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12

Lunedì rimase a casa. Non se la sentiva di andare in spiaggia, non voleva vedere nessuno. Domenica sera era riuscita ad addormentarsi solo alle 23.30, cioè tre ore dopo che era andata a letto, per poi svegliarsi alle 3.15 e riprendere sonno solo verso le 5.15. Così si era addormentata senza accorgersene seduta, con una gamba a penzoloni, sul ramo di un ulivo.
Martedì prese un po' più di coraggio e decise di spingersi fino a Capo Pino. Dopo aver chiuso il cancello e aver attraversato l'Aurelia, si rese conto che avrebbe percorso la stessa strada di quella serata... Quanti giorni erano passati? Tre. Non si era portata l'mp3. Non si era portata niente. Era lì, una ragazza di sedici anni con shorts di jeans, un maglietta bianca con la scritta "DO NOT DISTURB" che rappresentava perfettamente il suo stato d'animo, le sue vecchie Superga bianche e un bikini a strisce bianche, azzurre e verde acqua. Guardò il cancello da cui era uscita: si intravedeva una scala. La scala che l'avrebbe riportata a casa. Vide gli alberi che le avevano sempre fatto compagnia. Poi si girò verso il mare e si decise a percorrere lo stretto marciapiede fino in fondo. Cercò di seguire con lo sguardo quella distesa tranquilla dipinta di un colore indescrivibile: azzurro, blu, verde, viola, nero le componenti. Una casa, poi un'altra e un'altra ancora, poi alberi e reti. Non riusciva più a tenere gli occhi fissi sulle onde. Per distrarsi fece allora un gioco di quando era piccola. Macchina. Rossa. GE. Moto. Nera. GE. Moto. Blu. GE. Auto. Bianca. MI. Già, era il 23 agosto, ma c'erano ancora molti turisti.
Finalmente arrivò alla scala che portava alla spiaggetta.Cominciò a correre. Aveva paura di incontrare qualcuno: era troppo vicina al paese. Si fermò con un accenno di fiatone solo quando ebbe raggiunto gli scogli all'ombra del grosso pino.
Faceva caldo. Il sole era nel punto più alto del cielo. Diede una rapida occchiata: nessuno. Si appoggiò una mano sul cuore. Batteva veloce. Si tolse le scarpe e cominciò a muoversi con destrezza sui blocchi di pietra scaldati dal sole. Le piaceva quella sensazione sui piedi nudi. Si sdraiò a pancia in giù e si affacciò sull'acqua cristallina. Strappò alcune foglie a una pianta lì vicino e le lanciò una alla volta nell'acqua. Le osservò mentre volteggiavano con grazia per aria prima di atterrare. Alcune affondavano, altre galleggiavano e somigliavano a piccole barchette alla deriva che, piano piano, formavano una flotta spinta dalla corrente. Luce si sentì come quelle foglie: fragile, alla deriva, sempre sul punto di affondare. Si ricordò di una volta che era andata a Portovenere. Era piccola, non aveva più di otto anni. Sulla spiaggia aveva trovato delle strane conchiglie, lunghe e nere. Le avevano spiegato che erano cozze e che venivano coltivate a pochi metri dalla costa. Allora lei si era inventata un gioco per passare il tempo dopo pranzo, quando non poteva fare il bagno. Ne aveva raccolte un po', poi era entrata nell'acqua fino alle ginocchia e le aveva fatte galleggiare. La maggior parte affondava, ma lei non si arrendeva e tornava sulla spiggia a raccoglierne altre.
Sorrise a quel ricordo e fece volteggiare un'altra foglia. Spinta dalla corrente si infilò in un pertugio tra due massi. Sbatteva continuamente contro la roccia, come se stesse cercando disperatamente di uscire da lì. La mente le volò alla prima volta che aveva visto un lago. Era in terza elementare ed era andata in gita scolastica sul Lago Maggiore. Non si ricordava più cosa dovevano visitare. L'unica immagine era di quando erano scesi dal pullman e la maestra aveva detto:
- Ecco, bambini, questo è il lago!
Alcuni suoi compagni avevano fatto dei commenti sul fatto che fosse chiuso, piccolo. Lei non era riuscita. Si era guardata intorno. Aveva sentito il respiro che le si fermava. Spaventata era scoppiata in lacrime e aveva chiamato flebilmente la maestra. Era talmente bianca che sembrava stesse per svenire. Quando l'insegnante cercò di calmarla, lei le disse che si sentiva soffocare. Ricordò che il giorno dopo i suoi genitori l'avevano portato dal medico.
- E' una specie di claustrofobia: è così abituata al mare di cui non si vedono i confini, che quando ha visto il lago che è chiuso ha avuto la stessa reazione di un claustrofobico in ascensore. Anche il senso di nausea è da ricondursi all'attacco di panico da claustrofobia.
Da quel giorno non era più stata al mare e si domandò come avrebbe reagito trovandosi di nuovo di fronte a quel bacino chiuso. Rabbrividì al pensiero e lasciò vagare lo sguardo verso l'infinito.
Quasi senza accorgersene lasciò cadere un'altra foglia, ma un'onda la travolse e le ricordò quando si era trovata in barca con i suoi genitori ed era salito un gran vento. Mentre Miriam pregava e Alessandro imprecava, lei leggeva tranquilla sul fondo della barca, incurante dei colpi e degli schizzi. E quando, dopo aver fatto una doccia calda ed essersi messa vestiti asciutti, camminava a piedi nudi sul chiaro parquet della sua vecchia camera, non si era sentita più al sicuro di allora. Diversa invece la volta in cui si era trovata al largo di Sori su un Laser Bahia, una barchetta a vela per quattro persone, insieme a Stefano, Deborah e Lorenzo. Era venuto un forte vento di terra e avevano ridotto al minimo le vele, ma la riva era lontana e il vento era contrario. C'erano volute un'ora e tutta la buona volontà e il sangue freddo dei quattro ragazzi che, diretti da Renzo, erano faticosamente riusciti ad arrivare in prossimità della spiaggia. Allora, su quel guscio di noce, in balia delle onde, allora sì, Luce aveva avuto paura. Tutti erano spaventati, anche se cercavano di non darlo a vedere, ma a lei non era mai successo. Era inverno e tutti sapevano che, nonostante i giubbotti salvagente e le mute, non ci sarebbero state molte speranze per chi fosse caduto in mare: l'acqua era fredda, le onde alte, la corrente contraria e la manovrabilità della barca quasi nulla. Però ce l'avevano fatta. La barca non aveva scuffiato e li aveva portati tutti fino alla terraferma. Il mare li aveva risparmiati.
Luce sentì delle voci che scendevano verso la spiaggetta. Si ridestò in fretta dalle sue fantasie e si diresse a passi rapidi a uno scoglio, dietro al quale non l'avrebbero vista. Ma le voci si allontanarono e capì che si erano fermate in una della case che avevano il cancello sulla stradina che scendeva. Si rinfilò le scarpe e decise che per lei era ora di tornare a casa.

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