Capitolo 4: Frustrated.
«Ti è piaciuto?»
Se qualcuno le avesse chiesto, in quell'istante, quale fosse la cosa che detestava di più nell'intero universo, Y/N avrebbe risposto con assoluta certezza che fosse quella domanda.
Se l'era domandato spesso come diavolo venisse in mente, talvolta, all'essere maschile di chiedere una cosa del genere: secondo il loro sottosviluppato cervello quale doveva essere la risposta, se non uno svogliatissimo "sì"?
Quale poteva essere l'alternativa, altrimenti? Un sincero "no"? Così poi da dover spiegare anche le innumerevoli motivazioni che potevano esserci dietro?
Non aveva senso o, in ogni caso, non aveva voglia di intraprendere un'inutile discussione: la cosa migliore era mentire, sempre e in qualsiasi occasione.
Se la domanda veniva fatta dopo un rapporto imprevisto e con uno sconosciuto, cosa che non le era mai successa ma su cui aveva ipotizzato la possibile via di fuga, il "sì" sarebbe bastato per mettere a tacere l'altro e svignarsela con la consapevolezza di essersi trattata della prima e ultima volta.
A quale scopo abbassare l'autostima di un individuo di cui si conosce, e si conoscerà, poco o niente?
Con una semplice affermazione positiva il fortunato avrebbe continuato ad avere il suo orgoglio di uomo e lei non sarebbe stata tediata con altre domande scomode e senza senso.
Se, invece, il quesito veniva posto dal proprio ragazzo, come sfortunatamente era il suo caso, la questione si faceva un po' più complicata: avrebbe potuto dire ad Atsumu che se gli fosse davvero interessato se ne sarebbe accorto ma, conoscendolo, lui avrebbe replicato che non era sicuramente colpa sua.
Oppure avrebbe potuto confessare di non essere neanche arrivata all'orgasmo e sopportare che lui si cimentasse nell'impresa per una decina di minuti, prima di tormentarla a tal punto da farle male.
Un film già visto.
«Come sempre.»
Così si era limitata all'ennesima menzogna della giornata, accarezzando la chioma bionda appoggiata sul suo petto nudo.
Non era la prima volta che succedeva e, anche se sperava fermamente nel contrario, Y/N sapeva che non sarebbe stata l'ultima.
Alla fine Atsumu poteva anche avere la sua ragione: non era tutta colpa sua.
Il suo adorato fidanzato era un amante passionale, ci metteva tutto sé stesso e, in passato, il sesso con lui era stato a dir poco magnifico.
Beh, non che lo avesse mai fatto con qualcun altro: lui era stato il primo e l'unico.
L'aveva sempre trattata con riguardo e rispetto, la sua principessina: le aveva insegnato a conoscersi e conoscere il sesso, le aveva dato una prima volta meno orrenda di quel che si era aspettata, senza dubbio migliore di alcune prime volte di cui aveva sentito parlare; le aveva fatto scoprire che il suo corpo era bello così com'era e non doveva vergognarsene.
E alla fine le diceva sempre di amarla.
Tutto questo prima di essere lasciata, poi, anche dopo essere tornati insieme, le cose erano cambiate.
O forse era solo lei ad essere cambiata.
Atsumu le diceva ancora qualche ti amo sporadico e lei, da brava ragazza, rispondeva di amarlo allo stesso modo, se non più di prima.
Quando lui non la guardava, solo allora si concedeva di alzare gli occhi al cielo o sospirare: si erano amati davvero un tempo, lei era seriamente stata innamorata di lui e aveva sognato che fosse uno di quei rarissimi amori che iniziano durante l'adolescenza e durano per tutta la vita.
Ma adesso la fiducia era scomparsa, non l'aveva mai perdonato per averla lasciata, per averla fatta piangere, soffrire, supplicare, non gli aveva più creduto quando professava di amarla, quando le prometteva che lei era l'unica donna della sua vita: Y/N, adesso, dubitava di qualsiasi cosa.
E come avrebbe potuto essere serena la loro vita sessuale, visto il palcoscenico che avevano alle spalle?
No, non era colpa di Atsumu se non riusciva ad sentirsi appagata: la colpa era solo di sé stessa.
Dopo un sonoro e assonnato sbadiglio, il pallavolista si alzò di scatto dal letto, ridestandola da quei brutti pensieri: lo guardò allontanarsi verso la sedia della scrivania mentre stiracchiava le braccia verso il soffitto.
Atsumu aveva le spalle larghe e muscolose tipiche di chi pratica lo sport in cui eccelleva, era alto, naturalmente, e ben proporzionato: lo aveva sempre trovato bello come un dio greco.
Y/N sorrise, un sorriso misto tra malinconia e speranza: se lo trovava ancora attraente fisicamente, le cose si sarebbero potute aggiustare e tutto sarebbe tornato come prima.
Era praticamente già a metà dell'opera.
Decise, inconsciamente, che fosse meglio sorvolare sul fatto che fossero mesi che si raccontava quell'illusione, la favola che sarebbe tornata tale, quando era destinata, ormai, a una conclusione tutt'altro da lieto fine.
«Y/N?»
Il suo ragazzo la guardava con un sopracciglio alzato, tenendo nella mano sinistra una camicia bianca e nella destra...il suo telefono.
Per poco non le venne un infarto: che diavolo ci faceva con il suo telefono in mano? Da quanto lo aveva preso? Si maledisse in tutte le lingue che conosceva: se non fosse stata così distratta, come al solito, da perdersi tra i suoi stessi dubbi e brutti presagi, probabilmente avrebbe evitato il disastro imminente: era fatta, Atsumu aveva sicuramente scoperto tutto quello che era successo tra lei e-
«Hai sentito quello che ti ho detto?»
L'espressione confusa del biondo era diventata ancora più marcata: lei non poteva certo vedersi, ma i suoi occhi si erano spalancati come facevano sempre quando aveva paura di qualcosa, mentre le sue dita erano scosse da un leggerissimo tremolio.
E questo, a lui, non era sfuggito.
«Eh? No, scusami.»
Le parole le erano uscite senza neanche che se ne accorgesse, tanto era impegnata a costruire un discorso che reggesse le sue colpe: alla fine, pensò, con quell'idiota non era successo niente, si erano solamente scambiati i numeri di telefono e, a meno che lui non le avesse scritto qualcosa di altamente stupido e compromettente in quel momento, era certa di aver cancellato tutti i messaggi che si erano scritti.
Alla fine, tra l'altro, non sapeva neanche perché li aveva eliminati: avrebbe potuto lasciare intatta la conversazione, dato che consisteva in un normalissimo scambio di domande, opinioni e gusti.
A proposito di quella chiacchierata, Y/N aveva piacevolmente scoperto che lei e Kuroo Tetsurō avevano un sacco di cose in comune, tante quasi quanto quelle che li ponevano agli estremi opposti.
Avevano gli stessi gusti in fatto di musica, di film e serie tv, persino i loro personaggi preferiti erano i soliti; a lui piacevano le moto, lei si sentiva più sicura in macchina, il corvino amava l'inverno, lei riprendeva vita in estate.
In un solo pomeriggio a scambiarsi messaggi aveva capito che, forse, lo aveva giudicato male e che, magari, avrebbe potuto-
Cazzo: no, no e no!
Lui era sbagliato, sbagliato e basta.
«Ti è arrivato un messaggio.»
Atsumu le aveva avvicinato il cellulare ad un palmo dal naso: sul display brillava la notifica di un nuovo messaggio, ma lo schermo non era ancora stato sbloccato.
Conosceva la sua password e avrebbe potuto leggerlo lui stesso ma, all'inizio della loro relazione, avevano pattuito che non avrebbero mai invaso la privacy l'uno dell'altra: sarebbe stata solo una mancanza di rispetto e fiducia.
E poi, semmai, sarebbe dovuta essere lei quella sospettosa e malfidata, visti i trascorsi.
Y/N prese il telefono tra le mani cercando di controllare le sue emozioni, che rischiavano di tradirla: Atsumu Miya non era solamente un'eccellente giocatore di pallavolo senza un minimo di cervello, anzi, di intelligenza ne aveva molta più di lei.
Digitò la password con calma, sperando che, nel frattempo, lui si allontanasse o si distraesse per infilarsi quella dannata camicia, ma quando vide il mittente non poté in alcun modo impedirsi di tirare un grande sospiro di sollievo.
Kodzuken
Sei online?
Sabato, 18.32
Atsumu, il giorno prima, l'aveva sorpresa.
Come tutti i venerdì in cui sapeva di non poter vedere il suo ragazzo, per un motivo o per un altro, Y/N era seduta sul divano a guardare uno dei suoi film preferiti.
Nella mano destra aveva il telefono e stava componendo un messaggio da inoltrare a quel corvino che le aveva già destabilizzato l'intera mattina e pomeriggio, e aspettava solamente che fosse pronta la cena per mangiare e, in seguito, rifugiarsi a letto in compagnia di un buon libro.
O di un'altra chiacchierata con Kuroo Tetsurō, insomma: ma questo era solo un sussurro in un antro lontano dei suoi pensieri.
La serata si prospettava come una delle migliori degli ultimi tempi: le piaceva uscire, ma ogni tanto passare in tranquillità il venerdì sera era un vero e proprio toccasana.
Rise di fronte allo schermo del cellulare leggendo un'altra battuta sarcastica del moro e, proprio mentre stava per rispondergli, sentì suonare il citofono.
Certo era che quando aprì la porta, l'ultima persona che si aspettava di trovare davanti ai suoi occhi era Atsumu Miya: si era completamente dimenticata che quel weekend sarebbe tornato da Osaka.
Era mai successo, prima d'ora, che si scordasse del suo ragazzo?
Presa dall'angoscia e dal senso di colpa, Y/N non aveva nemmeno pensato di avvisare Kenma: erano rimasti d'accordo per passare il sabato sera a giocare insieme ad uno dei tanti giochi per cui condividevano la passione, per questo il suo migliore amico le aveva scritto un messaggio.
Sicuramente, se avesse saputo che si trovava con Atsumu, non lo avrebbe fatto: quei due si odiavano.
«Che succede?»
Il biondo alzatore era intento ad allacciarsi i polsini della camicia e, con grande nonchalance, aveva lasciato aperti quelli sul busto, mettendo in risalto gli addominali scolpiti: poteva fingere tutta la tranquillità che voleva, ma Y/N sapeva perfettamente che la stava studiando.
Era un calcolatore freddo e razionale, Y/N era certa che si fosse acceso un campanello d'allarme in quella testolina egocentrica: doveva stare più attenta a mostrare le sue emozioni.
«Kenma, voleva-»
Tentò di ricomporsi quanto più possibile: il solo pensiero che fosse stato Kuroo a scriverle era bastato a mandarla totalmente fuori controllo.
Per fortuna bastò nominare il suo migliore amico, affinché Atsumu distendesse i suoi nervi e i suoi sospetti.
«Che cosa? Chiederti di passare un'altra mirabolante serata a giocare insieme come dei ragazzini di tredici anni?»
La sua espressione era diametralmente cambiata: se prima i suoi occhi avevano una luce sinistra e indagatoria, adesso erano maliziosi e divertiti.
Lui non aveva mai capito la loro amicizia, né l'aveva incoraggiata: considerava Kenma un bambino troppo cresciuto, infantile, asociale e, il suo aggettivo preferito, un vero e proprio nerd emarginato da tutti.
Le aveva tentate di tutte per far sì che si piacessero, ma Y/N aveva fallito ogni volta: per Kenma, Atsumu era un pallone gonfiato con cui non avrebbe voluto condividere neanche una mole d'ossigeno; per il suo ragazzo, l'altro era talmente insignificante da non valere la pena di essere considerato.
Però, al contrario suo, Kenma era abbastanza rispettoso da limitare il più possibile i commenti su Atsumu: sapeva che le avrebbe dato fastidio.
«Finiscila, è il mio migliore amico: odio quando fai così.»
Come volevasi dimostrare, Y/N aveva assottigliato gli occhi fulminando il suo ragazzo, che se la rideva beatamente davanti a lei, come al solito.
Più lo guardava sghignazzare come un idiota, più le veniva voglia di urlargli contro, di ricordargli quali erano i suoi, di amici, di fargli notare come solo due sere prima era in compagnia di quella strega di Hana Misaki, quando gli aveva espressamente chiesto di evitarla.
Raccolse i suoi vestiti da terra, il suo telefono, e si affrettò ad alzarsi per raggiungere il bagno, prima di innescare una delle loro solite litigate.
«E lo sai.»
Quando gli passò accanto gli lanciò l'ultima occhiataccia: lui, in tutta risposta, gli sorrise maliziosamente, prima di rifilarle uno schiaffo sulle chiappe sode.
Lo aveva fatto giusto per farla incazzare ancora di più: Atsumu sapeva perfettamente anche quello, ma Y/N non aveva più la forza di litigare.
Si chiuse la porta del bagno alle spalle, sbattendola con vigore: poco importava se Osamu, dalla sua stanza adiacente, avrebbe sentito il colpo, in quel momento non poteva importargliene di meno.
Sentiva la frustrazione ribollirle nelle vene e sapeva esattamente che non si trattava solo della questione di Kenma, nonostante avesse contribuito in buona parte, ma dell'intera situazione.
In testa aveva tutte le mancanze di Atsumu, a partire dalle attenzioni inesistenti quando era lontano ad Osaka, passando per il suo menefreghismo a letto, fino ad arrivare al suo completo egoismo riguardo ciò che sapeva benissimo la facesse andare su tutte le furie.
Il punto era che non gli importava un fico secco se la sua ragazza era incazzata, triste, malinconica, sola.
Tanto l'avrebbe lasciata di nuovo entro quanto? Un mese? Forse due?
In ogni caso prima dell'estate: stava seguendo lo stesso identico copione dell'anno precedente.
E quanto ancora avrebbe potuto reggere, lei, con la costante paura di essere nuovamente abbandonata?
E poi, chissà se questa volta avrebbe voluto riprendersela a settembre.
«Dimmi che cosa vuoi.»
«Te.»
Quel flashback risalente al giorno prima la investì in pieno, facendole colorare le guance di un bel rosso purpureo.
Due occhi dorati l'avevano fissata intensamente come due fanali squarciano il buio della notte, fino a penetrarle pelle, ossa, anima.
Fino ad entrarle dentro e rimanere piantati nella sua testa: sembrava addirittura di vederli lì, adesso, nel riflesso dello specchio sopra il lavandino su cui aveva appoggiato entrambe le mani.
Dopo quella risposta non era più stata in grado di dirgli niente, neanche di arrabbiarsi o inveire contro di lui per ricordargli che fossero entrambi impegnati con un'altra persona, per sottolineare che "volerla" non era una cosa corretta da pensare, tantomeno da dire, nei confronti dei loro rispettivi partner.
Quello sguardo così deciso, sincero e sicuro di sé l'aveva scossa talmente tanto da ammutolirla: il ché, era quasi un miracolo.
Era rimasta a nuotare in quegli occhi felini cercando la menzogna, lo scherzo, l'ironia, ma non aveva trovato nient'altro che una spontanea sincerità: Kuroo Tetsurō era serio.
Tutto a un tratto si era sentita vulnerabile ed esposta di fronte a quell'estraneo per cui, all'improvviso, aveva provato uno strano interesse, il cuore aveva cominciato a batterle forte e la testa si era affollata di bizzarre fantasie.
Era stato così inaspettato che non aveva saputo reagire e allora si era infilata le cuffiette, aveva raccolto le ginocchia al petto e si era messa a pensare.
In che senso, la voleva?
Che diamine ci aveva visto in lei, se non si conoscevano neanche, se non si erano scambiati più di una trentina di parole?
Ma, soprattutto, perché sentiva quel fastidiosissimo sfarfallio nelle viscere dello stomaco da quando aveva detto quella stupidaggine?
Quando poi l'aveva sentito alzarsi dal sedile e avviarsi verso l'uscita senza neanche voltarsi a salutarla, si era ritrovata delusa e impermalosita: probabilmente, poco prima stava solo scherzando.
Ma l'aveva di nuovo sorpresa, invece, nel momento in cui, una volta sceso dal bus, l'aveva guardata dal marciapiede, le aveva fatto un mezzo sorriso e le aveva fatto l'occhiolino.
Idiota.
Era l'unica cosa che era riuscita a pensare, ma aveva sorriso anche lei.
Neanche un'ora dopo le aveva scritto un messaggio chiedendole semplicemente come avrebbe passato il pomeriggio, poi avevano iniziato a conversare su tutta una serie di argomenti futili: avevano cominciato a conoscersi.
La conversazione si era bruscamente interrotta con l'inatteso arrivo di Atsumu, che l'aveva costretta a mandargli un messaggio in fretta e furia per evitare il disastro.
Y/N
Sono con Atsumu.
Non scrivermi.
Venerdì, 19.58
Non le aveva più risposto.
Non un semplice "ok", "va bene", o una battutina del cazzo come aveva fatto per tutto il dannatissimo giorno.
Niente.
Forse era stata troppo fredda, secca e acida, ma nel panico e nella fretta di eliminare le prove si era chiusa in bagno, lasciando Atsumu all'ingresso, e aveva avuto il tempo di scrivere solo quelle cinque parole.
Prese un profondo respiro, guardò i suoi capelli scompigliati nello specchio e sbloccò di nuovo il cellulare, controllando se, per caso, si fosse persa qualche messaggio: dal giorno prima, quella era almeno la ventesima volta che ripeteva quella procedura.
La conversazione con Kuroo Tetsurō era vuota.
Ebbe l'istinto di lanciare il telefono contro il vetro dello specchio fino a frantumarlo: se non avesse significato essere perseguitata da sette anni di sfortuna, probabilmente l'avrebbe fatto e, di sicuro, si sarebbe sentita meglio.
Anzi, magari avrebbe usato uno dei frammenti rotti per rasare a zero quella testa che le aveva impegnato tutti i pensieri da più di ventiquattro ore: l'aveva già detto che lo odiava?
Si vestì velocemente, si sciacquò il volto stanco, e uscì dal bagno trovandosi davanti la faccia di Osamu, calmo come al solito.
«Tutto ok, Y/N?»
Osamu le piaceva, e tanto anche: nonostante fossero gemelli, lui e Atsumu non si somigliavano per niente dal punto di vista caratteriale.
Il biondo era una mina vagante pronta ad esplodere in qualsiasi momento, l'altro era la razionalità fatta a persona, si completavano a vicenda.
Avevano costruito un bel rapporto nel corso degli anni, se pur non esageratamente stretto, si volevano bene e, quando lei era stata lasciata, Osamu aveva più volte dimostrato di tenere a lei: si era sfogata con lui il giorno in cui era successo, si erano sentiti spesso per telefono durante l'intero periodo estivo e, di tanto in tanto, le ricordava che a perderci sarebbe stato suo fratello, non lei.
Quello che le era sempre sembrato strano era che non l'avesse mai incoraggiata ad insistere, anzi, il contrario e, inoltre, non aveva mai detto che Atsumu avesse sbagliato a lasciarla.
Osamu Miya aveva capito molto prima di loro che non erano nati per stare insieme.
Y/N annuì, sorridendogli dolcemente e aprendo la porta di camera di Atsumu: a volte aveva l'impressione che il gemello la capisse meglio del suo stesso ragazzo.
«Si può sapere perché ti sei vestito elegante?»
Il biondo era impegnato ad infilare la camicia dentro i pantaloni neri, ai piedi aveva indossato un bel paio di scarpe da sera e nell'aria si sentiva l'odore del suo profumo preferito: quello che Y/N non capiva era il motivo.
«Usciamo con Kita e Aran, non te l'ho detto?»
Sollevò la testa dalla zip dei pantaloni e la guardò come se fosse lei, l'idiota: la rabbia per la piccola discussione di prima aveva appena iniziato a dissolversi, che già la sentiva tornare con prepotenza.
«No.»
Non che non le piacessero quei due ragazzi, tutt'altro, ma avrebbe preferito restare sola con lui o, al massimo, uscire da soli.
All'inizio della loro relazione la portava sempre a cena fuori, passavano serate a guardare film abbracciati sul divano, oppure si limitavano ad una passeggiata per la città, mano nella mano.
Erano mesi che non facevano nessuna di quelle cose.
«Beh, adesso lo sai.»
Le sorrise, prima di passarle accanto e stamparle un fugace bacio sulle labbra.
Y/N roteò gli occhi al cielo, ma sorridendo anche lei: era odioso, ma sapeva farsi perdonare qualsiasi cosa, lo aveva sempre fatto.
«Oi, 'Samu! Dov'è la cintura che ti avevo prestato? Giuro che se l'hai persa ti ammazzo!»
Atsumu Miya uscì dalla sua camera spalancando la porta, urlando così tanto che l'intera città avrebbe potuto sentirlo.
Y/N sbuffò: mentre quei due inscenavano l'ennesima litigata, lei doveva scegliere che cosa mettere.
Per fortuna lasciava sempre dei cambi a casa del suo ragazzo.
☆☆☆
La serata si rivelò più che piacevole.
Atsumu era una di quelle persone che ridimensiona il suo carattere in base alla compagnia e i due amici gli facevano sempre un gran bene: le sembrava di essere tornata a un anno e mezzo prima quando tutto andava a gonfie vele, quando il suo ragazzo la trattava ancora come una principessa e la separazione dell'estate non era mai avvenuta.
Avevano riso e scherzato, avevano ricordato il periodo in cui il biondo non si era ancora trasferito ad Osaka e, alle loro partite, lei non era mai mancata.
L'aveva baciata quando le aveva rubato una fetta del dolce che aveva preso e avevano preso in giro il povero Kita che si imbarazzava sempre, di fronte alle loro effusioni amorose.
Era andato tutto per il meglio, ma naturalmente quella era solo apparenza: sotto la superficie, i problemi rimanevano tali.
Atsumu aveva appena finito il suo dolce, quando il cameriere era tornato al tavolo chiedendo se qualcuno gradisse un caffè o un ammazzacaffè.
I tre ragazzi avevano ordinato tre drink, Kita ovviamente lo aveva chiesto analcolico e lei, per ultima, aveva provato ad ordinare uno degli amari che tanto le piacevano.
«Io vorrei un ama-»
Il cameriere aveva già iniziato ad appuntarsi l'ordinazione, quando Atsumu lo interruppe.
«A posto così, grazie.»
Le aveva stretto lievemente la coscia con la mano, intimandole di non dire un'altra parola: lo faceva sempre, quando voleva zittirla.
Difficile dire chi, tra lei e il cameriere, avesse l'espressione più confusa, ma di sicuro lei aveva il volto più incazzato.
«Lasciala respirare, Atsumu.»
Ojiro Aran aveva fatto una risatina imbarazzata e nervosa, guardandola come se si volesse scusare con lei per il comportamento del suo ex compagno di squadra ed amico.
«Non è bello vedere una ragazza che beve.»
Y/N sapeva perfettamente dove voleva andare a parare: era successo, un'unica volta, che durante una festa avesse alzato un po' troppo il gomito e, testuali parole sel suo ragazzo, gli aveva fatto fare una pessima figura.
A quell'età Y/N reggeva poco l'alcol o, per meglio dire, non lo reggeva affatto: non era colpa sua se, totalmente ubriaca, aveva mostrato a tutti il suo vero carattere.
A quanto pare aveva cominciato ad essere scontrosa con chiunque le capitasse a tiro, esprimendo tutto quello che, in condizioni normali, non avrebbe avuto il coraggio di dire e, nonostante alcuni invitati avessero largamente apprezzato la sua estrema sincerità dettata dall'alcol, Atsumu l'aveva presa malissimo.
In ogni caso, quello non era un motivo valido per ammutolirla in quel modo o per decidere della sua vita: Y/N prese la sua borsa e si infilò il giacchetto.
«Dove vai?»
Il suo ragazzo, ovviamente, non perse occasione per farle saltare ancora di più i nervi: possibile che dovesse controllare ogni sua minima mossa?
«A fumare una sigaretta.»
Si alzò dalla sedia, evitando di guardarlo negli occhi: sia mai che sviluppasse tutto a un tratto qualche mistico potere speciale che potesse fulminarlo.
«Lo sai che non mi pia-»
Atsumu Miya non si arrabbiava quasi mai in pubblico, preferiva montare la rabbia fino a scoppiare quando si trovavano da soli, vomitandole addosso tutto quello che aveva dovuto sopportare.
Quella sera, era sul punto di sbottare: che lo facesse pure, lei ne aveva abbastanza.
«Fottiti, Atsumu.»
Con i capelli h/c che svolazzavano ad ogni passo, Y/N gli girò le spalle e uscì dal locale.
Kita e Aran, al tavolo, sorrisero.
Non fumava praticamente mai, di solito: non era un vizio, né un capriccio, semplicemente ogni tanto le andava.
E, caso strano, le uniche volte in cui sentiva la necessità di accendersi quella benedetta sigaretta erano tutte a causa di Atsumu.
Forse lo faceva proprio perché a lui dava tanto fastidio, oppure perché, in qualche modo, aspirare la nicotina distendeva davvero i suoi nervi.
Non aveva intenzione di cominciare a fumare sul serio, conosceva le conseguenze e le bastavano quelle due o tre sigarette al mese.
Forse era davvero brutto vedere il fumo uscire dalle labbra di una ragazza, forse era peggio che guardarla bersi un bicchiere di amaro con ghiaccio, ma Y/N era stanca.
Fingeva e recitava la sua parte di brava bambina da troppo tempo: ogni tanto, si concedeva di essere sé stessa.
Era sbagliato?
Alla luce dell'insegna di quel locale nel centro di Tokyo, Y/N si chiese che cosa ne pensasse Kuroo Tetsurō.
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Vorrei saper trasmettere tutto ciò che penso e che provo mentre scrivo, ma non sono così brava, quindi ve lo dico qua in fondo e voi mi dite se, almeno un po', sono riuscita nell'intento.
Mi piacerebbe si capisse che Y/N è totalmente confusa e in preda al panico: Atsumu è la sua stabilità, non ha mai conosciuto altro al di fuori di lui e perciò è convinta che sia giusto rimanerci, ma la sua testa ha già cominciato a fare fantasie su Kuroo.
Questo la spaventa: quindi a volte scrivo periodi lunghissimi, pensieri sconclusionati e frasi che sembrano uscire direttamente dalla sua mente.
Insomma, in questi primi capitoli mi serve che voi vi immedesimiate in lei e abbiate bene in mente le sue abitudini.
Ho fatto casino?
A presto, amati lettori.
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