Chapitre 36
Mi odiavo, ero riuscita ad allontanare anche l'unica persona che avessi mai amato in vita mia. Avevo allontanato la persona più buona sulla faccia della Terra, l'unica che avrebbe realmente rischiato per il mio bene. L'avevo persa e non avevo idea di cosa fare per farmi perdonare, o meglio, per provarci. Puntai lo sguardo verso George, che era rimasto fermo nella sua postazione e non aveva detto una sola parola dopo il monologo di Pierre.
«Sono un disastro». Mi passai una mano tra i capelli, cercando di rimanere composta e non scoppiare a piangere.
«Hai sbagliato, Ann, avresti-». Lo fermai.
«So di aver sbagliato e mi odio per questo! Io l'ho allontanato perché non volevo che ne uscisse ferito. Basto io, non è necessario che qualcun altro paghi a causa mia».
«Sai che lanciarti tra le sue braccia è l'ultima delle mie idee, ma non ho intenzione di vedere nessuno dei due soffrire. Pierre forse non ti perdonerà facilmente, né tantomeno cambierà idea, ma almeno puoi provare ad entrare nuovamente nel suo cuore. Ann, Pierre ti ama più di quanto io potrei mai sognare di fare, non lasciartelo sfuggire». Al suo "ti ama" il mio cuore perse un battito. Si chinò su un ginocchio, per essere alla mia altezza.
«Cosa posso fare?». Lo guardai.
«Inseguirlo, è l'unica cosa che tu possa fare in questo momento. Esci da quella porta,-». La indicò. «-corrigli incontro, chiedigli scusa e dichiaragli il tuo amore». Rispose. «Probabilmente ti urlerà contro o peggio ancora ti ignorerà, ma almeno non avrai rimpianti». Annuii e mi alzai, seguita da George. Feci per andare vicino alla porta e, quando mi voltai, mi fece un cenno con gli occhi, per incoraggiarmi. «Camera 310». Mimò con le labbra. Due rampe di scale, potevo farcela. Iniziai a correre per i corridoi, attirando gli sguardi confusi delle persone ed anche di Daniil, che si trovava fuori alla sua stanza.
“Devo essere me stessa”.
Continuavo a ripetermi ad ogni scalino che salivo. Ero abbastanza sicura che sarei riuscita a portare a termine un discorso sensato che avrebbe fatto comprendere a Pierre che il mio intento non era assolutamente quello di farlo fuori dalla mia vita, ma la mia sicurezza scomparve quando mi ritrovai davanti alla sua porta. Inspirai e bussai, rimanendo con il fiato sospeso fin quando non sentii la sua voce.
«Un attimo». Urlò ed io avvertii il mio stomaco aggrovigliarsi per l'ansia. Ad un tratto, venne ad aprire, aveva i capelli bagnati e non indossava la maglietta, ma non dovevo farmi distrarre. Quando mi vide, fece per richiudere la porta, ma io la bloccai con il piede.
«Ho bisogno di parlarti».
«Credevo di essere stato piuttosto chiaro quando ti ho detto che non avevamo più nulla da dirci». Incrociò le braccia, appoggiandosi allo stipite, con un sopracciglio alzato.
«Non avendomi fatto parlare per tutta la durata del tuo monologo, avresti dovuto dire che tu non avevi più nulla da dire». Sospirò e mi fece entrare, anche se infastidito.
«Fa' presto, non ho intenzione di perdere altro tempo con te». Le sue parole mi ferirono, ma cercai di non darlo a vedere. Aveva ragione, non potevo arrabbiarmi con lui.
«Ho sbagliato a tagliarti dalla mia vita». Mi sorrise arrogantemente, premendo la lingua all'interno della sua guancia. «Ma il mio intento non era quello di pensare a me stessa, ma di far sì che non fossi ferito anche tu». Si avvicinò a me.
«E credevi che il modo migliore fosse quello di ignorarmi e farmi vivere senza sapere cosa ti stesse facendo?». Quando abbassai il capo, si lasciò andare a una risata nervosa.
«Pierre, mi dispiace, non volevo rovinare quello che eravamo, di nuovo». Ammisi, senza guardarlo negli occhi. «Non è vero che per me sei solo un giocattolo, non potresti mai esserlo, non quando ci sono di mezzo sentimenti più forti».
«Sentimenti più forti? Davvero? Non li ho mai percepiti». Puntai il mio sguardo su di lui. «Io per te non sono mai stato nulla, Ann, paragonandolo a cosa tu, invece, sei per me».
«Mi spiace che non sia stata capace di far trasparire meglio i miei sentimenti, ma, Pierre, tu per me sei davvero tutto o non sarei qui, ora. E fidati, non dirò la classica stronzata che dicono tutti: non ho intenzione di lasciarti andare, di nuovo, e dirti che sarò felice vedendo te felice. Farò di tutto per farmi perdonare e per cambiare, perché voglio che tu sappia che ti amo». Rimase fermo, impassibile, con gli occhi sbarrati.
«Cosa hai detto?». Mi domandò, per chiedere conferma delle mie parole.
«Ho detto che ti amo, Pierre, al contrario di quanto possa sembrare. Voglio dimostrartelo, per favore. Non ti chiedo di perdonarmi subito, ma di darmi la possibilità di provarci. Sei troppo importante per me per lasciarti andare senza neppure aver lottato». Andò a sedersi sul letto, coprendosi il volto con le mani.
«Perché?». Non capii.
«Perché ti amo?». Alzò lo sguardo.
«Perché nonostante tutto io non riesca ad odiarti e ad allontanarmi da te». Mi guardò e mi fece cenno di avvicinarmi a lui. Lo ascoltai e mi posizionai dinanzi a lui, in attesa che mi parlasse. Mi afferrò per i fianchi e mi fece sistemare sulle sue gambe, puntando i suoi occhi nei miei. «Non ti perdono, Ann, ma ti do la possibilità di dimostrarmi quanto-». Si fermò, per poi ingoiare la saliva, rendendo più evidente il suo pomo d'Adamo. Lo guardai, sempre più convinta che fosse il ragazzo più bello che io avessi mai visto. «-mi ami». Terminò, non senza una punta di imbarazzo. Gli sorrisi e, mentre tentavo di trovare una posizione più comoda per le mie mani, le posizionai, per sbaglio, sul suo petto, facendolo sussultare al contrasto freddo-caldo. Cercai di scusarmi, ma lui non rispose. Con una mossa rapida capovolse le posizioni, affinché io fossi sotto di lui. Posizionò le mani ai lati della mia testa e si mantenne leggermente sollevato. «Avrei milioni di motivi per cui odiarti, eppure, quando mi sei così vicina o mi sfiori non riesco a far altro se non a pensare a quanto io, in realtà, ti ami». Passai la mia mano destra tra i suoi capelli, mentre con l'altra gli abbracciavo le braccia, sperando di farlo rilassare. Chiuse gli occhi e posò la sua fronte sulla mia. Eravamo tremendamente vicini, potevo sentire il suoi respiro affannoso sulle mie labbra ed i nostri nasi che quasi si sfioravano. «Fallo Ann, diamine, fallo». Sussurrò, senza scomporsi. Posai entrambe le mani sul suo volto, per far scontrare le mie labbra con le sue, che non esitò a schiudere. Il bacio divenne sempre più passionale e travolgente, tanto che dovetti circondare il suo collo con le mie braccia, mentre le nostre lingue si cercavano ed allontanavano. Di colpo mi afferrò per i fianchi e modificò nuovamente la nostra posizione, affinché potesse accarezzarmi il volto con una mano e, con l'altra, la schiena da sotto la felpa. Quando mi allontanai e posai la mia fronte sulla sua, lo sentii ansimare, sempre con i suoi occhi chiusi. Sorrisi ed iniziai a contornare le sue labbra con il pollice. Si rilassò al mio tocco. Avvicinai le mie labbra al suo orecchio e, dopo aver morso leggermente il lobo, sussurrai "Ti amo" , che lo fece rabbrividire. «Ti amo». Riferì lui, aprendo gli occhi e guardandomi. «Ma non ti ho ancora perdonata». Mi sorrise.
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