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INTIMITÁ




Durante la settimana successiva, sull'ormai famigerato blog, vengono pubblicati due nuovi post – piuttosto innocui, che generano poco scandalo, come la rottura di Gianmarco ed Elisa di 4^E, una coppia definita storica al Da Vinci, ma che ha poco peso a livello di pettegolezzo, giusto qualche brusio di chi vuole saperne i motivi.

È il terzo post che crea più scompiglio, perlomeno per Simone che lo ha sotto agli occhi in quel preciso istante, appena uscito di casa con lo zaino in spalla e le chiavi della Vespa in mano: è qualcosa che lo riguarda, qualcosa che, a differenza di quanto diffuso sul suo conto in precedenza, è del tutto falso.

«Ma che cazzo...» gli viene da commentare come primo istinto. Tuttavia, non può avere nessun altro tipo di reazione poiché il rimbombo di una moto gli riempie le orecchie.

Fa appena in tempo a sollevare lo sguardo per vedere Manuel scendere dal mezzo a due ruote che lascia parcheggiato in malo modo.

Quest'ultimo ha ancora il casco pieno di adesivi in testa e stringe lo smartphone tra le dita. I suoi occhi sono ridotti ad una fessura, lo sguardo è truce.

Simone boccheggia, intanto che l'altro ragazzo lo afferra per la giacca e lo strattona dietro a quell'albero che, soltanto qualche sera prima, è stato spettatore di un loro momento lieto.

Adesso, tuttavia, qualsiasi cosa stia per succedere non è lieta.

«Che cazzo è?» tuona Manuel.

Il suo tono di voce si alza, ma lui si affretta a riportarlo ad un volume più basso – non sa se ci sia ancora Dante in casa, presume di no poiché non ha visto l'auto, però di sicuro c'è ancora nonna Virginia e non vuole li senta.

«Sei scemo?».

«Ah, io? Io so' scemo, Simò?!» si morde la lingua per non sbraitare. «È vera 'sta cosa?» sbuffa dal naso. «Te e i tizi der rugby».

«Me lo stai davvero chiedendo?».

Sì, glielo sta chiedendo, anche se non vorrebbe. Si passa una mano sul viso. «Lo hai fatto o no?».

Simone non può credere che il ragazzo che ha di fronte stia avendo anche solo un minimo dubbio a riguardo: si sente ferito, offeso, mortificato.

Gli scappa una risata sull'orlo dell'isterismo. Non vuole sostenere quella conversazione, ragion per cui cerca di evitare l'altro, scansarlo. Prova a superarlo, ma Manuel lo trattiene, tenendolo per un braccio.

La sua presa gli fa pure un po' male.

«Me lo dici?» insiste.

Simone si libera dalla sua presa con uno strattone. «Ma vaffanculo, Manuel» esclama.

È probabile che ci siano ulteriori frasi dopo quella, però lui non le sta ad ascoltare. Si dirige a passo svelto verso la Vespa bianca, solleva la sella per recuperare il casco, che infila in testa e parte, sgommando, lasciandosi dietro solo polvere.





Purtroppo, la situazione è peggiore quando giunge davanti al liceo Da Vinci.

Sistema il mezzo al solito posto e, mentre si libera della protezione per il capo, può già sentire il chiacchiericcio proveniente dal gruppo di alunni radunati davanti al muretto della scuola.

Non li conosce – non tutti – fanno parte di altre classi. Cerca di ignorarli, come fa tutte le volte, perché non vuole seccature, perché combatterli è inutile, perché deve proibire loro di fare troppo rumore nella propria testa.

Per questo motivo, cerca di passare quanto più possibile inosservato quando prova ad entrare nell'istituto.

Ciò nonostante, il suo tentativo risulta vano quando alle orecchie gli sopraggiunge: «Cos'è 'sta storia, Balè? Fai la puttanella in giro come l'amichetta tua?».

Si ferma di scatto. Non ha nemmeno bisogno di porsi il quesito a chi mai si riferisce - è abbastanza ovvio.

Vorrebbe reagire.

Vorrebbe urlare.

Vorrebbe tirargli un pugno su quella faccia da schiaffi che si ritrova.

A quel coglione di Michael e a chiunque stia ridendo per la sua frase.

Però non lo fa. Si volta soltanto per un attimo nella sua direzione, gli mostra il dito medio e dopo entra nell'edificio.


***


Simone fa il suo ingresso nell'aula della 4^B che è ancora pressoché vuota - e ringrazia per questo.

Butta lo zaino a terra, si leva la giacca di jeans e poi si accascia sulla sedia al proprio banco.

L'unico presente in aula è Pin, posizionato in prima fila con un romanzo aperto davanti; non si nota la copertina, ma a lui piacciono molto i gialli. Lancia un'occhiata al compagno di classe appena entrato, aggrottando le sopracciglia. «Tutto bene?».

Simone sbuffa.

Il suo primo pensiero è che domanda del cazzo, però ad alta voce non dice nulla.

«Tanto lo so che l'hai visto anche tu» borbotta e sfrega le nocche con un palmo. Non specifica cosa, è abbastanza ovvio.

Pin chiude il libro che abbandona sul banco e annuisce. «Sì, ho visto» replica, con tono basso. «Chiunque ci sia dietro, deve avercela un po' con te. Tra— la foto alla festa e questo».

«Chiunque ci sia dietro è uno stronzo che si inventa palle» Simone replica, adirato. Si passa una mano sul viso. «Cazzo».

L'altro scrolla le spalle e si sbilancia appena sulla sedia. Sospira. «Per quel che vale», dice, flebile «non credo tu abbia fatto quelle cose».

Simone solleva il capo solo in quel momento. Non se ne è accorto, però i propri occhi si sono fatti lucidi; è un riflesso involontario per la rabbia e lo sconforto che lo hanno assalito.

«Lo credi solo tu», sussurra «ma... grazie».

«Figurati», viene replicato «se qualcuno ci crede, evidentemente non ti conosce».

Manuel ci ha creduto, Manuel pensa quello di te.

Raggela ed evita di provare troppo dolore per quella fitta al petto che lo colpisce.

Stringe i pugni sul banco e sforza un sorriso sulle labbra, non sincero e ben lontano dal suo stato d'animo attuale.

Bella merda.

La lezione di latino di quella mattina non riesce a distrarlo: non lo farebbe normalmente, figurarsi con un carico da cento di parole maligne sopra.

Sente i bisbigli e le risate, che deve evitare di pari passo al tentativo di Manuel di incrociare il suo sguardo, ma è offeso con lui, è arrabbiato, pertanto lo ignora.

Ignora persino il messaggio che gli manda alla seconda ora, con scritto:


Possiamo parlare?


No, non voglio parlare con chi non mi crede, gli risponderebbe.

Nell'intervallo, ha bisogno di stare da solo.

Evita persino di prendere il suo caffè abituale. Si rintanerebbe in bagno, ma dovrebbe chiedere la chiave al bidello, aspettare, venire cronometrato sul tempo di permanenza e, in tutta sincerità, non gli va.

Così cerca un angolo del lungo corridoio che sia poco frequentato, lontano dagli occhi di tutti.

Prende posto su una panchina di legno, col busto piegato in avanti e i gomiti piantati sulle cosce.

Ha evitato di leggere qualunque altra cosa messa sul gruppo, ignorato i tag, i messaggi privati, ogni cosa.

Per sua fortuna, Dante non è a scuola quel giorno o già lo avrebbe riempito di troppe domande alle quali non vuole e non può rispondere.

«Caffè lungo con tre pallini di zucchero».

Simone alza lo sguardo al suono di quella voce squillante: intravede Chicca, che regge in una mano un bicchiere di plastica biodegradabile preso al distributore solito.

Non vorrebbe nemmeno accettare quel gesto, ma, in realtà, la carenza di caffeina già si fa sentire, ragion per cui abbozza un sorriso e accoglie tra le dita la bevanda calda. «Grazie» mormora.

Chicca curva appena le labbra verso l'alto, prima di prender posto al suo fianco. Si porta una ciocca di capelli colorata di rosso dietro ad un orecchio. «Stai bene?».

«Sto bene, non preoccuparti» Simone cerca di tagliar corto. Non sta neanche tanto mentendo perché non sta male, non quanto dovrebbe, non quanto ci si aspetta.

Non per quello che dicono gli altri di lui, perlomeno.

«Hai avuto coraggio a venir a scuola oggi».

«Sparire per qualche giorno non risolve la situazione, lo sai» beve un sorso di caffè e rischia di ustionarsi la lingua.

«Lo so» attesta lei e rilascia un sospiro sommesso. «Comunque se— cioè se vuoi parlarne o sfogarti, voglio dire... io ce sto».

Non va nello specifico, omette la parte del ci sono per te, tu ci sei stato per me. Lo capiscono entrambi, seppur rimanendo in silenzio.

«Ti stanno ancora rompendo?».

Le sfugge una risata intrisa di leggero isterismo. «Le ragazze mi danno della troia, i ragazzi si sentono in diritto di toccarmi senza permesso, pensando che a me piaccia» scrolla le spalle. «Tutto nella norma, no?».

«Sono un branco di coglioni».

«Seh».

Simone schiocca la lingua sul palato, poi butta giù l'ultimo goccio di bevanda. «Ma io non— non sono preoccupato per quel che dicono. Quello che c'è scritto su quel blog non è vero, so cosa ho fatto e cosa non ho fatto».

«Pure se fosse vero, non ne avresti colpa perché non hai fatto nulla di sbagliato. Me l'hai detto tu».

«Non l'avrei, ma... è più complicato di così» finisce col fissare il bicchiere ormai vuoto che stringe tra le dita. «Non è vero e basta, cioè... non è proprio tutto vero».

Chicca aggrotta la fronte. Si sporge appena in avanti per poter osservare il volto dell'amico. «Che intendi?».

Simone presume di essersi spinto già troppo oltre, che magari lo sconforto lo sta facendo divagare e potrebbe pentirsene. Tuttavia, il peso che percepisce sul petto è troppo opprimente per ignorarlo e basta.

La risposta alla domanda che gli frulla in testa – se sia giusto o sbagliato – se la dà quando incrocia lo sguardo della ragazza: gli pare sincero, gentile.

Conosce Chicca dalla terza media, quando è finito nella sua stessa classe a causa di smembramenti di altre classi. Forse può considerarla una – se non l'unica – davvero amica, una con cui confidarsi, in particolar modo dopo quella spiacevole esperienza che li accomuna.

Manda già a fatica della saliva. «Quello che ha scritto, dall'inizio, io...» un po' soffoca. «Io sono gay» gli pare quasi una liberazione affermarlo, seppur a voce così bassa da essere a malapena udito – e Chicca gli sorride, complice.

«Sono gay e non— non me ne vergogno perché fondamentalmente non c'è nulla di cui io mi debba vergognare. Sono io e sono così», prosegue «e davvero di quel che pensano e dicono dei— ragazzini annoiati in 'sta scuola non mi interessa, ma...».

«Ma?».

Si prende una pausa ulteriore, mordendosi forte l'interno della guancia. Il bicchiere vuoto del caffè lo ha stretto in una morsa e si è imbrattato le dita.

«Ma m'interessa quel che pensa e dice una persona che sto— frequentando, più o meno, e questa cosa ha... Non l'ha presa bene, ecco tutto».

Forse ha detto troppo.

Si morde piano la lingua.

Ammettere che quest'altra persona sappia ciò che è stato pubblicato sul blog, significa confessare che sia qualcuno che frequenta il Da Vinci.

Tuttavia, reputa Chicca abbastanza perspicace da presupporre che abbia già collegato tutti i punti.

Ma va bene: si fida di lei.

La ragazza lo ascolta e, per un primo attimo, rimane in silenzio: non fa supposizioni a voce alta, non sottintende nulla. Si limita ad annuire. «So' sicura che chiunque sia questa persona, se gli parli cor core in mano, capirà che la storia non è vera e ti starà accanto più de prima».

«Non ne sono così sicuro» pigola Simone.

La scena di quella mattina con Manuel ancora gli balena nella mente ed è una immagine meschina che non riesce a cacciar via.

«Fidate», Chicca prova a confortarlo, mettendo una mano sulla sua spalla «io te credo».

Siamo a due, pensa Simone.

Mi credono gli altri e non mi credi tu.

La campanella suona, ponendo fine all'intervallo.

Simone è il primo a rimettersi in piedi, per buttare il bicchiere nell'apposito cestino, frattanto che un brusio più forte riempie l'aria.

Chicca lo segue poco dopo. «Simo?» lo richiama, quando è a pochi metri di distanza.

«Mh-m?».

«Grazie. Per— per l'altro giorno e per avermi detto di te».

«Figurati», Simone le fa un cenno col capo «mi fido di te». Lo dice con fermezza e sicurezza, un sesto senso che lo ha guidato per tutto il discorso fino a tale confessione.

Si fida di lei e tanto basta per farlo stare sereno.


***


Simone vorrebbe tanto che quella giornata finisse il prima possibile perché ogni ora pare essere peggio della precedente.

Ad esempio, la quarta coincide con educazione motoria: il professor Battaglia è assente da giorni ormai, al suo posto c'è un supplente, si chiama Umberto Donati, un uomo sui quarant'anni con capelli e barba brizzolati, con addosso una tuta blu con dettagli bianchi.

È un tipo piuttosto autoritario, mantiene il polso della situazione e riesce persino a tenere a bada la 4^B.

Almeno in parte, ecco.

Adesso sta spiegando ad una parte della classe il modo più corretto per eseguire gli addominali - Luna ha qualche difficoltà, ad esempio.

Simone tiene le braccia incrociate al petto, mentre osserva la scena a pochi metri di distanza, con le sopracciglia che si aggrottano perché gli sembra una scena piuttosto ilare; se non fosse per il suo umore nero e la voglia di spaccare tutto, probabilmente riderebbe per il modo in cui la compagna di classe è diventata rossa in viso tirandosi su una volta sola.

«Oh, Simó!» è la voce di Matteo, comunque, a distrarlo.

Gli è sufficiente voltare di pochi centimetri il viso per vedere l'altro ragazzo, con accanto - uno per lato - Giulio e Aureliano.

Simone sbuffa. Non vorrebbe manco prestar loro troppa attenzione, pertanto si limita ad un lieve cenno con la testa e una scrollata di spalle.

Di certo, non è la reazione che Matteo si aspetta e manco quella che vuole, tanto che schiocca la lingua sul palato e non si arrende.

«Ma toglimi 'na curiosità...» comincia «'pe fa' i lavoretti tuoi, davi er numerino? O li facevi mette' in base ar numero della maglia loro?».

Simone serra la mandibola, si irrigidisce.

Che coglione, gli viene da pensare, ed è pressappoco quello che gli passa per la mente ogni volta che c'è Matteo di mezzo.

Non risponde. Non vuole alimentare quella voce o avere una reazione esagerata che andrebbe soltanto a convincerli che quelle cose le ha fatte per davvero, quando non è così.

Tuttavia, il suo voler essere calmo e pacato viene messo a dura prova, poiché Aureliano ridacchia e rincara la dose: «No, Mattè, secondo me in ordine alfabetico. Per Balestra è 'na roba più precisa».

«Dici? Vabbè, qualunque cosa sia, 'n te facevo così affamato de cazzi, oh!».

«Se per questo», si intromette Giulio «manco te facevamo frocio, eppure...».

Forse avrebbe resistito di più se solo quella parola non fosse saltata fuori: è come la miccia di una bomba che scoppia; lo fa al centro esatto del suo petto, lo fa vacillare, poi esplodere.

E allora Simone non si controlla quando, con un sonoro sbuffo, spintona Giulio così forte da farlo capitombolare sul pavimento della palestra. In pronta reazione, Matteo si mette in mezzo e ricambia la spinta; è più flebile, ragion per cui Simone indietreggia soltanto.

La sua espressione è cambiata, è contorta a causa della rabbia, da quel senso di vergogna che non dovrebbe provare eppure c'è e lo dilania.

Manuel si trova dal lato opposto di quell'ambiente in quel momento: riesce a scorgere la scena, anche se la conversazione non l'ha sentita. Il suo primo istinto gli suggerisce di accorrere per evitare che la situazione precipiti.

È in grado di compiere solo mezzo passo che, per sua fortuna, il professor Donati è già intervenuto, cercando di placare gli animi: tira via Simone che è già pronto a dare il via a una colluttazione.

«Basta, basta, basta!» sbraita l'insegnante e rimprovera con lo sguardo tutti e quattro gli alunni. «Ma che ve siete impazziti? Ve spedisco dalla preside se non la piantate».

Bene, almeno me ne vado da 'sta scuola di merda.

Simone si passa una mano sul volto, stanco. «Vado a cambiarmi» sbotta, anche se nessuno glielo ha ordinato, anche se il suo insegnante lo riprende con «Balestra, non t'ho detto che puoi andare! Balestra, te becchi una nota così».

Ma non gli importa – della nota sul registro o di finire nell'ufficio della Smeriglio.

In maniera quasi inconscia, riserva un'occhiata truce a Manuel che, invece, non si è mosso di un passo e rimane in piedi, accanto a Luna seduta a terra a gambe incrociate.

Simone cammina svelto verso gli spogliatoi, dove c'è puzza di sudore e deodorante al pino.

Si cambia in modo rapido, sostituendo la tuta blu scuro con dei pantaloni beige e la t-shirt grigia con una camicia bianca che abbottona alla rinfusa – forse pure storta. Ficca tutto dentro ad una sacca di stoffa rossa, per poi abbandonare quel luogo con un sonoro sbuffo.

In un corridoio deserto dove i suoni rimbombano, Simone vuole andar via, fuggire, ma ciò gli viene impedito da Manuel che lo ha raggiunto in qualche modo – chissà con quale scusa – che ora lo ha afferrato per un polso e lo tira leggermente.

Si libera subito di tale blanda presa, con uno scatto, rabbia e impazienza.

Manuel sbatte le palpebre, serra le labbra. «Guarda che non te ne puoi anna' così», dice «quello te mette davvero 'a nota».

«E 'sticazzi, Manuel!» tuona Simone, allargando le braccia con fare plateale.

«Non te puoi rovina' tu perché quelli so' stronzi, non...».

«Tu sei esattamente come loro» gli esce di bocca con un sibilo.

Manuel assorbe quella frase a rilento, quasi fosse troppo doloroso accoglierla in un solo colpo, di getto. «Non—non è vero» pigola.

Simone abbozza una risata, a tratti isterica. «Non mi sembra che te sei fatto problemi a credere a quella roba su di me».

«Le cose che hanno scritto là sopra poi se so' rivelate tutte vere, che—che pretendi?».

«Che pretendo? Me lo stai davvero chiedendo?» è una domanda retorica, la sua, non esige e manco vuole una risposta. «Che chiedevi a me prima de fa' il matto, ecco cosa».

Manuel abbassa per un attimo lo sguardo: lo riconosce di esser stato impulsivo, di aver agito sotto sentimenti contrastanti, in balia di una gelosia che mai ha posseduto; ricorda bene come si è sentito davanti a quel post, rimembra che non gli è importato del gesto, piuttosto del fatto di esser stato in qualche modo tradito, che tecnicamente stanno insieme – si frequentano, ma quel che è – e l'idea che lui, nel frattempo, si concedesse ad altri lo ha mandato in tilt.

Tuttavia, quell'aspetto non riesce a confessarlo. Si limita a pigolare: «Mi dispiace».

«Vaffanculo tu e le tue scuse» Simone taglia corto, in maniera acida, col calore che gli avvampa le guance. Gli riserva l'ennesimo sguardo furente, con un briciolo di rancore che monta sul suo petto.

In seguito, si allontana con passo svelto, lasciando Manuel in un corridoio vuoto.


***


Alla ormai consueta lezione sull'educazione sessuale, quel pomeriggio, Simone non partecipa.

Manuel vorrebbe fare lo stesso, vorrebbe esser uscito con lui quando lo ha visto sgattaiolare via al suono della campanella, invece no, si ritrova ancora una volta nella palestra più piccola, seduto in ultima fila a fissare una lavagna su cui spunta il termine masturbazione.

Non sta seguendo per davvero: mantiene il cellulare in mano, con la conversazione aperta con Simone e i cinque messaggi che gli ha inviato, letti senza alcuna risposta.

Gli pare di aver fatto un casino e non sa come uscirne.

Se solo avesse chiesto, se solo si fosse soffermato sulla cosa invece di esplodere, se solo—

«Manuel, tu che ne pensi?».

Come ovvio, non ha sentito nulla del discorso tenuto dall'insegnante, per cui la domanda di Coverti gli ricade addosso e lo coglie impreparato. «De che?» borbotta, bloccando il cellulare

Il professore, in piedi e con la parte bassa della schiena contro la cattedra, indica con un cenno del capo la scritta nero su bianco. «Dell'argomento di oggi», dice «qual è la tua opinione?».

«Non ho nessuna opinione».

«Figuriamoci, tutti ce l'hanno».

Forse ce l'ha, il problema è che non gli interessa. Sbuffa. «Boh, se esageri diventi cieco?».

«È una delle credenze più popolari, in effetti», attesta Coverti, incrociando le braccia al petto «però non vi è alcuna dimostrazione scientifica. Al contrario, molti studi hanno rivelato che è una tecnica molto utile per rilassarsi, attraverso il rilascio delle endorfine. Funziona contro lo stress, i dolori mestruali e la cefalea».

«Quindi se c'ho 'n problema», interviene Giulio «me faccio 'na prugnetta e se risolve tutto?».

La sua frase fa ridere i presenti – tranne Manuel che alza gli occhi al cielo.

«Non ti risolve i problemi», replica il professore «ma magari ti aiuta a vederli da una diversa prospettiva, ecco».

Fa una breve pausa, scrutando i suoi alunni. «Quello su cui vi chiedo di focalizzarvi, però», comincia «è il fatto che la masturbazione è ancora vista come un tabù, in particolare modo quella femminile, quando non dovrebbe esserlo. Alcune persone cercheranno di farvi sentire sbagliati, sporchi se confessate che vi masturbate e vi piace farlo, quando l'atto in sé corrisponde ad una conoscenza di sé stessi, del nostro corpo e non c'è assolutamente nulla di cui vergognarsi, al contrario» allarga le braccia.

«Sono convinto che, parlandone liberamente, si possa sdoganare questo preconcetto che chi si masturba compie peccato oppure, qualora abbia una relazione, diventa un tradimento. Non lo è. Anzi, vi dirò di più—esiste la masturbazione di coppia. Ed è la cosa più intima e profonda che potreste mai compiere con qualcuno, è un livello superiore, per davvero».

Manuel ascolta il discorso dell'insegnante stringendo il cellulare tra le mani così forte da farsi sbiancare le nocche.

Pensa che, durante l'estate trascorsa, lo ha fatto e non lo ha mai confessato, neppure ammesso a sé stesso, di essersi toccato con la mente rivolta ad una sola persona, immaginando fossero le sue mani ad accarezzarlo.

Se ne è vergognato per una serie infinita di motivi. Adesso, invece, pensa che quella cosa intima e profonda la vorrebbe provare, con Simone.

Vorrebbe provare un sacco di cose con Simone, però poi si ricorda che ha mandato tutto allo scatafascio perché è troppo impulsivo e torna ad eclissarsi, come farebbe la luna.


***


Simone ha posato il telefono sul comodino verde menta accanto al letto, con lo schermo verso il basso e il silenzioso. Ha letto l'ultimo messaggio da parte di Manuel, non ha risposto e ha deciso di ignorarlo – ci litigherebbe di nuovo, del resto.

Ora se ne sta sdraiato sul materasso, a fissare il soffitto e a non fare, in sostanza, nulla. È stanco di quella giornata, stanco di ogni cosa. Ha persino declinato la richiesta di sua nonna di cenare insieme e, ringraziando il cielo, suo padre non ha insistito affinché cambiasse idea.

Non ha idea di che ore siano o da quanto tempo non cambi posizione, però fuori è già buio e la sola luce dell'abat-jour non è sufficiente a donare chiarezza alla sua stanza. Poco importa, tanto a breve si addormenterà.

Almeno così spera.

Purtroppo, no.

Il cigolio della porta della camera che viene aperta squarcia il silenzio.

Simone solleva il capo, già immaginando possa essere Dante che ci ha ripensato e vuole costringerlo a mangiare. Tuttavia, non è la sua sagoma che scorge.

«M'ha fatto entrà tu' padre», spiega Manuel, immobile sulla soglia «m'ha detto che potevo salì senza problemi».

Simone non si scompone. Torna a far sprofondare la testa sul cuscino e incrocia le braccia al petto. «Eh, t'ha detto 'na cazzata, allora» borbotta.

Nervoso, Manuel si morde il labbro inferiore. Seppur senza invito, fa il suo ingresso nella stanza e chiude l'anta alle proprie spalle. Trascina i piedi sul pavimento per avvicinarsi di più al letto.

«Possiamo parla'?» pone quella domanda per l'ennesima volta durante quella giornata.

«Non c'ho niente da dirti».

«Sei 'ncazzato, 'o so, l'ho capito, ma almeno me puoi ascolta'?».

«Tu non mi pare l'hai fatto» Simone tiene lo sguardo altrove, su qualunque punto non sia il volto dell'altro ragazzo.

È acido, piccato, permaloso, offeso, ferito.

E Manuel incassa quei colpi, assorbe tutto quel rancore che, in parte, sente di meritare.

«No», sussurra «e ti ho detto che me dispiace, anche se non mi stai a sentire». Avanza ancora, finché non riesce a sedersi sul bordo del letto - anche quello senza permesso.

Per riflesso, Simone si mette a sedere: piega le gambe, si porta le ginocchia al petto e si rannicchia su sé stesso, quasi non volesse nessun contatto con lui - il che è strano, non dovrebbe.

Non vuole.

«Ho sgravato 'n po'» biascica Manuel, abbassando lo sguardo.

«Un po'?».

«Un po' tanto, okay? È che— non so che m'è preso, ho pensato che te ne annavi co' altri e non c'ho visto più, ero...».

Simone lo fissa attraverso le sue folte ciglia. «Eri?».

«Sì, boh— hai capito».

«In realtà no».

L'altro prende un respiro profondo, si passa una mano sul viso. «Geloso», soffoca «geloso da impazzire».

A tal punto, Simone ammutolisce, spiazzato da una simile confessione poiché, fino a qualche mese - settimana, forse - prima, mai avrebbe creduto possibile una cosa del genere.

Che Manuel Ferro potesse essere geloso di Simone Balestra.

Eppure, ecco qua, davanti ad una ammissione concreta, tangibile, che lo porta ad arrossire sulle guance.

«Questo, però, non giustifica come ho reagito, non...» prosegue Manuel. «Nel senso, che tu abbia fatto o meno quelle cose...».

«Non le ho fatte».

«Ma anche se le avessi fatte, chiunque abbia messo in giro 'sta voce su di te, vera o meno, non avrebbe dovuto e non ne aveva alcun diritto. Su di te, su Chicca— non è giusto» insiste. «È stato qualcosa de meschino e crudele, come lo è chiunque ce sta dietro a quel blog».

Simone annuisce e si rende conto in ritardo del fatto che il suo evitare ogni genere di contatto è miseramente fallito - che poi manco gli dispiace: Manuel ha allungato una mano e gli ha appoggiato un palmo sulla guancia, sfregando un pollice sul suo zigomo.

«Me dispiace», lo sente dire ancora «nemmeno te sei solo, mh?».

Simone preme il viso contro quella bramata carezza, abbozza un sorriso. «No?» pigola.

«No», ripete Manuel «ce sto io».

È incredibile come basti così poco a Simone per cedere, per scrollarsi di dosso la furia e l'astio, per cedere e diventare debole. È una delle ragioni che lo spinge a sporgersi in avanti e baciare l'altro sulle labbra in modo lento e delicato.

«Resta qui» sussurra, non appena si stacca - di qualche centimetro soltanto.

«Non posso».

«Resta qui» non accetta il rifiuto, non ne ha alcuna intenzione.

Così, alla fine, dopo nemmeno mezzo minuto, si ritrovano sdraiati su quel letto ad una piazza e mezza, con le gambe intrecciate le une con le altre – Manuel ha tolto le scarpe per farlo.

«Possono entra' tu padre o tu nonna da un momento all'altro» biascica quest'ultimo.

«Sanno mantenere i segreti» ribatte Simone – su Virginia ne è certo, su Dante un po' meno, ma tant'è.

Manuel fa cenno di sì col capo. Ha le dita che passano e scorrono piano tra i capelli ricci di chi gli è davanti, sulla nuca. «Te sei perso 'a lezione de oggi co' Coverti» appunta ad un tratto.

«Uh, che peccato».

«Scemo, è stata bella, per quel poco che ho ascoltato».

«E su che cos'era?».

«La masturbazione».

«Mh, interessante».

«Oh, la finisci?» a Manuel sfugge una risata per il tono ironico e sarcastico utilizzato dall'altro ragazzo. Gli tira un colpetto a pugno chiuso sul braccio. «Ha detto delle cose belle» aggiunge.

«Tipo?».

«Cose», scrolla le spalle «se ce stavi, 'e sentivi».

«E dimmele tu» Simone glielo chiede anche se non sa cosa possa esserci di bello in un simile argomento.

Dall'altra parte, Manuel non saprebbe come esprimersi, dal momento che prova imbarazzo e sarebbe stato decisamente più semplice se fossero stati entrambi presenti alla lezione di quel pomeriggio. «Non me le ricordo tutte», decide di tagliar corto «però una sì».

«Sarebbe?».

«Boh, parlava tipo de farlo insieme, no? Dice che è 'na cosa intima». Fa una breve pausa, mentre il suo indice si impiglia in un riccio di capelli.

Cerca di sciogliere il nodo senza tirare troppo, per non fargli male. «Magari 'o potemo fa' 'nsieme, un giorno» lo tira fuori con voce flebile e lo sguardo basso.

Per reazione, Simone ride – nemmeno dovrebbe poiché la richiesta pare seria, genuina e gli dispiace persino.

«Che te ridi?» Manuel prova a smorzare la tensione che lo assale e la paura di aver fatto una pessima figura.

Ma no, non è quello che sta a significare e non è ciò che Simone vuole insinuare.

«Niente, è che...» tenta di spiegare «che fino a dieci minuti fa stavamo litigando e ora mi chiedi questo».

«Veramente stavi a litigà da solo», puntualizza Manuel «e poi so' 'no stronzo lunatico, no?».

A tal punto, Simone fa cenno di no con la testa e conduce una mano sul lato del suo viso. «Non sei stronzo» soffia «e non sei come tutti gli altri». Lo intende per davvero, ora che ha capito ed è meno – se non più del tutto – arrabbiato.

Manuel curva le labbra in un mezzo sorriso, sollevando soltanto un lato della bocca. È una delle prime o delle uniche volte che si sente dire una cosa del genere e ciò gli fa appena sussultare il cuore. «Lo prendo come un complimento».

«Lo è».

E lo è per davvero.


***


La mattina dopo va meglio di quella precedente – ci vuole poco, del resto: Manuel non è rimasto a dormire, ma la sua permanenza si è protratta per abbastanza tempo da permettere a Simone di rilassarsi, di essere un po' sereno, un briciolo felice e, soprattutto, di svegliarsi senza un peso opprimente al petto.

A colazione, saluta persino sua nonna con un bacio sulla guancia e suo padre con una pacca sulla spalla, tanto da costringere Dante ad aggrottare la fronte, mentre legge le notizie del giorno sul sito dell'Ansa, seduto a tavola.

Simone recepisce a stento il loro borbottare poco prima di abbandonare la villa con lo zaino in spalla.

«Ma che ha tuo nipote oggi?».

«Dado, sarà innamorato!».








All'arrivo a scuola, una volta parcheggiata la Vespa, la situazione si presenta uguale a quanto già vissuto: le voci, le risate, quel fastidiosissimo Michael che lo sbeffeggia quasi a pretendere una sua reazione.

Tuttavia, Simone non ci pensa neppure a dargliela vinta. Che poi, la sua mente vaga altrove.

Non ordina il solito secondo cornetto al bar di fronte all'edificio – scorge la moto di Manuel sistemata al solito posto, quindi evita quel gesto, per quanto gli dispiaccia.

Si guarda in giro, non lo vede, ma non importa: sono compagni di banco, lo aspetterà dentro.

Si dirige verso l'aula della 4^B quasi portasse i tappi alle orecchie: per davvero, non si lascia scalfire da nessun commento, nemmeno dalle occhiate pungenti che qualcuno gli riserva in corridoio.

Entra in classe con un sorriso stampato sulle labbra. Saluta con un cenno del capo Pin, fermo come al solito in prima fila col suo solito romanzo aperto davanti – chissà quando lo ha iniziato e se lo finirà mai.

Simone appende lo zaino allo schienale della sedia, sulla quale poi si accomoda. Da quella posizione riesce a scorgere un angolo di un biglietto di carta che è stato posto nel ripiano sotto al suo banco. Lo pizzica tra indice e pollice per tirarlo fuori: è un foglio di piccole dimensioni, piegato in due e un po' stropicciato.

Lo apre e sopra ne spicca una calligrafia a penna blu che riconosce:


Sotto la tua pelle vive la luna.


Non ha idea di quando e come Manuel abbia lasciato quel pezzo di carta sotto al suo banco. In tutta onestà, il modo manco gli interessa perché il sorriso che gli appare sulle labbra è molto più forte di qualunque quesito possa sopraggiungere.

«Tutto okay, Simo?» la voce di Pin riecheggia nell'ambiente.

Simone alza lo sguardo, frattanto che riporta il biglietto nella forma iniziale e lo ficca nella tasca anteriore dei jeans. «Tutto okay, grazie» replica frettolosamente.

«Sicuro?».

«Sì, perché?».

«Beh— ieri ho sentito quel che ti hanno detto in palestra, il prof ti ha messo una nota quando te ne sei andato».

Scrolla le spalle. «Quello non...» borbotta «cioè, non lo sto affrontando da solo, ecco tutto».

«Oh, okay. Buon per te, allora».

Simone abbozza un sorriso di circostanza. In realtà a quella conversazione non bada molto, piuttosto si focalizza sul suono della campanella tre minuti dopo, sull'ingresso di Manuel in classe, al modo in cui i loro sguardi si incrociano tra le chiacchiere dei compagni, solo per una frazione di secondo per poi nascondersi in angoli remoti così da potersi guardare altrove.

Stanno diventando bravi in quello, anche se non sa quanto possa essere positivo. Però, fintanto che attraversano l'inferno delle voci, delle cattiverie insieme, va bene.

Insieme va tutto bene.


***


Trascorrono tre giorni.

Tra le mura del Da Vinci, ogni volta che cammina nei corridoi, Simone continua a sentire le risate di alunni di altre classi che lo guardano, lo sbeffeggiano; riservano un trattamento simile anche a Chicca.

Purtroppo i pettegolezzi galoppano ed è difficile fermarli.

Cerca di non darci eccessivo peso, cerca di concentrarsi su quello che ha con Manuel, sul fatto che questo gli lasci un biglietto con una poesia quasi ogni mattina - anzi, tutte le mattine, eccetto una, quando è arrivato prima di lui.

Pensa che quello sia davvero importante, non ciò che sconosciuti montano su, per avere qualcosa di cui parlare.

Paradossalmente, per quanto contorto, è più sereno ora di quanto fosse prima - sebbene gli abbiano fatto outing più volte, lo abbiano deriso e umiliato.

Assurdo.

È tardo pomeriggio quando Simone si trova nella propria stanza, con la finestra aperta di qualche centimetro per fare entrare una lieve brezza di inizio autunno. È seduto alla scrivania, con il telefono retto in posizione verticale da un paio di libri.

Ha avviato una videochiamata, che è ancora in corso, con Manuel: l'intenzione era di studiare insieme, ma, nell'ora trascorsa, hanno fatto di tutto a parte mettersi sui libri.

«Vedi che se pijo de nuovo tre ner compito de matematica, do la colpa a te» la voce di Manuel trilla dall'apparecchio.

Simone nasconde per un attimo il viso tra le braccia che ha incrociato sulla superficie piana, tra quaderni pasticciati e libri chiusi. «Ma è facile 'sto argomento» rimbecca.

«Ma facile de che? Non ce capisco 'n cazzo de 'sta roba».

Gli sfugge una risata. «Mal che vada, ti passo io il compito».

«Seh? Lo faresti?».

«Sì, perché no?» inclina appena il capo su di un lato. «A patto che te mi passi quello di italiano».

«Come faccio a passarte un tema?».

«Non so, ma sei più bravo tu a scrivere di me, quindi...».

«Quindi avemo un patto?».

«Diciamo di sì». Si tira su col busto, passando la lingua sulle labbra secche. «La prossima volta vieni qui a studiare».

Dallo schermo, si scorge Manuel che aggrotta le sopracciglia. «Così non studiamo proprio 'n cazzo» commenta.

«Perché adesso lo abbiamo fatto?».

«È diverso».

Simone vorrebbe fargli notare che non è tanto diverso, che tanto in videochiamata si sono persi in chiacchiere; dal vivo avrebbero, forse, parlato di meno, questo è vero, ma il loro intento di studiare per davvero sarebbe comunque stato vano. Tuttavia, resta muto, abbozza solo un flebile sorriso.

«Vabbè, comunque devo anna' che mi madre sta a torna' co' la spesa e se non l'aiuto me fa 'na testa tanta».

«Oh, okay».

Manuel muove il telefono e la sua immagine un po' traballa.

Simone è già sul punto di porre fine alla chiamata, ma la voce dell'altro lo frena: «Oh, Simò?».

«Mh-m?».

«Ce sta la luna piena stasera. Vedila, è bellissima».

Non gli viene dato modo di replicare poiché solo a tal punto la connessione è interrotta.

Si chiede cosa ci sia di così importante nella luna, il motivo per cui Manuel ne sia quasi ossessionato, nominandogliela sempre; magari c'è una ragione precisa, però non l'ha ancora scoperta.

Un giorno dovrà chiederglielo.

Riprende il telefono, chiudendo l'applicazione di FaceTime.

Ha impostato il telefono sulla modalità non disturbare, la stessa che rimuove in quel momento.

Memore di quanto è accaduto, ha riattivato pure lui il gruppo della classe, restando come partecipante passivo e scrivendo di rado; ci sono delle notifiche su di esso, niente di troppo importante – richiesta informazioni sul compito di matematica che hanno l'indomani, nulla di più.

Ciò che attira di più la sua attenzione, tuttavia, è un messaggio su Telegram – che ha iniziato ad usare da poco, più che altro perché pensa ci siano stickers migliori che lo aiutano ad esprimersi meglio.

È da un account che non è tra i suoi contatti. Il nome lo stordisce: mapsofshame.

Per un momento di chiede come lo abbia mai trovato, ma il suo nickname è semplicemente simonebalestra, quindi non è neppure tanto difficile.

Apre quel messaggio con curiosità e timore:


Tenere tutti questi segreti è difficile, non ne sono più in grado.
Tu, di certo, sarai più capace.

Fanne buon uso.

lamappadellavergogna
T0ps3cret!&6754$


In un primo momento, gli sembra uno scherzo di cattivo gusto o qualcosa di decisamente surreale.

Non ci crede.

Chiude la conversazione di getto: non vuole averci nulla a che fare con quel blog. Però, ammesso e concesso che quelle credenziali siano vere, potrebbe usarle per cancellarlo.

Quindi scuote il capo, si collega su Telegram, mentre apre il portatile rimasto nascosto tra i quaderni aperti.

È facile giungere sul sito del blog, inserire le credenziali che gli sono arrivate: funzionano nell'immediato. Sullo schermo del computer appare l'interfaccia di modifica del sito.

Nota che nella posta in arrivo ci sono almeno duecento messaggi ricevuti. Sa che, chiunque abbia gestito tutto, ha dato la possibilità a chiunque di inviare scoop – anche anonimi; non si aspettava che qualcuno, in effetti, usasse una simile funzione ed evidentemente si sbagliava.

Ad ogni modo, procede col suo primo intento, ossia di eliminare tutto.

Deve vagare un po' sul sito poiché non lo conosce. Alla fine, trova il pulsante con una scritta rossa che riporta elimina.

Sorride soddisfatto e ci clicca sopra. La pagina web pare essere in procinto di aggiornarsi, tuttavia poi appare un pop-up con un codice informatico che Simone non comprende; sa che è la segnalazione di errore e se ne rende conto da una seconda finestra che si apre, la quale riporta un messaggio più chiaro:


Il buon uso che devi farne non vuol dire eliminarmi :)


Capisce che è stato inserita della sicurezza su quel blog e che non può farlo semplicemente fuori.

Fantastico.

Simone sbuffa, in seguito chiude con uno scatto il portatile.

Anche se ha le credenziali e non può eliminarlo, non vuole più permettere che delle parole o delle immagini su internet possano ferirlo o ferire altri ancora una volta.

Perlomeno, pensa, finché ha lui le redini, quella situazione può rimanere sotto controllo.

Forse.

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