Chapitre 10
«Diamine, questo hotel è enorme!». Esclamò Julie meravigliata ed io le sorrisi. Afferrai le mie valigie e le feci cenno di seguirmi all'interno. Stephan, come sempre, era al mio fianco. Quando entrammo, vidi un gruppo di piloti voltarsi verso di noi. «Incredibile, neanche con il re Carlo XVI si girano in così tanti». Continuò lei, facendomi scoppiare a ridere.
«Il nostro re non lo considera nessuno». Mi avvicinai ai ragazzi. Vi erano Max, Charles e Pierre. «Sono talmente importante che mi stavate aspettando?». Li presi in giro.
«Ma certo, stavamo vedendo sul cellulare di Charles quale tappeto stenderti fino alla tua camera». Stette al gioco il pilota olandese.
«Il tappeto rosso va più che bene». Gli feci un occhiolino. «Comunque ragazzi, lei è Julie, la mia migliore amica. E loro già sai chi sono». Tutti le porsero la mano per presentarsi. Rimase ad osservare incantata Max e lui sembrava interessato allo stesso modo.
«Volete venire stasera nella mia stanza a fare un'altra sfida a FIFA?». Propose Charles, facendoci tutti ritornare alla realtà.
«Considerando come è andata l'ultima volta, direi proprio di sì». Sorrisi maliziosa.
«Per me è un sì». Disse Pierre.
«Anche per me». Continuò Max.
«Io non mi tiro mai indietro quando c'è di mezzo la Playstation». Fece spallucce Julie. Ed era vero. Era appassionata di tutti i videogiochi ed era imbattibile. Avevo giocato molto spesso contro di lei, ma non ero mai riuscita a vincere. Iniziai a ridacchiare, pensando alla faccia che avrebbero fatto vedendola giocare.
«Fantastico! Allora andate a sistemarvi e poi venite nella stanza 167». Io e Julie salutammo i ragazzi e ci avviamo verso le nostre camere. Prendemmo l'ascensore e la mia migliore amica proferì parola.
«Qual è il tuo piano?». Non capii. «Come farai ad uscire con me normalmente?».
«Ho già programmato tutto. Dirò che a causa del lavoro sono partita tardi e che tu mi ospiterai». Alzò un sopracciglio.
«E se qualcuno volesse entrare per parlarti?».
«Le nostre camere sono comunicanti, basterà chiamarmi ed io accorrerò».
«Sei furba». Le sorrisi.
«Molto più di quanto pensi». Le porte dell'ascensore si aprirono e ci ritrovammo sul nostro pianerottolo. Entrammo nelle nostre rispettive camere e, dopo aver posato le valigie ed aver indossato qualcosa di più comodo e di più fresco, ci avviammo verso la stanza riferitaci da Charles.
«Vedo che la tua passione per le tute oversize non è mai finita». Feci spallucce.
«Non che possa mettere minigonne e tacchi a spillo». Risi, bussando alla porta del monegasco. Ben presto venne ad aprirci, facendoci accomodare. Vidi Pierre e Max già seduti sul divano che si stavano sfidando.
«Questa volta dovremmo scegliere una squadra di calcio di una competizione europea». Annuimmo.
«Quindi Max giocherà con il PSV, Pierre con il PSG e tu con il Monaco?». Domandai. I due seduti sul divano risposero con "Sì".
«Io gioco con il Goteborg». Riferì la mia migliore amica.
«Non avevo dubbi». Scossi le spalle. «Lo scegli sempre». Mi sorrise.
«Lo tifo». Annuii.
«Tu chi scegli?». Mi chiese Charles.
«Malmö, sicuro». Rispose Julie al mio posto. «Il suo idolo giocava in quella squadra quando lei era appena nata».
«Chi è?». Chiese Pierre, ma Max mi precedette.
«Zlatan, incompetente». Lo rimproverò. Ridacchiai. «Ed ha anche giocato nel Paris!». Scosse la testa sconsolato.
«Sì, diciamo che è anche per lui. Rimane comunque la squadra della mia città, mio fratello è da sempre tifoso del Malmö e mi ha trasmesso questa passione». Sorrisi.
«Tuo fratello come si chiama?». Domandò ancora Charles.
«Karl». Continuai. «Karl Karlsson, sembra quasi una presa in giro». Risi.
«Diamine, i tuoi genitori devono avere proprio una grande immaginazione». L'intento di Charles era sicuramente quello di scherzare, ma a me non faceva affatto ridere. E Julie lo capì, perché prontamente mi strinse a sé, generando unicamente sguardi confusi da parte del monegasco. Sebbene cercassi di essere sempre sicura di me ed indifferente ai miei sentimenti, quando erano citati i miei genitori diventavo automaticamente malinconica. Nonostante fossero trascorsi diversi anni dal giorno della loro morte, non riuscivo ancora a parlare di loro senza scoppiare a piangere. Ed era per quel motivo che non ne parlavo mai. «Credo di aver detto qualcosa di sbagliato. Scusami Theo, non ne avevo intenzione». Max e Pierre bloccarono il gioco e si voltarono a guardarci, preoccupati.
«Fa nulla, davvero». Dissi, per poi scuotere la testa e cercare di riprendere la mia compostezza. Feci un cenno ai ragazzi, affinché riprendessero a giocare. Charles non parlò più, forse dispiaciuto di avermi fatto rattristare. Gli poggiai una mano sulla spalla e gli sorrisi rassicurante, perché non si sentisse più in colpa. Ricambiò il gesto.
«Non è possibile, ho perso, ancora una volta! E contro di lui, poi!». Disse Max, indicando Pierre, che scoppiò a ridere.
«Chi vuole essere battuto, ora?». Si pavoneggiò, attendendo che qualcuno di noi si facesse avanti. Charles alzò la mano ed andò a sedersi al suo fianco. Li osservai attentamente, facendo ricadere più di una volta lo sguardo sul francese, che aveva il viso contratto e gli occhi fissi sullo schermo. Mi scappò un sorriso, che Max, per mia fortuna, non notò, a differenza della mia migliore amica. Si avvicinò, infatti, al mio orecchio.
«Beccata». Sussurrò, facendomi trasalire.
«Non è vero, non mi piace». Mi difesi, sempre sussurrando.
«Vedremo». Si allontanò da me e tornò a guardare i due ragazzi. Sospirai e la imitai.
«Secondo me sta barando». Bofonchiò Max, dopo aver visto anche Charles perdere contro Pierre.
«O forse è semplicemente più bravo di voi». Feci spallucce ed il francese, che mi aveva sentito, mi sorrise.
«Tocca a me!». Urlò Julie e fui costretta a coprirmi le orecchie.
«Diamine Julie, te l'ho detto tantissime volte!». Ridacchiò.
«Scusami amore mio». Mi prese in giro ed io ruotai gli occhi, sorridendo. Andò a sedersi accanto a Pierre e dopo avergli rivolto un sorriso di sfida, iniziarono a giocare. La mia migliore amica era indubbiamente brava, ma il francese sembrava essere migliorato molto dall'ultima volta in cui ci eravamo scontrati. Prevedeva qualsiasi passaggio avrebbe fatto Julie. Iniziai ad osservarlo e capii facilmente che stava giocando di difesa e non di attacco, a differenza della ragazza. Aveva studiato le mie mosse, che erano le stesse della mia migliore amica. Per poter vincere contro di lui, avrei dovuto usare la sua tecnica.
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