Chapitre 2
«Julie, per favore, smettila di urlarmi nelle orecchie, sai che sono sensibile». Biascicai io, nella speranza che la mia migliore amica capisse. «Non te l'ho detto perché è un segreto... o meglio lo era. Ora che lo sai, ti scongiuro, non rivelarlo a nessuno. Se qualcuno lo scoprisse, mi caccerebbero, immediatamente».
«Non lo farò, non preoccuparti, ma quando ritornerai, ti ammazzerò». Mi minacciò lei.
«Vorrei gareggiare ancora un po', che ne pensi?». Riferii ironicamente e potetti immaginare la sua espressione scocciata.
«Allora dovrai comprarmi un biglietto per un Gran Premio, così che possa sostenerti da vicino, amica mia». Fece una pausa. «O dovrei dire amico?». Ridacchiò. Scossi la testa sconsolata.
«Cerca di comportarti normalmente, però».
«Mi offendi così! Sono sempre normale». Risi.
«Come quella volta che ti buttasti addosso a me dopo la mia vittoria e cademmo entrambe a terra e ti rompesti un braccio?».
«Potevi anche non ricordarmelo». Continuammo a parlare ancora un po', fino a quando non fui costretta a salutarla, per prepararmi alle prove libere. Indossai la maglietta della Toro Rosso e cercai un paio di jeans che non fosse aderente. Quando lo trovai, uscii dalla mia camera e mi diressi verso l'ascensore.
«Buongiorno!». Volsi il capo e trovai al mio fianco Pierre. Era vestito grosso modo come me, l'unica cosa che lo differenziava era la maglia della Red Bull. Abbozzai un sorriso e lo salutai. Ero molto tesa quel giorno, siccome avrei guidato, ufficialmente, per la prima volta, una vettura di Formula 1. Non ci rivolgemmo parola, sebbene l'avessi visto più volte tentare di aprire la bocca per riferirmi qualcosa, per poi richiuderla. Dovevo incutergli un po' di timore, altrimenti non mi sarei mai spiegata quel suo comportamento. Ero un tipo taciturno, a volte assomigliavo un po' a Kimi, ma tutto sommato non mi ritenevo spaventosa. Forse un po' strana, ecco. «Anche a te piace bere la vodka, come a Räikkönen?». Mi voltai a guardarlo sconvolta e lui sembrò maledirsi mentalmente. Risi.
«Non mi dispiace, ma non so reggerla come lui. Credo che quella sia un'arte». Ridacchiò. «Però so reggere un bagno in acqua ghiacciata». Gli lanciai una frecciatina, che lui sembrò capire fin troppo bene. Ben presto l'ascensore si fermò e le ante si aprirono. «Ci vediamo in giro». Indossai i miei occhiali da sole ed uscii dall'hotel, in cerca della mia vettura. La trovai e vi salii, per poi farla partire. La pista non distava molto da dove soggiornavo, quindi non dovetti guidare molto. Iniziai a ripetere mentalmente i tre punti fondamentali per non commettere errori: restare concentrati, parlare poco e pensare molto. Mi erano stati utili per vincere quei cinque titoli nella Formula svedese. Dopo aver parcheggiato, entrai nel paddock e subito fui sommersa da milioni di giornalisti, che cercavano di pormi delle domande riguardo le mie emozioni, ma io li congedai, affermando che avrei parlato solamente dopo le prove libere. Probabilmente non sarei mai stata simpatica ai media, sapevo essere molto scorbutica, soprattutto quando si parlava di esprimere i propri sentimenti. Ero molto riservata. Stephan mi affiancò e mi pose una mano sulla spalla. Concentrai i miei occhi azzurri nei suoi castani, attendendo che mi facesse il suo discorso motivazionale. Era il mio manager da una vita ed era anche l'unico, al di fuori di Julie e mio fratello, a conoscere la mia vera identità. Sapevo di potermi fidare e poi non mi sarei mai privata di lui, perché era davvero in gamba nel suo lavoro. D'altronde, era stato anche grazie a lui se ero riuscita ad evitare di spogliarmi per i test.
«Andrà tutto benissimo, è vero che è il tuo primo anno, ma sono convinto che spaccherai di brutto. Sei sempre stato in gamba». Gli sorrisi leggermente e lo ringraziai. Entrai nel mio box ed andai a cambiarmi, per poter indossare, così, la mia tuta. Ero abbastanza sicura di me e del mio talento, non mi ero mai nascosta e non avevo mai finto di essere umile. Ero convinta di avere grandi potenzialità, avevo solamente bisogno di apprendere al meglio come esprimerle. Ero competitiva, ero pronta a tutto pur di raggiungere i miei obiettivi. Sapevo rilevare i punti di forza e di debolezza di tutti i miei avversari e ciò mi era sempre ritornato molto utile. Tost venne a parlarmi per riferirmi che era giunto il momento di entrare in macchina. Gli feci un cenno della testa, per ringraziarlo, e mi avviai verso la mia monoposto. Indossai la balaclava ed il casco, per poi sedermi. Mancavano pochi minuti all'inizio delle prove libere ed ero emozionata. Appena il nostro team principal ci diede il via, uscii dai box e mi diressi verso la pista. Potevo sentire l'adrenalina scorrermi nelle vene. Ero in pista da ormai quasi ventuno giri, quando all'improvviso persi il controllo della mia monoposto ed andai a scontrarmi con le barriere. Per fortuna niente di così grave, ma ormai l'alettone della mia Toro Rosso era bello che andato e quindi fui costretta a ritornare ai box, dove rimasi ad osservare le prove libere. Sarei tornata in pista solamente nelle seconde prove e speravo vivamente di andare meglio. Quella mia esperienza in Formula 1 si stava già dimostrando più difficile del previsto. Il mio compagno di scuderia si era posizionato settimo e ciò non faceva altro se non alimentare la mia rabbia verso me stessa. Ero stata affrettata e non avevo valutato i rischi di quella mia prepotenza al volante.
Quando Daniil tornò ai box, mi chiese se stessi bene e quando annuii, mi sorrise per poi andare a prendere qualcosa da mangiare. Non sapevo neanche se fosse possibile farlo, ma non me ne interessai più di tanto. Rimasi ad osservare il lavoro dei meccanici sulla mia monoposto e qualche volta posi loro delle domande. Ci tenevo a colpire il mio team principal e dimostrargli che ero brava, allo stesso modo degli altri piloti. Ben presto giunse l'ora di scendere in pista. Infilai il mio casco ed entrai nella mia vettura, che era stata ormai rimessa a nuovo. Non partii per prima, attesi l'ordine di Franz e scesi in pista. Nella prima mezz'ora avevo ottenuto un buon piazzamento, la settima posizione, dietro Daniil e Pierre. Ero soddisfatta di me stessa, ma nell'altra mezz'ora, persi nuovamente il controllo della mia monoposto, che aveva deciso di fare un'escursione per i prati. Per fortuna non successe nulla, ma comunque, dopo quell'evento, non riuscii ad ottenere nessuna buona prestazione ed infatti arrivai diciassettesima. Alla bandiera a scacchi, rientrai e corsi nel mio box, per poi sedermi su uno dei divanetti.
«Non preoccuparti, Theo, andrà meglio domani, fidati di me». A parlare fu Stephan, che si avvicinò a me. Ormai si rivolgeva a me con la mia seconda identità, per evitare che qualcuno potesse ascoltarci.
«Pensavo fosse tutto più semplice di così, ma neanche il tempo di scendere in pista che mi sono schiantato contro le barriere!». Sbuffai.
«Be', meglio che sia successo ora, al tuo esordio, che in un altro momento fondamentale. E poi erano comunque solamente le prove libere, l'importante è andare bene in qualifica. Se vuoi, però, adesso possiamo andare ad allenarci un po', così provi a distrarti.». Annuii ed in sua compagnia, dopo aver salutato tutti i meccanici e Franz, ci dirigemmo verso la palestra.
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