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6. Essere invisibile

Misa

Ci muoviamo da un'aula all'altra, una lezione dopo l'altra e tante nozioni da apprendere, che prendono più tempo del previsto dalla mia ricerca personale sul mio popolo. I ritmi alla Manor sono più sostenuti delle altre scuole che ho frequentato, tuttavia non mi dispiace. L'essere così concentrata sullo studio mi aiuta ad estraniarmi dai sussurri e mormori che mi perseguitano da quando sono stata vista con i ragazzi il giorno del mio trasferimento. O almeno, ci riesco per la maggior parte del tempo. Quando sono sola, sono gli spiriti ad affollare la mia mente.

Non importa se esco dall'ala prima che i ragazzi siano in piedi, se faccio di tutto per non trovarmi mai in loro compagnia, se evito di proposito gli spazi in comune, se pranzo e ceno all'esterno, su un tavolo del parco, indipendentemente dal tempo, i bisbigli mi perseguitano e mi definiscono con epiteti poco lusinghieri.

Non m'importa.

Non che non ci sia abituata, ma speravo di avere un po' di pace prima di ritrovarmi nuovamente isolata. Persino in biblioteca, dove cammino tra gli scaffali alla ricerca del testo che mi occorre per il test della prossima settimana, il divieto di parlare è ignorato dai sussurri degli studenti che mi adocchiano.

Non m'importa.

Eppure mi nascondo in un'alcova tra una parete e uno scaffale, chiudo gli occhi e reclino il capo contro la fredda pietra. Respiro a fondo per placare il senso di disagio che mi soffoca.

Non m'importa.

«Oh andiamo» una voce conosciuta mi raggiunge e mi schiaccio ancora di più nel mio nascondiglio, nella speranza di diventare invisibile. «Vieni da me questa sera, ci divertiremo come abbiamo sempre fatto.» Il modo in cui Elle calca la mano sulla parola divertimento è del tutto privo d'innocenza. Malauguratamente, credo anche di sapere con chi abbia intenzione di farlo.

«Devo studiare per il test della prossima settimana.» La voce di Ossian è brusca, come al solito, e come tutte le volte che mi capita di sentirla mi agita.

Non ho il coraggio di sporgermi, forse perché il tonfo dei libri che cadono sono sinonimo che lei gli si è lanciata addosso o viceversa. Anche se vorrei tanto soddisfare la mia curiosità.

«Elle, cazzo fai? Potrebbe vederci chiunque» la rimprovera con voce strana.

«Ti do un anticipo» risponde con tono provocante.

Faccio una smorfia e quasi rischio di urlare quando Leila mi si palesa davanti.

"Quella ragazza è senza pudore, provare a succhiarglielo tra i libri" Solleva gli occhi al cielo con esasperazione.

Non volevo saperlo!

"Ti dà fastidio?"

No.

"Hai risposto troppo velocemente."

Questa volta sono io a sollevare gli occhi al cielo.

Puoi aiutarmi a uscire da questa situazione?

«Ossian, ma che-»

«Vattene!» le dice duramente.

Mi batto il palmo contro la fronte. Solo in questo momento ricordo che può sentire gli spiriti: sono stata scoperta.

"Volevi che ti aiutassi a uscire da una situazione imbarazzante." Scuote le spalle con un ghigno divertito.

Non facendomi scoprire!

Le ringhio contro mentalmente e la figura di Ossian mi appare davanti. La faccia mi va a fuoco per l'imbarazzo.

«Oh, ciao. Strano posto dove incontrarsi.» Faccio del sarcasmo per mascherare la voglia di voler scomparire.

Lui mi fissa in modo strano, senza dire una sola parola e ingoio a vuoto: qualsiasi cosa sia incastrata in gola non va giù. Esco dal nascondiglio e con l'indice indico dalla parte opposta a dove si trovavano loro.

«Non volevo interrompervi. Ecco, mi dispiace... scusa. Ora me ne vado.» Faccio un mezzo passo verso destra e la sua mano si schianta contro il muro.

Sussulto e il suo braccio mi blocca la via di fuga.

«Ci eviti.» Perché è arrabbiato? Dovrebbe essere contento che non voglio essere d'intralcio tra lui e la sua... trombamica o qualsiasi cosa sia. «Ormai da una settimana.» Fa un passo verso di me e io arretro con la schiena contro la pietra della colonna. M'imprigiona anche con l'altra mano e osservo il suo braccio prima di tornare sulla sua faccia. È vicino. Profuma di cardamomo e aria aperta, è un buon odore che ha la capacità di mandare in tilt le mie sinapsi celebrali. «Perché?» I suoi occhi verdi-azzurri sembrano volermi perforare e strapparmi via la risposta con la sola forza dello sguardo.

Tuttavia, non trovo giusto che sia lui quello a primeggiare su di me, quando stava quasi per farsi fare un pompino dalla sua amichetta tra gli scaffali della biblioteca. Serro la mascella e punto la mano sul suo petto, sodo e non eccessivamente muscoloso. La sua temperatura corporea è decisamente elevata per i suoi colori nivei. Lo sento tendersi al mio tocco e i suoi occhi rilucono di una strana luce sinistra.

«Invece di starmi così addosso, dovresti ringraziarmi di non aver creato problemi in paradiso tra te e la tua ragazza.»

«Non è la mia ragazza!»

Il suo puntualizzare mi fa arrabbiare. M'infastidisce abbastanza da osare un mezzo passo e sollevarmi a fronteggiarlo a pochi centimetri dal suo viso.

«Sai, Ossian, non posso considerarmi un'esperta di queste cose, ma perfino per me è chiaro che quella ragazza è innamorata di te.» lui sussulta appena a quelle parole e me ne frego, perché non sono io quella in torto. «E continuare a fare ciò che fai e parlarle in quel modo... rende te uno stronzo bastardo.»

Lo spintono e mi allontano da lui, con passo sostenuto.

"Così si fa donna!" apprezza Leila, come se la cosa fosse soddisfacente.

Non lo è, non per me. Essere dura con le persone non mi piace, eppure a volte qualcuno deve pur fare il lavoro sporco e chiamare le cose col proprio nome.

Se vuole continuare a frequentarla dovrebbe farlo nel modo giusto... anche se la cosa mi fa sentire strana.

§_§_§

Se mi avessero detto che un giorno avrei mangiato zuppa di verdure non ci avrei mai creduto. Invece eccomi qui, a ordinarla in mensa per potermela portare fuori e contrastare lievemente le basse temperature, che si sono scatenate negli ultimi due giorni. Ringrazio la donna dietro il bancone e mi dirigo verso la porta, o meglio, quello era il mio obiettivo se Elle e il suo stormo non mi avessero accerchiato.

«Bene, bene. Chi abbiamo qui, ragazze?» chiede lei alle altre.

«Potrei dire una tipa che sa stare al suo posto, ma mentirei» dice una dai capelli rosso fuoco con un ghigno malvagio.

Sospiro. A quanto pare nulla cambia, perfino alla Manor.

«Ascolta Elle, facciamo che voi vi spostate e io posso sparire? Ci guadagniamo entrambe» tento con la diplomazia.

Tutti gli occhi sono puntati su di noi e dal suo sguardo carico di rabbia e qualcosa simile alla soddisfazione, capisco che era ciò che voleva. Un palcoscenico dove mettere in atto il suo spettacolo. Fa un passo verso di me, poi un altro, finché a separarci c'è solo il mio vassoio.

«Perché non facciamo che sparisci e basta?» Dà un colpo dal basso all'oggetto, riesco appena in tempo a salvare il cibo con la telecinesi.

Non ho la stessa fortuna con il vassoio che mi colpisce in piena faccia, sul naso, facendo esplodere un dolore sordo. Il clangore dell'oggetto metallico sulla pietra riempie il silenzio innaturale che ci circonda. Sento il liquido caldo e viscido colarmi dal naso, tuttavia faccio fluttuare la zuppa e i crostini al sicuro verso il bancone alle mie spalle.

Lei mi guarda sbigottita, tutti lo fanno, solo che ho un magone in gola difficile da mandare giù e voglio solo scappare.

«La prossima volta che vuoi fare rissa, evita di sprecare del cibo. Non tutti hanno la nostra fortuna» Anche ora uso il mio tono da sbruffona, non per difendermi ma nascondere l'imbarazzo e l'umiliazione.

Lei ha vinto, quelli come lei vincono sempre in un mondo di prevaricazione del più forte sul più debole, e io sono la minoranza.

Senza scompormi o tamponare il naso, esco dalla mensa. Solo una volta fuori in corridoio e occultata alla vista altrui, inizio a correre senza più riuscire a trattenere le lacrime e i singulti. Corro all'esterno, verso il bosco, bisognosa di un conforto che sento di poter trovare lì, nella solitudine, nel mio tornare a essere invisibile.

Sparisci, vorrei solo che sparissi!

Sento la voce di mia madre che mi urla contro dopo aver disintegrato il vetro della bottiglia contro il muro. Le schegge conficcate nelle mie braccia, il dolore fisico che riesce a placare quello delle sue parole, taglienti come lame.

Corro tra gli alberi e l'oscurità sempre più fitta, che ostruisce la mia vista insieme alle lacrime. Inciampo rovinosamente su una radice e ruzzolo sul fogliame, umido e freddo. Mi rannicchio su me stessa, incapace di alzarmi.

Ho male alla caviglia.

"Misa" Leila si rannicchia di fronte a me con espressione dispiaciuta. Riesco a sentire il suo desiderio di volermi dare conforto e non poterci riuscire.

Gli spiriti sono irrequieti.

La padrona è ferita!

Ripetono più e più volte mentre io do sfogo all'oppressione che mi serra la gola. Poi lo avverto prima che possa vederlo. Il frusciare di foglie e poi il mio nome in un sussurro urlato.

«Misa»

Ossian mi raggiunge e si china su di me, cerca di afferrarmi tra le braccia e mi vergogno per lo stato in cui tergiverso. Il moccio si è mescolato al sangue.

«Lasciami qui e vattene!» Lo spintono bruscamente.

Ricade seduto sul fogliame, i suoi occhi a perlustrare ogni centimetro del mio viso e infine la mano, che asciuga lacrime che vengono sostituite da altre. E io glielo lascio fare.

«No» Accompagna le parole con un cenno di diniego.

Non è disposto a cedere e mi chiedo come abbia fatto a essere qui così in fretta, non era neanche in mensa ad assistere allo show della sua ragazza. Inoltre il suo petto, non molto muscoloso ma comunque definito e sodo, è nudo.

Quale persona sana di mente se ne va in giro senza maglietta con questo clima?

E se anche Ossian avesse qualche rotella fuori posto come me?

Restiamo in silenzio, avvolti dal buio e la quiete della foresta e la sua mano ancora sul mio viso, palmo contro guancia. Non accenna a spostarla e io non chiedo di farlo.

Se nessuno ci vede, non lo sapranno.

«Che fine ha fatto la parte superiore dei tuoi vestiti?» Nel chiederlo gli occhi si posano sulla sua pelle nivea, ricoperta da una buona quantità di quello che sembra inchiostro.

Sono disegni complessi, simili ad antiche rune che si fondono con figure armoniose. Quello che avevo intravisto sul collo è collegato a uno più ampio, che si snoda sulle clavicole. La curiosità di toccare brucia il mio stomaco, tanto quanto questo contatto intimo. Tuttavia non oso muovere un solo muscolo.

«Il tuo naso, ha bisogno di essere medicato.» Evita la mia domanda avvicinandosi di qualche altro centimetro a me. Il suo ginocchio sfiora il mio, ricoperto da una parigina ora strappata e annodata sul ginocchio.

Gli sguardi di entrambi cadono in quel punto di contatto, ho l'impressione che anche i suoi muscoli si tendano. La pelle scoperta della coscia prende fuoco sotto il peso dei suoi occhi e il cuore vuole scoppiarmi nel petto. Non ho altra spiegazione al suo battito furioso.

Quando li incastra nuovamente con i miei non va meglio, al battito accelerato si aggiunge lo sfarfallio allo stomaco.

È una situazione tremendamente intima e nuova per me, tuttavia se il contatto di Ambrose mi era, in qualche modo, non esattamente piacevole, con Ossian è tutt'altra storia.

Vorrei che fosse più vicino.

Lui si sporge ancora di più verso di me, lasciandomi col dubbio e il terrore che abbia captato i miei pensieri, e mi prende tra le braccia, mi sistema contro il suo petto nudo, ghiacciato per la temperatura rigida.

«Stai gelando.»

Trema.

«Anche tu.»

Sì, tremo, ma non è solo il freddo e mi chiedo che razza di problemi io abbia a reagire in questo modo a un tocco, solo perché ho dovuto privarmene per la mia breve vita.

Restiamo nuovamente in silenzio e rientriamo all'ala dei guardiani troppo in fretta. Di Ambrose e Derion non c'è ombra.

Ossian oltrepassa il soggiorno e va spedito verso la porta che conduce alle camere. Suppongo che il supplizio stia per avere fine non appena mi lascerà in camera mia e io potrò tornare a respirare normalmente. Invece no, la mia agonia si protrae quando entra nella sua stanza.

«Ossian, posso cavarmela da sola.» Mi agito tra le sue braccia. La sua presa ferrea, ma al contempo delicata, non mi lascia andare, non finché non mi deposita sul grande tappeto davanti al suo camino acceso. «Perché mi hai portata qui? Non è etico stare nella stanza di un ragazzo impegnato» sbotto con il cuore in gola.

I suoi occhi m'immobilizzano e attraggono al contempo, non riesco a capirlo. Sembra infastidito eppure continua a essere gentile.

«Ora ti medico le ferite e poi ti preparo un bagno.»

Sbatto le palpebre, qualche volta di troppo, per lo stupore. È un modo per farmi sentire meglio?

«Perché?» chiedo stupidamente.

Lui sposta lo sguardo sulle fiamme che ardono la legna del camino e scuote le spalle. Poi protende una mano verso di me e mormora un incantesimo di guarigione. Sia il naso che la caviglia smettono di dolere.

Abbasso lo sguardo sulle mie gambe e stringo il tessuto della gonna per tirarla più giù, vergognandomi della pelle scoperta. Con la luce del fuoco e quella della lampada ad olio, le cicatrici auto inferte in passato sono visibili.

Il mento mi trema per un altro pianto trattenuto, però Ossian non dice nulla. Al contrario si alza silenziosamente e si dirige verso la porta del suo bagno. Chiudo forte gli occhi e mi sento fortunata a non dover affrontare quest'argomento oggi.

Ormai le ha viste, so che un giorno farà domande e forse, solo forse, riuscirò a dargli delle risposte.

Agli occhi di Ossian non sarò mai più invisibile... e non riesco a capire come mi sento a riguardo.


Nota autrice:

Ciao a tutt*, ecco un nuovo capitolo con la nostra coppia. 

Se la storia vi sta piacendo, lasciatemi una stellina, o se avete qualche consiglio un commento; sono contenta di leggervi. Ciò fa davvero la differenza per noi scrittori emergenti.

Un abbraccio, Joy.

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