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Chapitre 22

Pierre's P.O.V.

Dovevo vederlo, dovevo chiarire una volta per tutte i miei sentimenti. Dovevo capire se fosse Theo a ricordarmi Ann o viceversa, avevo bisogno di mettere un punto allo scorrere dei miei pensieri e delle mie insicurezze. Non capivo cosa mi stesse accadendo, né tantomeno il motivo per cui io non riuscissi a stare lontano da Theo, ma al contempo pensassi ad Ann. Ero completamente attratto da entrambi, era qualcosa che non potevo controllare. Ciò che mi terrorizzava di più, però, era il giudizio degli altri. Era per questo che avevo deciso di non parlarne con nessuno, non avrebbero capito. Non potevano capire, perché neanche io ci riuscivo. I miei sentimenti per Theo mi apparivano sbagliati, mentre quelli per Ann, be’, quelli erano giusti. Eppure non riuscivo ad allontanarmi da lui. Ne ero diventato dipendente e questo mi struggeva. Avevo bisogno di chiarezza ed avevo deciso di fare la cosa più folle che potessi mai fare in quella mia condizione, a notte inoltrata, il giorno stesso della gara: bussai alla sua porta. Non sapevo cosa avrei fatto e neanche come avrebbe reagito lui, eppure ne sentivo la necessità. Quando mi aprì, però, la mia sicurezza venne meno e desideravo solamente scomparire. Theo aveva i capelli scompigliati e gli occhi assonnati e mi guardava confuso.

«Ehi Pierre, è successo qualcosa? Hai perso le chiavi della tua camera? Anche Charles le ha perse». Ridacchiò. «Era passato prima di qui e non so dove sia finito, in realtà». Aggiunse, prima di ritornare a guardarmi, attendendo una risposta alla sua domanda. Il punto è che non sapevo neanche io come rispondere.

«Perdonami Theo, ho fatto la più grande idiozia della mia vita. È meglio che vada». Feci per andare, ma lui mi trattenne per un braccio. Non mi aiutava decisamente così.

«No, resta e dimmi cosa ti turba. Non importa che sia l'una di notte, se sei venuto qui un motivo deve esserci». Mi passai una mano tra i capelli, incerto sul da farsi. Da un lato volevo portare a termine ciò che avevo iniziato, dall'altro scappare e tornare nella mia stanza. Lo guardai negli occhi e lui fece lo stesso. I suoi erano quasi grigi e ne scorgevo uno strano luccichio, che non avevo mai notato prima.

«Non dovrei essere qui, Theo». Scossi la testa. Non potevo fare ciò che avevo programmato, perché io non ero completamente lucido, mentre lui troppo assonnato.

«Pierre...». Lo pronunciò in modo sbagliato e ciò mi fece sorridere. «Sono abituato a non dormire molto la notte prima di una gara, non devi preoccupartene». “Perché sei così, Theo?”, pensai.

«Non capiresti, mi prenderesti per pazzo e l'ultima cosa che voglio è rovinare la nostra amicizia». Sospirai. Si avvicinò a me, preoccupato.

«Puoi fidarti di me, non ti criticherei mai». Mi sorrise dolcemente. Mi piaceva quando lo faceva.

«È una domanda stupida, molto stupida, e non sei dovuto a rispondermi, se non vuoi». Mi fece cenno di entrare e chiuse la porta.

«Dimmi». Rispose semplicemente. Chiusi gli occhi e poi li riaprii, quasi come se ciò potesse infondermi maggiore coraggio.

«Theo, per te io sono come gli altri?». Parlai così velocemente che all'inizio non comprese ciò che avevo detto. Quando assimilò le mie parole, sbarrò gli occhi e con la mano iniziò ad allargare il collo della felpa, quasi come se lo stesse strozzando. «Scusami, io non avrei dovuto-». Mi fermò.

«No, va bene, voglio rispondere». Mi disse, dopo aver infilato le mani nelle tasche. «No, Pierre, è diverso. Non so cosa c'è, né tantomeno ne conosco il motivo, so solo che è stato qualcosa che è scattato il primo giorno in cui ci siamo incontrati e tu mi hai rivolto la parola». Rispose tranquillamente. «E per te?». Scossi la testa e mi avvicinai a lui.

«Davvero non l'hai compreso?». Eravamo così tanto vicini che Theo dovette alzare leggermente il volto per potermi guardare. Scosse la testa ed io gli sorrisi. Era così dannatamente ingenuo. «Non è mai stato come per tutti gli altri e questo mi confonde, mi turba, mi fa desiderare di scomparire. A volte mi domando come sarebbe andata la storia se quel giorno io non fossi venuto a presentarmi. Probabilmente non mi sarei sentito così, oppure ci saremmo ugualmente conosciuti e ci saremmo ritrovati qui, nello stesso luogo, alla stessa ora, a discutere delle medesime cose. Io non so perché non riesca a starti lontano, è più forte di me e non riesco a far finta che tutto ciò non esista, che io non provi niente, che per me tu sia solo un amico, perché mentirei a me stesso ed agli altri. Io non pretendo una tua risposta, Theo, a me è bastato chiarire ciò e sentirmi almeno un po' più leggero». Non spostò lo sguardo da me e non parlò. «Sarà tutto esattamente come prima, potrai sempre contare su di me, a prescindere da ciò che provo».

«Pierre...». Mi sorrise. «Non mi preoccupo del nostro rapporto, sono sicuro non cambierà, mi preoccupo di te». Mi posò una mano sul braccio. Sentii i brividi. «Sei sicuro che starai meglio ora che me lo hai detto?». Non lo ero e lui se n'era reso conto. Scossi la testa, era inutile mentirgli, non ero molto bravo a farlo.

«Mi concedi di fare una cosa?». Ero completamente uscito di senno, non avrei mai detto quelle parole in una condizione normale. «Giuro che sarà la prima e l'unica volta, è solo che...». Mi fermò, probabilmente aveva già compreso.

«Fallo, Pierre». Ne era convinto e, forse, non ero l'unico a desiderarlo. Avvicinai il mio volto al suo e con il pollice delineai il contorno delle sue labbra. Chiuse gli occhi e fu in quel momento che lo baciai. Una sua mano finì tra i miei capelli e ciò mi fece scappare un sorriso. Aveva socchiuso le labbra ed io lo avevo preso quasi come un invito ad approfondire quel bacio che poteva apparire sbagliato, ma era così giusto per me in quel momento. E fu proprio durante quel cercarsi ed allontanarsi delle nostre lingue, che mi apparvero dinanzi agli occhi i lunghi capelli biondi di Ann. Pochi istanti dopo, però, vidi nuovamente Theo, in un vortice di immagini che alimentava unicamente la confusione in me. Si allontanò, mi sorrise ed io ricambiai. Mi avviai verso la porta e lui mi seguì, appoggiandosi all'anta.

«Ci vediamo domani, Theo». Dissi semplicemente, sorridendo.

«A domani, Pierre». Mi imitò e si morse leggermente il labbro. Cercai di non prestarci attenzione e mi allontanai, incamminandomi verso la mia camera. Mi voltai a guardarlo un'ultima volta, prima che chiudesse la porta e scomparisse dal mio campo visivo. Entrai nella mia stanza.

«Diamine, Theo, cosa mi fai...». Esclamai, per poi scivolare con la schiena contro la porta.

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