2. Un nuovo inizio
Ciao a tutt*, come avrete notato questa storia è molto differente da Memories of Us, mi piacerebbe avere un riscontro anche su questa. Se mi lasciate una stellina o un commento ve ne sono infinitamente grata. Buona lettura.
Misa
Vengo trascinata fuori da un sonno, privo di sogni, da alcuni colpi sordi alla porta. Ci metto qualche istante per riuscire ad aprire gli occhi, fortunatamente la luce non è accecante. Mi sollevo a sedere e massaggio le palpebre con i palmi delle mani.
Il freddo mi si attacca addosso non appena abbandono il tepore delle coperte, afferro la vestaglia e me la sistemo sulle spalle poco prima di uscire dall'alcova, stiracchiando le braccia verso l'alto, il tutto accompagnato da uno sbadiglio pigro. Per qualche strano motivo, nonostante mi sia addormentata profondamente per la stanchezza, questa mattina il mio corpo non si sente particolarmente riposato.
Ho male dappertutto, oltre un senso di fiacchezza insolito per un tipo pieno di energie come me. Probabilmente ho bisogno di qualche giorno per abituarmi a questo posto sperduto e, dopo un'occhiata oltre la finestra, tetro.
Dirotto i passi verso la porta e giro la chiave. Tiro verso di me il battente cigolante e un ammasso di pelo bianco s'intrufola dentro la mia stanza come una scheggia. Osservo quell'esserino balzare sul legno della mia scrivania, sedersi impettito e fissarmi con strani occhi felini.
«Ma che...» non termino la frase, prima di occuparmi dello strano gatto guardo in corridoio.
Non c'è nessuno. Tuttavia un pacco di carta marrone con un fiocco di spago e una pergamena rotolata tra esso, giace davanti alla mia porta. Muovo un passo verso l'esterno e lancio occhiate a destra e sinistra, solo per appurare che non c'è nessuno.
Ormai è chiaro, dopo i sussurri degli spiriti che ho captato, che in questa scuola c'è qualcosa di strano.
Afferro il pacco, dal contenuto morbido al tatto, e rientro in camera. Devo far da contrappeso con la schiena contro il legno per riuscire a chiudere la porta. Lo strano gatto è intento a leccarsi la zampa e lavarsi il viso.
«E tu da dove sbuchi fuori?»
Mi avvicino cauta, se è un randagio potrebbe reagire aggressivamente. L'esserino interrompe ciò che stava facendo e mi fissa, con la zampetta a mezz'aria. La rimette giù piano e se ne sta immobile.
«Okay, anche tu sei un tantino inquietante come tutto il resto.» Un dubbio s'insinua nella mente.
Sempre con movimenti cauti, atti a non spaventarlo o farlo sentire minacciato, mi avvicino alla scrivania e ci appoggio su il pacco, tutto sotto lo sguardo attento e indagatore dell'animale. Mi scappa una risatina e lui inclina il capo.
«So che voi palle di pelo siete territoriali, ma tecnicamente questa sarebbe la mia stanza da oggi. Dovrei essere io a guardarti in quel modo, dopo che ti sei precipitato qui dentro.»
Lui si alza e, con passo felino e aggraziato, si avvicina a me. Annusa l'aria che ci separa, sporge la testa contro il dorso della mia mano.
Per un attimo m'irrigidisco, lui sembra quasi incuriosito dalla mia reazione, tuttavia quando alcun pensiero o sussurro giunge dal gatto alla mia mente, mi rilasso.
Non è uno spirito e, come ho supposto stanotte, qualche specie di barriera all'interno delle mura limita i miei poteri extrasensoriali.
Soffio fuori una risatina e lo accarezzo sul capo. L'animale chiude gli occhi e socchiude la bocca, in una strana smorfia affilata dai canini aguzzi, e una lieve cacofonia di fusa si espande nel silenzio che permea la stanza. Inarca la schiena e fa qualche passo per ricevere dei grattini anche lì.
Il suo pelo è fin troppo morbido e pulito per essere un randagio.
«Sei scappato dal tuo padrone o padrona?» chiedo piano, conscia che non potrà rispondere.
Tuttavia, a quella domanda, il suo atteggiamento cambia e mi ritraggo alla svelta per il suo soffiarmi contro arrabbiato. Inarco un sopracciglio e afferro la vestaglia per sistemarmela meglio addosso. Al mio gesto, lo strano gatto, sembra nuovamente assennarsi e posso giurare che la sua espressione è più simile al dispiacere umano.
Scuoto il capo per scacciare la follia che sta avvolgendo questo momento. Ma, in fondo, mia madre mi ha sempre detto che ero pazza nel vedere cose irreali, strana. Non che tanti aspetti di me le dessero torto, ciò è uno di quelli di sicuro. Non importa se An mi ha ripetuto più volte che non è pazzia ma abilità extrasensoriali; a volte la realtà, per me, ha bordi sbiaditi.
Proprio come in questo momento, in cui la palla di pelo nivea sembra cercare nuovamente un contatto con me. Faccio un altro passo indietro.
«Forse è meglio se vai» gli dico, diretta verso la porta e aprendola.
Lui se ne sta lì fermo ancora qualche istante, con un'immaginaria afflizione, a scrutarmi. Scende dalla scrivania con un balzo leggiadro e aggraziato. Cammina piano verso l'uscita, si ferma a ridosso dello spiraglio solo per rivolgermi un'altra strana occhiata, poi balza fuori sparendo dalla mia vista, mettendo fine a quell'illusione.
Solo quando sono al sicuro dietro alla porta chiusa mi concedo di riflettere su una cosa: sembrava comprendere ciò che gli dicessi, tuttavia non ha mai miagolato in risposta.
E se, invece, l'ho solo immaginato?
§_§_§
Ambrose
Lascio andare la testa contro il velluto nero della poltrona e chiudo gli occhi. Sono sfinito. La ronda è una delle attività che più detesto di questo posto, ma non è soltanto questo.
L'occultamento, impenetrabile per chiunque, di Derion, lungo i confini della scuola non è stato efficace. La ragazzina e la donna sono riuscite ad arrivare qui comunque. Ovviamente, il diretto interessato non l'ha presa bene. Se loro sono riuscite a passare, abbiamo un grosso problema.
Siamo stati scelti come guardiani della scuola per le nostre abilità al di sopra della media. Le nostre famiglie di appartenenza hanno un certo peso nella gerarchia della scuola: l'élite che ha influenza su ogni cosa.
La porta della stanza si apre per poi richiudersi con un tonfo. Sollevo la testa e apro gli occhi per indirizzare lo sguardo verso il mio gemello. Ha la maglietta al contrario, di nuovo.
«Bentornato» lo sfotte pacato Derion, prima di continuare a sorseggiare il suo wiskey.
Ossian lo ignora e raggiunge il piccolo angolo bar del nostro salottino personale. È di cattivo umore, nonostante dopo la ronda debba essersi infilato in camera di Giselle per il loro solito divertimento senza impegno. Be', chi voglio prendere in giro, lui è sempre di cattivo umore. Chi non lo sarebbe confinato in questo posto dimenticato da tutte le divinità del sole, il che è ironico a pensarci: due figli della luce costretti a infinite giornate uggiose.
Ossian si versa lo stesso liquido ambrato del nostro amico. Li guardo interrogativo.
«Ragazzi, abbiamo lezione tra un'ora, si presume che sia il caffè la bevanda più indicata a iniziare la giornata» ricordo a entrambi.
Derion non si scompone, mantiene la sua postura controllata con un ginocchio accavallato sull'altro, e svuota il bicchiere giù in gola. Lo sistema sul tavolino in rovere, tra le nostre due poltrone, con gesti lenti e delicati.
«Non ne vedo l'utilità, dato che entrambe le bevande umane non sortiscono alcun effetto su di noi» spiega lisciando il tessuto del suo completo d'alta sartoria bianco.
Ne possiede uno di ogni sfumatura di blu, grigio e bianco esistenti, ma non neri. Un ossimoro vivente.
Ossian si scola il suo mezzo bicchiere di wiskey e ci rivolge un'occhiata strana prima di posare l'oggetto in cristallo sul legno laccato del piano bar.
Ricambiamo il suo sguardo.
«Credete che siano davvero di quel colore o tinti?» esprime la domanda che nessuno di noi tre ha voluto affrontare non appena l'abbiamo vista percorrere il corridoio esterno, verso i dormitori femminili.
All'apparenza non sono dissimili a fragili esseri umani, tuttavia sono riuscite a penetrare la barriera d'occultamento. O Derion sta davvero perdendo i suoi poteri, o loro sono più forti del figlio delle ombre o ciò che temevamo è accaduto.
«Se così fosse, l'equilibrio è appena stato ribaltato.»
Un forte clangore squarcia il cielo, facendo vibrare l'intera struttura fino alle fondamenta. Guardiamo tutti e tre oltre il vetro del rosone, che rischiara l'ambiente cupo della nostra stanza.
Gli spiriti tremano per la sua furia cieca.
Il padrone la sua ira ha scatenato. Suo fratello, il Caos, il suo piano ha attuato.
Sussurrano.
Noi tre ci guardiamo.
La barriera non era debole, una delle due è una figlia del crepuscolo.
«Cosa succederà ora?» chiedo agli spiriti.
Il patto è stato violato. La prossima luna piena, altro sangue sarà versato.
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Misa
Liscio ancora una volta il tessuto in lana pettinata della gonna, a fantasia scozzese rossa, della divisa. È decisamente troppo corta ed estrosa per una come me, amante di pantaloni skinny in pelle neri. Anche la camicetta bianca e il maglione verde di lana scozzese spessa mi urticano gli occhi. Di tutte le divise che ho indossato, questa è la più stravagante. Di solito erano grigie, blu o nere; queste ultime, per la cronaca, erano le mie preferite.
Amo il nero e ogni sua sfumatura. In barba a chi dice che il nero è solo nero, esistono ben ventiquattro sfumature e sono tutte nella mia palette di armocromia. E dato che sono una che resta fedele a sé stessa, invece di quei calzettoni rossi orridi, indosso un paio di parigine nere, legate a un reggicalze nero e ai piedi un paio di MaryJane con il tacco, ovviamente di pelle e nere.
Mi guardo nello specchio ad angolo, alto poco meno del mio metro e sessantasette, in bagno. Ieri sera non lo avevo notato. Spazzolo i capelli color lilla, lunghi fino a metà schiena, e ripenso a come mia madre, quando ero bambina, continuava a tingerli di nero. Questo è il mio colore naturale, sì è inusuale, però mi è sempre piaciuto.
An ha detto che da dove viene lei non è per nulla un colore innaturale, al contrario, molti bambini nascono con i capelli dalle sfumature di questo colore. È da tanto che ho capito che di lei so ben poco, anche se è l'unica persona con cui io sia mai riuscita ad avere un vero legame affettivo. Tuttavia, so anche che della mia mente non ci si può esattamente fidare. Nonostante ciò, più volte ho provato a chiederle che posto è quello dove è cresciuta, puntualmente, con furba abilità, svia il discorso.
Una volta terminata l'azione, rimetto a posto la spazzola sulla piccola mensola in pietra che sporge dal muro. Lavo i denti e il viso consapevole che avrei davvero bisogno di una doccia, ma la donna corvo, se anche si è premurata di impacchettare la divisa, sulla pergamena mi ha indicato solo come raggiungere l'ufficio del preside, la mensa, il numero del mio armadietto e il codice.
Una volta fuori dal bagno, infilo i miei guanti e prendo dal borsone il mio zaino nero, poi esco dalla camera. Richiudo la porta a fatica e mi dico di chiedere dell'olio per i cardini giù in mensa.
Chiudo a chiave: tre mandate e mezzo.
Il cielo ruggisce, infervorato, e posso giurare che la pietra ha tremato sotto i miei piedi. Mi sistemo meglio la borsa in spalla e sollevo la pergamena con la piccola mappa disegnata dalla signorina Raven.
Percorro la strada nel senso inverso rispetto a ieri. Con la luce del giorno, seppur il cielo cupo, ora la foresta è ben visibile. Il fogliame arancione degli alberi è abbracciato da una nebbiolina dall'aria asfissiante.
Mi fermo nello stesso punto di questa notte e guardo verso la guglia. Non c'è nessuno, ma ne ero già cosciente. Non ho avvertito alcuna energia provenire da quel punto. Mi chiedo chi fossero quelle tre figure mentre vago con lo sguardo sulla parte posteriore della scuola.
Se dalla facciata si ha la percezione che sia immensa, vista da qui si comprende che una stima era impossibile. Questo posto è enorme.
Al centro della struttura vi è un labirinto, da questa altezza si riesce a vederne il punto di arrivo, dove ad accogliere i coraggiosi che vi si addentrano c'è una statua in pietra. Invece, subito oltre le arcate del piano terra, c'è un piccolo parco adornato da panchine e qualche tavolino. A quest'ora già pullula di studenti. Il loro vociare allegro e spensierato, se anche leggermente attutito dalla distanza, giunge fin qui. Sono molti più di quanto credessi.
Stringo più forte la pietra della balaustra e mi auguro che i guanti e la barriera che ho percepito, bastino a schermarmi dai loro pensieri e proteggere loro da me. Quando An mi ha trovata, mi ha spiegato molte cose su me stessa, cose che non avrei mai compreso senza il suo aiuto.
Sono una negromante.
Tuttavia, oltre la seconda vista, il mio tocco genera incubi e disperazione nelle persone che ne vengono a contatto. Con molta probabilità era questo il motivo per cui i medici mi avevano trattata così duramente, lo stesso per cui mia madre mi odiava così tanto. Quando pensavo che un abbraccio l'avrebbe confortata, il mio tocco scatenava in lei qualcosa di orribile.
C'è qualcosa di sbagliato in me, qualcosa che sfiora la pazzia, che a sua volta la induce nei vivi che hanno la sfortuna di sfiorarmi.
Delle risate alle mie spalle mi risvegliano dal mio torpore. Un gruppo di studentesse mi oltrepassa senza degnarmi di attenzione e ne sono grata. Sono già abbastanza brava a guadagnarmene in modo negativo con il mio caratterino.
Mi scosto da qui e raggiungo le grandi scale in pietra, come tutto il resto. Alla luce del sole, si mostrano bellissime ed eteree con i loro corrimani a forma di ghirigori floreali. Ai lati, sulle alte pareti, tra un'alcova e l'altra, un mattone e l'altro, sono affissi quadri di volti che devono avere qualche importanza storica per questo posto. Hanno tutti lineamenti spigolosi e affilati, più simili a creature ultraterrene che degli esseri umani.
Arrivata nell'atrio, anche se la luce che filtra è uggiosa, i vetri colorati creano prisma e intrecci di colori sui due corridoi laterali alle scale. Osservo la cartina, per vedere quale dei due mi porterà all'ufficio del preside.
Destra.
Cammino tra la calca di studenti, facendo molta attenzione a non sbattergli addosso, ma anche stupefatta dal loro aspetto. Qui tutti hanno qualcosa di stravagante, dal colore di capelli a quello degli occhi, forse è per questo che non vengo guardata come quella strana, cosa successa nelle vecchie scuole. Non che fosse il colore dei miei capelli a farmi definire tale.
Sistemo nuovamente lo zaino in spalla, volendo stemperare quel senso di ansia che mi attanaglia all'idea di cosa succederebbe se per sbaglio urtassi qualcuno. An mi ha assicurato che posso vedere e sentire solo gli spiriti in modo improvviso, che senza toccare davvero qualcuno non posso dirottare i suoi pensieri dalla sua testa alla mia mente. Tuttavia il timore non mi abbandona mai, complice della mia insicurezza è che malauguratamente, in ogni istituto, prima o poi arriva lo stronzo di turno che non ascolta la mia richiesta di non toccarmi.
Per spavalderia vogliono dimostrare qualcosa, solo che i loro pensieri intrusivi mi affollano la testa in un modo che detesto mentre gli incubi, che gli scateno ad occhi aperti, lasciano le loro menti sul baratro della follia. Tuttavia c'è una magra consolazione, questa strana maledizione si manifesta solo con un tocco delle mie mani, motivo per cui ho iniziato a usare dei guanti.
Mano a mano che mi avvicino all'ufficio del preside, la folla di studenti si dirada. Respiro sollevata quando vedo la mia tutrice attendermi seduta su una chaise longue rossa, posta dalla parte opposta a una porta di legno intagliata ad arte. L'immagine raffigurata è una bellissima donna dalle vesti morbide e bendata, sorregge una bilancia da un lato e una spada dall'altra.
Inclino leggermente il capo verso sinistra, mi chiedo cosa possa mai significare e perché mi sembra familiare. Poi ricordo, è la scultura che ho visto al centro del labirinto.
La porta si apre e resto per qualche istante senza fiato. Sbatto le palpebre una volta di troppo per lo stupore di ritrovarmi dinanzi a un uomo bellissimo. Ha i capelli rossi e lunghi, legati in una crocchia, i suoi lineamenti sono spigolosi ed eleganti proprio come quelli dei quadri sulle scale. Ha la pelle bronzea e brillante e occhi di un intenso color ambra. Il loro taglio allungato ha una forma più simile a quella orientale. Il corpo atletico e grosso è coperto da un completo sartoriale chiaro, ci rivolge un sorriso accecante, con una dentatura perfetta tranne per i canini: sono leggermente più aguzzi del normale.
«Prego, accomodatevi.» Dei, ha una voce ammaliante: liscia e dolce come il miele.
Sospiro trasognante e ciò non è normale per una come me. Scuoto leggermente il capo e distolgo lo sguardo dai suoi occhi, il tempo necessario a concentrarmi sulla mia mente e ritrovare la razionalità.
An mi fa strada e io la seguo, ben attenta a non sfiorare l'uomo in alcun modo mentre oltrepasso la porta. Tuttavia, riesco a percepire una strana energia a stento contenuta all'interno.
Il preside richiude la porta alle nostre spalle, ci indica con la mano le due poltrone in pelle marrone di fronte alla scrivania rovere, laccata a lucido.
Mi guardo intorno e la mia mente decide di nuovo di giocarmi un brutto scherzo, forse dovrei sul serio prenderle quelle pastiglie che mi avevano prescritto in psichiatria. Peccato non sortiscano alcun effetto.
Il pavimento è di terra morbida e umida, il soffitto è inesistente, si scorge lo stesso cielo nuvolo e furioso che ho visto quando sono uscita dal dormitorio. Le pareti sono alberi secolari altissimi, lungo le cortecce ci sono rampicanti verdi che scendono morbidamente verso il basso e ricoprono le librerie tutte intorno a noi. Libri dalle coste antiche, il cui odore di pelle arriva alle narici, sono disposti in ordine casuale. Tomi enormi stipati accanto a libricini tascabili, eppure tutto sembra avere una propria logica. Ogni cosa, anche quell'inesistente suono in sottofondo di una cascata.
È la mia pazzia, ne sono sicura, perché quando sbatto gli occhi l'ambiente è quello di pietra tipico del resto della scuola: mura alte in mattoni e alcove che si alternano a finestre ad arco. La stanza è circolare come la mia camera e il mobilio di rovere scuro.
Il preside si accomoda sulla poltrona e mi scruta, attento. Fingo disinvoltura.
«Ben arrivate alla Manor School. La signorina Raven mi ha detto che avete avuto difficoltà nel giungere qui, mi sbaglio?»
«Colpa mia, ero stanca e ho sbagliato strada. Tutto qui, preside Alban» risponde prontamente An, con la sua solita dolcezza e compostezza.
«Certo, capisco. Venite da molto lontano?»
«Irlanda.»
«E cosa vi porta in Scozia?»
Ho come la netta sensazione che sia più un interrogatorio che un colloquio conoscitivo.
«Oh, semplice. Ci piace viaggiare, conoscere posti nuovi.»
Lui si sistema con la schiena contro la pelle della poltrona, un gomito appoggiato sul bracciolo e l'altro braccio allungato sul legno della scrivania. Muove le dita per picchiettarle sulla superficie ed è impossibile che i polpastrelli possano emettere quel ticchettio pungente. Le fisso, solo per un battito di ciglia mi sembra di vedere degli artigli neri e spaventosamente affilati.
«Capisco» E non ne sembra contento. Tuttavia, ritrae la mano e afferra delle cartelline alla sua destra. Ne apre una. «Signorina Torne, ho avuto modo di leggere e apprezzare il suo curriculum scolastico. È una studentessa ligia e attenta» avanza nuovamente con quel tono melenso, solo che questa volta le mie difese sono alte e non sortiscono alcun effetto.
«Amo studiare.» Credo non apprezzerebbe sapere che sono un tipo curioso in generale.
Sono avida d'informazioni, spiegazioni, lo sono stata fin subito dopo che la mia tutrice mi ha detto cosa fossi: il mio cervello aveva bisogno di capire, razionalizzare che non sono una semplice essere umana. An ha detto che è un qualcosa che accade, nascere al mondo con abilità particolari, tuttavia, le mie, hanno anche una certa inclinazione lugubre.
Ho letto tomi e tomi sulle famiglie più potenti di streghe e stregoni, eppure nulla che parlasse approfonditamente dei figli del crepuscolo. Come se non meritassero di ritrovarsi tra quelle pagine, o che qualcuno volesse cancellarli.
Il preside, prima di abbassare lo sguardo sui fogli, mi studia attento.
«So che quest'anno, fosse rimasta nella sua vecchia scuola di magia, si sarebbe diplomata. Tuttavia non so se è stata informata che alla Manor abbiamo una suddivisione scolastica leggermente differente.» La sua espressione mi sprona a seguire il suo discorso.
Ne sono ben consapevole, non a caso è una delle scuole più prestigiose in cui entrare. Devi possedere una grande abilità innata per essere ammesso, o appartenere a una delle famiglie altolocate del mondo stregato; in pratica, con la magia ci devi vivere e aver familiarizzato. An ha fatto tutto ciò che era in suo potere per farmi avere la migliore istruzione e conoscenza delle mie abilità. Ciò che potevo fare per ringraziarla era imparare quanto più possibile. Certo, mi sono chiesta spesso perché la mia tutrice abbia fatto così tanto per me, quando perfino la mia stessa madre mi riteneva un rifiuto di cui doversi liberare: non sono stata ancora in grado di darmi una risposta. Nonostante ciò e i miei sforzi accademici, è alla Manor che posso accedere davvero alla mia natura e imparare a controllarla.
«So che rispetto alle altre scuole, gli anni di studio per conseguire il diploma sono sette» rispondo.
Il preside conferma con un cenno del capo.
«Esatto. Lei dovrebbe rientrare nel quarto anno, in circostanze normali. Tuttavia il suo curriculum accademico» ritorna a guardare i fogli «è di un livello decisamente avanzato.»
«Mi è stata offerta la possibilità di accedere a corsi avanzati nelle mie vecchie scuole e non l'ho sprecata» confermo.
L'uomo porta l'indice e il pollice sotto il mento spigoloso, pensoso.
«Per lei sarebbe un problema essere in classe con studenti più grandi?»
«No, non lo è.»
Ritorna a studiarmi, con occhi che danno l'impressione di vedere più di ciò che mostri.
«Le sue conoscenze corrispondono a quelle impartite al quinto anno, lei inizierebbe dal sesto.»
«Come già detto, non è un problema.»
Per un attimo il silenzio inghiotte l'intera stanza. Solo il lieve fruscio della carta che viene mossa sembra riempirla. Il preside chiude la cartellina, una strana espressione disegna i suoi lineamenti.
«La signorina Raven le ha anticipato che abbiamo dei gruppi di studenti che si occupano della ronda notturna della scuola e dei boschi?»
«Sì, lo ha fatto al nostro arrivo.»
Lui posa la cartellina e si sistema con entrambi i gomiti sulla scrivania, si sporge un poco verso di me. Da una sbirciata ai miei guanti, eppure non dice nulla a riguardo.
«Non a tutti gli studenti è concesso prendervi parte, sarebbe interessata all'addestramento serale che si svolge tre volte a settimana?»
La cosa desta una certa curiosità nella mia testa, potrebbe essere la chiave per scoprire cosa c'è di strano in questo posto, oltre che imparare altro sui miei poteri.
«Lo sono.» La mia propositività alla sua proposta lo incuriosisce.
«Bene, con la speranza che ciò non la affatichi e peggiori la sua media.»
Scuoto le spalle.
«Sarà il tempo a dirlo, giusto?»
Di nuovo mi studia attento.
«Bene-»
«Mi permette una domanda?» lo interrompo.
Un guizzo collerico riluce negli occhi ambrati. Sparisce all'istante e sorride.
«Certo.»
«A cosa servono le ronde?»
«Come ha notato viviamo in una foresta e i pericoli possono essere tanti.»
Certo, è il fatto che questo posto sembra irraggiungibile non è un fattore determinante, giusto?!
«Allora perché non assumere della sicurezza. Se è così pericoloso, dei semplici ragazzi, seppur con abilità particolari, potrebbero ferirsi.»
«Per tale motivo vengono addestrati, signorina Torne.» L'uomo ha abilmente scansato la mia domanda sulla sicurezza. «Ora le consiglio di andare. Fuori dal mio ufficio troverà la signorina Raven che le mostrerà la scuola prima dell'inizio delle lezioni. Inoltre, so per certo che non ha cenato, dovrebbe sbrigarsi a fare almeno colazione.» Congeda solo me indicandomi la porta con la mano.
Mi mordo la lingua per evitare una rispostaccia, ma decido di fare quel che dice visto che An mi sfiora il ginocchio in un gesto calmante. Mi alzo, più tranquilla, e mi dirigo verso la porta. Afferro la maniglia e quando sto per aprirla il preside mi richiama.
«Ah, signorina, un'ultima cosa» Mi giro a guardarlo da sopra la spalla. «Le consiglio di evitare di addentrarsi da sola nel bosco, proprio per quei tanti pericoli.»
Non riesco a ben capire se la sua raccomandazione sia di scherno o seria per quanto è criptica.
Sorrido.
«Certo.»
Esco dall'ufficio e il sorriso svanisce.
Mi guardo ancora una volta intorno prima di raggiungere la donna corvo e seguirla.
Poi un sussurro.
La curiosità non è sempre buona cosa. Se vuoi salva la vita sii più cauta, piccola tumultuosa.
Nota autrice:
Chi ha colto alcuni dettagli? Sono curiosa di sapere, scusate il gioco di parole, se vi ho incuriosit*, anche se gli spiriti la pensano diversamente 😏.
Fatemi sapere.
Un abbraccio, Joy.
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