1. Al centro della foresta
Presente
Misa
Dopo anni passati a viaggiare con An per tutto il Regno Unito, ero certa di aver visto qualsiasi tipo di luogo spettrale e meraviglioso al contempo. E posso giurare di essere stata in qualsiasi anfratto di cittadina dimenticata dal mondo grazie al suo lavoro da detective paranormale, ma tutto questo?
Non saprei dire se mi inquieta o affascina. Probabilmente entrambe.
La Manor School è maestosa più d'un castello scozzese, tuttavia è un misero puntino sullo sfondo dell'immensa e oscura foresta che la circonda.
È la più prestigiosa scuola per streghe e stregoni, non è facile essere ammessi, ma An si è assicurata che frequentassi tutte le accademie di magia migliori durante i nostri spostamenti.
Dopo avermi parlato in ospedale, non ha trovato molta resistenza in mia madre per farsi firmare un documento in cui le cedeva la mia custodia legale. Una volta diventata la mia tutrice, è riuscita a farmi rilasciare dal reparto di psichiatria con uno spesso plico di prescrizioni mediche. Dopodiché mi ha aiutato a capire cosa fossi e a gestire la mia negromanzia, oltre ad assicurarmi la migliore istruzione che mi permettesse di arrivare qui. Che lo permettesse a entrambe, dato che da domani anche lei farà parte dell'organico come insegnate.
Una saetta rischiara il cielo, illuminando di una luce sinistra la facciata della scuola.
Vibra una strana aura intorno alla struttura di pietra, che un tempo deve essere stata bianca. Ora è scalfita dalle intemperie e dal tempo, secoli per l'esattezza; eppure i pilastri e le colonne, illuminati da fiaccole su tutta la facciata, che la sorreggono sono stabili e forti. Tra l'una e l'altra sono disposti vetri decorativi più simili a schizzi di colore che a delle opere d'arte. Non raffigurano nulla di concreto, è tutto astratto.
Stupefacente.
Camminare lungo i corridoi che vi si trovano dietro, in pieno giorno, deve essere come percorrere un prisma di luce dall'interno.
Mi appoggio con le braccia sulla parte superiore della portiera della nostra Jeep ed emetto un fischio in direzione della facciata maestosa. An, alle mie spalle, ridacchia.
Il grande portone ad arco è stretto e lungo, tanto da poter permettere a un troll di dieci metri di oltrepassarlo senza intoppi. Lì in alto, come a incoronarne la magnificenza, c'è un rosone in pietra e vetri colorati. Lateralmente, da entrambi le estremità, partono una serie di torri, con alcove di pietra e prive di finestre: sono spazi aperti su dei corridoi esterni rischiarati da altre fiaccole. Tra una e l'altra ci sono statue raffiguranti gargoyle, mostruosi eppure eterei nella loro statica compostezza.
Danno l'impressione di essere i guardiani dell'intera scuola.
Il tetto spiovente è di un nero carbone, ornato da segnavento con in cima una bussola. Iniziano a girare piano.
Un'improvvisa e fredda brezza ci avvolge, un altro lampo squarcia il cielo prima di un sordo boato. Questo posto sembra volerci intimidire e farci scappare a gambe levate.
«Entriamo.»
An e io chiudiamo le portiere e recuperiamo i nostri miseri bagagli dal retro dell'auto. Non possiedo tanti indumenti, negli ultimi sette anni non me ne occorrevano molti. Ci siamo spostate spesso e per la maggior parte delle mie giornate indossavo la divisa dell'istituto scolastico che frequentavo. Sono stati molti, ma non ho nulla per cui debba dispiacermi.
C'è qualcosa di confortante nell'essere sempre in viaggio, nell'essere priva di radici: non sentirai mai la mancanza di una casa o qualcuno, alcuna parola d'odio che possa ferirti, né persone da deludere. Se non ti conoscono, tutto ciò che diranno, non sarà mai reale.
Un altro tuono precede una lieve pioggia.
Io e An ci incamminiamo sulla ghiaia del grande spiazzale, circondato da abeti e un enorme prato: l'erba è la più verde che abbia mai visto. Oltrepassiamo la grande fontana circolare completamente in marmo bianco, con una cascata al centro e illuminata da lampioni con grandi candele all'interno. Qui, il tempo, sembra essersi fermato. Nessuna intemperia ha deturpato la sua bellezza, ne l'acqua cristallina. Non c'è segno di sporco, terriccio o scheggiature all'interno della grande vasca: è candidamente immacolata.
Afferro più saldamente le cinghie del borsone e me lo sistemo meglio sulla spalla, poco prima di salire i gradini di pietra decisamente stretti, ripidi e irti, per raggiungere l'ingresso. Li percorriamo restando al centro, non voglio sporcare e bagnare i miei guanti neri di seta.
Raggiungiamo la maestosa porta e ci fermiamo. Un battente circolare, bronzeo e raffigurante un demone che lo sorregge tra le fauci, è l'unico elemento che permette di palesare la presenza di visitatori all'esterno.
An e io ci guardiamo, solo dopo il suo cenno d'assenso mi sfilo un guanto e sollevo la mano a qualche millimetro dal legno, decisamente, vivo.
Sibili e sussurri trapassano la mia testa per la loro imperiosa potenza. Non ero pronta a schermire un'energia di tale portata, le mie spalle si curvano per lo sforzo di contrastarla. Digrigno i denti e mi concentro, come mi ha insegnato a fare An, così da riuscire a filtrare la marea di borbottii.
Pericolo.
Nel cuore della foresta.
Andate via.
Non è sicuro.
"Shhh, spiriti. Quietatevi, siamo qui per aiutare."
Ci sente.
La giovane ci sente.
"Esatto, vi sento. Ci date il permesso di avanzare?"
Tre rintocchi forti e uno al calare.
Ritraggo la mano e infilo nuovamente il guanto, dopodiché afferro il battente e batto forte tre volte sul ferro centrale, poi lo rilascio a poca distanza dal legno e un tonfo lieve accompagna l'immobilità dell'oscillazione.
La grande anta si apre con un cigolio sinistro.
Un altro tuono, più forte dei precedenti, rabbioso, squarcia il cielo, oscurato già da un po' dal calar della sera. An e io solleviamo lo sguardo verso l'altro e la pioggia viene giù scrosciante, fitta e furiosa.
«Credi...» non termino la frase.
«Probabile.»
Riportiamo gli occhi l'una sul viso dell'altra con un'espressione di consapevolezza.
L'incertezza e la tristezza s'insidiano nel mio cuore: se è ciò che crediamo, che ne sarà di me, di noi, e di questo viaggio che mi ha salvato?
§_§_§
Una donna slanciata e dai lineamenti spigolosi, ci scruta con attenzione dietro degli occhialini neri, stretti e allungati, che restano fermi un po' più su della punta irta del suo naso. Sono occhi ambrati e malcontenti, la postura impettita in una camicia da notte di flanella e lo scialle tenuto stretto sulle spalle da una mano ossuta. L'occhiata torva, ci rimembra che siamo giunte qui poco prima che i rintocchi di un antico e grande orologio a pendolo, sulla destra dell'atrio, annuncino la mezzanotte.
La donna solleva di più la lampada a olio nell'altra mano e la punta contro di noi, come a voler imprimere bene nella memoria i volti di chi ha importunato la tranquillità e il silenzio innaturale della scuola. Quando anche l'ultimo rintocco ha smesso di battere, l'oscurità che avvolge l'intero ambiente inghiotte qualunque forma di rumore.
Non ci sono sussurri, ne spiriti vaganti. Se non avessi toccato l'energia che avvolge la scuola, penserei che qui non c'è alcuna attività paranormale.
Qualsiasi cosa ci sia fuori, qui non può entrare.
O uscire. Una barriera? Mi chiedo concentrando le mie forze sull'altra vista, ma anche quella è bloccata. Per un attimo sollevo appena la mano e la fisso. Forse...
«Vi aspettavamo nel pomeriggio» ci rimprovera con acuta severità la donna.
Rimetto giù la mano.
La sua voce è gracchiante, più simile al verso di un corvo. Lei stessa non è dissimile alle fattezze di tale uccello, tranne per i capelli, quelli sono di un pallido e opaco color argento.
L'oscurità alle sue spalle sembra inghiottire qualsiasi tipo di luce.
«Sì, ci scusi. Abbiamo imboccato la strada sbagliata almeno quattro volte» risponde An con il suo solito tono pacato e gentile.
Già, sbagliare strada non è mai stato qualcosa che ci era successo in passato, perfino in cittadine assenti da cartine e navigatori. An ha dei sensi acuti quanto la sottoscritta, tuttavia, oggi, tutto sembrava volerci tenere lontano da questo posto.
Un incantesimo d'occultamento senza ombra di dubbio.
L'edificio si trova nel cuore di una delle foreste più imponenti del Perthshire, Faskally Wood, ma trovare la strada battuta che conduceva all'imponente maniero è stata un'impresa titanica. Nessun cartello con su riportato il nome di questo posto, né segnale GPS: è come se avessimo attraversato un portale per un mondo parallelo, in cui le nostre abilità sono inaffidabili.
La donna ci fissa circospetta.
«Capisco. Malauguratamente le cucine sono chiuse, il personale dorme» calca la mano sulla parola. «E gli alunni di ronda notturna sono appena usciti per la perlustrazione del bosco. Vi mostro le vostre stanze, da questa parte.»
Non attende una nostra risposta, ci volta le spalle, frettolosamente, e ci fa strada. È chiaro che vuole togliersi dall'impiccio delle nuove arrivate il prima possibile.
Cerco di guardarmi intorno, ma con la luce fioca non riesco a vedere neanche dove metto i piedi. Mentre all'esterno questo posto è illuminato a giorno, all'interno non c'è nemmeno una candela. Tuttavia, trascuro questo particolare, le sue ultime parole hanno destato una certa curiosità nella mia mente avida.
«Mi scusi-»
«Signorina Raven. Sono la segretaria del preside» m'interrompe autoritaria.
Evito di darle una risposta piccata delle mie e sollevo gli occhi al cielo.
«Ecco, ha parlato di una ronda di studenti. Come mai?»
Non si volta e ci conduce su per una scala dallo stile imperiale.
«Come avete appurato voi stesse, ci troviamo nel centro di una foresta molto distante dalla città» Definirla distante è un eufemismo, questo posto è fuori dal mondo civilizzato. «Inoltre, come le sarà opportunamente spiegato domattina, per noi è importante responsabilizzare gli studenti alla sicurezza della collettività. A cicli settimanali, un gruppo scelto, si occupa delle ronde notturne della scuola e d'intorni.»
«Perché non assumere della sicurezza?» continuo imperterrita.
Finalmente la donna si ferma per un istante, si gira a scrutarmi da sopra la spalla con aria torbida e sono sicura vorrebbe strapparmi la lingua.
«Come già le ho detto, domani, a un orario consono per la sua intransigente curiosità, le verranno fornite risposte.»
Ritorna sui suoi passi e chiude definitivamente il discorso.
La nonnina vuole che me ne stia buona e in silenzio. Di sicuro dovrebbe ringraziare la mia stanchezza se il mio caratterino, tutt'altro che docile, in questo momento è ammansito.
An sembra grata di ciò, non ha voglia di togliermi dai casini in cui mi imbatto da sola e senza sforzo.
Saliamo tre rampe, infinite, di scale, e giungiamo su uno dei corridoio esterni che ho visto dall'esterno. Qui il percorso è illuminato dalle fiamme delle fiaccole. I nostri passi, sulla pavimentazione in pietra grezza, producono un lieve scalpitio trascinato via dal vento nel fragore dell'ennesimo tuono.
Una strana energia mi sfiora il corpo, arresta i miei passi e richiama il mio sguardo verso la foresta e poi più in alto, all'estremità opposta del tetto.
Una figura avvolta dal buio si tiene saldamente a qualcosa mentre la pioggia fitta la bagna, è in piedi alla base della guglia. Sembra fissarmi e la mia curiosità mi spinge a fare lo stesso.
Mi avvicino all'arco e appoggio la mano guantata contro la colonna.
Il vento sferza il suo corpo, tuttavia lui resta immobile. Alcune ciocche di capelli nivei, in contrasto con il nero che lo avvolge, gli ricadono sulle spalle. Brividi mi percorrono la pelle e una strana sensazione si agita nello stomaco.
È un attimo, altre due figure lo raggiungono con un balzo dal tetto. Sono lontane, eppure riesco a percepire che l'energia emanata non è ostile. Una strana adrenalina inizia a scorrermi nelle vene.
Qui fuori, i miei sensi acuiti sembrano amplificati, proprio come è accaduto poco fa giù all'ingresso, prima di entrare.
«Signorina Torne, si sbrighi» mi richiama la signorina Raven, interrompendo quello strano scambio.
Arretro di un passo, in cui scruto ancora qualche istante le tre figure, poi ritorno sui miei passi e oltrepassiamo un arco in pietra scanalata: ci riporta nuovamente all'interno dell'edificio, ma dalla parte posteriore della scuola, in direzione della guglia. Tuttavia, qui dentro, faccio di nuovo fatica a percepire le mie abilità extra.
Percorriamo un lungo corridoio, dove si susseguono porte di legno: presumo i dormitori. Quassù, a differenza dell'atrio all'ingresso, piccole lampade a olio sono affisse al muro per illuminare l'ambiente. Man mano che avanziamo la distanza tra una porta e l'altra è sempre maggiore. Mi chiedo se dipenda dalla grandezza delle stanze.
Svoltiamo a sinistra e ci sono solo due porte, una di fronte all'altra. La donna corvo si avvicina a quella di sinistra e tira fuori una chiave, da chissà dove. Sono sicura che quando l'abbiamo vista di sotto non c'era. Inoltre, la sua camicia da notte non possiede tasche.
Mi guardo intorno ancora una volta.
«Questo è il dormitorio femminile. Come concordato tra la sua tutrice e il preside, avrà a disposizione una stanza isolata e singola» Allunga le dite scheletriche verso di me. Afferro quella maledetta chiave, spessa e d'ottone, senza pormi altre domande. Per oggi ne ho abbastanza di stranezze, sono esausta. «Le farò recapitare la sua divisa domattina, in tempo per le lezioni, con le indicazioni per i suoi corsi di studio, numero e codice del suo armadietto personale.» Mi rivolge un sorriso sinistro. «Benvenuta alla Manor School, signorina Torne e buona permanenza.»
Detto ciò fa un cenno ad An, con la cui scambio uno sguardo d'intesa, e si allontanano entrambe, probabilmente dirette ai dormitori del personale. Mi giro verso la porta nera della mia stanza e dopo aver inspirato ed espirato a fondo, mi appresto a infilare la chiave nella serratura di ottone e aprire la stanza.
Tre mandate e mezzo e quella finalmente scatta per darmi accesso. Spingo il legno pesante con un po' di forza, i cardini cigolano. Questo posto ha bisogno di manodopera.
Una volta all'interno, ad accogliermi c'è la luce fioca di una lampada a olio, il calore di un camino antico in pietra e una stanza che all'apparenza può sembrare circolare, ma osservando attentamente gli angoli è esagonale.
Al centro del pavimento in pietra grezza vi è un tappeto rosso circolare, alla mia destra si apre un'alcova, con un letto a baldacchino matrimoniale di legno scuro, dotata di una spessa tenda rossa in velluto. Sulla sinistra sono state posizionate un paio di librerie vuote, che non lo resteranno a lungo, e una scrivania, che in quest'angolazione riceve molta luce dalla grande finestra ad arco che ho di fronte.
Subito dopo le librerie c'è una piccola porta che mi appresto ad aprire, al suo interno trovo solo un lavandino e un water: presumo che le docce siano da qualche parte in comune.
La cosa non mi entusiasma particolarmente, ma come ho potuto ben capire, questo posto non privilegia di elettricità, quindi presumo che per l'acqua calda abbiano qualche sistema a fornace da qualche parte. Be', poco male, cercherò di lavarmi o prima dell'alba o comunque in orari in cui non c'è nessuno.
Appoggio il borsone sulla scrivania rovere e tiro fuori tutto ciò che mi occorre per la notte. Giro il capo verso la finestra, il temporale imperversa rabbioso, e il vento schiaffeggia le fronde degli alberi con veemenza. Ho davvero bisogno di riposo, tuttavia la curiosità s'intrufola nuovamente sottopelle.
M'incammino piano verso la finestra e il cielo continua a lanciare saette, che rischiarano per pochi attimi la notte che avvolge ogni cosa. Sollevo leggermente la mano e la osservo, sfilo il guanto e l'appoggio sul freddo vetro della finestra.
I sussurri degli spiriti sono appena percepibili, eppure uno mi arriva diritto all'udito come uno spillo acuminato.
L'oscurità ogni cosa ha risucchiato. Alla Manor School, l'inganno è il tuo fedele alleato.
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