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Chapitre 49


Gran Premio
del Brasile 2019


Pierre's P.O.V.

Mio padre, fin da quando ero bambino, mi aveva sempre detto che era nei momenti di difficoltà che si vedeva la differenza tra un ragazzo ed un uomo. La sua filosofia di vita era non arrendersi mai ed io credevo avesse ragione. Perché mai avrei dovuto mollare qualcosa che mi faceva essere felice? Era per questo motivo che non mi facevo mai abbattere da niente e da nessuno. La mia scalata dai kart alle serie maggiori, fino alla Formula 1, era stata molto difficile. Non nuotavo nell'oro ed i miei genitori non riuscivano a pagarmi le spese, quindi avevo dovuto fare tutto da solo. Studiavo, lavoravo e guidavo. Non erano stati anni facili, dormivo poco e pensavo molto. La paura che tutti i miei sforzi potessero essere vani era molta. 

«Cosa vuoi fare da grande?». Era una domanda che mi avevano posto spesso.

«Il pilota». Rispondevo con un grande sorriso, perché ero fiero del mio sogno. Tuttavia, quella gioia durava poco, perché finivano sempre per deridermi. 

«Il pilota? Perché dovrebbero prendere te?». Ricacciavo indietro le lacrime. Non dovevo farmi vedere debole. 

«Perché sono bravo». Cercavo di non farmi colpire troppo dalle loro parole, ma era evidente che ci rimanessi male. 

«Cos'hai in più degli altri?». Tacevo sempre. Cos'avevo in più degli altri? Nulla. Niente mi distingueva dagli altri piloti. Non ero aggressivo come Max, non ero mostruoso sotto la pioggia come Lewis o Sebastian, non ero veloce in qualifica come Charles o bravo nello sviluppo della monoposto come Carlos. Ero mediocre. Quello era il termine più adatto per definirmi. Non ero adatto neppure a fare la seconda guida della Red Bull. Ero sensibile, sentivo troppo la pressione. In quello Ann si era dimostrata migliore di me. Era fin da subito entrata in confidenza con la monoposto e non si faceva condizionare dai suoi problemi. Aveva il polso fermo, a differenza mia. La mia sensibilità mi aveva sempre frenato. Avevo provato a migliorare questo mio aspetto, a diventare più freddo e più impassibile, ma non vi ero mai riuscito. E la retrocessione in Toro Rosso non mi aveva sicuramente fatto del bene. Dormivo poco, a volte non lo facevo affatto. Passavo il mio tempo a rileggere gli appunti dei circuiti, cercando di impararli a memoria. Mi ripetevo, ad alta voce, i punti di frenata e quelli in cui fosse consentito usare il DRS. Avevo iniziato a scrivere, su un piccolo block notes, quali fossero i miei sentimenti prima o durante il fine settimana di un Gran premio. Mi faceva stare meglio, era come se, trascrivendo su foglio ciò che provavo, mi liberassi del peso che avevo sul petto. Mi sentivo più leggero. Nessuno conosceva questa mia nuova abitudine, volevo che rimanesse nascosta. Forse un po' me ne vergognavo. Era qualcosa di così intimo che se qualcuno l'avesse mai aperto, mi sarei sentito quasi violato. Il fatto, poi, che quasi tutte le pagine riguardassero Ann non era più rassicurante. In realtà, non avevo mai scritto apertamente il suo nome. Usavo il semplice pronome "lei" oppure le sue iniziali, senza mai nominarla. Non mi piaceva l'effetto che aveva su di me. Sebbene non fossi mai stato il tipo di ragazzo che spezzava i cuori, non mi ero mai sentito particolarmente legato a qualcuna, come invece era accaduto con lei. Era per questo motivo che riuscivo a perdonarla sempre, perché non potevo farne a meno. Sapevo che tra di noi non avrebbe mai funzionato, non ero stupido, ma mi piaceva illudermi. Ciò che provavo quando ero con lei, non lo avevo mai sperimentato. Quando mi guardava, anche solo di sfuggita, un battito del mio cuore saltava. Non ero a disagio con lei, anzi. Sentivo di conoscerla da sempre e non mi imbarazzava starle intorno. Perciò avevo avuto il coraggio di baciarla quando era ancora nelle vesti di Theodor o di provocarla. Non lo avevo mai fatto, così come non avevo mai perso la calma. Ero conosciuto per essere la persona più tranquilla del mondo, nessuno riusciva mai a smuovermi, niente mi dava fastidio. Con Ann era diverso. Molte delle cose che faceva mi irritavano, il suo essere testarda, la sua lingua tagliente e le sue provocazioni facevano scattare qualcosa in me. Mi teneva testa e non lo accettavo. Per questo cercavo sempre di “rimetterla a suo posto”, reagendo alle sue provocazioni con altrettante provocazioni o mettendola in imbarazzo. E vi riuscivo. Da quando non ci parlavamo più, avevo iniziato a colpirla in pista. Manovre più avventate, ostruzioni, sorrisi maliziosi, occhiolini provocatori, erano molti i modi in cui cercavo di colpirla. E più lo facevo e più i miei risultati miglioravano. 

«Pierre, a meno che tu non voglia essere travolto alla partenza, credo sia meglio che entri nella monoposto». Mi disse Charles, mentre si avviava verso la sua quattordicesima piazza. Ridacchiai. 

«Andiamo! Non dovevi capire il mio piano». Passai la mano sul volto, con fare melodrammatico. 

«Mi dispiace amico». Si trattenne dal ridere. «La prossima volta fai un'uscita a sorpresa». Mi diede una pacca sulla spalla, prima di allontanarsi. Scossi la testa ed iniziai ad infilarmi la balaclava ed il casco. Ad un tratto, notai che Ann si era già sistemata nella sua Red Bull, quindi ne approfittai per avvicinarmi a lei. Non mi notò, era troppo presa dai suoi pensieri per prestare attenzione a me oppure cercava semplicemente di evitarmi. Mi chinai leggermente, sistemando le mani sull'halo, facendola voltare verso di me. Assicurandomi che mi sentisse, le parlai. 

«Guardati negli specchietti, Theo». Marcai il nome. «Un errore e la tua posizione sarà mia». Immaginai avesse digrignato i denti, quindi tornai soddisfatto alla mia monoposto. Vi entrai ed ascoltai le ultime indicazioni del mio ingegnere di pista, prima di concentrarmi completamente sulla gara. 

Eravamo al 70esimo giro, la Safety Car era rientrata ai box ed eravamo ripartiti. Hamilton, che era dietro di me, mi superò prontamente. 

«Verstappen è leader, seguito da Karlsson e Hamilton». Mi avvertì il mio ingegnere di pista. Neppure il tempo di parlare, però, che notai Lewis tamponare Ann, facendole perdere la sua seconda posizione. Il britannico rallentò leggermente ed io ne approfittai per superarlo. Tentò più volte di riprendere la sua seconda posizione, fino al traguardo, ma riuscii a resistere ed a portarmi a casa il primo podio della mia carriera. Mi aprii in radio e mi lasciai andare ad un urlo liberatorio. Ce l'avevo fatta, ero riuscito a sbloccarmi. Quella seconda posizione era inaspettata, la cosa meno probabile che potesse mai capitarmi. Ma ero felice come non mai. Non mi importava come mi sarei sentito il giorno seguente, mi importava una sola cosa in quel momento: godermi quel risultato e festeggiare, festeggiare, festeggiare. Non ero l'unico dello stesso avviso, perché Charles subito mi venne in contro, abbracciandomi.

«Era solo questione di tempo, Pierre, sei bravo e lo sei sempre stato. Ti farai valere, non importa quanto negativo sia stato il periodo Red Bull. Se tu sei in pace con te stesso e sei consapevole del tuo talento, puoi fare qualunque cosa». Gli diedi la mano, prima di avvicinarlo a me ed abbracciarlo forte. Charles era quello che mi era stato più vicino nelle difficoltà e gliene sarei stato per sempre grato. Gli sorrisi.

«Mi sento finalmente bene. Non credo di essere mai stato così felice in vita mia». Bugia. Ricambiò il sorriso. «Come va? L'impatto è stato forte». Dopo l'incidente mi ero assicurato della sua condizione già in monoposto, ma volevo sentirlo da lui.

«Ho un po' di dolore al collo, ma credo sia il minimo. Mi riprenderò presto, casomai mi farò prestare alcuni di quei cerotti che si è portato Seb ai test». Annuii.

«Vedi di non fare stronzate». Mi rassicurò con lo sguardo. Chiaramente non mi riferivo ai suoi errori. Dopo aver perso Anthoine, tutto era diventato più difficile per me. La paura che qualche altro pilota potesse fare un incidente mortale era aumentata. Sapevamo a che rischio eravamo esposti, ma fin quando nessuno di noi si trova coinvolto in una situazione del genere non pensa mai che possa accadere a lui. Probabilmente è un errore, ma se volessimo pensare continuamente che potremmo morire durante un Gran Premio, nessuno correrebbe più.

«Vai sul podio e bevi quello champagne fin quando non ti disgusterà». Risi e lo ascoltai. Mi lisciai la tuta nera e blu ed indossai il cappellino del secondo posto. Il primo a salire fu Lewis, anche se sotto investigazione per l'incidente con Ann. Ero convinto l'avrebbero penalizzato, ma per la svedese non c'era granché da fare: non avrebbe riavuto il suo podio indietro. Subito dopo salii io, lasciandomi andare a qualche festeggiamento. Sul podio ci ero salito diverse volte nelle serie minori, ma in Formula 1 faceva tutto un altro effetto.
L'ultimo fu Max e quando lo vidi digrignai i denti. Feci finta di nulla e mi stampai sulle labbra un sorriso. Nessuno sapeva di ciò che aveva fatto ad Ann, quindi non potevo lasciarmi andare a smorfie evidenti alla sua vista. Dopo la premiazione, l'inno olandese e quello austriaco, aprimmo i nostri champagne. Bagnammo quasi completamente Max, ma alla fine né io né Lewis eravamo molto più asciutti.  Bevvi, non molto, non ascoltando il consiglio di Charles. Avrei sicuramente festeggiato con il team, il mio intento era farlo da sobrio. O quantomeno arrivarci. Una volta nel paddock mi avviai verso il Motorhome della Toro Rosso. Entrai nella stanza riservata a noi piloti e mi cambiai, indossando un semplice jeans ed una polo bianca. All'uscita qualcuno mi spinse, facendomi perdere di poco l'equilibrio. Mi voltai e notai che era Ann, che non mi aveva minimamente prestato attenzione. Si girò verso di me, sentendosi osservata, e mi gettò un'occhiata di fuoco. Le rivolsi un sorrisetto, forse più sarcastico di quanto volessi, e lei se ne andò, evidentemente innervosita, verso la sua auto.

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