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Chapitre 60


Gran Premio del Sakhir

6 dicembre 2020


Era davvero buffa quella situazione. Se non avessi avuto l'ansia a divorarmi mi sarei anche divertita, ma non potevo far altro se non pensare a ciò che sarebbe successo quel giorno. Oltre la normale tensione che avevo prima di una gara, soprattutto dopo aver saputo che appena due giorni prima un sassolino aveva colpito Pierre nella monoposto, anche senza conseguenze gravi, Toto Wolff, con il suo messaggio, non mi aveva certamente rassicurata. Questo perché non mi aveva dato alcuna spiegazione del motivo per cui io dovessi presentarmi lì in Bahrain (anche se un minimo sospetto lo avevo), e del perché mi avesse impedito di farmi vedere dagli altri piloti. Nessuno sapeva che io ero lì, neppure il francese, convinto che io mi trovassi nella mia calda dimora di Malmö, a trascorrere qualche giorno da mio fratello. E quindi avevo saltato sia le prove libere sia le qualifiche, per evitare di essere notata. Se già normalmente, con tutti i tifosi, è facile essere visti in un ambiente come la Formula 1, potete solo immaginare con quanta rapidità mi avrebbero sgamata con la loro assenza. Per questo Toto mi aveva detto di entrare nel Paddock solamente la domenica, cercando di nascondermi il più possibile e non far sapere a nessuno che fossi lì. Era difficile, molto, ma dovevo farlo. Indossai una delle felpe più larghe che avevo, quella di mio fratello, e un paio di occhiali da sole, anche se la gara si sarebbe disputata di notte. Il mio volto era facile da riconoscere, dovevo cercare di coprirmi il più possibile. Per mia fortuna la mascherina chirurgica andava a mio favore, perché mi avrebbe coperto buona parte del viso e avrebbe impedito ai giornalisti di realizzare subito chi fossi. Proprio pochi istanti prima che uscissi dalla mia camera d'albergo (chiaramente non quello in cui alloggiavano gli altri, ma in un altro più sconosciuto), mi giunse un messaggio sul cellulare e, anche senza leggerlo, ero convinta fosse Toto Wolff. E non ebbi torto.

“Porta ciò che ti ho dato”.

Non ci fu bisogno che mi specificasse cosa, perché afferrai immediatamente la busta Mercedes e il casco e uscii. Feci ruotare attorno al dito le chiavi della mia moto, mentre entravo con estrema calma nell'ascensore. Per evitare di andare troppo nell'occhio, avevo deciso di affittare una Suzuki Inazuma 250 nera. Era bella, mi piaceva davvero molto e mi permetteva di non far sorgere dei dubbi sulla mia, almeno per gli altri, inesistente popolarità. Quando giunsi nella hall, feci un cenno con le dita alla testa al receptionist, in segno di saluto, e mi avviai all'esterno dell'hotel. La mia moto era parcheggiata accanto all'uscita, quindi non ci impiegai molto a raggiungerla. Una volta vicina ad essa, sistemai gli occhiali da sole nella busta, indossai il casco e infilai la borsa nel braccio, prima di salire in sella alla moto e partire. L'albergo distava circa quindici minuti dalla pista e, considerando il traffico, sarei sicuramente arrivata leggermente più in ritardo della partenza, ma il team principal della Mercedes mi aveva fornito il pass della Scuderia, quindi non avrei comunque avuto problemi a entrare. Detestavo il traffico, con tutto il mio cuore, specialmente quando avevo degli impegni importanti come quello. Cercai di trovare uno spazio per passare e non appena lo trovai iniziai a sfrecciare, noncurante della pericolosità della mia guida. Riponevo grande fiducia nei miei riflessi, quindi ero sicura di riuscire a schivare un'auto davanti a me. E, infatti, vi riuscii quando una vettura apparve all'improvviso e quasi mi colpì. Non me ne preoccupai e continuai a guidare, fin quando non arrivai. Appesi il casco al manubrio e sistemai la busta nella mia mano sinistra. Mi avviai verso il Paddock, ma fui fermata dai controllori, i quali, non appena videro il mio pass, mi fecero immediatamente passare. Indossai gli occhiali che avevo infilato nella felpa e la mascherina e iniziai a incamminarmi verso il box della Mercedes, approfittando del mio ritardo per non essere notata da nessuno. Una volta dentro, Toto mi notò subito e mi fece cenno di avvicinarmi a lui. Mi tolsi gli occhiali e obbedii. 

«Vai nella stanza riservata ai piloti, ti chiamerò io quando sarà necessario». 

Pierre's P.O.V.

Era stata decisamente una delle gare peggiori della mia vita. Ero estremamente deluso da me stesso, ma ormai non si poteva fare più nulla. Era andata, finita, dovevo semplicemente pensare al prossimo Gran premio. Io avrei di sicuro avuto modo di rifarmi, mentre George, che aveva perso per un errore del pit, aveva tutto il diritto di esserci rimasto male. Non appena lo vidi da solo mi avvicinai a lui e gli posai una mano sulla spalla, per confortarlo. 

«Vedrai che avrai modo di riscattarti, non abbatterti». Cercai di rassicurarlo, rivolgendogli un sorriso sincero. Ero davvero convinto che avrebbe avuto la possibilità di vincere, doveva solo aspettare. George era uno dei piloti più talentuosi che avessi mai conosciuto, un giorno avrebbe di certo lottato per il titolo mondiale. 

«Ce l'avevo nel pugno della mano, Pierre». Mi disse lui, con la voce leggermente incrinata dalle lacrime che minacciavano di uscire. «Ora dovrò aspettare chissà quanto tempo prima di riavere questa possibilità. Sono davvero triste e arrabbiato per questa situazione. Avevo fatto tutto perfetto e un pit stop ha rovinato la mia gara». Non avevo idea di cosa dire per tranquillizzarlo, perché capivo perfettamente come si sentisse e sapevo che niente gli avrebbe tirato su il morale in quel momento. Aveva solamente bisogno di tempo e poi l'avrebbe accettato. Sicuramente sarebbe andata così. «Forse è meglio che andiamo dagli altri, prima facciamo le interviste, prima me ne potrò andare». Annuii e insieme a lui mi avviai nello spazio riservato, appunto, alle interviste. A parlare era Toto Wolff, quindi sia io che lui aguzzammo le orecchie, nella speranza di captare qualcosa che riguardasse la sostituzione di Lewis Hamilton. E fummo davvero molto fortunati, perché la domanda riguardava proprio quello. 

«Toto, lei ha già deciso chi sostituirà Lewis Hamilton la prossima stagione?». L'austriaco infilò le mani nelle tasche e sorrise malizioso al giornalista. 

«Certamente, quel pilota è già qui, tra di noi». Io e George ci guardammo in faccia, entrambi convinti di aver capito a chi si riferisse. Sarebbe stato Russell a prendere il posto. 

«Allora è deciso: George Russell sarà il nuovo pilota Mercedes?». Continuò a guardare il giornalista, senza rispondere. A un tratto i fotografi si spostarono, muovendosi tutti verso una stessa direzione: il box della Mercedes. Noi piloti, istintivamente, li seguimmo, nella speranza di capire cosa li avesse attratti così tanto. E quando scorgemmo una sagoma con la tuta Mercedes e il casco, non riuscimmo a riconoscerla. O, almeno, non lo feci finché non notai quei dettagli. I flash erano tutti sul pilota, che non si scompose fin quando non ebbe un cenno del capo da parte di Wolff. Si tolse il casco e George rimase con la bocca spalancata, decisamente non aspettandosi che sarebbe stata Ann a prendere il posto di Lewis Hamilton. E, onestamente, neppure io credevo che sarebbe accaduto. Ero scioccato, davvero molto, soprattutto perché quel giorno ci sarebbe dovuto essere anche un altro annuncio che, invece, riguardava me. 

«Ann? La sto immaginando, non è così? Non è lei che guiderà la Mercedes l'anno prossimo, vero?». Non risposi. Il mio sguardo era fisso sulla ragazza, che sorrideva a tutti i fotografi e rispondeva alle domande che le erano poste. Almeno fin quando nella folla non iniziò a farsi avanti Christian Horner. Si avvicinò a uno dei giornalisti, per poter rilasciare una dichiarazione. Tutti ci voltammo a guardarlo, aspettando con ansia le sue parole. 

Ann's P.O.V.

Anche se ero circondata da un centinaio di fotografi e giornalisti, riuscii comunque a scrutare Pierre e George. Il primo mi sembrava sorpreso, ma non scomposto, forse un po' più... preoccupato? Sul volto del britannico, invece, potevo leggere la sofferenza e la delusione. Ma non ebbi neppure il tempo di pensare a cosa dirgli per scusarmi che fui subito sommersa di domande, almeno fino a quando non notai il team principal della Red Bull farsi strada nella folla. 

«Avrei anche io un annuncio da fare». Eravamo tutti pieni di trepidazione, mentre aspettavamo che finalmente parlasse. «Anche noi avremo un nuovo pilota l'anno prossimo che prenderà il posto di Alex Albon». Centinaia di flash lo colpivano. «E questo pilota è Pierre Gasly, abbiamo deciso di dargli un'altra possibilità». E non terminò neppure di parlare, che tutte le fotocamere, così come anche il mio sguardo, si volsero tutte verso il diretto interessato. Era quello il motivo per cui era così agitato, per cui non aveva mai il tempo di parlarmi o di scrivermi: stava facendo di tutto per ritornare in Red Bull. E proprio mentre ci guardavamo negli occhi, era chiaro che condividessimo la stessa paura: il nostro rapporto sarebbe riuscito ad andare avanti? 

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