Chapitre 47
Gran Premio
d'Australia 2020
«Ma mi spieghi perché vi stanno facendo correre?». Camminavo al fianco di George. Nei giorni successivi alla mia gara di Formula E vi erano stati dei casi di contagio da Covid-19. Si parlava di pandemia, ma la Formula 1 aveva comunque deciso di gareggiare in Australia. Una decisione illogica secondo il mio punto di vista.
«Onestamente me lo chiedo anche io, a quanto pare sono convinti che non siamo a rischio». Alzai un sopracciglio.
«Non siete a rischio? Forse voi siete quelli più a rischio di tutti. Viaggiate continuamente e state a contatto con tutti i membri dello staff del team». Annuì.
«Sì, è così, ma noi non possiamo tirarci indietro. A meno che non lo faccia la scuderia». Sospirai, era così. I piloti non potevano farci granché. Ci incamminammo per il paddock, Vettel, Latifi, Hamilton e Ricciardo avevano la conferenza stampa, quindi noi altri eravamo abbastanza rilassati. O almeno, lo eravamo stati fin quando non sono uscite le dichiarazioni di Lewis Hamilton.
«Lo ha seriamente detto? Ha detto "il denaro è re"?». Chiese Charles, affiancandomi. Saltai sul posto perché non lo avevo visto.
«A quanto pare». Risposi io. «Non che abbia detto qualcosa che noi tutti non pensiamo. Voi state correndo solo per il giro di denaro che sta dietro la grande macchina del Circus. Nessuno garantisce che non vi siano risc-». Una voce mi interruppe.
«Un meccanico della McLaren è positivo, la scuderia si è ritirata, non correrà il Gran Premio d'Australia 2020». Urlò qualcuno.
«Come non detto». Aggiunsi io.
«Ed ora cosa succederà?». Pierre si sistemò al fianco del monegasco, mentre osservava la folla davanti a noi e cercava di capire quale sarebbe stata la loro sorte. «Con una scuderia in meno non possiamo correre!».
«Dobbiamo solamente attendere, l'accusa di Lewis è stata abbastanza grave ed una scuderia si è ritirata». Continuò George.
«Ci metteranno in quarantena qui o ci permetteranno di tornare a casa?». Charles ci guardò, leggermente allarmato. L'idea di rimanere in quarantena in Australia, lontano da Monte Carlo, non lo allettava. E, onestamente, non allettava neppure me.
«Penso ci faranno fare la quarantena a casa, altrimenti rischiamo di rimanere fermi qui per troppo tempo». Aggiunsi io, per rassicurarlo. Ad un tratto, una mano si posò sulla mia spalla, mi voltai ed era Romain Grosjean. Subito pensai che, in qualità di direttore del GPDA, ci avrebbe riferito qualcosa di importante.
«Ragazzi, al momento è meglio che ognuno di noi ritorni al proprio albergo, capiremo meglio domani la situazione. Penso abbiate compreso il rischio a cui stiamo andando in contro e non tutti i piloti sembrano elettrizzati all'idea di correre questo fine settimana. Rilassatevi, adesso, ed io e Sebastian cercheremo di capire come muoverci. Vi faremo certamente sapere». I tre al mio fianco annuirono, d'altronde la questione riguardava più loro che me. Il francese si allontanò, probabilmente per andare ad avvertire gli altri piloti, sparpagliati per il paddock.
«Io nel dubbio preparo il jet». Riferì Charles.
«Sì, lo farò anche io». Aggiunse George.
«Posso venire con te?». Domandai al britannico e lui fece per rispondermi, quando il monegasco lo anticipò.
«Puoi venire con me, entrambi andiamo a Monte Carlo. George andrà in Inghilterra, credo sia più comodo viaggiare con me. Ah, Pierre vieni anche tu?». Mi bloccai sul posto ed immaginai che Pierre avesse avuto la stessa reazione. Perché continuava a volerci far condividere l'aria? Lo facevamo già troppo e nessuno dei due mi sembrava entusiasta di passare del tempo insieme. Il contrario.
«Uhm, prenderò l'aereo». Charles lo guardò con insistenza, nella speranza di riuscire a convincerlo. E la sua espressione da cane bastonato doveva essere molto efficace, perché Pierre, con uno sbuffo, acconsentì. In realtà, pronunciò anche qualche imprecazione in francese, ma su ciò possiamo anche sorvolare.
«Magnifico! Ora possiamo anche avviarci in albergo». Non ci diede neppure il tempo di metabolizzare che iniziò ad incamminarsi. Per quanto gli volessi bene - ed il mio bene per lui era immenso - detestavo quel suo comportamento. O meglio, detestavo che cercasse di sistemare la situazione tra me e Pierre, rendendola solamente peggiore. Ed ero sicura che non si sarebbe fermato a nessun costo. Eravamo entrambi suoi amici e non voleva vederci distanti. Ma Charles non comprendeva che la vita fosse fatta anche di litigi e non solo di rose e fiori. L'albergo non era molto distante dalla pista, ci si poteva arrivare anche a piedi. Ed è esattamente quello che facemmo, solo che, una volta nella hall, il monegasco afferrò per il braccio George e lo fece entrare in ascensore, impedendoci di fare lo stesso.
«Dovremmo entrare anche noi». Esclamai io.
«Mi dispiace, questo ascensore non può reggerci tutti e 4». Alzai un sopracciglio.
«Dice peso massimo 360 kg». Gli indicai il numero.
«Durante la pausa invernale ho mangiato troppo». Disse, per poi premere il pulsante del piano e far chiudere le porte dell'ascensore. Sbuffai esasperata. C'era un altro ascensore, ma l'idea di rimanere sola con Pierre non mi allettava.
«Vai tu, io salgo le scale». Riferì il francese, avvicinandosi alle scale, ma ritornando poco dopo da me. «Scherzavo, le hanno chiuse».
«Prima entreremo in quest'ascensore, prima usciremo. Possiamo pure ignorarci, basta che arriviamo nelle nostre camere». Annuì, sebbene non molto convinto. Avremmo potuto aspettare l'altro ascensore, ma conoscendo Charles probabilmente stava premendo diversi pulsanti, così da obbligarci a salire sullo stesso ascensore. Entrammo e siccome il piano era lo stesso - il sesto - premetti io il pulsante. Rimanemmo in silenzio fin quando non sentii dei rumori strani provenire dall'ascensore stesso. «Pierre, smettila, non sei divertente».
«Non sto facendo nulla». Si discolpò lui. Si fermò, sentendo anche lui gli stessi rumori. «Lo hai sentito anche tu?». Domandò ed io annuii. Ad un tratto, saltò la luce. Premetti dei pulsanti a caso, sperando che la situazione migliorasse. L'ascensore si bloccò.
«Oh merda, merda, merda. Si è bloccato l'ascensore». Iniziai a girare per la cabina, sperando di non finire addosso a Pierre. Lui sistemò le sue mani sulle mie spalle, facendomi fermare.
«Mi stai facendo salire la nausea, sta' ferma. Troveremo un modo per uscire». Afferrò il cellulare ed accese la torcia, per premere il pulsante d'allarme, ma non funzionava.
«Non riusciremo più ad uscire. Perché ho accettato la proposta di George di venire qui al Gran Premio? Potevo starmene a casa, per i fatti miei, in tranquillità». Detestavo quella situazione. Provai a chiamare Charles con il cellulare, ma non avevo campo. Provò anche Pierre, ma nulla. Si sedette a terra. «Dovremmo cercare un modo per uscire».
«Possiamo solo aspettare, prima o poi si renderanno conto che l'ascensore non funziona». Perché era così pacato? Eravamo fermi in un fottuto ascensore, senza luce e senza la possibilità di chiamare i soccorsi. «Siediti anche tu, stare in piedi non ti permetterà di risolvere il problema». Sbuffai e lo ascoltai, sedendomi di fronte a lui. Quella situazione aveva del surreale.
«Sembra un film americano». Borbottai io. Lui ridacchiò ma non rispose. In seguito a quella mia constatazione, cadde il silenzio. Era chiaro che dopo la discussione che avevamo avuto nessuno dei due avesse voglia di trascorrere del tempo con l'altro. Cercavo un modo per distrarmi che non implicasse conversare con Pierre. Ma chiaramente, non avendo campo, mi risultava impossibile fare qualsiasi cosa. A meno che non volessi guardare tutte le foto della galleria. In realtà, lo feci, ma dopo un po' avevo sfogliato tutti gli album. Controllai l'orario ed era passata solamente mezz'ora. "Solamente" se paragonato a quanto tempo avremmo dovuto condividere in quello spazio angusto. Per me mezz'ora con Pierre era fin troppo. Sospirai e poi mi feci forza. «Allora...». Il francese alzò lo sguardo puntandolo nel mio, con un sopracciglio alzato.
«Allora cosa?». Il suo tono non era scocciato o infastidito, semplicemente curioso.
«In realtà non lo so, stavo cercando di iniziare una conversazione. Dovremmo come minimo stare un'altra ora insieme in questo ascensore e mi sto annoiando». Sistemò la schiena contro il muro dietro di sé, ma non disse nulla. «Possiamo anche parlare di ciò che ci siamo detti - o meglio che mi hai detto - l'ultima volta». Roteò gli occhi.
«Non credo sia una buona idea». Riportò lo sguardo sul cellulare, anche se era evidente che non stesse guardando nulla, ma cercasse semplicemente di evitarmi.
«Probabilmente hai ragione, ma non mi hai fatto parlare. Hai praticamente tenuto un monologo». Alzò leggermente la testa, per guardarmi.
«Se proprio ci tieni». Incrociò le braccia al petto, dopo aver sistemato il cellulare nella tasca. «Sono tutto orecchi».
«Ho sbagliato-». Sorrise.
«A quello ci ero arrivato». Lo fulminai con lo sguardo e lui tacque.
«Stavo dicendo, ho sbagliato a darti dell'egoista, quando io per prima lo sono stata. Ammetto di non essermi comportata nel migliore dei modi con te, ma ciò non toglie che fossi libera di scegliere se andare o meno in Formula E o di firmare il contratto di Nico per la Extreme E. È del mio futuro che stiamo parlando, non del tuo». Sistemai la schiena contro il muro, imitando il suo gesto precedente.
«Il problema non è stato che tu abbia scelto la Formula E, perché, come hai appena detto, si parlava del tuo futuro, ma avresti potuto dirmelo. In tutti i mesi che ho trascorso con te, prima e dopo che sapessi che Theo non esisteva, mi è sempre parso che tu di me non ti fidassi». Lo guardai confusa.
«Io mi fido di te, Pierre. L'ho sempre fatto, perché credi il contrario?». Si passò una mano sul volto.
«Perché non mi hai mai raccontato nulla se non quando era già avvenuto il problema o quando ti costringevo a farlo». Sospirai.
«Pierre sono cresciuta così. I miei problemi li ho sempre risolti da sola ed a modo mio, non ho mai avuto qualcuno che mi aiutasse». Il mio tono di voce era molto flebile, ma lui riuscì ugualmente ad udirmi.
«È quello il punto!». Alzò leggermente il tono di voce, per poi ricomporsi. «Io ho sempre e solo cercato di aiutarti, non ti ho mai giudicata. Anche quando avrei potuto farlo per il modo assurdo che hai utilizzato per entrare in Formula 1. Ti ho appoggiata ed ho provato a farti rimanere qui. Quando ti ho detto che avrei rivelato la tua identità, l'ho fatto perché volevo che ti liberassi di Max e della sofferenza che ti stava procurando. Quando quella notte sei venuta a dirmi che avevi firmato il contratto di Nico mi sono sentito una merda. Non perché avresti abbandonato la Formula 1, avremmo comunque trovato un modo per vederci e far funzionare le cose tra di noi, ma perché ancora una volta mi sono sentito escluso. Quello che io vorrei che tu capissi è che non volevo essere uno spettatore, ma volevo far parte della tua vita. Volevo che risolvessimo le difficoltà insieme».
«Volevo...». Pensai o, almeno, così credetti.
«Forse una parte di me lo vorrebbe ancora, ma non credo che le cose tra di noi potrebbero funzionare. Lo hai detto tu: ci siamo ostinati su un qualcosa che sapevamo entrambi non potesse andare avanti». Rispose.
«Tu come ti sentivi?». Dalla sua espressione trasparì la sua confusione. Non aveva compreso la mia domanda. «Quando stavamo insieme, se si può dire così, come ti sentivi?». Abbozzò un timido sorriso.
«Stavo bene, mi sentivo felice, ma alla fine non è mai durato molto». Puntò i suoi occhi nei miei. «Nessuno dei due è pronto ad accettare l'altro in ogni suo aspetto. Ed in una relazione ciò è fondamentale». Riprese in parte le mie parole.
«Possiamo ricominciare». Parlai, dopo attimi di silenzio.
«Che intendi?». Mi morsi l'interno guancia.
«Ricominciare tutto da capo, fingere di non esserci mai conosciuti e che questa sia la prima volta che ci incontriamo». Mi guardò.
«Non sono sicuro sia una buona idea. Se continueremo ad avere lo stesso atteggiamento di adesso, non cambierà assolutamente nulla e ci faremo solamente altro male».
«Lo so, ti prometto che proverò a cambiare, ma dovrai darmi del tempo, cercare di capirmi. E sarò molto meno egoista. Ho sbagliato a non comprendere che tu stessi attraversando un momento difficile, sia a causa mia sia a causa della morte di-». Mi interruppi, prima di pronunciare il suo nome. «Ho fatto molte stronzate, Pierre, davvero tante, ma perderti sarebbe la più grande di tutte». Non parlò, fin quando non allungò la mano verso di me. Gliela strinsi. «Piacere, sono Ann e ti farò innamorare nuovamente di me». Lo immaginai sorridere, sebbene non potessi vederlo.
«Piacere, sono Pierre e sono già innamorato di te». Ad un tratto, le luci si accesero e l'ascensore riprese a muoversi. Ci alzammo entrambi, per poi passare le mani sui nostri vestiti, per pulirci. Quando le porte si aprirono, ci ritrovammo Charles e George davanti, preoccupati.
«Dove eravate finiti?». Esclamò il monegasco, allarmato.
«Siamo rimasti bloccati in ascensore. Abbiamo provato a premere il pulsante d'allarme e a chiamarvi, ma non funzionava nulla». Spiegò Pierre, mentre io lo osservavo. Charles mi guardò confuso, ma potei notare un sorrisetto sulle sue labbra. Mi circondò le spalle con un braccio, per poi avviarsi verso le nostre camere, sotto lo sguardo inquisitorio degli altri due piloti.
«Alla fine è stato un bene che vi abbia costretti a rimanere in ascensore insieme». Lo guardai con la bocca spalancata, ma lui pose la mano non occupata davanti a sé, per discolparsi.
«Non ho fatto bloccare l'ascensore, non potevo aspettarmi che sarebbe successo. Tuttavia, prendetela come una cosa positiva». Scossi la testa divertita.
«Sì, Charles, la prenderò come una cosa positiva».
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