People help the people
Una delle case vicine alla mia appartiene a un signore anziano e molto gentile. Poiché da piccola lui mi beccava sempre a bighellonare nel suo giardino, per evitare che mi bagnassi, o che prendessi freddo, fece costruire una piccola dependance, e mi diede le chiavi. Mi disse che li potevo entrare quando volevo, che quella piccola casetta era mia. Passai interi pomeriggi la dentro.
È lì che mi sto dirigendo. Entro, prendo qualche coperta e mi raggomitolo sul letto. Questa sera non tornerò a casa. Magari non ci tornerò mai. Aspetto che arrivino le lacrime. Niente, i miei occhi rimangono asciutti. Ho voglia di andarmene, scappare per non voltarmi più indietro. Magari vivere fantastiche avventure, lontana da questo mondo che continua a ferirmi. Sento che fuori inizia a piovere. Esco, e inizio a camminare sotto la pioggia battente. Le mie lacrime si confondono con le gocce di pioggia che si susseguono veloci. Voglio andarmene. Inizio a correre a perdifiato, senza una meta, senza volermi fermare. Sento il mio cuore a pezzi battere contro un petto che non voglio mi appartenga. Perché? Perché tutto questo è toccato a me?
Il mio passo rallenta, ma la pioggia continua a scendere. È strano, questa sera non ci sono macchine per la strada, e anche le stelle sono scomparse. Hanno smesso anche loro di credere che possa migliorare qualcosa, in qualche modo?
Mi accovaccio in un angolo di una strada sconosciuta, singhiozzando. E tremo. E ho paura. Passa una macchina, e sento i freni in azione. Non alzo neanche lo sguardo, non mi interessa scoprire chi è. Poi sento delle braccia forti stringermi, braccia che nella mia vita ho conosciuto una sola volta. Alzo lo sguardo e i suoi occhi sono li, forti. E questa volta non tremano.
<< Passerà tutto, te lo prometto.>>.
La sua voce è calda, sa di casa.
Non cercherà le mie labbra, non proverà a fare niente con me.
Stiamo tutta la notte nello stesso punto, sotto la pioggia, io con la testa su quel petto che solo poche ore prima avevo ammirato mentre era sopra di me, lui con le sue braccia strette come un rifugio intorno a me.
All’alba saliamo in macchina. Lo guardo, e mi accorgo che di questo ragazzo non so niente, se non che mi ha voluto bene dal primo istante. Questo ragazzo ha visto la parte più forte e quella più debole di me in un solo giorno. E le ha accettate, entrambe.
Mi porta a casa, e mi saluta con uno sguardo pieno di affetto e comprensione. Il suo saluto è una carezza, che scalda il cuore, che scioglie il dolore.
Lo chiamerò, e lui chiamerà me, e non faremo più l’amore. Lo sappiamo entrambi. Ma non importa a nessuno. Mi ha trovata per caso in una notte fredda di pioggia, e mi ha raccolta da terra come si fa con un cucciolo sperduto e spaventato, ha dato le prime medicazioni a un cuore infranto, e mi ha mostrato che c’è ancora qualcosa per cui vale la pena combattere.
Entro in casa e trovo i miei genitori ad aspettarmi, sul mio letto. Ma mi importa. Non li saluto neanche, prendo dei vestiti asciutti, e vado a farmi una doccia. Poi prendo la borsa ed esco di nuovo, in silenzio. E loro non si muovono da li. Mi guardano mentre mi muovo come un’ombra in una casa dove regna il silenzio più assoluto. Non ho sonno, non ho freddo, ma non sto bene. Sto per chiudere la porta quando uno “scusa” sussurrato da mio padre mi arriva flebile alle orecchie.
<< OK.>>. E chiudo la porta.
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