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Prologo

Prima

Avevo cinque anni quando, per la prima volta, a colazione, dissi a mia madre dell'uomo nero nell'angolo della mia camera.

Ovviamente rispose ciò che si risponde a ogni bambino, che era solo frutto della mia fantasia.

Sopperì alla questione con una luce da notte.

Non servì.

L'uomo nero non era l'unico che bazzicava nella mia camera e nella mia realtà, altre figure mi parlavano nella testa, asfissiando la mia mente con sussurri pungenti come spilli.

Ne avevo nove quando la mamma mi portò da un medico e cadde in un limbo profondo di sconforto.

Passavano gli anni, prendevo quelle medicine, ma nulla faceva sparire quelle figure: neanche il dolore che mi infliggevo sulla pelle.

Ero pazza, ciò è quello che mi urlava nei suoi momenti di offuscamento da alcool.

Decisi di liberarla dal fardello che ero diventata per lei.

Tagliai la pelle più a fondo, guardando il liquido scarlatto colare dai miei polsi e inzozzare l'acqua bollente della vasca.

Fallii miseramente e mi procurai un posto d'onore in psichiatria.

Mentre, da supina, fissavo le pareti bianche e immacolate del soffitto, una strana donna entrò nella mia stanza.

Mi guardava come fossi una ragazza normale, mi si avvicinò tranquillamente, anche se le avevano detto che ero un soggetto pericoloso.

Odiavo essere toccata, diventavo aggressiva, perché le voci nella mia testa diventavano più soffocanti quando accadeva.

I vivi pensavano cose disgustose il più delle volte.

Così, i medici, per essere sicuri che non cavassi loro gli occhi, mi avevano legato i polsi alle sponde laterali del letto.

Gli occhi viola, come un cielo al crepuscolo, della donna acquietarono la mia anima tormentata.

«Artemisa Torne?» Il suo tono era gentile, tanto quanto il suo sorriso sincero.

«Misa» risposi brusca e diffidente. Ciò non la scalfì. «E tu, chi diavolo sei?»

«Angelique Karper.»

Inarcai un sopracciglio e la scrutai.

«Non ti conosco.»

Volevo restare sola, ma la donna non sembrava voler mollare la presa. Non come mia madre che, da quando ero rinchiusa là dentro, non si era fatta viva.

Non che la odiassi, le avevo reso la vita un inferno.

Io ero un inferno.

La bellissima donna dai capelli corvini, legati in uno chignon stretto e ordinato, la pelle color porcellana e un nasino stretto da folletto, mi toccò la spalla, coperta da una misera vestaglia ospedaliera pruriginosa, con le sue dita lunghe e esili.

Nessun pensiero intrusivo si conficcò nella mia testa.

Le sue mani erano fredde, il suo tocco lieve come neve che attecchisce placida al suolo. Chinò il suo viso grazioso e spigoloso accanto al mio orecchio. Il suo respiro era una tiepida brezza primaverile, carezzò la mia pelle irritata mentre mi diceva «Il tuo posto non è qui. Qui, non potranno capire. Loro non potranno mai vedere.»

Quello, fu il mio ultimo giorno della mia vecchia vita. 

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