Chapitre 18
Come avevo già detto, la parte che più odiavo del mio lavoro erano le interviste. I giornalisti erano sempre insistenti ed io ero di poche parole, anche volendo non riuscivo a dar loro le risposte che desideravano. La maggior parte delle volte mi limitavo a fare delle uscite alla Räikkönen e me la cavavo con un semplice “Bwoah”, che, nella mia mente, rispondeva a qualsiasi domanda mi venisse posta. Quando, invece, volevo essere più internazionale, l'unica parola che pronunciassi era “well”. La mia PR voleva uccidermi per questo, mentre i due scandinavi, Valtteri e Kimi, mi stimavano. Se non altro, qualcuno era soddisfatto di me.
«Qual è la differenza tra questa pista e quella di Melbourne e cosa ti aspetti da questo fine settimana?». Domandò una giovane donna, dopo aver fatto di tutto per attirare la mia attenzione.
«Ho già corso in Bahrain in Formula 3, quindi ho fatto dei giri di pista e conosco le curve. L'anno scorso sono stato abbastanza competitivo. Non direi che è una pista divertente, ma è comunque bello correrci. Con quei lunghi rettilinei, ogni curva è importante, un po' come a Monza: non è il classico circuito in cui si può facilmente trovare il proprio ritmo. Quella del Bahrain è una pista più tradizionale, meno sconnessa rispetto a Melbourne». Feci una breve paura di riflessione e poi continuai. «Mi aspetto un weekend un po' più semplice per me, sia perché conosco la pista, sia perché avrò dalla mia parte l'esperienza dell'Australia. Anche se non posso di certo dire che mi sentirò un esperto, dovrebbe essere un weekend più lineare, ora che so cosa aspettarmi». Abbozzai un sorriso e mi allontanai. Sospirai di sollievo, finalmente avevo finito con le interviste e potevo riposarmi un po'. Proprio mentre pensavo ciò, però, mi ricordai di Pierre e dei messaggi che aveva scritto sul mio cellulare o, per meglio dire, su quello di Ann. Aprii Instagram e, dopo averlo seguito, andai nei direct.
“Ehi, ti disturbo?”.
Sorrisi.
“No, affatto”.
La risposta arrivò subito.
“Mi dispiace che tu non possa guardare la gara di tuo fratello. Dal vivo intendo”.
“Dispiace anche a me, ma purtroppo il lavoro è fondamentale per me e non posso rischiare di perderlo”.
Posai il cellulare in tasca non appena sentii Stephan chiamarmi.
«Ti aspetta una sessione estenuante. Sei pronto?». Sospirai.
«Che importa? Anche se non lo fossi, me la faresti fare lo stesso, quindi evita di pormi queste domande solo per il divertimento di vedermi soffrire». Feci la melodrammatica e lui rise.
«Forza, andiamo». Mi diede una pacca sulla spalla ed io obbedii. Non avevo proprio voglia di allenarmi. Soprattutto considerando il fatto che lo avrei fatto anche la mattina del giorno seguente. Mentre ci incamminavamo, mi ritrovai davanti Julie.
«Devo annunciarti una cosa». Alzai un sopracciglio ed attesi che continuasse. «Ho invitato Max, Pierre e Charles a trascorrere dei giorni con noi a Malmö. Non pensi sia magnifico?». Strabuzzai gli occhi.
«Devo ricordarti del fatto che non esiste nessuna sorella gemella e che, nel caso in cui volessero vederla, non ci sarebbe?». Fece un gesto della mano, come a scacciare quel pensiero.
«Ho già pensato a tutto». Mi prese a braccetto. «Tu sarai Ann, perché Theo deve partecipare a delle interviste per SVT a Stoccolma». Sorrise. «È credibile, è effettivamente una cosa che i piloti fanno».
«Potrebbe starci come scusa, ma avresti dovuto parlarmene». La rimproverai.
«Fidati di me ed otterrai qualche cosa». La guardai confusa.
«Che intendi per "otterrai qualche cosa"?». Mi fece un occhiolino e si allontanò. Le volevo bene, ma a volte prendeva decisioni troppo affrettate e non sempre sagge. Arrivammo in palestra e decisi di non pensare troppo alle sue parole, ma di concentrarmi semplicemente sul lavoro che avevo da svolgere.
Circondai il mio collo con l'asciugamano e mi avviai verso la mia vettura parcheggiata fuori al paddock. Afferrai il mio cellulare e, dopo averlo acceso, vidi un messaggio da parte di Pierre.
“Julie ci ha invitati a venire a Malmö, lo sapevi?”.
“Sì, me lo ha appena detto”
“È un'idea carina. Credi riusciremmo a vederci?”.
Spalancai gli occhi. Pierre voleva vedere me? Dovevo per forza aver letto male. Eppure continuavo a rileggerlo e le parole rimanevano sempre quelle.
“Salvo imprevisti, credo proprio di sì”.
Mi dispiaceva dover concludere quella conversazione, ma dovevo ritornare in albergo e dovevo essere il meno sospettabile possibile e quindi non usare un cellulare che era chiaro non fosse mio.
“Ora ti chiedo scusa, mi è piaciuto molto parlare con te, ma ora devo proprio scappare. Ci sentiamo”.
“Non preoccuparti, divertiti, qualsiasi cosa tu debba fare”.
Inviò subito dopo un altro messaggio.
“Anche a me è piaciuto, spero di poterlo rifare”.
Sorrisi ed entrai nella mia vettura. Ingranai la marcia, spinsi sull'acceleratore e mi diressi verso l'hotel dove alloggiavamo. Era tardi e le strade erano buie. Ho sempre amato guidare di sera, mi dava un senso di tranquillità e mi permetteva di pensare. In una vita movimentata e pericolosa come la mia, avevo davvero pochissimo tempo per soffermarmi a pensare. Da un lato è una cosa positiva, ma a volte è utile fermarsi e vedere il tempo scorrere normalmente e non più velocemente. A volte è bello prestare attenzione a se stessi. E poi le luci della città erano magnifiche ed amavo osservarle, per questo spesso preferivo fare tardi nei weekend di gara, solo per ammirare il paesaggio.
Giunsi a destinazione e scesi dall'auto. Entrai in albergo e mi avviai verso la mia camera, ma incrociai, come al solito, il francese. Mi sorrise e, mentre camminava, le nostre braccia si sfiorarono e quella volta non solo io sobbalzai. Imbarazzato, lui continuò per la sua strada ed io, dopo essermi voltata a guardarlo mentre si allontanava, ritornai sui miei passi. Non sapevo cosa fosse successo di preciso, ma di una cosa ero certa: non l'avevo sentita solo io.
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