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Chapitre 28

«Bravo Theo». Mi batté il cinque George, dopo aver concluso la mia gara. Ero arrivata seconda, potevo ritenermi soddisfatta.

«Chi ha il coraggio di correre, ora?». Scherzai e Lando alzò la mano.

«Non so giocare, quindi non mi aspetto chissà che». Ridacchiò ed afferrò il joystick dalle mie mani. «Comunque Charles potevi almeno procurarti un simulatore. Già è difficile non schiantarsi alla prima curva, poi dobbiamo giocare addirittura con questo coso».

«Il coso avrebbe un nome, Lando». Lo riprese, scherzando, Max. Abbozzai un sorriso.

«Non importa, rimane scomodo». Imbronciato, si pose sul divano dinanzi al televisore. Scelse il team, fece partire la gara e subito si schiantò contro un muro. «Mi sa che sarà lunga».

«Devi frenare nelle curve, non puoi andare a tutta velocità!». Gli dissi.

«I miei occhi stanno sanguinando». Esclamò George, per poi circondarmi le spalle con un braccio.

«Oh, fidati, anche i miei». Parlò, infastidito, Pierre. Sorrisi soddisfatta e continuai a guardare lo schermo dinanzi a me.

«Non potevamo giocare a Fifa?». Lando si alzò e porse il joystick a Max. «O a qualcosa di più fattibile?».

«Lan, sei incapace anche in quello». Assottigliò gli occhi, gettandomi un'occhiataccia. «Anzi, lo siete tutti». Li presi in giro.

«Ne sei davvero sicuro?». Il pilota francese si era avvicinato. «Io, fossi in te, volerei basso, Theodor». Mi allontanai da George e feci qualche passo avanti, così da trovarmi di fronte a lui.

«Perché dovrei? Non ti ho forse battuto più di una volta?». Digrignò i denti, infastidito.

«Non ti conviene sfidarmi, Theo, perché non mi piace perdere». Ripeté la stessa frase che mi aveva rivolto in Bahrein e, come allora, tremai, non tanto per le sue parole, ma per il tono di voce ed il modo in cui le aveva dette. Mentre noi continuavamo a guardarci, senza rivolgerci parole, un urlo di Max si levò nella camera, che ci fece saltare sul posto.

«Non è possibile! Esiste un gioco in cui io non sia completamente impedito?». Quasi lanciò il joystick a terra dall'esasperazione.

«Prova Creed, penso che lì saresti imbattibile». Lo derise Charles, beccandosi un'occhiataccia ed una leggera spinta da parte dell'olandese.

«Non sei affatto divertente». Sbuffò. «Vediamo adesso il principino cosa farà». Avevo bisogno di prendere una boccata d'aria fresca. Cercai con lo sguardo la porta-finestra che immetteva sul balcone e quando la scorsi, mi incamminai verso quella direzione. Quando fui finalmente fuori, appoggiai le braccia alla ringhiera ed alzai lo sguardo ad osservare le stelle nel cielo. La luna illuminava le abitazioni e mi trasmetteva calma. Amavo la notte, era decisamente la mia parte della giornata preferita. Chiusi gli occhi, ma proprio in quel momento sentii la porta chiudersi. Mi voltai di scatto e mi ritrovai dinanzi il pilota francese, di nuovo.

«Non dovresti essere qui». Dissi e lui annuì.

«Non dovrei essere qui». Ripeté ed io alzai un sopracciglio, come ad invitarlo ad uscire. «Ma ho fatto tante di quelle cose che non avrei dovuto fare, che una in più non mi farà male».

«Ciò non toglie che ero uscito prima io e che vorrei un po' di privacy, se non ti dispiace». Lo spinsi con una mano, per allontanarlo, ma lui mi bloccò per il polso.

«Non credo tu sia nella condizione di cacciarmi». "Mi sta prendendo in giro, per caso?", pensai. «A meno che tu non voglia mandarmi via dal mio balcone». Spalancai gli occhi. Il suo balcone?

«Charles aveva detto fosse la sua camera». Constatai e lui rise.

«Be', evidentemente Charles ha mentito. Devo per caso mostrarti la ricevuta del pagamento o mi credi sulla fiducia?». Rotai gli occhi.

«Allora, siccome non posso mandare via te, me ne andrò io». Feci per andarmene, ma mi fermò, spingendomi contro di lui.

«Ann, tu non andrai proprio da nessuna parte». "Cosa ha detto?" .

«Credo tu abbia sbagliato persona, io sono Theo». Pierre rise. Mi irritava, tremendamente.

«L'ho capito, è inutile che fingi». Cercai di allontanarmi, senza successo.

«Come hai fatto?». Esigevo risposte.

«Innanzitutto so per certo che a George piacciono le ragazze, quindi quando ti ha baciata avevo iniziato a comprendere qualcosa. Poi ieri ci siamo videochiamati e tu, scaltra quale sei, hai avuto la saggia idea di farla nella camera d'hotel. L'ho riconosciuta ed ho capito». Diamine, quanto ero stata stupida. «Se non altro questa scoperta mi ha ridato coraggio».

«Coraggio? Per fare cosa?». Ero sempre più confusa. Pierre sembrava quasi esserne soddisfatto.

«Diamine, Ann, davvero non l'hai capito?». Feci per aprire bocca, ma immediatamente sentii le sue labbra sulle mie. Mi aveva spinta leggermente alla ringhiera e quindi qualsiasi mio movimento era impedito. Poggiai le mani sul suo petto per allontanarlo, ma lui prontamente le afferrò e le pose intorno al suo collo, stringendomi più a sé. Avvertii il fastidioso nodo allo stomaco e proprio in quell'istante, infilata una mano tra i suoi capelli, iniziai a tirarglieli dolcemente, facendolo gemere sulle mie labbra. Le sue mani, alzando leggermente la felpa, si posero sui miei fianchi e gli anelli freddi mi causarono i brividi, che lo fecero sorridere.

«Pierre...». Sussurrai, sperando di farlo fermare, ma in cambio ottenni solo un altro bacio, per farmi zittire. Nonostante non avessi intenzione di allontanarmi, fui costretta a richiamarlo. «Pierre...». Mugugnò infastidito e si distaccò. «Ci stanno guardando tutti». Spalancò gli occhi.

«Ed ora?».

«Ed ora siamo fregati». Si allontanò e si passò una mano sul volto, cercando di trovare una soluzione a tutto ciò.

«E se dicessimo che non è come sembra?». Alzai un sopracciglio.

«Dubito non abbiano capito cosa stessimo facendo, onestamente». Iniziò a camminare avanti ed indietro. «Possiamo solo scegliere se rimanere qui per tutta l'eternità o entrare ed affrontare la situazione. E siccome mi sto congelando, credo che la mia scelta ricadrà su quest'ultima opzione».

«La mia reputazione è praticamente sotto terra». Si lamentò.

«Non che la mia stia messa meglio». Sospirai ed andai ad aprire la porta-finestra, seguita da Pierre. Nessuno parlò e cadde un silenzio imbarazzante. A spezzarlo fu Charles.

«Ho vinto. Sborsate i venti euro». Si voltò a guardare George, Lando e Max, sorridente.

«Avete seriamente scommesso su noi due?». Annuirono.

«Chiaro, era solo questione di tempo. Dovevo approfittarne per guadagnare qualcosa di soldi». Disse il monegasco, mentre controllava che vi fossero i suoi sessanta euro.

«Come se ne avessi bisogno». Sussurrò Lando. Charles si voltò a guardarlo, ma non parlò.
«Comunque manchi solo tu, Pierre, poi abbiamo finito». Il francese si accomodò ed iniziò la sua gara.

«A te com'è andata?». Domandai a George, che mi sorrise orgoglioso.

«Chiaramente primo, sono il più forte». Scossi la testa esasperata. «L'ha capito, non è vero?». Mi sussurrò all'orecchio ed io annuii. «Immaginavo». Non riuscivo a comprenderlo, però. Prima mi baciava, poi faceva finta di nulla. Sembrò capirmi e mi fece cenno di allontanarci leggermente. «Ann, penso che sia chiaro che tu mi piaci, ma è anche vero che so che tu non ricambi. Tu vuoi Pierre e lo hai sempre voluto, è inutile che io provi ad ottenere qualcosa da te. Quel giorno ti ho baciata perché sapevo fosse il momento più adatto e che avresti ricambiato, ma non voglio assolutamente che il nostro rapporto cambi. Io voglio essere al tuo fianco, anche se solo da amico». Mi rassicurò. «E non sentirti in colpa, tu non mi avevi dato alcuna speranza, sapevo che l'unico nella tua testa era lui».

«No, scusate, quindi solo George e Theo, che non so dove siano in questo momento, sono riusciti ad andare a punti?». Esclamò Charles, che ci richiamò. Ci avvicinammo a loro.

«Lo avevo detto di essere troppo forte». Rotai gli occhi, per l'ennesima volta. «Un giorno di questi ti rimarranno bloccati».

«Sembri mio fratello». Scossi la testa, divertita. «Comunque, è questione di allenamento. Io non sapevo giocare prima, ma quando trascorri molto tempo con questo qui...». Indicai George. «... Sei costretto ad imparare». Sentivo lo sguardo di Pierre su di me.

«Bene, ora credo sia giunto il momento di andare a dormire. Non credete?». Affermò Max, per poi tirarsi dietro Charles e Lando, minacciando con lo sguardo anche George. Ridacchiai, era davvero incredibile. Salutai tutti con un gesto della mano e rimasi nuovamente sola con Pierre, che andò a chiudere la porta. Nel frattempo io mi ero appoggiata al divano.

«Sai, puoi toglierla». Disse, indicando la mia parrucca. Obbedii e liberai i capelli, facendolo sorridere. Si avvicinò a me e mi sistemò una ciocca dietro l'orecchio. Mi guardò, per poi spostare il capo verso il mio collo. Iniziò a lasciarvi baci umidi ed io chiusi gli occhi, godendomi il momento. Lentamente risalì alla mandibola, alla guancia, per poi giungere alle labbra. Mi accarezzò la guancia con la mano. «Te l'avevo detto, non mi piace perdere». Sussurrò e quella era decisamente la migliore sconfitta della mia vita.
















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