Kiss me
Amo camminare per le strade della città quando tutto è ancora addormentato, quando le persone stanno ancora sognando, quando il sole deve ancora spuntare, e i bar stanno aprendo. I lampioni sono ancora accesi, anche se non servono più. Amo sedermi in spiaggia e osservare il mare, calmo, silenzioso, che si tinge di azzurro e giallo, arancione e rosa. Amo guardare i delfini saltare, amo stare in silenzio, con la testa poggiata sulla spalla di Andrea, con le nostre dita intrecciate, un cappuccino posato vicino ai piedi e un cornetto in mano. La sua giacca sulle mie spalle mi fa stare al caldo, anche se è tutta la notte che siamo così. Non parliamo, stiamo vicini e basta. E il suo pollice gioca con il dorso della mia mano, disegnando piccoli cerchi, coccolandomi. Sto bene perché lui è qui affianco a me. E quando il sole sorge lui alza la testa e si gira verso di me. Sorride impacciato, e penso voglia baciarmi. Ma non lo fa. Mi sfiora la testa con le labbra e mi stringe la mano.
Andrea, ma perché, perché non mi baci? Lo vogliamo tutti e due, lo sai. Però non mi bacerai più, vero? Ci innamoreremo di altri e resteremo amici, hai detto. Non vuoi rovinare quello che stiamo costruendo. Ma se tutto questo potesse solo migliorarlo? Non mi importa del futuro, voglio stare con te, qui e adesso. Lo giuro, su questo mare, su questo cielo, sulle stelle che abbiamo guardato tutta la notte.
Andrea, credo di essermi innamorata di te. Tu mi ami?
…
Guardo fuori dal finestrino della macchina di Danielle, mentre andiamo a casa sua. Fino a ché sua madre resterà con noi, non chiacchiereremo, è un patto.
Voglio imparare tutto su di lei, ma non voglio metterle fretta.
Le più importanti amicizie della mia vita sono iniziate in modi speciali, magari un po’ strani, ma assolutamente speciali. Vedi Andrea, con cui ho fatto sesso ancora prima di accorgermi di amarlo.
Con Danielle tutto è iniziato per strada. Io stavo cercando me stessa fra le panchine di un parco in centro, lei aveva il cuore spezzato e si sentiva sola. Aveva stretto al petto un plico di fogli, e le lacrime che scendevano lentamente dentro il suo cuore erano visibili attraverso quegli occhi senza espressione che portava con se. Camminava veloce, come chi vuole lasciarsi dietro un dolore troppo grande per essere sopportato. I suoi passi insicuri la facevano vacillare, e bastò solo un puntapiedi per farla cadere. La aiutai a tirarsi su, e le porsi quei fogli che si erano sparsi ovunque. Non so perché lo fece, ma mi chiese un abbraccio. Io e lei ai tempi ci conoscevamo di vista, frequentavamo la stessa scuola, magari anche gli stessi corsi al pomeriggio, e non ci eravamo mai presentate. Non so perché lo feci, ma la strinsi forte a me fino a ché ne ebbe bisogno. Zittii con lo sguardo coloro che mi chiedevano spiegazioni, non volevo farla cadere, e tanto bastava. Quello fu l’unico abbraccio che mi lasciò intendere che aveva bisogno di me. Non mi diede più un abbraccio del genere, tutti abbracci di circostanza, oppure mi abbraccia se ne ho bisogno io. A parte quella volta, non ho memoria di un abbraccio che lei mi abbia dato di sua iniziativa, per sua necessità. Ho pensato molto ai sentimenti che provai in quel preciso momento: mi sentii importante, mi sentii indispensabile. Solo Andrea è riuscito a farmi sentire così. Dopotutto, tutto quello che so su di lei l’ho scoperto tramite altre persone, o perché lei era in estrema difficoltà e aveva bisogno di confidarsi con qualcuno, e io passavo di lì in quel momento.
Sento che tutto questo è sbagliato, ma non riesco a passare le mie giornate senza che lei mi aiuti. A volte non le scrivo per rabbia, altre perché ho bisogno di stare sola, altre ancora perché provo ad ignorarla, provo a costringermi ad aspettare che sia lei a cercare me, senza che io faccia niente, perché ne ha voglia. Non ho mai resistito più di qualche ora.
Amo sentire le persone cantare. Amo sentire la loro voce cambiare per magia e iniziare a intonare qualche semplice nota. Ho sentito Danielle cantare una sola volta, e non me lo ricordo. Non me lo ricordo. Mi ricordo la canzone, mi ricordo la situazione, mi ricordo le sue labbra muoversi e la mia sorpresa nel sentire la bellezza di quella voce, ma non riesco a ricordarmi la sua voce. È come un vuoto, un vuoto causato da un pugnale molto affilato, che mi fa a brandelli l’anima. Vorrei sentirla cantare di nuovo, ricordarla, imprimere nella mia anima il suono della sua voce. Quelle poche parole sono state un dono involontario che lei mi ha fatto. Non potevo crederci, glielo avevo chiesto così tante volte. E ora non me lo ricordo.
Quando siamo in camera sua, le racconto la mia storia con Andrea. Sa tutto di quella me che è nata quando ci siamo conosciute e qualcosa di quella che esisteva prima che mi conoscesse. Le racconto della nostra nottata in spiaggia, di come i miei si fidino a lasciarmi sola con lui. Di come io abbia ricominciato a fidarmi delle stelle. E le ore passano, anche se i momenti di silenzio sono tanti, anche se parliamo poco. Ma con lei sto bene anche in silenzio. Non le ho mai chiesto se per lei è lo stesso. Spero di sì, perché vorrebbe dire che sta bene con me in ogni momento. Mi basterebbe sapere quello.
…
<< Dani?>>
<< Si?>>
<< Come fai a credere ancora nelle favole?>>
<< Tu non ci credi più?>>. Distolgo lo sguardo dal panorama che si vede dalla sua finestra, la guardo negli occhi, e scuoto la testa.
<< Perché io ho ancora speranza di vivere quella fiaba che tutte le bambine vorrebbero vivere. In fondo, dentro di me sento di avere ancora dieci anni, e vorrei diventare una principessa, e amare un principe che arriva su un cavallo bianco, e mi porta in salvo da tutti i miei guai.>>
<< E se questo non si avverasse?>>
<< Ci penserò quando succederà.>>
<< E se questo si avverasse?>>
<< Beh, arriverebbe la parte migliore.>>
<< Cioè?>>
<< Cercherei un altro sogno da realizzare.>>
Mi giro e la guardo quasi con scherno.
<< Evita di rubare le battute ai cartoni della Disney.>>
Lei sorride, poi si alza e si mette a guardare insieme a me la città che abbiamo davanti.
<< Usciamo?>>
Annuisco.
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