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Chapitre 21

Charles mi accompagnò fino al mio box, poiché, a detta sua, non aveva intenzione di ritornare in quello Ferrari se non cinque minuti prima che iniziassero le qualifiche. Io, invece, dovevo recuperare Julie, che avevo lasciato per troppo tempo da sola. Lo salutai e mi incamminai nella sala in cui l'avevo lasciata e la trovai a parlare con Amélie. Roteai gli occhi e mi avvicinai a loro con passo veloce.

«Oh, ciao Theo». La mia migliore amica mi lasciò un bacio sulla guancia, mentre la mia PR ci guardava stranita.

«State insieme?». Domandò ed io scoppiai a ridere.

«Affatto». Rispose lei. «Ci conosciamo da quando eravamo piccoli, è un fratello per me». Annuii.

«Vi è solo un legame di forte amicizia». Continuai io. «Posso rubartela?». Chiesi ad Amélie. Dovevo parlare con Julie, avevo bisogno di un suo giudizio.

«Certo». Disse solamente e si allontanò.

«Allora? Com'è andata?». Si sedette su uno dei divanetti e mi fece cenno di seguirla.

«Non male. Prima di andare da lui mi sono imbattuta in Charles e Max, che mi hanno detto che effettivamente si stava comportando in modo strano e che solo io potevo aiutarlo, perché sono l'unica che realmente ascolti». Tirai un sospiro. «Allora sono andata da Pierre, stava al Motorhome, e mi ha rivelato solamente che qualcosa in lui stesse cambiando e che dovesse prendere una decisione. Il punto è che entrambe le opzioni lo fanno stare bene e non sa quale scegliere, ma da quanto ho capito una è dettata dal cuore e l'altra dalla ragione. È come se avesse paura del giudizio altrui».

«Diamine...». Esclamò solamente la mia amica.

«E poi ci sono due frasi che mi stanno perseguitando da quando me le hanno dette Charles e Max, una è "Non è nulla di cui ti devi vergognare" e l'altra "Pierre deve capire che può accadere e che non c'è nulla di male"». Mi passai una mano tra i capelli. «Cosa intendevano dire?». Mi pose una mano sulla spalla.

«Ann...». Sussurrò, per non farsi sentire. «Pierre è indeciso tra te e Theo, ma ha paura di venire criticato ed offeso se scegliesse quest'ultimo». Si fermò per un po' e poi riprese. «Ti stava evitando perché cercava di dimenticarti, perché ritiene sbagliato ciò che prova. Lui, però, non ha capito che la sua non è una semplice infatuazione, né una mera attrazione fisica. Lui è attratto spiritualmente da te, dalla tua persona, non dal sesso che simboleggi. Non è innamorato di un uomo e né di una donna, è innamorato della tua essenza, della tua anima. È per questo che è attratto sia da te sia da Theo, perché siete la stessa persona, perché sente una congiunzione con te che non aveva mai sentito prima». Iniziai a massaggiarmi le tempie, stordita da tutta quella situazione. “Da quando Julie è diventata una filosofa?”, pensai.

«Il problema è che tutto ciò è fondato su una bugia e, quando lo verrà a sapere, si arrabbierà e non vorrà più vedermi». Dissi sconsolata. «Cosa posso fare?».

«Ti consiglierei di dirglielo, ma potrebbe essere troppo rischioso». La guardai con sguardo interrogativo.

«Se ci rimanesse realmente male, potrebbe, in un momento di rabbia, andarlo a dire a Tost, che lo riferirebbe al capo». Feci per parlare, ma lei mi interruppe. «So cosa stai per dirmi e, sì, lo so che Pierre è un bravissimo ragazzo, ma la rabbia gioca brutti scherzi e tu rischieresti troppo».

«Ed allora cosa posso fare?». Mi guardò tristemente.

«Devi fingere che sia uguale agli altri e cercare di non illuderlo. So che te lo eri già proposta una volta e che non ci sei riuscita, ma devi farlo per lui e per te. Perché entrambi soffrireste di questa situazione e, se continuaste ad affezionarvi, sarebbe difficile dopo affrontare il problema». Scossi la testa, ripetutamente, come a scacciare quel pensiero.

«Julie, non è uguale agli altri e mai lo sarà. Non riuscirei a fare a meno di guardarlo, di sfiorarlo o di rivolgergli semplicemente la parola in intimità. È impensabile comportarmi con lui come farei con Daniel o Daniil, ad esempio. O anche come con Charles e Max. C'è affetto, ma non c'è lo stesso sentimento». La guardai negli occhi, quasi piangendo. «Quello che sento è diverso da tutto ciò che ho provato prima d'ora. Quando lui sta male, quasi come se fossimo legati, sto male anche io. È inevitabile, non riesco a fare diversamente. Non potrei non avvicinarmi a lui e non consolarlo nel caso in cui stesse attraversando un momento difficile». Mi morsi il labbro nervosamente. «Capisci che intendo?». Mi alzai e lei mi seguì, ponendosi dinanzi a me e poggiandomi le mani sul volto.

«Ann, quello che c'è tra te e Pierre è qualcosa che supera qualsiasi sentimento, per quanto a me possa piacere Max, non c'è lo stesso legame che avete voi due. È qualcosa di raro, quasi come se nel corso dei secoli voi foste già stati insieme e foste destinati ad esserlo per l'eternità. Tutto ciò va al di là della ragione, non può essere compreso». Le sorrisi. «Fa' quello che senti sia giusto, non voglio forzarti, devi sentirti libera e bene con te stessa. Tu sai che ti supporterò sempre, indipendentemente dalla scelta che prenderai». Annuii.

«Ti voglio bene, Julie». La abbracciai e lei ricambiò.

«Ti voglio bene anche io».

«Mi dispiace interrompere questo momento sdolcinato, ragazzi. Theo,devi iniziare ad entrare nella monoposto. Le qualifiche sono tra meno di un quarto d'ora». Mi avvertì Stephan ed io mi allontanai, afferrando la balaclava ed il casco e salutando, con un sorriso, Julie.
Entrai nella mia vettura. Sentivo che non sarei andata poi così male. Appena il semaforo divenne verde, scesi in pista e, dopo un out lap, partì il mio giro cronometrato.

«Theo, presta attenzione in curva 4 e 13, cerca di rimanere nell'interno, senza prendere troppo il cordolo, potresti rischiare di perdere il posteriore». Mi disse il mio ingegnere di pista e io risposi con un semplice "ok", continuando a guidare, senza distrazioni. 1:31.125. Tentai di migliorarmi ancora, con successo. 1:30.115. Sorrisi e tornai nei box. Gettai un occhio sul tabellone dei tempi e vidi Charles che aveva segnato il tempo migliore, seguito da Seb. Ero davvero felice per lui. Avevo intenzione di vedere anche il posizionamento di Max e Pierre, ma il mio ingegnere mi disse di scendere nuovamente in pista. Mi lanciai per il mio giro. Sentivo una morsa allo stomaco, eppure non ero mai stata un tipo ansioso. Nonostante questa sensazione sgradevole a cui non ero avvezza, ero libera, felice, ero semplicemente me stessa. Ero invasa da milioni di brividi causati dall'adrenalina. Guidare dava un senso alla mia esistenza, mi faceva sentire viva e mi ricordava quanto, nella disgrazia, io fossi stata fortunata. Senza Karl ed i suoi sacrifici non avrei mai potuto guidare i kart e giungere poi in Formula 1. Gli dovevo tutto. E fu proprio con questo pensiero che tagliai il traguardo. 1:29.514, ero sesta.  «Ottimo lavoro, Theo. Cerca di lavorare così anche nella Q2». Ci avrei provato, di quello ne ero certa. Nei box, continuai a parlare con il mio ingegnere, Pierre, e gli chiesi le posizioni dei primi quindici piloti. Mi confermò la prima e la seconda posizione, rispettivamente, di Charles e Seb, la nona di Max e la quattordicesima di Pierre. Mi soffermai su quest'ultimo. “Perché non riesce a sbloccarsi?”, continuavo a domandarmi. Cercai di concentrarmi e di non pensare troppo al pilota francese, d'altronde il semaforo era diventato verde e le Q2 erano iniziate. Il primo giro non fu proprio eccezionale, in quanto rimediai solo un 1:30.514. Tutte le altre monoposto erano molto più veloci della mia Toro Rosso. Cercai di dare il mio meglio, ma nell'ultimo tentativo ottenni un discreto 1:29.513 e la dodicesima posizione. Ero stata eliminata, ma, considerando il pessimo weekend che avevo avuto su quella pista, potevo dirmi soddisfatta. Lo stesso, invece, non si poteva dire di Pierre, il quale aveva rimediato solamente una tredicesima piazza. Scesi dalla monoposto e, dopo essermi tolta il casco e la balaclava, uscii dal box e mi avviai verso quello della Red Bull. Dovevo vederlo. Salutai qualche ingegnere e, chiesto dove potessi trovarlo ed essendomi stata indicata una porta, la aprii ed entrai nella saletta, trovando Pierre seduto su uno dei divanetti con le mani fra i capelli. Mi avvicinai a lui e posai una mano sulla sua spalla, per confortarlo. Lui alzò la testa e fissò lo sguardo nel mio, senza parlare. Non c'era neanche il bisogno che lo facesse, immaginavo come si sentisse.

«Non capisco cosa ci sia di sbagliato in me». Ruppe così il silenzio, alzandosi ed iniziando a camminare per la stanza.

«Assolutamente nulla». Risposi sinceramente. «Pierre...». Lo richiamai e lui si avvicinò di nuovo a me. «Sono cose che accadono, tu non hai colpe».

«Invece sì!». Sbottò e quella era la prima volta che lo vedessi arrabbiato. «Non riesco a guidarla, non la capisco e la pressione è troppa, non la reggo. Sembro sempre sotto esame, io ho bisogno dei miei spazi e dei miei tempi». Si passò una mano tra i capelli. «Perdonate se non sono Max, se non sono il bambino prodigio, se non faccio la pole nella mia seconda gara in Formula 1!». Disse, alludendo a Charles. «Perdonate se sono semplicemente un ragazzo che necessita di fiducia e non di essere continuamente criticato». Sbuffò. «Secondo te non li sento i tifosi che vorrebbero te al mio posto? Sei bravo Theo e non ho nulla contro di te, ma non mi sembrano giuste queste parole. Anche io ho un cuore e dei sentimenti, mi stanno solamente ferendo in questo modo. Non mi hanno dato neanche il tempo di adattarmi che vogliono già farmi fuori». Vidi i suoi occhi lucidi ed una lacrima sfuggirgli. Mi avvicinai e con il pollice gliela asciugai. «Guidare una monoposto Red Bull è sempre stato il mio sogno ed ora che l'ho raggiunto si è trasformato in un incubo». Mi guardò negli occhi. «Vorrei solamente che si fidassero di me. Mi capisci?». Annuii. Si posizionò dinanzi a me, solo pochi centimetri a dividerci. «Perché ti comporti così con me, Theo?».

«Perché hai bisogno di aiuto, di qualcuno che ti ascolti e che ti lasci sfogare». Risposi. «E quel qualcuno sono io». Sorrise dolcemente.

«Sei davvero incredibile». Avvicinò il suo volto al mio, ma poi deviò verso l'orecchio. «Grazie». Sussurrò e si allontanò, lasciandomi sola e stordita.

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