Chapitre 17
«Ragazzi, mi annoio».Ripetette Charles per la millesima volta. Pierre sospirò e scosse la testa.
«Come fa a sopportarti tua madre?». Domandò lui, ridacchiando.
«Non lo so, me lo chiedo anche io, in realtà». Scoppiai a ridere, non riuscendo a rimanere seria. Iniziò a gesticolare. «Ehi, non è mica colpa mia, sono nato così».
«Sei nato così e stai peggiorando con gli anni». Lo prese in giro il francese. «Ma non preoccuparti, ti vogliamo bene ugualmente». Gli diede una pacca sulla spalla per confortarlo, ironicamente. Io lo appoggiai.
«Ragazzi...». Mi alzai e loro mi seguirono, in un gesto automatico. «Io devo tornare nel mio box. Franz voleva che io e la mia PR parlassimo prima della seconda sessione di prove libere. Sapete, non vorrei essere licenziato». Charles ridacchiò.
«Franz non mi ha mandato via per i ritardi, dubito lo faccia con te solamente perché non gli hai obbedito una volta». Fece spallucce Pierre.
«Be’, ho anche fatto ritardo stamattina. Di pochi minuti, ma pur sempre ritardo».I due si guardarono in faccia, alzando un sopracciglio.
«Amico, non sai cosa significa essere in ritardo». Disse Charles, circondandomi le spalle con il braccio. Quando farai ore di ritardo, capirai».
«Sapete che non accadrà mai, vero? Ci tengo al mio lavoro».
Incrociai le braccia.
«Anche noi, ma capiterà quel giorno che non avrai proprio voglia di venire. Solo allora potrai far parte del nostro gruppo di amicizie». Continuò il monegasco ed io lo guardai confusa, ma lui sorrise. «Va bene, per te faremo un'eccezione. Non è vero, Pierre?». Quest'ultimo, distratto dal cellulare, che aveva preso poco tempo prima, annuì. Ad un tratto dal mio cellulare provenne un suono ed il francese alzò il capo, fissando i suoi occhi nei miei. Frugai nella tasca per afferrarlo e subito mi resi conto di aver portato con me il cellulare sbagliato. Non era quello di Theo, ma quello di Ann, ossia il mio.
«Non controlli?». Domandò Charles ed io scossi la testa.
«No, non è sicuramente importante». Fissai lo sguardo sulla porta. «Ora devo andare, ci vediamo in giro». Corsi fuori il prima possibile e camminai con passo veloce fino al box della Toro Rosso. Mi sentivo stupida, erano errori che non potevo permettermi, altrimenti sarebbe saltata la mia copertura. Ero convinta che Pierre avesse inviato qualche richiesta di amicizia o messaggio, perché la sua espressione era troppo confusa e sorpresa per non essere così. Decisi, allora, di controllare, prima di dover andare a parlare con Amélie. Lessi sullo schermo “@pierregasly ha iniziato a seguirti” e “@pierregasly ti ha inviato un messaggio”. Avrei voluto leggerlo e rispondergli, ma il lavoro chiamava e la mia addetta stampa mi stava cercando ovunque.
«Theodor!». La sentii urlare per il box ed alzai una mano per farmi vedere. «Oh, finalmente ti ho trovato. Dov'eri?». Domandò lei.
«Ero fuori con degli amici». Feci spallucce.
«C'era anche il ragazzo di prima?». I suoi occhi si illuminarono ed i miei rotearono.
«Sì». Risposi secca. «Ma è già impegnato». Mentii, sorridendo maliziosa, con il solo intento di vedere la sua espressione mutare in delusa. A volte sapevo essere sadica.
«Ah». Spostò lo sguardo verso un altro punto ed io esultai interiormente. «Devi scendere in pista per le seconde prove libere». La ringraziai.
«Perdonami, avremmo dovuto parlare prima dell'inizio della sessione, ma credo dovremmo farlo dopo». Annuì, si allontanò ed io scossi la testa. Possibile che i casi umani capitassero solo ed unicamente a me? Infilai la tuta e mi avviai verso la mia monoposto. Stephan, che si trovava già lì, mi passò il casco e mi diede le solite raccomandazioni. Entrai nella vettura e, al segnale del mio ingegnere, scesi in pista per iniziare il mio lavoro pomeridiano. Out lap e poi feci partire il mio giro e segnai il primo tempo. 1:31.173 e tredicesima. Non era eccezionale, ma era pur sempre qualcosa. Cercai di capire quali altri problemi potesse avere la mia monoposto e poi rientrai nei box, anche per evitare il traffico che si andava formando. Dopo pochi istanti fui la prima a scendere, volevo rilanciarmi e cercare di migliorarmi. 1:30.458. Appena dietro al mio compagno di scuderia, eravamo ottavi e noni. Persi ben presto la mia posizione, senza dubbio buona, scendendo nuovamente in tredicesima, di poco dietro a Pierre. Facemmo le prove di partenza e simulazione di qualifica, portando a termine l'ultima sessione della giornata. Tutto sommato potevo dirmi soddisfatta del mio lavoro. Ero ancora dietro al mio compagno di scuderia, che sembrava avere un passo migliore rispetto al mio, ma stavo trovando il feeling che mancava con la mia monoposto. Ero convinta che sarei riuscita a portare a termine gli obiettivi che mi ero proposta. Era solo una questione di tempo. Il punto era che non amavo aspettare, ero sempre stata un tipo frettoloso e, in un certo senso, anche precoce, quindi la pazienza non era il mio forte. Al tempo stesso, sapevo che in quel momento della mia vita avrei dovuto averla. Ero a conoscenza della mia bravura, dovevo solamente tirarla fuori. E chissà, forse quello stesso fine settimana sarei riuscita ad ottenere i miei primi punti, che mi avrebbero certamente rassicurata e motivata. Alla fine, però, era il mio primo anno ed avevo molto da imparare. Si sa, in Formula 1 non conta unicamente il talento del pilota, ma anche la monoposto che si guida e l'esperienza. Ed io ne avevo ben poca. Tolsi il casco e la balaclava e li passai al mio preparatore atletico.
«Come va?». Mi domandò Stephan, dopo avermi affiancata.
«Ti riferisci alla vettura o al mio stato d'animo?». Sfilai la tuta, rimanendo in maglietta termica. Mi sorrise e, dopo avermi dato la mia borraccia, mi rispose.
«Entrambi». Bevvi e subito dopo iniziai ad incamminarmi verso il salottino, dove avevo posato la busta con il mio cambio.
« La monoposto risponde meglio ai miei comandi, mi sento abbastanza soddisfatta. Sono carica, penso che farò bene questo fine settimana, ma non voglio sperarci troppo. Non voglio farmi demoralizzare troppo dalla prima gara». Annuì e ci avviammo verso il mio motorhome. Ad un tratto la voce della mia PR giunse alle mie orecchie. “Magnifico, proprio ciò di cui avevo bisogno!”, pensai.
«Theo hai le interviste». Mi informò lei.
«Va bene, sto andando a cambiarmi. Torno subito». Sorrisi falsamente e continuai per la mia strada, seguita da Stephan.
«Non ti sta simpatica, vero?». Lo guardai.
«Per nulla».
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