda. Si gira rapidamente per accertarsene e, lanciando uno sguardo, vede l'anta serrata, quindi «Sì, sì» borbotta.

Ha solo una giacca leggera di jeans addosso, fa ancora abbastanza caldo che potrebbe restare senza.

Avanza ancora, fino ad essere al fianco dell'altro ragazzo. Scruta i suoi gesti, il modo in cui spolvera via il caffè che ha fatto cadere sul ripiano o quello in cui chiude la moka.

Che, in realtà, non sta guardando davvero quella procedura usuale e quotidiana, che non è niente di importante. È più concentrato sulle sue mani, sui piccoli calli presenti sui polpastrelli o i minuscoli tagli sulle nocche.

Sulle sue mani che vorrebbe su di sé, pure in quel preciso momento.

Addosso, in ogni posto, a toccare ogni centimetro di pelle fino a strappargliela via.

Ed è con questo pensiero che, privo di controllo - un po' come è accaduto una volta durante una visita ad un museo con l'intera classe, di nascosto - Simone si spinge in direzione di Manuel, lo coglie alla sprovvista e posa le labbra sulle sue.

A differenza di quanto è accaduto durante la gita, però, stavolta Manuel non si scosta, non lo respinge, piuttosto resta immobile.

Si lascia baciare.

Lasci che io ti baci.

Si lascia baciare con in mano una caffettiera, le dita strette intorno all'oggetto. Si stacca soltanto poco dopo, di qualche centimetro, con leggero sorriso.

Simone, però, tenta subito di riprendere il contatto. Ci riesce per mezzo secondo.

Dopo Manuel gira il capo, stringe un po' di più la moka. «Prima il caffè?» dice «Non lo vuoi?».

No, in realtà a Simone non potrebbe fregar meno del caffè o di qualsiasi altra bevanda. Tuttavia, gli sfugge una risata e annuisce. Fa un passo indietro, permettendo all'altro di terminare la preparazione con la caffettiera che finisce su uno dei fornelli - quello più piccolo - con la fiamma bassa.

«Zucchero?» chiede Manuel.

«Sì, uhm— tre cucchiaini».

Aggrotta le sopracciglia, frattanto che recupera il barattolo di vetro dalla credenza. «Te bevi lo zucchero col caffè, non il contrario» commenta. Ha raccattato anche due tazze di ceramica color verde acqua: si accinge a mettere lo zucchero - un cucchiaino nella prima, tre nella seconda.

Simone si è appoggiato al piano della cucina con la parte bassa della schiena. Incrocia le braccia al petto, un po' nervoso, tamburellando con le dita. Passa lo sguardo dal viso dell'altro ragazzo a qualunque punto della casa e non lo rende nemmeno poco evidente.

Quanto tempo ci mette il caffè a uscire?

Troppo, decisamente troppo.

«Non si può alzare la fiamma?» propone, d'improvviso. Il tono di voce che gli viene fuori è leggermente stridulo.

Questo particolare conduce Manuel ad accennare una risata. «C'hai fretta? Devi annà da qualche parte?».

«No, era così per dire...».

Ma lo capisce che non è così per dire, che l'impazienza gliela legge in faccia ed è divertente ed eccitante al contempo.

La fiamma del fornello viene lasciata bassa, mentre Manuel si sposta: muove qualche passo lento per andare di fronte a Simone.

Si ferma davanti a lui, posiziona le mani ai lati dei suoi fianchi. Si sporge in avanti, qualche centimetro sufficiente, però, a permettergli di mordere piano il suo labbro inferiore.

Non è un bacio, è un principio di esso.

«Ce mette 'n po' a uscì» soffia «il caffè, intendo».

Subito, l'intreccio delle braccia di Simone si scioglie. «Quanto?».

«Eh, qualche minuto almeno, co' la fiamma bassa».

Okay, adesso può metterci pure tre ore, passa nella testa di Simone, il quale sorride ed è allora che fa scontrare le loro bocche in quel bacio tanto agognato, ricco di smania e desiderio.

Si lascia andare, inserendo con impetuosità la lingua a cercare quella dell'altro, frattanto che infila una mano tra i suoi capelli, all'altezza della nuca.

Gli viene persino da sorridere nel mezzo di quel gesto che tante volte, in precedenza, ha sognato e che non credeva potesse risultare così naturale, così già quotidiano, così...

C'è qualcosa che stona.

Un rumore particolare, ripetitivo, fastidioso.

Finge che non ci sia, che non esista, perché quel bacio non vuole perderlo.

Ciò nonostante, Manuel se ne accorge - purtroppo.

Appoggia i palmi sul suo petto e «Aspè— il telefono».

Cazzo di telefono, è quello che sta vibrando sul tavolo, facendolo tremare. «Lascialo suonare» biascica Simone e sfrega nervosamente il pollice contro il suo zigomo.

Il cellulare ancora vibra. «Magari è mi madre che le serve qualcosa, ce metto n'attimo» Manuel insiste.

Allora Simone è costretto a lasciarlo andare - lui ed il bacio. Lo fa con uno sbuffo. Deve tornare ad aspettare che esca il caffè e che chiunque sia dall'altra parte della cornetta si sbrighi.

Tante grazie, destino.

Manuel si allontana per afferrare il telefono abbandonato sul tavolo. Lo sblocca picchiettando con due dita sullo schermo.

Non è una chiamata, pensa Simone e subito lo sente dire: «Só messaggi sul gruppo della classe».

«Ma non l'avevi silenziato?».

«Seh, ma dopo l'ultima volta ho pensato che ce può esse' utile leggerli di tanto in tanto» spiega Manuel. Scorre tra tutte le notifiche sopraggiunte: sono più di cento e continuano ad aumentare.

Capisce presto il motivo. «Ce sta 'n nuovo post su quel blog der cazzo».

Ecco che i sensi di Simone tornano allerta. Prende un respiro profondo, per poi recarsi accanto all'altro, così da sbirciare sul cellulare.

«Qualcosa su—» sta per dire noi, ma si trattiene. «Me e te?» okay, non che sia tanto diverso.

Manuel scuote il capo in cenno di diniego. «No» sussurra. Ha aperto uno screen della pagina del blog Mappa della vergogna, uno dei tanti che hanno inviato su quel gruppo della 4^B; c'è soltanto un'immagine con uno smiley e un pene disegnato e sotto viene riportato scritto:



In maniera inconscia, Simone trattiene il respiro. Una parte di lui è persino sollevata dal fatto di non essere di nuovo protagonista di quel post, ma si sente immediatamente in colpa per averci pensato.

Manuel mette da parte lo screenshot, scorre tra i messaggi arrivati; ci sono emoticon o stickers sconvolti che si susseguono oppure:

Giulio
5?????

Aureliano
ma non avevi detto che si sapeva tutto di quel che facevi chi?? cos'è sta novità?

Giulio
Uno al giorno toglie il medico di torno.... O non era così?

Matteo
@Chicca risp in pvt SUBITO

Laura
Ma la smettete?

Luna
Voi tutti puri e casti eh?!

Giulio
Pesante!! Se scherza.....

Luna
Scherza co sto cazzo Giu

«La stanno a massacrà» commenta Manuel, che decide di non proseguire oltre e chiude la conversazione con l'intero gruppo.

«Sono un branco di stronzi» aggiunge Simone.

«E questo 'o sapevamo, Simó».

«Dici che dovremmo...».

«Che?».

«Non lo so, magari se lo diciamo ai prof, potrebbero...».

«Non stavano cercando de farlo chiudere Laura e l'amichetto suo?».

«Evidentemente con scarsi risultati».

Simone è addirittura sorpreso dal fatto che nessuno degli insegnanti abbia scoperto quel blog.

Presuppone sia per il fatto che sono tutti concentrati a scoprire chi ha creato la mappa sul muro, per non parlare della preside Smeriglio occupata a ripulire l'immagine della scuola tra tutti gli istituti di Roma, del Lazio - di chissà che.

Forse un blog online non rientra nelle loro priorità, anche se dovrebbe, visto quanti danni può provocare.

Che ci sono cose che da soli non si possono affrontare, specialmente se si è persi.

E loro lo sono.

***

Il giorno dopo, Chicca non si presenta a scuola.

Simone lo ha messo in conto: sul gruppo di classe hanno continuato a parlare per ore di quel post sul blog e lei ha soltanto visualizzato e mai risposto.

Presuppone che sia stata sommersa di messaggi anche in privato, magari. Perlomeno, lui le ha scritto solo per chiedere come stesse, ma non ha ricevuto risposta.

Quel pomeriggio, poi, si tiene anche la terza lezione di educazione sessuale.

Ironia della sorte - chi sta ridendo non si sa - sulla lavagna appare scritto malattie sessualmente trasmissibili.

Simone non ascolta molto di quel che dice il professor Coverti a riguardo: gli paiono concetti già detti, argomenti già affrontati che si ricollegano alla lezione precedente - tipo l'uso del preservativo che non serve soltanto per evitare gravidanze, come sia importante utilizzare precauzioni sempre se non si ha un partner fisso.

Lo sa, gli sembrano informazioni piuttosto basilari, eppure sussiste la necessità di rimarcarlo.

È seduto in ultima fila.

Manuel in seconda, accanto a Luna.

Vorrebbe tanto alzarsi e occupare la sedia vuota al fianco dell'altro ragazzo, ma desiste perché già lo infastidiscono le risatine dei compagni di classe per diversi temi, non sopporterebbe anche quelle su allusioni al proprio orientamento sessuale per loro esilarante.

Rimane fermo, mentre l'insegnante parla. Recupera il cellulare dalla tasca anteriore dei pantaloni beige che indossa.

Nota che c'è una notifica, un messaggio da parte di Chicca. Gli ha risposto:

Tutto ok... la gente è solo una merda

A Simone sfugge un sorriso amaro.

Mi spiace, ne so qualcosa ☹️

Vede apparire Chicca sta scrivendo... nella barra superiore della conversazione, però viene distratto dalla voce di qualcuno - che riconosce essere Matteo (e chi se no) - che acclama: «Se si comporta così, di certo è una poco di buono».

Simone ha perso il filo del discorso, non sa chi sia effettivamente il soggetto, ma è una affermazione che lo manda comunque su tutte le furie.

Aggrotta le sopracciglia e alza lo sguardo verso il professor Coverti, il quale ha portato le mani sui fianchi e fissa l'alunno con la fronte corrugata. «E perché dici questo, Matteo?».

Il ragazzo interpellato scrolla le spalle. È seduto in prima fila, presumibilmente per obbligo e non scelta.

«Se 'na ragazza va co' cani e porci, che è? 'Na santa? Se vuole dico 'a definizione corretta, ma poi me mette 'na nota».

«Bisogna essere in due per fare certe cose» Simone interviene, non riesce a trattenersi. Regge ancora il telefono in mano, anche se lo schermo si è spento.

Nell'immediato, attira l'attenzione dei compagni che si girano nella sua direzione - a parte Manuel, che rimane col capo basso a fissare di fronte a sé.

«E poi perché se una ragazza va con tanti ragazzi, risulta una poco di buono, mentre se un ragazzo se la fa con tante ragazze, è una specie di eroe?».

Matteo schiocca la lingua sul palato. «Che vor dì? È diverso».

«Perché sarebbe diverso?».

«L'uomo ha degli istinti, Balè. Non m'aspetto che tu capisca» ride dopo quella frase e tira una gomitata ad Aureliano che gli sta accanto per invitarlo a fare lo stesso.

Simone non demorde. «L'uomo ha degli istinti se si comporta come un animale. Esiste un termine quello pure per quello, ma se lo dico, mi prendo una nota».

«Seh? E sarebbe, Balè?» Matteo grugnisce.

«Ehi, calma, calma, calma!» il professor Coverti alza le mani per riportare quiete sulla classe. Funziona poco, in realtà, poiché Matteo continua a trucidare con lo sguardo Simone, il quale mantiene il contatto visivo con fare di sfida.

È il primo a cedere, ad abbozzare una risata sarcastica e a sbottare: «Seh, lassamo perde, professó! Co' questi non se può ragionà».

«Ma sta' zitto, Mattè» è una nuova voce ad intervenire, più bassa, poco udibile, che, però, porta Matteo a cambiare direzione, a porre attenzione verso la seconda fila. «Che hai detto?».

Manuel solleva il capo, manda giù a fatica la saliva. «Ho detto de sta' zitto» ripete. «Per caso sei sordo?».

Matteo ride di nuovo, sguaiato, e si passa una mano sul viso. «Oh, stai a difende er fidanzato tuo, Manuè? Poi dopo te ringrazia a modo suo, eh?» spinge la lingua contro la parete interna della guancia e muove davanti alla bocca il pugno chiuso, a rappresentare un gesto che non necessita troppa interpretazione.

Manuel prova l'impulso di spaccargli la faccia - adesso, ora, subito, scatterebbe in piedi per piantargli le nocche su uno zigomo.

Tuttavia, nonostante questo primordiale istinto, rimane fermo. Serra la mandibola, si frena. Non fa nulla neppure quando Giulio, Aureliano e altri compagni della classe si mettono a ridere, anche se non c'è nulla di divertente.

«Ehi, basta così!» il professore sbatte un palmo aperto sulla cattedra. «Stiamo andando fuori dal tema della lezione» cerca di riportare il focus su qualcosa di più calmo e di non lasciare sfociare in discussione, lite o rissa la questione - sebbene, forse, la situazione è già degenerata.

Alla fine, Matteo sta zitto, Manuel pure.

Simone direbbe molto altro, ma poi lascia stare.

***

Chicca, in effetti, al messaggio gli ha risposto e hanno parlato un po'.

Non che Simone abbia avuto chissà quale rapporto con lei - compagni di classe, conoscenti e nulla di più - solo che, in quel frangente, riescono a tenere una conversazione legata, immagina, da un'esperienza simile in comune.

Forse è una delle ragioni che lo spinge a recarsi a casa della ragazza quel tardo pomeriggio: è un appartamento piuttosto piccolo, con un soppalco e mobili rigati; Chicca vive lì con sua madre.

«Scusa, penso faccia schifo» dice la ragazza, mentre versa del caffè in due bicchieri «ho detto mille volte a mi madre che se deve cambià a guarnizione, solo che se scorda».

«Non fa niente» replica Simone, seduto al tavolo. Stranamente non è troppo nervoso, circa - lo ha notato dal fatto che la gamba non gli sta tremando, non troppo.

Chicca finisce di versare la bevanda calda e prende posto davanti a lui. Sospira sommessamente. «Comunque penso de fa' sbollire 'n po' le cose prima de torna a scola» borbotta.

Simone annuisce. «Se ti fa sentire meglio...» attesta.

«In realtà no», Chicca abbozza una risata a tratti nervosa «il tempo dovrebbe curà tutte le cose, ma ce ne stanno alcune che nessuno scorda mai. Te porti dietro certe azioni come 'n marchio indelebile sulla pelle».

«Tu non hai fatto nulla di sbagliato» Simone prova a rassicurarla «e pure se fosse, non— le persone sbagliano. Tutti lo fanno, sarebbe impossibile comportarsi sempre nel modo più corretto. Nessuno è così puro da essere sempre dal lato giusto, sarebbe tutto o bianco o nero, quando esistono infinite sfumature».

«È una bella visione, ma...» Chicca prende tra le mani il suo bicchiere di caffè, ne beve un sorso e rischia di ustionarsi la lingua «questo non ferma le persone da mandarmi messaggi in cui mi danno della troia o— i ragazzi che si sentono in diritto de mandamme 'a foto dei loro cazzi, quasi 'sta cosa fosse stata il loro lasciapassare».

«Li hai bloccati, vero?».

Fa cenno di sì col capo. «Peccato che nella vita vera non si possa fare». Tira un lungo sospiro. «Tu come fai?».

«A fare cosa?».

«A sopportare quello che ti dicono. Parlano un sacco e non riesci a fermarli, quindi devi sopportarlo» lascia per un attimo in sospeso la frase, stringendosi nelle spalle. «Sono cose— ce stanno cose che sento pure io, quando ci sei e soprattutto quando non ci sei. Alcune sono davvero cattive, meschine. E se le sento io...».

Le senti anche tu.

Simone le sente, ovvio che le sente.

Sente le risate, osserva i gesti, tutto ciò che ha sempre voluto evitare. Eppure, adesso, paiono gravare di meno su di lui e un motivo c'è, solo che non può rivelarlo a nessuno.

Così annuisce e rigira il bicchiere sulla superficie piana. «Ci stai male» esterna. «All'inizio— ci stai davvero di merda e pensi che sia tutto là, in quello che ti dicono perchè certe frasi si insinuano nella tua testa e non riesci a mandarle via, perché è vero che le parole ti feriscono più dei gesti. E delle volte finisci per credere che qualunque cosa ti dicono, qualsiasi cattiveria, sia la verità più assoluta e che tutti credono a quello, che tutti hanno quella opinione su di te e che puoi attirare solo odio e che— che nessuno ti ama più». Fa una breve pausa, abbassando lo sguardo. «Ed è qualcosa che ti fa sentire sbagliato, come se stessi commettendo qualche crimine, quando, in realtà, il crimine lo stai subendo. E quando arrivi a capire quello, diventa un po' più facile. Ti guardi intorno e realizzi che le persone che ti vogliono bene lo fanno indipendentemente da quello che le persone cattive e meschine dicono su di te e allora— non dico che te ne scordi, ci pensi solo meno. Dai retta a loro di meno».

Chicca lo ascolta in silenzio. A fine di quel discorso, un sorriso stanco le appare sulle labbra. «Spero de arrivarce presto a quel punto».

«Accade senza che tu te ne accorga, t'assicuro» Simone la rincuora e allunga una mano sul tavolo per appoggiarla su quella della ragazza.

Comprende il suo terrore, la sua angoscia: sono tutte sensazioni che lo hanno avvolto alla scoperta del muro e, in seguito, all'uscita del blog.

Ma non ha mentito, ciò che ha detto è la verità, che pian piano sta dando meno retta alle cose assurde che gli vengono dette poiché, insieme a Manuel, rende quei rumori meno forti.

E spera che Chicca possa fare lo stesso.

***

Simone torna a villa Balestra poco prima di cena. Quando parcheggia la Vespa bianca, nota le luci di casa trasparire dalle finestre della cucina - è abbastanza sicuro che la nonna stia preparando l'ennesimo pasticcio di carne.

Ripone il casco sotto alla sella. Sta morendo di fame che qualsiasi cosa abbia preparato Virginia, pensa che gli vada bene.

Ha le chiavi della moto in mano, lo zaino su una spalla, retto da una sola bretella. Muove un singolo passo e fa appena in tempo a compiere soltanto quel gesto, che viene frenato: i suoi occhi vengono coperti d'improvviso da mani un po' sudate e appiccicose.

Si allarma soltanto per una frazione di secondo, finché un profumo conosciuto gli inebria le narici.

Quanto deve essere intimo e speciale qualcuno per riconoscerlo soltanto dall'odore?

Perché Simone può associare il borotalco che si mescola al tabacco e al dopobarba scadente del supermercato soltanto ad una persona.

Così, un sorriso si delinea sulle sue labbra. Solleva una mano, va a sfiorare con i polpastrelli le dita che gli celano la vista. «Che ci fai qui?».

A quella domanda, Manuel ridacchia – Simone si bea di tal suono. «Te volevo fa' 'na sorpresa» glielo sussurra in un orecchio.

Poco dopo, rimuove le mani e compie mezzo giro intorno all'altro ragazzo, per essergli di fronte. Lancia anche un'occhiata verso le finestre della villa, ma le tende bianche li nascondono dagli sguardi di chi è presente in casa – e poi c'è poca luce per essere effettivamente scorti. «T'ho pure mannato 'n messaggio prima».

«Non l'ho visto, ero da Chicca».

Manuel annuisce. Si guarda ancora intorno, furtivo, come se qualcuno potesse vederli, ma ha già appurato che non è così. Ciò nonostante, non ne è davvero convinto, ragion per cui afferra chi gli è di fronte per un polso e lo trascina a qualche metro di distanza.

Nell'ampio cortile della villetta, ci sono degli alberi dai grossi tronchi piantati in modo regolare; è dietro uno di essi che conduce entrambi, per essere ancor più nascosti dall'occhio di chiunque.

Simone si appoggia con la schiena sul legno, dopo aver abbandonato a terra lo zaino e aver messo in tasca le chiavi.

«Sei stato— forte, oggi» Manuel sussurra e si aggrappa con una sola mano al bordo con la cerniera della giacca dell'altro ragazzo.

«Per cosa?».

«Per come hai messo a tacere quel cojone de Matteo» spiega «e per come hai difeso— beh, Chicca in 'sto caso, ma in generale tutte quante».

«Non ho fatto nulla di che».

«No, invece. A volte se segue la corrente e si ha paura de metterse contro a 'sta gente perché se hanno una opinione der cazzo, non ce puoi discute, ma tu non te sei fermato. Questo è— è forte».

«Tu lo hai trovato forte?».

«Molto» lo conferma, facendo cenno di sì col capo «e tu... tu, Simò, sei molto più forte di quel che pensi».

Il sorriso che ha mantenuto sulle labbra, d'improvviso, svanisce, e non è perché la tristezza lo ha avvolto senza che se ne rendesse conto.

No, il punto è che Simone non si è mai ritenuto forte: sfrontato, irriverente, a tratti polemico e sfacciato, fin troppo impulsivo e permaloso, ma forte mai.

Le persone forti sono altre.

Le persone forti sono quelle che non si nascondono come sta facendo lui.

Tuttavia, sentirselo dire – da Manuel, per giunta – ha un effetto devastante.

Trema appena e scuote la testa. «Non— non è così».

«Lo è», Manuel lo frena subito «te fidi de me?».

Sì, con tutta la mia anima. Simone lo pensa, ma ad alta voce non lo dice. Conduce un palmo sul suo viso, gli accarezza piano la guancia. «Sei venuto solo per dirmi questo?» sussurra.

Manuel neppure se la prende per la mancata risposta, quasi, in cuor suo, già la conoscesse. Curva le labbra in un docile sorriso. «Non solo» soffia.

«E per cos'altro?».

Sospira sommesso, poi solleva lo sguardo verso il cielo, per un breve istante. Sbuffa una risata. «È bella la luna stasera, vero?».

Simone sbatte rapidamente le palpebre. Pure lui osserva la distesa blu scuro che li sovrasta. La luna è poco visibile, in realtà. «La luna?» biascica.

«Eh».

«Ci sono un sacco di nuvole, non— non si vede molto».

«Ma c'è comunque, anche oltre le nuvole».

È vero: la luna c'è sempre anche quando non si vede - è da qualche parte, nel cielo, che osserva e scruta la Terra, da cui inesorabilmente dipende.

Simone non comprende bene il discorso di Manuel, non capisce perché sia così focalizzato su quel satellite, ma decide di accordarlo. E quindi «C'è comunque la luna» afferma.

Manuel allarga il sorriso. Non ha più gli occhi rivolti al cielo. Si sbilancia in avanti per far incontrare le loro bocche in bacio lieve, calmo, delicato.

Simone si rilassa contro il legno che ha alle spalle e percepisce le sue mani cingergli piano i fianchi.

Il contatto fra loro si interrompe poco dopo e a lui già manca. «Vuoi dormire qui stasera?» chiede e spera tanto in un sì.

Tuttavia, Manuel scuote il capo e «Non posso» replica. «Ho promesso a mi madre d'esserci stasera».

«Okay».

«Tanto ci vediamo domani».

Simone annuisce e abbozza un sorriso. «Ti prendo il cornetto».

Non è nemmeno una promessa, un giuramento importante, solo un particolare che sta diventando abitudine - quello di ordinare due cornetti e lasciarne uno sul bancone per lui.

Quando Manuel va via, cercando di fare il meno rumore possibile con la moto, Simone rientra in casa.

Ad accoglierlo poco dopo essersi chiuso la porta alle spalle, c'è suo padre con un libro in mano e gli occhiali tenuti a metà naso. «Hai fatto tardi stasera».

Il figlio scrolla le spalle, abbandona lo zaino all'ingresso e appende le chiavi al gancio al muro. «Sì, scusa, sono passato da Chicca».

«Ti ha detto perché non sta venendo a scuola?».

«Ha avuto un po' di febbre, tra un po' dovrebbe tornare» non sa quando sia diventato così bravo a mentire, soprattutto perché Dante non pone ulteriori domande e non indaga come suo solito.

«Ma per la Girolami, invece? È venuta la supplente due volte 'sta settimana» così, scaltro, svia l'argomento,

Dante chiude il libro che regge tra le dita e si sistema le lenti. «Eh, Battaglia ha fatto un casino, voleva menarmi».

«Puoi biasimarlo?».

«No, ma con la violenza non si risolve nulla, Simone, lo sai» sospira, sommesso. «Si è fermato, ma ha chiesto il divorzio e non sembra intenzionato ad andarci leggero».

«Addirittura?».

«Eh, quando si è feriti e arrabbiati, si tende a perdere la ragione e la lucidità ed è sempre un casino». Sbuffa ancora e mette una mano su un fianco. «Tu, invece?».

«Io cosa?».

«Niente, tu— hai qualcosa che vuoi dirmi?».

Simone non capisce il senso di quella domanda posta di nuovo - o meglio, una parte di lui percepisce il pericolo, ma si convince a schivarlo. «No, nulla».

«Sicuro?».

«So' sicuro. Perché?».

«Beh, la questione del muro ha agitato un po' le acque tra insegnanti e alunni e gli adolescenti, di solito, non lasciano passare tutto, specialmente se ci sono di mezzo gossip e scandali».

«Alla gente piace sparlare», giustifica Simone «di una cosa o di un'altra, ma poi si stancano e cambiano argomento». Magari lo cambiassero in fretta.

«Quindi tutto okay?».

«Tutto okay».

«Se ci fosse dell'altro, me lo diresti, no?».

C'è un blog che pare sapere tutto di tutti, ha pubblicato una mia foto mentre bacio Manuel, quindi ora ci danno il tormento e, chiunque sia, non pare intenzionato o intenzionata a fermarsi e succederà di peggio.

«Sì, certo», bugiardo «ma non c'è nulla al momento».

Dante sembra crederci - perlomeno è quello che Simone spera. «Bene», esclama «allora muoviti che la nonna ha preparato il pasticcio di carne e dice che freddo non è buono».

«Gateau».

«Cosa?».

«Si chiama gateau. Se dici pasticcio di carne, la nonna s'arrabbia».

«Ah, per carità, non facciamo arrabbiare la nonna» il professore ride. Dà un lieve colpetto sulla spalla del figlio e poi, rapido, si indirizza verso la cucina.

Dopo aver abbandonato la giacca, Simone lo segue.

Consuma la cena insieme al padre e alla nonna Virginia, la quale ringrazia per tenere tutto un discorso su uno spettacolo teatrale a cui ha assistito il fine settimana scorso – evita silenzi imbarazzanti e ulteriori domande da parte di Dante.

Aiuta a sparecchiare, mettendo i piatti, bicchieri e posate nella lavastoviglie che hanno riparato da poco. Poi saluta e si rintana in camera propria.

Non si è ancora messo in pigiama quando recupera il cellulare che tiene nella tasca posteriore dei jeans.

Lo sblocca e subito apre WhatsApp - in realtà c'è già una notifica presente col contatto di Manu, con un messaggio a cui non ha risposto che recita passo da te più tardi.

Gli viene da sorridere, frattanto che sbircia fuori dalla finestra: evidentemente a causa del vento, le nuvole si sono diradate e la luna piena è ben più visibile nel cielo.

Così risponde:

Avevi ragione, è proprio bella la una stasera

Ed invia.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro