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Chapitre 35

Quando ero entrata in Formula 1, ero convinta che sarei riuscita a camuffare la mia identità e che il mio più grande rischio sarebbe stato quello di perdere il sedile. Mi sbagliavo. La società era peggiore di quanto credessi ed io ero più debole di quanto mi aspettassi. Cercavo di reggere, di fingere che niente mi toccasse, ma, in realtà, stavo cadendo a pezzi. Mi stavo isolando da tutto e da tutti, non volevo caricarli delle mie sofferenze e dei miei problemi, né tantomeno metterli in pericolo. L'unico che, però, non aveva voluto ascoltarmi era stato George.

«Non rimarrai sola, lo sai?». Mi guardò con le braccia conserte, mentre io mi stesi sul letto, sbuffando.

«George non puoi rischiare a causa mia». Lo avvertii sedersi al mio fianco.

«È già tanto che io non lo abbia ancora ucciso». Mi sollevai leggermente per guardarlo e lui mi sorrise. Scossi la testa. «Quante volte...?». Non continuò, certo che avrei compreso.

«Non saprei...». Riferii, più per tagliare il discorso che altro. Certo che sapevo quante volte mi aveva obbligata ad andare a casa sua o nella sua camera d'albergo. Le avevo contate, incise nella mia mente e sulle mura della mia nuova abitazione, come i carcerati contavano i giorni in carcere. E, forse, li invidiavo. Sarebbe stato meglio essere chiusa in una cella 24/7, anziché subire quelle umiliazioni e non poter essere aiutata. Mi sentivo come se fossi in un mare profondo e qualcuno mi stesse tirando giù. Avevo frequenti attacchi di paura, avevo fatto molte visite da psicologi e, spesso, assumevo più pillole di quante avrei dovuto. Volevo porre fine a tutto, ma poi ripensavo al motivo per cui ero giunta a ciò e cercavo di ritornare in me. Incolpavo Max, ma alla fine era colpa mia. Ero stata io ad aver mentito, ad essermi finta un'altra per poter entrare in Formula 1. Meritavo di soffrire, avevo sottratto il sedile a qualcuno che, invece, era sempre stato vero. Lo avevo sottratto anche a Pierre.

«Sai che non ti credo, Ann, vero?». Puntai i miei occhi azzurri nei suoi. Mi sollevai e lui posò una mano sul mio braccio, stringendolo leggermente, come faceva sempre per esortarmi a parlare. Lo ritrassi, per il dolore. «Fammi vedere». Scossi la testa. Sapevo che se avesse visto i miei lividi, sarebbe corso da Max.

«George, mancano tre gare, finiamo questo campionato». Non mi ascoltò. Mi afferrò il braccio, cercando di non farmi male questa volta. Cercò di sollevarmi la manica della felpa, ma era troppo stretta e quindi sentivo dolore.

«Ti prego, fermati». Mi guardò dispiaciuto. Lo rassicurai con lo sguardo. Mi voltai leggermente e mi sfilai la felpa, coprendomi la zona del petto, per fargli osservare i lividi che avevo non solo sulle braccia, ma anche sui fianchi e sul collo.

«Ann». Spalancò gli occhi ed io scoppiai a piangere. «Perché?». Non compresi la sua domanda. «Perché ti ha picchiato?».

«Lo fa quando non lo ascolto o quando è arrabbiato». Ammisi, senza il coraggio di guardarlo. Mi sentivo a disagio a rimanere così, nuda e vulnerabile dinanzi a lui.

«Non ti farei mai del male, Ann». Mi accarezzò leggermente il volto. «Volevo solamente che lo sapessi». Fu interrotto da qualcuno che bussò alla porta. Fece per andare ad aprire, ma lo trattenni. Provai a infilare nuovamente la felpa, ma sfregava contro i lividi. «Vai a prenderne un'altra, nel frattempo io apro».

«E se fosse Max?». Domandai.

«Un pugno non glielo leva nessuno». Esclamò, mentre giunse un altro colpo.

«Chi è?». Alzai leggermente la voce, per farmi sentire.

«Ann, sono Pierre, mi fai entrare, per favore?». Tirai un sospiro di sollievo ed una volta appurato che non fosse l'olandese, feci cenno a George di aprire mentre io andavo a cambiarmi. Mi allontanai e sentii il francese porre molte domande all'inglese. «Dov'è?».

«È andata a cambiarsi».

«Ma fino a poco tempo fa era qui, non credo potesse urlare dall'altro lato della camera». Immaginai Pierre alzare un sopracciglio e George sospirare.

«Sì, infatti ero qui. Dovevo andare a cambiarmi ugualmente per far entrare chiunque si trovasse fuori da quella porta, non essendo in condizioni...». Gettai uno sguardo al britannico. «...accettabili, ecco».

«Cosa stavate facendo?». Andò dritto al sodo ed io spalancai gli occhi, mentre George quasi si soffocò con la sua stessa saliva, iniziando a tossire. Gli diedi qualche colpetto dietro la schiena, sotto lo sguardo inquisitorio del francese.

«Niente di ciò che stai pensando. Gli stavo mostrando...». Dovevo dirglielo? George comprese la mia difficoltà e continuò al posto mio.

«I lividi. Mi stava mostrando i lividi».

«I-I lividi?». Annuimmo entrambi, mentre Pierre sembrava sempre più propenso ad irrompere nella camera di Max e picchiarlo fino a quando non l'avesse visto morire dinanzi ai suoi occhi. Non lo avevo mai visto così arrabbiato, persino George era sembrato più tranquillo di lui. Si avvicinò a me, senza spostare lo sguardo. «Dove ti ha toccato?». Vedendo che non avrei risposto, guardò George, sperando che almeno da lui avrebbe ottenuto qualche delucidazione. Questi, dopo avermi chiesto con lo sguardo il permesso, alzò leggermente la felpa per mostrargli i lividi sui miei fianchi e sulle mie braccia. «No, questa è troppo, non posso più reggere». Fece per allontanarsi, ma io lo bloccai.

«Pierre, ragiona, ti prego».

«Ragionare? L'ho fatto fin troppo, ti ho ascoltato e non l'ho picchiato prima che ti potesse toccare, ma non posso far finta di nulla. Non posso fingere che la situazione non mi tocchi minimamente. E credo che anche George e Charles la pensino esattamente come me. Mi sbaglio?». Chiese, rivolgendosi al britannico. Fece per parlare, ma mi intromisi.

«Charles? Che c'entra Charles?». Alzai un sopracciglio. Charles non sapeva nulla, come poteva reagire male?

«Lo sa, Charles lo sa. Ed è disposto ad aiutarti, sta parlando con la Scuderia per farti avere un contratto. O almeno ci sta provando». Lo guardai, a bocca aperta.

«Chi ti ha chiesto aiuto, Pierre, uh? Posso farcela anche da sola e non è questo l'aiuto che voglio, non voglio essere raccomandata».

«Ah, e quale aiuto vorresti?». Mi sfidò. «Andartene dalla Red Bull ti aiuterà a liberarti di Max!». Alzò le mani.

«George mi aveva già assicurato che avrebbe parlato con la Mercedes, non avevo bisogno di te-». Mi interruppe.

«Non avevi bisogno di me? Bene! Stupido io che mi sono anche fatto carico delle tue sofferenze». Diamine, non mi aveva neppure fatto finire.

«Non è quello che stavo dicendo, se solo mi avessi fatto-».

«No, credo che il concetto sia stato piuttosto chiaro, Ann. Non hai bisogno di me, va bene. Affronta la situazione da sola, traumatizzati pure a vita perché non vuoi aiuto!». Urlò e quasi si trattenne dal colpire il muro al suo fianco. «Io sto cercando di farti rimanere in Formula 1, sto facendo del mio meglio e la Scuderia Ferrari può essere la chiave. Io vorrei che ti liberassi di Max e che riuscissi a vivere il tuo sogno, senza la paura continua che qualcuno possa ferirti. E tu che mi rispondi, invece? Non ho bisogno di te!». Si passò una mano tra i capelli. «Sai che ti dico? Fa' quello che ti pare, io ho chiuso con te e con questa storia. Non vuoi il mio aiuto? Arrangiati. Ho fatto più di quanto avrei dovuto e non solo non ricevo alcun ringraziamento, sono pure ritenuto inutile». Si avvicinò nuovamente a me, senza però sfiorarmi. «Sto cercando di nascondere il fastidio che provo nel vederti e sapere che mi hai rubato il sedile pur giocando sporco, perché provo qualcosa di più forte per te. Ma a quanto pare sono l'unico. Non ho più voglia di essere un giocattolo, Ann, non voglio più essere considerato solo quando vado comodo. Sono sempre stato buono con tutti, eppure vogliono sempre farmi apparire come cattivo. E lo so che una volta là fuori, sia tu mi considererai uno stronzo, sia io mi pentirò di quello che ti ho detto, ma non può andare avanti così. Niente funziona a senso unico. Ed io sono stanco di dare e non ricevere, o meglio di dare e di essere visto come il mostro cattivo. Non sei una bambina, Ann, e dovresti comprendere la gravità della situazione in cui ti trovi. Quindi, siccome il mio aiuto a trovare un altro sedile non lo vuoi, io, a fine stagione, rivelerò chi sei in realtà, a prescindere dal fatto che tu abbia o meno dove andare». Guardai George, ma aveva il capo chinato, segno che era d'accordo con lui. «E non mi importa ciò che accadrà dopo, rivelerò anche che razza di uomo sia Max. Mi farà male? Fa nulla, sarebbe comunque nulla paragonandolo a ciò che sento ogni giorno sapendo che potrebbe farti qualcosa da cui non c'è alcuna via di ritorno. Ma anche questo è da stupidi. Rischio la mia vita per qualcuno che non è minimamente interessato a me, non è così? Preferisci l'aiuto di George, che è anche giusto, ma non il mio. Si può sapere per quale motivo? La Mercedes ti garantisce un sedile più di tuo gradimento? Pensavo che tu stessi qui per fare una scalata grazie alle tue capacità, non ad una raccomandazione». Tacque ed io feci per parlare, ma mi interruppe di nuovo. «No, non voglio una tua risposta. Tienila per te, sarebbe comunque più veritiera di quella che diresti a me. È possibile che non riusciamo ad andare d'accordo per più di due giorni consecutivi? C'è sempre qualcosa che ci fa litigare ed io non sono questo. Sono sempre stato tranquillo e pacato, con tutti, ma tu tiri fuori il peggio di me. Mi fai uscire pazzo, non capisco mai quali siano le tue intenzioni. Mi irriti. Ecco, esatto, mi irriti. Sei la persona che mi irrita di più sulla faccia della Terra. Credi di prendere decisioni buone per gli altri, ma queste vanno sempre e solo a favore tuo. Un po' come quando ti allontanasti dopo che ti avevo detto che mi piacessi ed eri convinta che andartene sarebbe stato meglio per entrambi. Sai quanto ho sofferto in quei mesi? Mi sono sentito uno schifo, credevo di aver fatto qualcosa di sbagliato, di averti ferito i sentimenti. E, invece, tu avevi preso una decisione senza neppure interpellarmi. Ed ora hai fatto la stessa cosa. Te ne sei andata senza neppure chiedermi se fossi d'accordo. Bene, Ann, adesso tocca a me. La decisione la prendo io, giusta o sbagliata che sia. Hai fatto un passaggio sbagliato, perché la palla è mia, adesso. Ed io non ti farò fare un altro anno così, mi dispiace, e non provare a farmi cambiare idea, perché non ci riuscirai. È già tanto che ti abbia dato la possibilità di chiudere il campionato». Si avvicinò alla porta e fece per andarsene, quando si voltò nuovamente verso di me. «Ed un'altra cosa, io e te non abbiamo più nulla da dirci. Con oggi si è chiuso qualsiasi cosa avessimo». Se ne andò ed io mi appoggiai al muro dietro di me. Avevo rovinato tutto, di nuovo, e questa volta l'avevo fatta grossa.

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