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Chapitre 55


29 Giugno 2020
Milano

Pierre's P.O.V.

«Mamma mia, Pierre, una casa più grande potevi anche prenderla». Esclamò Ann, non appena entrammo nella mia nuova abitazione. Mi ero trasferito da Bologna a Milano. Avevo bisogno di cambiamenti e quella città e quella casa potevano esserne la chiave. «E la Nespresso poteva darti anche meno cialde. Neppure in tutta Italia bevono così tanto caffé». Scherzò, indicando le due buste e il pacco Nespresso che la ditta mi aveva regalato.

«Non lo berrò mica da solo». Feci spallucce, ammiccando. Alzò gli occhi al cielo, per poi sorridere.

«Non sapevo che la tua auto bevesse caffé, interessante». Passò la mano sulla federa bianca del divano. «Secondo te, se lo mettessi al posto della benzina andrei più veloce?». Scossi la testa, esasperato.

«Da quando sei così spiritosa?». Posai a terra le borse, incrociando le braccia e guardandola. Si avvicinò a me, alzandosi sulle punte, così da essere alla mia stessa altezza. Si mosse come se stesse per baciarmi, ma poi afferrò il mio cappellino nero della Dsquared2, con scritto "ICON". Lo indossò e appoggiò la schiena contro il divano e le mani sui cuscini dello schienale.

«Lo sono sempre stata». Rispose semplicemente, spostando lo sguardo verso il resto dell'arredamento. Ad un tratto, tornò dritta e si avviò verso la cucina. Istintivamente la seguii, non capendo cosa l'avesse attratta. «Questo piano di cucina...». Passò una mano sul marmo, con dolcezza, quasi avesse paura di poterlo rompere. «...lo aveva sempre sognato mia mamma. Diceva che non appena ne avessimo avuto la possibilità, lo avrebbe comprato. Non lo ha mai fatto». Fissò lo sguardo nel mio. «Molto bello anche il tavolo, è elegante. Tutta la casa lo è, hai fatto davvero un'ottima scelta». Mi sorrise, per poi sedersi su una delle sedie. Sorrisi al suo gesto. Solitamente ero io a doverle dire di fare come se fosse a casa sua, quella volta, invece, lo aveva fatto senza pensarci due volte.

«Quel bancone può essere usato in diversi modi». La guardai malizioso, appoggiando le mani al tavolo e protendendomi verso di lei.

«Pierre, sei un caso perso, davvero. Devi smetterla di uscire con Charles». Finse di essere infastidita, ma in realtà potetti notare un piccolo sorriso che subito cercò di camuffare. Non mi spostai dalla mia posizione, iniziando quasi una sfida a chi abbassasse prima lo sguardo. Sapevo che l'avrei vinta io, Ann era fin troppo imbarazzata dalla mia sfrontatezza per riuscire a tenermi testa. Infatti, non ci volle molto prima che chinasse il capo e finisse a osservare le sue scarpe. Mi avvicinai maggiormente a lei con il corpo, così che le mie labbra sfiorassero il suo orecchio destro.

«Non fingere che l'idea non ti alletti». Divenne improvvisamente rossa e io mi ritrassi soddisfatto e divertito. Girai il capo verso la porta. «Mi aiuti a sistemare le cialde di caffé negli scaffali?». Cambiai argomento e potei immaginare che lei ne fosse felice, anche se il rossore sulle sue gote era ancora evidente. Annuì e mi seguì nel salotto. Prese tra le mani le due buste, mentre io afferrai lo scatolo più grande e pesante. Iniziò ad aprire i vari armadietti e a riporre, con cura, le varie confezioni, facendo attenzione a occupare tutto lo spazio disponibile. Sorrisi, anche io amavo l'ordine e la precisione.

«Dobbiamo andare a fare un po' di spesa». Esclamò, dopo aver ispezionato tutti gli scaffali e i cassetti.

«Ne sei sicura?». Sospirai. Odiavo fare la spesa, era la parte più noiosa del vivere da soli. Oltre a dover stirare i propri capi.

«A meno che tu non voglia cibarti di aria - neppure di polvere perché non ne hai - allora credo proprio di sì». Mi diede dei leggeri colpetti sulla spalla, quasi a rassicurarmi e ad infondermi forza.

«Volevo rimanere un po' qui». Biascicai, mettendo il broncio.

«Con me non attacca bello, alzati e usciamo». Sbuffai.

«Com'è possibile che il broncio non funzioni?». Mi circondò il busto con il braccio sinistro e appoggiò la testa sulla mia spalla.

«Mr. Perfezione, non puoi avere sempre tu la meglio». Ridacchiai, scuotendo la testa, al suo soprannome.

«Cosa avrò in cambio di questa uscita non gradita?». Roteò gli occhi.

«Ci sarò io, è una ricompensa più che sufficiente, non credi?». Le lasciai un bacio sulla fronte, annuendo. «Forza, ora muoviamoci. Prima andiamo, prima torniamo».

«Era davvero necessario comprare tutta questa roba?». Ann sbuffò.

«La smetti di lamentarti? Stai diventando insopportabile». Posai a terra le buste.

«Impossibile». Riferii.

«Hai ragione, già lo sei fin troppo di tuo». Ridacchiò e iniziò a sistemare la roba.

«Perché hai comprato tutta questa farina?». Chiesi all'improvviso, osservandola mentre sistemava la spesa, prima che mi avvicinassi a lei e iniziassi ad aiutarla.

«Lo scoprirai». Mi gettò uno sguardo, sorridendomi, prima di tornare a sistemare. Rimanemmo in silenzio a riporre nei vari scaffali i nostri acquisti e, per mia fortuna, non ci impiegammo molto. Ben presto, potei tornare a sedermi sullo sgabello vicino al piano da lavoro, mentre Ann iniziò ad afferrare degli ingredienti e a riporli sul tavolo. La guardai con un sopracciglio alzato, in attesa che mi spiegasse le sue intenzioni. «Faremo i biscotti!». Esclamò emozionata, afferrandomi per un braccio e tirandomi accanto a sé.

«Sai vero che sono completamente incapace?». Roteò gli occhi.

«Fa nulla, ti aiuterò io». Si lavò le mani e io la imitai. Iniziò a versare la farina sul tavolo e ad aggiungere degli ingredienti come lievito, zucchero, delle uova e altre cose a cui non avevo prestato realmente attenzione. Io mi ero sistemato dietro di lei, per osservarla lavorare, ma, invece di impastare, afferrò le mie mani e le portò nell'impasto, guidandomi nei movimenti. La sua schiena era a contatto con il mio petto ed ero sicuro che potesse avvertire il mio battito leggermente accelerato. «Hai quasi finito». Mi disse, lasciando andare le mie mani e accoccolandosi al mio petto, aspettando che terminassi di impastare. Alzò gli occhi verso di me ed io abbassai lo sguardo per sorriderle. Mi passai il dorso della mano, l'unica parte pulita, sulla fronte. Ann ridacchiò e io la guardai confuso.

«Che c'è?». Mi sorrise.

«Ti sei sporcato». Arrossii leggermente. «Aspetta che ti pulisco». Volse il corpo verso di me e con la sua mano pulì la farina dalla mia fronte. Guardò l'impasto tra le mie mani e si allungò ad afferrare la carta forno e la teglia. «Hai gli stampini?». Domandò e io, sorridendo, risposi.

«Ti sembro il tipo che ha degli stampini?». Lei scosse la testa divertita.

«Decisamente no». Si abbassò per uscire dal cerchio formato dalle mie braccia.

«Dove stai andando?». Chiesi, non capendo le sue intenzioni. Aprì un armadietto e vi trasse un bicchiere di vetro.

«Siccome non hai le formine, useremo il bicchiere». Rise e, dopo essere tornata da me, iniziò a fare i cerchi d'impasto. Sistemai la mia testa sulla sua spalla, osservandola lavorare. Le lasciai dei baci sul collo e lei inclinò leggermente il capo, stringendomi. Sorrisi sulla sua pelle e avvertii un leggero brivido da parte sua.

«Vuoi che ti vada a prendere una giacca?». La provocai. Sapevo che non aveva freddo. Scosse la testa e continuò nel suo lavoro. «Ma stavi tremando, non vorrei che prendessi un malanno». Mi spostai dalla mia posizione per affiancarla, poggiando la schiena contro il bancone e avendo le braccia conserte. Non mi rispose. «Forse non tremavi per quello?».

«Sta’ zitto Pierre». Sbottò, mentre infornava i biscotti. Non mi degnò di uno sguardo.

«Perché dovrei?». Sistemai le mie dita sotto il suo mento, obbligandola a osservarmi.

«Perché questo tuo atteggiamento mi irrita». Rispose, sempre facendo sì che i suoi occhi non incontrassero i miei. Avvicinai le mie labbra alle sue, così che ad ogni mia parola quasi si sfiorassero.

«Uh, davvero? Il tuo corpo dice altro». E mi allontanai, indicando le sue mani sul mio petto e fingendo innocenza.

«Fanculo Pierre, te lo dico con il cuore». Sbuffò e puntò lo sguardo sull'orologio, per controllare quanto mancasse. L'afferrai di peso e la girai nuovamente verso il bancone.

«Credo di non aver sentito bene Ann. Cos'è che hai detto?». Chinai leggermente il capo e le parlai nell'orecchio.

«Ho detto fanculo». Ripeté, meno sicura di prima, e io le morsi il lobo dell'orecchio. Si lasciò andare ad un leggero grmito. Iniziai a lasciarle una serie infinita di baci dall'orecchio alla parte superiore della schiena.

«Mi mandi a fanculo, ma non riesci ad allontanarti da me quando ti bacio o ti sfioro. È un po' un controsenso, non credi?». Afferrai il suo volto e lo feci girare, volendo che mi guardasse. Il suo sguardo passò dai miei occhi alle mie labbra e io sorrisi malizioso quando lo notai.

«Pierre». La guardai. «Parli troppo. Taci e baciami». Sistemai il suo volto tra le mie mani e feci scontrare le nostre labbra. Morsi leggermente il suo labbro inferiore, facendole dischiudere la bocca e potendo, così, approfondire il bacio. Lei volse completamente il corpo verso di me e circondò il mio collo con le sue braccia. «Ti». Mi lasciò un bacio. «Detesto». Un altro bacio. «Davvero». Un altro ancora. «Tanto». Ne lasciò uno sul naso.

«Ti amo anche io, Ann». E le sorrisi. «I biscotti?». Domandai. Alzò lo sguardo controllando l'orario.

«Dovrebbero essere pronti». Si abbassò a controllare e quando dal loro colore vide che erano cotti, li estrasse dal forno.

«Sembrano buoni». Esclamai.

«Be’, non ci resta che provarli». Aggiunse. Me ne diede uno e poi ne prese uno per sé. Entrambi demmo un morso contemporaneamente.

«Sì, sono buoni». Confermai.

«Se non altro abbiamo un futuro nella Mulino Bianco». Scherzò e io scossi la testa divertito.

«Sta per ricominciare il campionato». Cambiai argomento. Parlando del nostro futuro, mi era tornata in mente la Formula 1.

«Lo so». Roteai gli occhi. «Quindi Pierre? Ogni anno inizia il campionato. Qual è la tua preoccupazione?». Sospirai.

«E se va male?». Sistemò il biscotto sul bancone e appoggiò una mano sulla mia spalla.

«Pierre, ascoltami». La guardai. «Dimentica la Red Bull, ok? Non esiste più. Tu non hai mai gareggiato per lei». Annuii, non molto convinto. Lei lo notò. «È stato un brutto capitolo, ma tu adesso vai nel paddock, corri e fai il culo a tutti, ci siamo intesi? Io so che puoi farlo e so che sei talentuoso. Dimostralo agli altri e soprattutto a te stesso». Non risposi. «Cerca di non flirtare con il tuo compagno di scuderia, però. Non vorrei diventasse un'abitudine». Scherzò e io ridacchiai.

«Peccato, era proprio la prima cosa che avevo intenzione di fare». Afferrò la mia nuca e portò il mio volto alla sua altezza.

«Non ti conviene, Pierre». Risi e la strinsi a me, accarezzandole i capelli.

«E tu non provarci con il tuo». Le sussurrai.

«Non ci ho mai provato». Continuò. «E poi è sposato».

«Meglio se state a distanza di sicurezza. E giusto per precisare, equivale a te in una stanza e lui in un'altra. E proprio quando non è possibile, minimo dieci metri di distanza». Rise.

«Geloso?». La guardai.

«Potrei porti la stessa domanda». Smise di sorridere e arrossì leggermente, spostando lo sguardo. «Sei carina quando arrossisci». Mi spinse, non riuscendo neppure a destabilizzarmi.

«Comunque, credo che sia meglio se vado a farmi una doccia». Feci per parlare, ma mi fermò. «No, non verrai con me». Alzai le mani, quasi a scagionarmi, e lei rise. Si allontanò, avviandosi verso il corridoio. Si voltò a guardarmi e mi fece un cenno con la testa di seguirla. «Prima e ultima volta, sappilo».

«Ripetimelo dopo, quando il tuo corpo sarà contro il vetro della doccia e le mie labbra sulle tue». Rimase con la bocca aperta e non parlò più, chiaramente in imbarazzo. Risi di gusto e lei mi superò. «Dovresti smetterla di essere in imbarazzo, sono solo io».

«È proprio quello il problema, Pierre». Alzai un sopracciglio e mi fermai.

«Che intendi?». Mentirei se dicessi che la sua frase non mi aveva irritato.

«Non pensare male. Semplicemente è il fatto che sia tu a farmi sentire così a disagio». Arrossì. «È sempre tutto così diverso con te, in bene. Non riuscirei mai ad abituarmici, non riesco ad abituarmi a noi due, insieme». Continuò. «Prima era solo un pensiero fisso, ora è realtà ed è tutto così nuovo per me. So di non doverti più guardare di sfuggita oppure ignorarti e farmi del male, ma non riesco a capacitarmene». Aprii la porta del bagno e lei entrò, iniziando ad aprire l'acqua, per riscaldarla.

«E invece dovresti. Siamo qui, insieme, stiamo bene, siamo entrambi felici». Annuì, mentre iniziava a spogliarsi. Posai i miei occhi su ogni lembo della sua pelle scoperta e, quando rimase completamente nuda, mi inginocchiai davanti a lei, iniziando a lasciarle baci su tutte le cicatrici che aveva sul corpo.

«Che fai?». Domandò, guardandomi.

«Voglio che quando le guardi tu pensi a me che ti bacio». Mi sorrise e quando mi alzai, mi diede un bacio sulle labbra. Quando mi allontanai, iniziai anche io a svestirmi, mentre lei entrava nella doccia. Ben presto la seguii e lei prontamente circondò le sue braccia attorno al mio collo.

«Comunque, ho detto una bugia: questa non sarà la prima e ultima volta».

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