Chapitre 30
Entrai finalmente nel box, dove mi fermai a parlare con alcuni dei meccanici. Si congratulavano con me e qualcuno di loro accennava alla mia futura carriera in Red Bull. Io, chiaramente, ne ero molto felice, ma, dall'altro lato, sentivo che mi sarebbero mancati molto. L'ambiente della Toro Rosso era davvero accogliente, eravamo una grande famiglia che si voleva bene. Mi dispiaceva abbandonarli, nonostante il mio sogno fosse proprio quello di andare nella scuderia maggiore.
«Theo». Mi voltai verso la voce e notai Amélie dinanzi a me. Le feci cenno con la testa di continuare a parlare. «Abbiamo le interviste, sarebbe meglio che tu ti cambiassi». Annuii. Io ed i meccanici ci congedammo ed io mi avviai verso la stanza destinata a noi piloti. Afferrai il mio borsone e lo aprii, per prendere il mio cambio. Quando lo feci, però, notai una collana. Quella collana. Delicatamente la presi tra le mie mani e la voltai, così che leggessi l'incisione.
“Spero crederai in te stessa come noi crediamo in te”.
Ero certa fosse stato Karl, non lo portavo mai con me. Era stato un regalo dei miei genitori, me lo avevano donato poco tempo prima della loro morte, quasi sapessero la disgrazia in cui stavano andando incontro. Sorrisi quando vidi la piccola monoposto rappresentata sotto la scritta. E pensare che fossero morti proprio per un incidente automobilistico. Non la portavo mai con me, perché mi provocava solo dolore. La posai su una delle mensole ed afferrai il mio cambio. Una volta vestita, indossai anche la collana ed uscii. Mi sistemai gli occhiali ed iniziai a girovagare per il Paddock, in compagnia della mia PR, per le interviste.
«Theo, in questi giorni sono state rilasciate delle dichiarazioni da alcuni tuoi colleghi, in cui affermano che lei non merita il sedile Red Bull. Ha qualcosa da dire al riguardo?». Feci spallucce.
«Che se mi hanno chiamato un motivo sicuramente esiste». Sorrisi. «Non sono qui grazie al bel visino o ai soldi, ma solo grazie al mio talento. Se ho la possibilità di entrare nella scuderia maggiore è solo perché sono stato ritenuto idoneo».
«Sa che avrà sempre il ruolo di secondo pilota in Red Bull?».
«Questo lo dice lei». Constatai. «Aspetterei di vedermi alla guida prima di trarre delle conclusioni, non crede? Potrei stupirvi».
«È convinto, quindi, di poterlo battere?».
«Come ho già detto, sarà il tempo a dare risposte». Mi stavo spazientendo ed il giornalista non mi sembrava affatto intenzionato a tacere.
«Crede di meritare il sedile più di Gasly?».
«Ho fatto un buon lavoro e mi sono trovato a mio agio nell'ambiente Toro Rosso, mentre, probabilmente, Pierre era molto sotto pressione e non riusciva ad esprimersi. Sono due situazioni completamente differenti. Io sono un rookie, lui ha più esperienza di me e, quindi, a lui è richiesto maggior impegno. Non si è trovato a suo agio con la monoposto e ciò ha comportato dei problemi. Può accadere a tutti noi, siamo umani, non tutte le vetture qui dentro si adattano al nostro stile di guida».
«E per quanto riguarda l'inizio di stagione di Leclerc, come le è apparso?». “L'intervista è su di me o su tutti gli altri diciannove piloti sulla griglia?”.
«Charles è molto talentuoso e fin da subito è riuscito ad esprimersi. Può crescere ancora, è solo all'inizio della sua carriera».
«La ringraziamo». Mi liquidarono e finalmente potei ritornare a respirare. I giornalisti sapevano essere davvero molto insistenti ed erano bravissimi ad innervosire anche una come me, che è sempre stata molto calma e pacata. Fui affiancata dalla mia PR ed insieme ci avviammo verso la mia vettura, con la quale saremmo tornate in albergo.
Pierre's P.O.V.
«Pierre sei la persona più in ritardo del mondo». Mi rimproverò Charles, con il quale avrei dovuto prendere l'aereo per tornare a casa.
«Sono gli altri che sono in anticipo, è diverso». Risi, anche se, in quel momento della mia vita, nulla stava andando per il verso giusto. Rischiavo di essere retrocesso, le critiche arrivavano quotidianamente, mia madre non si era sentita molto bene ed io ero tremendamente preoccupato, la mia ex fidanzata era ritornata e, come se tutto ciò non bastasse, a prendere il mio posto in Red Bull era colei di cui ero innamorato. Tutto stava andando a rotoli, eppure dovevo fingere che tutto andasse bene, che niente mi stesse ferendo. Dovevo fingere di essere felice, quando l'unica cosa che volessi realmente fare era chiudermi in una stanza da solo e piangere fino a quando gli occhi non fossero diventati rossi e mi avessero fatto male. Volevo isolarmi da tutto e da tutti, essere per una volta io l'oggetto dei miei pensieri e delle mie preoccupazioni. Eppure, non mi era concesso. Io ero Pierre, quello sempre felice, che aiuta gli altri ed ha la vita perfetta. Nessuno si era mai realmente reso conto che anche io avessi bisogno di essere confortato e rialzato. Credevano che niente mi toccasse, ma non capivano. Non capivano che tutto ciò che mi ero costruito mi stava crollando addosso, pezzo dopo pezzo. Come l'avevo reso realtà, così stava scomparendo dinanzi ai miei occhi. Vedevo tutte le mie fatiche bruciare, essere rese vane. Pierre Gasly non era un pilota che meritava. Pierre Gasly era lento, incapace, inadatto ad una scuderia come la Red Bull. Pierre Gasly era inferiore a Max Verstappen, a Theo Karlsson, a tutti gli altri piloti sulla griglia. Pierre Gasly non era nessuno, era una nullità. Se se ne fosse andato dalla Formula 1, gli altri sarebbero stati più felici. Parlavo di me in terza persona, perché io non esistevo più. Come ero stato creato, ero stato distrutto. Come ero stato ritenuto un buon pilota, ora ero ritenuto il peggiore. Tutti ad accusarmi, a deridermi, insultarmi e criticarmi, ma mai nessuno che si chiedesse il motivo di quelle mie prestazioni sottotono. Nessuno che avesse realmente compreso il mio stato d'animo. Tutti che fingevano di essere affezionati a me, ma nessuno che realmente mi aiutasse. Ero circondato da molte persone che, quando avevo bisogno, mi lasciavano da solo.
«Pierre? In quale mondo sei finito?». Il monegasco mi riportò alla realtà.
«Scusami, che avevi detto?». Gli prestai nuovamente attenzione.
«Ho detto che dobbiamo andare». Continuò lui. Annuii ed afferrai le mie valigie. «Devi fermarti a Milton Keynes?». Scossi il capo.
«Tornerò a Rouen, in Francia». Affermai, mentre ci incamminavamo verso la vettura. «Non hanno bisogno di me, lì alla sede Red Bull». “O meglio, non hanno bisogno di me alla Red Bull”, pensai. «E poi credo che avranno da fare in questi giorni». Dissi riferendomi all'incontro tra Ann e Helmut. Charles non rispose, come mi aspettavo. «Tu, invece, vai a Montecarlo oppure a Maranello?».
«No, starò un po' con la mia famiglia, prima di partire per l'Ungheria». Mi sorrise. Una volta dinanzi alla mia Aston Martin, aprii il portabagagli e sistemai le nostre valigie. Entrammo in auto e, ingranata la marcia, partii. «Con Theo come va?». Mi domandò. Feci spallucce.
«Bene, penso». Risposi e lui ridacchiò.
«Pensi o è così?». Abbozzai un sorriso.
«Non ci siamo ancora tirati per capelli, quindi dovrebbe andare bene». Esclamai, divertito.
«Hai chiarito i tuoi sentimenti, quindi?». Giustamente lui non sapeva che Ann e Theo fossero la stessa persona e che, per questo motivo, non avessi dovuto prendere alcuna decisione.
«Sì, direi di sì». Mi sorrise.
«E come va tutta questa situazione? Non penso sia facile per te, anche perché è proprio Theo colui che prenderà il tuo posto». Mi voltai a guardarlo sorpreso. Quindi aveva capito che ci fosse qualcosa a turbarmi.
«Non va affatto bene, Charles. Ho paura che tutto questo possa rovinare anche il rapporto tra me e Theo, perché, ne sono certo, nei primi tempi non riuscirei a guardarlo. Mi sentirei derubato, anche se so che lo merita, perché ha lavorato sodo per prendere il mio posto». Sbuffai. «È davvero orribile questa situazione».
«Non vorrei essere te, amico». Mi disse, per poi darmi un leggero colpo sulla spalla. «Davvero non so come mi sentirei se accadesse a me».
«Tu non avrai di questi problemi, Charles. Sei molto talentuoso e fin da subito ti sei affermato, non sei una delusione come me...». Affermai con un sospiro.
«Pierre...». Fece per parlare, ma lo fermai.
«No, Charles, è così. Ho deluso tutti, Helmut, Christian, i tifosi della Red Bull, i miei genitori». Svoltai e ci trovammo dinanzi all'aeroporto.
«Pierre, non hai deluso nessuno. Perché non lo comprendi?». Lasciai un amaro sorriso.
«Invece sì, mi hanno dato una possibilità ed io non ho saputo sfruttarla. Ora ritornerò in Toro Rosso e rimarrò per sempre in una scuderia minore. Mi sento così stupido». Mi guardò con un sopracciglio alzato.
«La smetti o devo farlo con la violenza? Sai, non la amo, ma potrei fare un'eccezione». Sospirai. Uscimmo dalla vettura e, afferrate le valigie, ci avviammo verso il nostro jet privato. «Pierre, questo capitolo si è chiuso così, ma vedrai che il prossimo andrà sicuramente meglio. Avrai tempo di migliorare e di ritrovare la serenità. Sicuramente riuscirai a riscattarti».
«Tu dici?». Chiesi conferma.
«Certo, so quanto vali». Entrammo e ci accomodammo. «E fa' in modo che questa situazione non metta a repentaglio anche ciò che tu e Theo avete costruito con tante fatiche». Annuii. Ma nessuno dei due poteva immaginare quello che sarebbe accaduto da lì a poco.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro