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IX. Van Der Maase


Il collezionista





Ariel aveva smesso di obbedire ai comandi da un po'.

Nella sua libera esplorazione al fianco di Ejnar aveva immagazzinato e fotografato più dati di quanto fosse necessario, ma l'overload di dati provocò un effetto collaterale inaspettato. Quando Ejnar si destò trovò Ariel intenta a guardare il ghiacciaio che si scioglieva.

Le gocce che ricadevano lente dalle stalattiti dalla grotta, lo scrosciare lento della neve in scioglimento, il particolare colore di quella mattina avevano provocato in lei qualcosa. La sua particolare reazione aveva suscitato interesse nel gruppo: Blue probabilmente avrebbe osservato in modo dozzinale che Ariel si era incantata di nuovo, Myrjami avrebbe avuto paura a manovrare i suoi tasti della gestione applicazioni e del reset, ma Ejnar aveva capito.

Si affiancò a lei a passo leggero, prudente, introducendosi lentamente nel suo campo visivo come un minuscolo dettaglio del paesaggio – senza intervenire, senza guastare l'immagine. Da vicino poteva vedere espandersi nei suoi occhi un segreto moto di stupore.

Ejnar immaginò che avrebbe voluto fare una domanda. Immaginò quale.

"Questo è il luogo dove sei nata."

Lei sembrava riconoscerla. Qualcosa nel suo sguardo analitico, fatto di interfacce e calcoli, brillava di una sconosciuta nostalgia. Era un sentimento che non sapeva esprimere: Ruslan non l'aveva programmato nel suo sistema operativo e la novità in parte la spaventava.

"Ho pensato che volessi vederlo. Ti piace?"

"..."

A giudicare dal modo affascinato in cui si specchiava nei cristalli delle grotte la risposta doveva essere sì, ma lei non era abituata a esprimersi a voce in quei termini. Fortunatamente lui era un bravo osservatore: inoltre, anche se in modo diverso, credeva di comprendere come si sentisse.

Erano così simili. Per alcuni versi Ejnar stesso era paragonabile a un robot: ridotto a un vegetale quando lo avevano ritrovato, senza memoria, senza nome, era gradualmente tornato ad essere un essere umano ricostruendo a poco a poco la sua vita intorno alle persone a cui voleva bene.

A volte però provava un'incontenibile nostalgia guardando il mare, come se oltre l'orizzonte vi fosse la sua vera origine – quel sentimento di attrazione verso una vita che non conosceva.

Frammenti di ricordi si affacciavano come un indecifrabile caleidoscopio ogni volta.

"Ricordo... qualcosa..."

Sillabò l'androide, con la sua voce metallica – modulata nella modalità soft e core.

Il miracolo di cui aveva parlato Ruslan stava avvenendo? Sembrava assurdo, il suo corpo era stato ricostruito da zero e gli animatroni posseduti esistevano solo in un certo franchise di videogiochi. Ariel, però, stava davvero registrando delle immagini: immagini di una vita a cui faceva da spettatrice, di un'altra primavera passata in quei luoghi.
"Mi ricordo la neve... i suoi passi... la valle segreta..."

Casa. Quel discorso sconnesso monopolizzò l'attenzione di Ejnar: da una parte si chiese come avesse fatto a far parlare l'androide senza usare l'ipnosi retrospettiva, dall'altra credette di stare assistendo a un vero prodigio. Pur non essendo un profondo conoscitore delle mente come Myrjami Tuominen, riconobbe di essere di fronte a un caso unico e decise di accompagnarla per mano verso la risoluzione di quell'enigma.

Si alzò dal giaciglio, si scostò la neve dalla tuta termica e, raggiunta Ariel, la prese delicatamente per mano.

"Puoi portarmi lì?"

"..."

L'androide sembrò pensarci per un momento. Il divieto suggestionato alla sua mente l'aveva scossa come un brivido, ma dopo era tornata la cyborg di sempre. Spazzò un sentiero nascosto nella neve che solo un conoscitore del luogo avrebbe potuto avere, scoprendo una strada che neppure sul GPS compariva e gli fece strada. Destinazione? Sconosciuta.



Non lo aveva freddato subito.

Doveva avere colto qualcosa di particolare in lui, vista l'accoglienza che aveva riservato a tutti gli ultimi visitatori della grotta: Blue non si interrogò neppure su cosa fosse questa particolarità, poteva esserci una sola risposta.

"Un haerenge defekt..."

Era la cristallizzazione che gli divorava il petto e che, in quel momento, il freddo aveva rivelato anche nelle spaccature della pelle. Blue non aveva reagito: sapeva che mostrare quella vulnerabilità era un verdetto di morte, ma dopo quel che aveva visto e le condizioni in cui si trovava non credeva avrebbe cambiato più di tanto le speranze di sopravvivenza.
Puntò sull'opposto, cercando di incutergli timore.

"Mi chiamo Blue."

Rivelò, sforzando di nascondere la vena di rabbia e rassegnazione nella sua voce. Cercava di carpire quanti più dettagli dell'uomo che aveva di fronte: non fosse stato per lo sguardo e la curiosa foggia degli abiti -di aspetto e stile antichi- sarebbe parso un normale essere umano, alto, muscoloso, slanciato, con un naso importante e i capelli ondulati biondi. Una persona comune.

"Sei stato tu a provocare la valanga..." la consapevolezza, però, che la sua mano avrebbe scatenato potenzialmente la morte dei suoi amici gli impediva di sopprimere la rabbia, "Non potevi permettere che qualcuno si avvicinasse alla montagna e scoprisse questa grotta."

L'uomo lo squadrò annoiato.

Parte della sua deduzione probabilmente era corretta, ma comunque superflua. La consapevolezza di aver infranto sfortunatamente un grosso divieto non avrebbe giovato in alcun modo alla sua imminente morte. In qualche modo, però, riuscì a coglierlo di sorpresa.

"Anche tu sei un defekt, l'ho capito subito."

L'uomo non gli domandò le ragioni di quell'intuizione: Blue infatti aveva intuito per le persone difettose, per le persone con dei problemi o con una doppia vita proprio come lui; scovare i suoi simili per lui si riduceva quasi a un gioco di sguardi, avendo avuto tanto tempo per osservare in silenzio e imparare.

"E' per questo che vivi isolato dal mondo, è così?"

Loro, i defekt, non potevano avere una vita normale. Lui ne era perfettamente consapevole, per quanto avesse deciso di non arrendersi a quella triste realtà: contro ogni buon senso, conscio di essere una bomba ad orologeria pronta ad esplodere nei cieli di Copenhagen, lui continuava a cercare il suo posto nel mondo con un'ostinazione impareggiabile; anche lui voleva vivere, anche lui aveva il diritto di avere una vita normale.

Quell'assassino era la visione minacciosa del futuro che lo attendeva: lontano dagli occhi nel mondo, isolato in qualche luogo impervio, solo, circondato dai ricordi e dai cristalli ghiacciati che man mano cominciavano a racchiudersi intorno a lui... non avrebbe mai potuto sopportarlo.

"Non so chi ti ha rinchiuso qui, ma-..."

"Nessuno." Lo interruppe bruscamente l'uomo, "E' stata una mia decisione. Io sto bene dove mi trovo."

"Cosa?" Blue ebbe un ovvio moto di sorpresa, ma corresse immediatamente il tiro, "Non so cosa ti ha fatto decidere di rinchiuderti qui, ma dovresti ascoltarmi."

"Ho sentito abbastanza."

Sentenziò l'uomo, evidentemente stanco delle sue chiacchiere e delle sue supposizioni: Blue invece, temendo che il tempo fosse scaduto, attese in silenzio l'inizio di una battaglia.

Sentiva su di sé lo sguardo pesante dell'altro analizzarlo, soffermarsi sulla sua deformità – di certo si stava chiedendo cosa fare di lui. O magari in quale angolo della spelonca collocare la sua futura statua di ghiaccio.

"Non dovevi spingerti fino a qui, straniero. Queste terre sono maledette. Se non avessi visto l'interno di questa grotta, forse ti avrei lasciato andare."

Ed eccolo.

Proprio come temeva, il nemico aveva risvegliato la sua affinità con la natura: un vortice di aria fredda in procinto di gelare cominciò ad essere attirato dalla sua mano – mano abbastanza vicina da afferrare e ghermire il suo volto senza alcuno sforzo. Blue portò una mano al petto, stringendo la cristallizzazione che ne divorava il torace fino a riattivare per un istante un riflesso elettrico che guizzò per tutte le sue ramificazioni, anche quelle sottopelle.

"Mi farai quello che hai fatto a loro?!"

L'aria fredda frustò come un vento impetuoso tutta la figura dell'haerenge: le schegge di ghiaccio formatesi in essa aprirono nuove escoriazioni sul suo corpo, ma lui fu rapido nell'incrociare le braccia davanti al viso; pur con i movimenti rallentati riusciva a ergersi ancora in piedi contro di lui, ma presto le caviglie furono bloccate da una crescente lastra di ghiaccio che lo unì al pavimento ghiacciato della grotta. La sensazione tagliente del gelo strappò un gemito di dolore a Blue, che però non smise di lottare.

L'assassino si stava inesorabilmente avvicinando.

Non rispose alla sua domanda, ma sfiorò una venatura bluastra sulla sua spalla risalendo lungo la giugulare: il suo tocco era gelido e provocò una nuova scossa di dolore nell'haerenge, ma non lo scacciò.

"Non ho mai visto un haerenge defekt così da vicino..."
Lo sguardo furioso di Blue corse alle statue: dunque un haerenge mancava alla sua collezione... effettivamente mancava anche un uomo. Avrebbe potuto essere il pezzo forte della sua collezione, il più esotico, se solo non fosse stato difettoso.

Sentì il ghiaccio scavare sulla sua pelle fino ad intrappolare le mani raccolte sul petto ed allora non riuscì più a muoverle o a sentirle: i brividi cominciarono a scuoterlo più violentemente, scariche di adrenalina e di paura che correvano lungo ogni terminazione nervosa ancora attiva, ed uno stupore immenso cominciava a instradarsi negli occhi sbarrati di Blue.

Espirò a fatica, incredulo.

Non era così che aveva immaginato di morire.

I sensi lo abbandonavano lentamente assieme al dolore lancinante, la paura e la rabbia erano riusciti infine a paralizzare il suo animo in un'innaturale sensazione di quiete – una sensazione bellissima, catartica, che mai aveva provato in vita sua. Un sorriso folle, lieve, si allargò sulle sue labbra brune quando raggiunse quella consapevolezza.

"Dunque è questo..."

Quelle parole lasciarono confuso l'assassino, che arrestò il flusso di ghiaccio.

C'era qualcosa che lo disturbava in quel giovane e che gli impediva di trarre particolare godimento da quella lenta uccisione: in genere tutti lottavano strenuamente fino alla fine oppure lo scongiuravano di risparmiarlo, mostravano insomma uno spirito ardente negli ultimi istanti, quel ragazzo invece non opponeva resistenza se non ai tremori che lo scuotevano forte. La minaccia di un attacco era realistica da parte sua, eppure non stava sfruttando quell'ultima risorsa per salvarsi.

"Non mi preghi di lasciarti in vita?"

"No." rispose lui, con un sospiro rabbioso di sconforto, abbandonando il busto in avanti fin dove il ghiaccio lo imprigionava e lo sorreggeva "Ma se mi succedesse qualcosa allora verrebbero a cercarmi e il tuo segreto sarebbe..."

Blue non terminò la frase e la sua testa cascò debolmente fino a premere il mento contro la brina che gli imprigionava la spalla destra: aveva perso i sensi.

Mentre il respiro della sua vittima si affievoliva, l'assassino si voltò verso le sue macabre creazioni e le guardò come se le stesse vedendo per la prima volta. Aveva tutto il tempo per finire l'intruso ma ad un tratto un canto in lontananza attirò la sua attenzione: la voce, che risuonava come l'eco di un lamento remoto, gli procurò un dolore che credeva di aver dimenticato per sempre sotto le coltri di ghiaccio – ed era stato vano, così come il tentativo di dimenticare quella voce.

Era lei.

"Ariel..."

Mugugnò in uno stato di semicoscienza il prigioniero, riavutosi per un momento, come se il canto avesse avuto un effetto miracoloso anche su di lui.

Gli occhi vermigli del renenge puntarono immediatamente a lui.

Gli serviva vivo... ancora per un po'.



Credeva non fosse possibile, invece si risvegliò nella caverna.

Al posto della sua prigione di ghiaccio era stato avvolto in un mantello nero molto spesso e ispido, lo stesso che aveva visto indossare il suo aguzzino. Ovviamente il primo pensiero era stato quello di fuggire, ma le gambe intirizzite non gli risposero: era passato molto meno tempo di quanto credesse. Probabilmente aveva perso i sensi per una decina di minuti che a lui era parsa eterna.

In più non era solo.

"Non ti ucciderò... per il momento."

Una voce dura aveva rimbombato per tutta la grotta.

Era quel misterioso renenge: quando aveva capito che l'haerenge aveva un legame con Ariel aveva deciso di risparmiarlo, aveva sciolto il ghiaccio e l'aveva invitato in una zona più interna della caverna a discorrere con lui. Il pensiero di Blue correva sempre all'amica che aveva abbandonato all'ingresso e, tenendo sempre bene a mente che le vittime di quel renenge fossero tutte donne, provò un ulteriore moto di paura quando il renenge la individuò all'ingresso della caverna... invece, colui che fino a poco prima aveva creduto essere un nemico, li riscaldò con del fuoco e il suo mantello, rivelandosi provvidenziale.

Anche in questo caso tutte le coperte andarono a Myrjami, sulla quale l'haerenge era chino per avvertirne il flebile respiro mentre le accarezzava la fronte e i capelli. Era viva, e stava recuperando debolmente calore.

"Il mio nome è Frans Van Der Maase. Sono l'ultimo renenge del monte Gunnbjørn."

Si presentò così, senza convenevoli o strette di mano. Dopo un lungo discorso sul come resistere al gelo e un giuramento solenne di non fare parola ad alcuno di quel luogo, il renenge si era mostrato incuriosito dalla sua presenza in quelle terre gelide.
"Questo non è un territorio di haerenge. Cosa ci fai qui?"
"Sono fuggito."
Confessò, appoggiando la testa alle braccia conserte: si rese conto che era la prima volta che si liberava così schiettamente di un peso del genere e non seppe se attribuire quella sensazione di calo di pressione al sollievo o all'ipotermia.
"Mi avevano scoperto. Quando è diventato evidente che io fossi un defekt... sapevo che sarebbe stata solo questione di tempo prima che provassero ad eliminarmi, così ho fatto perdere le mie tracce. Ecco cosa ci faccio dall'altra parte del mondo."

Sapeva che il renenge non lo avrebbe giudicato.

Forse qualcuno con più senno avrebbe rimproverato il suo gesto come egoistico, gli avrebbe suggerito di immolarsi per evitare di nuocere agli altri... ma non un uomo che terminava i defekt in considerazione della loro bellezza.

"Non ho paura di morire."

Ancora una volta Frans lo lasciò parlare senza interromperlo, ma un lampo severo attraversò i suoi occhi nel sentirgli pronunciare quelle parole. Blue non comprese se si trattava di disgusto, perplessità o ammirazione, ma per la prima volta nella sua vita fatta di bugie decise di aprirsi verso uno sconosciuto.

"Ho sempre pensato a come sarei morto. Se braccato dai miei inseguitori oppure abbattuto dalla Neutral Science... " si stirò una mano sulla guancia, sentendola troppo rigida e fredda, aiutandosi a reprimere la smorfia di dolore che il gelo gli aveva congestionato in volto, "Se prima di perdere me stesso o diventando un mostro. Ho resistito così a lungo solo per uno scopo preciso... per cui voglio proporti un patto: lasciaci andare. In cambio farò qualsiasi cosa."

Blue non era così ingenuo da non sapere che il fatto che gli avesse risparmiato la vita o che si interessasse improvvisamente a lui non avesse un secondo fine e sentiva di aver lanciato l'esca giusta. Una ruga aggrottò la fronte di Frans.

"Qualsiasi cosa, hai detto?"



+++

Note dell'Autrice


Ciao a tutti!

Non ho ancora avuto il tempo per rispondere o ringraziare personalmente per le stelline e le recensioni, quindi intanto che recupero colgo l'occasione per farlo qui! Grazie per il sostegno e i consigli!

Oggi è stata pubblicata la rosa dei Wattys, quindi immagino che questo messaggio passerà inosservato tra tante notizie, ma ci tenevo a rispettare la cadenza di pubblicazione il giovedì.

Inoltre Forelsket di Sympansheep, la storia parallela alla mia e appartenente allo stesso progetto, è entrata nella rosa dei cento!

Facciamole tanti auguri e, nel frattempo, se questo capitolo vi è piaciuto lasciatemi un commento o una stellina! Grazie per essere arrivati fin qui!

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