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Chapitre 54

«Ragazzi, siete troppo lenti per i miei gusti». Sbuffai. Mi trovavo davanti al televisore con il volante di Pierre, avevo le cuffie nelle orecchie e la diretta twitch attivata. Il francese era seduto al mio fianco e stava controllando il suo programma di allenamenti. Aveva partecipato alla 24h di Le Mans virtuale ed era piuttosto stanco, quindi aveva preferito riposarsi piuttosto che giocare. «Vi collegate? Posso capire Lando con la sua connessione dal Burundi». Scoppiarono a ridere e pure Pierre ridacchiò. Anche dalla sua risata si capiva che era stremato, ma non aveva intenzione di andare a dormire. Mi tolsi una cuffia e mi rivolsi proprio a lui. «E tu dovresti andare a riposare, sembri un cadavere». Sussurrai e lui alzò il capo verso di me. Scosse la testa e continuò a leggere i fogli, con il tappo della penna in bocca.

«Ann, ora parli pure da sola?». Domandò George, per deridermi, ed io roteai gli occhi, senza rispondere. Eravamo pur sempre in diretta twitch e nessuno sapeva che io e Pierre stavamo insieme - potevo dire che stessimo insieme, non è vero? p
- e non avevo idea se lui volesse renderlo pubblico, quindi preferivo non dare troppe informazioni.

«Sapete, da me ha iniziato a nevicare». Dissi ironicamente. Iniziai a sbattere il piede a terra. Non capivo perché ci stessero impiegando tanto, d'altronde era una gara virtuale, non è che ci fosse molto da fare.

«Davvero?». Chiese Charles.

«No, ma se continuate con questa velocità, potremmo trovarci a dicembre e vedere la neve». Iniziai a scegliere il mio team. «George, io capisco che tu e la Williams andiate alla stessa velocità, ma non è che potresti prendere una monoposto un po' più competitiva?». Scherzai.

«Ho degli sponsor, Ann, non posso». Disse quasi sconfortato. Feci spallucce.

«Peccato per te, la Mercedes la scelgo io». E selezionai la scuderia tedesca. Quando tutti fummo pronti, Charles, che era anche l'organizzatore della gara, la fece iniziare. Lando scomparve dopo neanche due minuti, chiedendo scusa perché la mamma gli aveva staccato la connessione mentre passava l'aspirapolvere. «Non sapevo che la paura di perdere si chiamasse anche così». George rise e tentò di sorpassarmi, ma lo chiusi.

«Attenzione, proverà dall'altro lato». Fece ad un tratto Pierre, per poi alzarsi e passare dietro di me, per andare verso il frigo. Tutta la mia discrezione andata a monte, insomma. Mi assicurai che il britannico non tentasse nuovamente il  sorpasso, mantenendo così la leadership.

«Ann, non sapevo avessi il potere di sdoppiarti». Continuò George, sorridendo malizioso, ed io roteai gli occhi, per l'ennesima volta.

«Ma mica si è sdoppiata, quello era Pierre». Rispose Charles ed io desideravo colpirmi in fronte.

«Mi raccomando Charles, coltiva questa tua perspicacia». Lo derise il diretto interessato, una volta che tornò con il sesto caffé della giornata. Lo guardai con la coda dell'occhio.

«Smettila». Sussurrai e lui alzò un sopracciglio.

«Di fare cosa?». Domandò, prima di sorseggiare il caffé. Sbuffai. Sapevo avesse capito e che stesse solamente fingendo. Non risposi e continuai a giocare, ignorandolo. Non voleva capire che lo dicessi per il suo bene? Fatti suoi. Non era colpa mia se non voleva ascoltarmi. Notai che ogni tanto Pierre tossiva, mi sfiorava o faceva qualche movimento per farmi voltare verso di lui e prestargli attenzione, ma io rimasi concentrata sullo schermo. Continuai a ridere ed a scherzare con George e Charles, come se fossi da sola in quel momento. Detestavo quando Pierre prima fingeva di non ascoltarmi e poi cercava di parlarmi. «Ann?». Mugugnai, ma non gli diedi la soddisfazione di rispondere. Ad un tratto, si spense la televisione e puntando lo sguardo verso il francese, vidi che era all'in piedi, con un fianco appoggiato alla parete e la spina in mano.

«Cosa ti salta in mente?». Quasi urlai. “Certo che è incredibile!”, pensai.

«Così la smetti di ignorarmi». Fece spallucce, prima di gettare a terra la presa e riprendere il suo posto, senza però spostare lo sguardo da me. Sospirai un “mah” ed iniziai a scrivere un messaggio a George, avvisandolo che fosse saltata la connessione. «Che c'è? George è diventato più interessante di me?». Pronunciò innervosito quelle parole ed io sorrisi. Era geloso. Decisi di giocarci sopra.

«Anche fosse?». Posai il cellulare e lo guardai negli occhi, sfidandolo. Chiuse gli occhi, rizzò il collo e lo girò di lato, colpendo con la lingua l'interno guancia e cercando di mantenere la calma. Era un gesto che faceva di solito quando era arrabbiato.

«Smettila di provocarmi». Esclamò non appena riaprì gli occhi.

«Altrimenti?». Feci schioccare la lingua sui denti, per poi protendere il corpo in avanti come in ascolto. Non rispose, continuò semplicemente ad osservarmi. Il colore dei suoi occhi era diventato molto più scuro e se non mi fossi fidata ciecamente di Pierre, avrei iniziato ad avere paura. Forse, un po' di paura la provavo, ma sapevo che non mi avrebbe mai fatto del male. Pierre non era Max. Mi alzai, sempre sotto il suo sguardo vigile. Sapevo che, più movimenti facevo e più parole pronunciavo, più lo instigavo. Ed era esattamente quello il mio intento. Rimase seduto, senza pronunciare alcuna parola. «Oh, ho capito, non lo sai neppure tu, non è vero, chéri?». Marcai forte il chéri, prima di fargli un occhiolino e girarmi per uscire dalla sua camera. Quando feci per aprire la porta, però, notai la sua mano su di essa, impedendo che si aprisse. Appoggiò il suo petto contro la mia schiena ed avvicinò le sue labbra al mio orecchio destro.

«Dove credi di andare?». Il suo tono di voce era leggermente più grave del solito. Serrai le labbra, non riuscendo a rispondergli, e questo gesto lo fece sorridere sornione sulla mia pelle. Sfiorò il mio collo con il naso, provocandomi dei brividi. «Che c'è, ma chérie, il gatto ti ha mangiato la lingua?». La sua mano destra si sistemò sul mio fianco e, lentamente, fece voltare il mio viso. Gettò un'occhiata alle mie braccia e notò la pelle d'oca, quindi tornò a guardarmi con il suo sorriso malizioso. Avvicinò maggiormente il suo corpo al mio, annullando qualsiasi distanza. «Quante volte te l'ho detto che è inutile che mi provochi, perché tanto vinco sempre io?». Continuai a non parlare e lui sistemò le sue labbra sul mio collo, per lasciarmi dei baci umidi. Quando giunse nella zona vicino all'orecchio, iniziò a succhiare con più veemenza, facendo anche dei cerchi con la lingua, ed io provai a sistemare la mia testa sulla sua spalla, ma lui mi mantenne ferma con la sua mano. «Non muoverti». Esclamò con tono autoritario, ma mi guardò negli occhi per controllare se stessi bene. Quando non scorse alcun segno di paura, sembrò quasi rilassarsi. Chiusi gli occhi e lui si staccò da me, dopo aver lasciato un ennesimo bacio sul lieve livido che aveva impresso sulla mia pelle. Il primo che realmente volessi. «Mon bébé d'amour, dove avevi detto che stavi andando, uh?». Ripropose la domanda. Nuovamente, il respiro mi si mozzò in gola, questa volta per il soprannome. Non avrei dovuto dirgli che mi piaceva quando parlava in francese.

«In camera mia». Dissi con voce flebile.

«Cosa? Non credo di averti sentito. Potresti ripetere?». Era chiarissimo che, invece, avesse sentito e che mi stesse solamente ripagando con la stessa moneta. Dolcemente mi tirò i capelli, così da avere la testa sulla sua spalla. «La risposta?».

«In camera mia». Alzai leggermente la voce e lui si allontanò da me, di scatto. Quel sorriso non lo abbandonò.

«Oh, se me l'avessi detto prima ti avrei fatta uscire». Si appoggiò con le spalle alla porta. No, non lo avrebbe fatto. «È meglio che torni in camera. Non vorrei che saltassi i tuoi impegni». Aprii la bocca per controbattere, ma lui abbassò la maniglia della porta, per poi spalancarla. «Allora, a domani».

«Ma, io-». Mi fece tacere posando un dito sulle mie labbra.

«Eri di fretta, è stato maleducato da parte mia non farti andare fin da subito in camera tua». Mantenne un'espressione seria.

«Non vado di fr-». Avvicinò le sue labbra al mio orecchio.

«A domani». Sussurrò, trattenendo una risata, e senza darmi il tempo di ricambiare il saluto, chiuse la porta. Rimasi ferma davanti ad essa, ancora piuttosto intontita. Quello era l'effetto che mi faceva Pierre: dopo i suoi giochi provocatori non capivo più nulla. E Dio, quanto mi davano fastidio. Perdevo la mia razionalità e mi facevo dominare mentalmente da lui. Lo detestavo, eppure, in fondo, mi piaceva. Ad un tratto, la porta si riaprì. Pierre, quando mi vide, scoppiò a ridere e mi prese per un braccio, tirandomi a sé. «Chissà perché immaginavo fossi ancora qui». Arrossii. Afferrò il mio mento e mi lasciò un bacio sulle labbra. «Così va meglio?». Lo guardai negli occhi. Gli diedi un altro bacio.

«Ora decisamente». Mi sorrise ed io mi voltai, ritornando nuovamente fuori. «Allora a domani». Accennai un saluto con la mano.

«A domani, Ann». Mi gettò un ultimo sorriso, prima di chiudere la porta dietro di sé. Forse, alcune volte, perdere non è proprio una cosa negativa.



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