Capitolo 2: Fate.
Accetto.
Con quella parola scritta per messaggio aveva dato inizio ad una storia pericolosa, accettato una scommessa pericolosa con una persona pericolosa di cui, tuttavia, non si sarebbe mai pentita, né l'avrebbe rinnegata.
Il gioco era strutturato in modo tale da consentire a chi veniva sfidato di scegliere il primo argomento: un piccolo vantaggio, insomma.
Kuroo Tetsurō scelse come prima opzione la scienza.
Y/N sorrise di fronte al telefono: di solito la prima domanda era per sondare il terreno di gioco, venivano scelti più frequentemente argomenti come spettacolo o sport, considerati più abbordabili per tutti, ma lui aveva optato per il mondo scientifico.
Probabilmente, in quella folta testa di capelli neri, credette di aver fatto una scelta furba, forse pensava che lei non fosse preparata e che avrebbe così ottenuto il primo punto facilmente: non avrebbe potuto sbagliarsi di più.
Y/N non era solo una brillante e studiosa studentessa, motivo per cui era difficile che non conoscesse la risposta ad una qualsiasi domanda, ma per di più le materie scientifiche erano da sempre le sue preferite e quando vide che, inoltre, la domanda era sulla chimica, la sua favorita, il suo sorriso si allargò: era un punto sicuro.
Selezionò la risposta senza pensarci due volte e fece per posare il telefono in attesa che anche lui concludesse il turno, ma la stupì constatare che Kuroo Tetsurō aveva risposto più in fretta di lei e che, per giunta, avesse risposto correttamente.
Il primo turno si concluse con un'onesta parità: entrambi, pensarono che sarebbe stata una sfida senza dubbio interessante.
RoosterHead
Devo ammettere che pensavo l'avresti sbagliata.
22.31
Dopo la lettura di quel messaggio, sul volto di lei comparve un mezzo sorriso sghembo: al ragazzo piaceva provocare.
Y/N
Finiscila di scrivermi e continua a giocare.
22.31
Per il secondo turno era la sua volta di scegliere e il gioco le propose quattro opzioni tra storia, geografia, sport e attualità.
"La storia è maestra di vita": così dicevano i latini e lei, da brava studentessa, ammiratrice e perseguitrice di quel saggio e antico popolo, non ci pensò due volte a scegliere proprio quella.
Come molti la potessero considerare una materia noiosa, lei proprio non lo capiva: la storia è un racconto lungo miliardi di anni, è come leggere un libro infinito che ogni volta insegna e stupisce, per non parlare degli infiniti personaggi, poi, che magari portano lo stesso nome del lettore e ritrovano in lui qualche tratto del carattere in comune.
Con gli occhi che le brillavano di sicurezza e orgoglio, Y/N premette il dito sull'argomento e poi, come nel turno precedente, andò fiduciosa su una delle quattro risposte.
Se qualcuno, al contrario, avesse potuto osservare Kuroo Tetsurō nel momento in cui vide comparire la scritta "storia" sulla schermata di quel maledettissimo gioco, sarebbe riuscito a scorgere l'esatto istante in cui tutte le sue assolute certezze di vittoria scomparvero dalla sua mente e dal suo animo superbo.
Il corvino era disteso sul suo letto, si portò entrambe le mani tra i folti capelli neri e spettinati, lasciando cadere il telefono sul petto e maledicendosi per non aver mai seguito quella seccante materia troppo attentamente.
Era un ragazzo sveglio e capace, glielo ripetevano fin da quando aveva memoria, ma aveva pochissima voglia di applicarsi: finché si trattava di materie in cui la sua sola mente brillante bastava i giochi erano fatti, ma quando era necessario un impegno costante di studio lui proprio non ce la faceva a passare intere giornate tra ingiallite pagine di avvenimenti passati.
Imprecò un paio di volte quando, ripreso il cellulare tra le dita, si rese conto che avrebbe dovuto tentare la fortuna per rispondere al quesito, dato che era indeciso tra due risposte: aveva il cinquanta percento di possibilità.
Naturalmente, il gioco era strutturato in modo tale che ci fosse un limite di tempo entro il quale poter rispondere ai quesiti, per evitare che il giocatore potesse ricercare la risposta corretta da qualche altra fonte che non fosse il suo bagaglio culturale: mancavano solo una manciata di secondi, in cui Kuroo Tetsurō serrò le palpebre e posizionò il dito indice casualmente su una delle due papabili risposte.
Chissà se la dea bendata avrebbe apprezzato quel gesto.
Il fatto era che, per lui, vincere era fondamentale: era stato il destino a donargli quella possibilità.
Il giorno in cui l'aveva notata per la prima volta risaliva a uno o due anni prima, non lo ricordava bene: il tempo, per lui, trascorreva troppo lentamente e in modo monotono, tanto che ne perdeva totalmente la cognizione.
Ricordava però che era una tranquilla mattina di settembre: l'autunno era appena cominciato, ma l'afa estiva non ne voleva sapere di andar via e lasciare che le foglie aranciate cadessero dai rami.
Kuroo si era svegliato in perfetto orario per arrivare a scuola, puntualissimo come al solito, ma si sentiva stanco, assonnato, le sue gambe erano pesanti e gli sbadigli erano quasi più frequenti dei respiri.
Non era una persona che amava la fretta, quel correre frenetico da una parte all'altra della casa per evitare il ritardo, soprattutto se si trattava della scuola: al massimo si sarebbe preso l'ennesimo rimprovero, nulla di nuovo.
Per questo motivo non se l'era presa più di tanto quando si era visto passare davanti agli occhi l'autobus.
Scrollò le spalle: avrebbe preso quello successivo.
Il fato volle, però, che giusto due minuti più tardi, mentre se ne stava seduto alla fermata sgranocchiando un panino preso al volo dalla cucina, arrivò un autobus di un'altra linea: dopo aver notato un paio di studenti che indossavano la sua stessa divisa e che perciò si dirigevano alla sua stessa scuola, salì.
Kuroo Tetsurō poteva sembrare una persona superficiale e menefreghista, anzi, a volte lo era davvero, il classico ragazzo supponente e maleducato che non si curava di niente e di nessuno, ma che saliva sull'autobus con le mani nelle tasche dei pantaloni e lo sguardo alto e fiero.
Eppure, allo stesso tempo, non poteva esserci niente di così sbagliato.
I suoi occhi dorati, dal taglio allungato e felino erano sempre all'erta, pronti a cogliere il minimo dettaglio di ciò che gli accadeva intorno, anche se era mezzo addormentato come quella mattina.
Per questo motivo, o proprio per lo stesso destino che tempo dopo avrebbe continuato ad unirli, notò immediatamente la ragazza seduta in seconda fila, precisamente nel sedile accanto al finestrino del mezzo di trasporto: aveva un paio di cuffiette nere nelle orecchie, gli occhi e/c che guardavano al di fuori il susseguirsi delle grigie strade di Tokyo e i suoi imponenti grattaceli, non si preoccupavano di null'altro che l'infinità di cose che probabilmente stava immaginando nella sua testa, trasportata dalle note di chissà quale canzone.
Kuroo si sedette dalla parte opposta del corridoio del bus, in terza fila, e non poté fare a meno di continuare, con la coda dell'occhio, ad osservare quella ragazza che aveva catturato, chissà perché, tutta la sua attenzione: aveva la faccia imbronciata e la fronte corrugata, le dita della mano destra si muovevano quasi impercettibilmente a ritmo della musica che solo lei poteva sentire.
Indossava la divisa della sua scuola, sembrava avere la sua stessa età o, al massimo, un anno più piccola: com'era possibile non averla notata fino a quel momento?
Non si poteva certo dire che fosse una di quelle ragazzine frivole e insignificanti che passano inosservate ai più: lei richiamava prepotentemente tutta l'attenzione su di sé, come il sole che costringe i pianeti a girargli attorno, o come quelle persone eccentriche dai capelli colorati che sono felici di avere sguardi e malelingue su di loro.
Lei non faceva niente per farsi notare, ma era impossibile non farlo.
O almeno così era parso a lui quando le sue pupille si erano mosse senza esitazione, come attirate da una calamita, verso quella figura insolita.
Era insolita per diversi motivi: prima di tutto era sola, quando invece le ragazze si muovevano sempre in coppia, per non dire in branco; inoltre non era seduta composta, con le gambe accavallate e attenta a non sollevare la gonna della divisa, ma aveva le ginocchia rannicchiate verso il petto, i piedi appoggiati al sedile e la testa accovacciata sulle gambe stesse, piegata ad osservare fuori.
Poi quella faccia imbronciata era la ciliegina sulla torta: chi la osservava per la prima volta, come lui quel giorno, la comparava ad un animaletto selvatico, solitario e antipatico, che era stato costretto a vestirsi di tutto punto e andare in un posto infernale come la scuola, dove avrebbero tentato di educarlo.
Il corvino studente del liceo Nekoma di Tokyo rise tra sé e sé a quel pensiero, neanche troppo attento a non farsi notare: lei, tanto, non lo avrebbe degnato di uno sguardo in ogni caso.
Il tragitto da casa sua all'istituto non era lunghissimo, in una ventina di minuti la corsa sarebbe terminata e lui una buona metà del tempo l'aveva passato a studiare quella ragazza che non si era mossa di un centimetro, ma che l'aveva incuriosito come se fosse uno spettacolo della natura in movimento, uno di quelli che avvengono ogni cento anni.
Si conosceva, lui, e conosceva i suoi pensieri, il suo carattere e le sue manie: sapeva che, ormai, non se la sarebbe tolta dalla testa finché non fosse riuscito a svelare il mistero che nascondeva dietro quel cipiglio scontroso.
Non molto lontano, forze una fermata o due dalla loro scuola, si rese conto che doveva, per forza di cose, avere per sé quella ragazza dall'aria indisponente e antipatica.
Ormai giunti a destinazione il piano era fatto, perfetto e conciso: si alzò dal suo sedile un attimo prima che lo facesse lei, pronto a fare la sua mossa, come in una partita a scacchi.
«Prego.»
Lei non se n'era accorta minimamente, del fatto che fosse a un palmo dal suo corpo e che lui le avesse ostruito il passaggio, se ne rese conto solo quando vide due occhi dorati che la fissavano famelici e una voce sensuale che le arrivò alle orecchie.
Kuroo la vide osservarlo corrucciata per un'infinitesimale frazione di secondo: se aveva capito il tipo, adesso lei si sarebbe dovuta mettere sulla difensiva, spostare il pedone sulla scacchiera in modo tale da non essere mangiata e poi, in modo violento e diretto, attaccare.
La partita era sempre andata in quel modo, con quel tipo di ragazza, fino alla vittoria finale del corvino, era ovvio.
Invece la sconosciuta fece qualcosa che nessuna prima d'ora, accecata dal suo charme, imbarazzata dal suo sguardo o dal suo modo di fare, aveva mai fatto: lo ignorò.
Gli sorrise educatamente come le era stato insegnato, non disse una parola, nemmeno un ringraziamento, e gli girò le spalle verso l'uscita.
La scacchiera aveva un solo pedone in campo, quello di Kuroo Tetsurō, mentre il resto era immobile: la partita era sospesa.
Il sorriso sul volto di lui cambiò, così come la luce nei suoi occhi.
Era solo una pausa, quella, il gioco era tutto da giocare e se, un giorno, il destino gli avesse fornito un'altra occasione, non se la sarebbe fatta scappare: fu una tacita promessa fatta a sé stesso.
Avrebbe potuto anche crearsela da sé, quell'occasione, ma successivamente venne a sapere della relazione di lei con Atsumu Miya, così decise di aspettare: non aveva intenzione di creare inutili e fastidiosi drammi adolescenziali in una coppietta "così perfetta", come la definiva l'intero studentato.
Passò il tempo, passarono altre, numerose, ragazze, eppure, quando se la vedeva transitare davanti con quei sorrisi falsi e le moine rivolte a chiunque, non poteva fare a meno di pensare a quel visino immusonito dell'autobus e chiedersi chi fosse Y/N dietro quella facciata angelica.
Poi, in quella qualunque serata d'aprile, si era visto comparire il suo nome sul cellulare, legato ad un giochino scaricato per noia: era il destino che gli aveva fornito l'occasione che aspettava su un piatto d'argento, ne era sicurissimo.
Gli interminabili attimi che precedettero il verdetto del gioco furono una tortura terribile, una lenta agonia che parve divorarlo dall'interno.
Aveva ormai perso le speranze e si era convinto che il gioco si fosse in qualche modo bloccato, dato che il caricamento andava avanti da un minuto buono, quando comparve finalmente il risultato del secondo round: risposta sbagliata.
Kuroo si colpì la fronte con il palmo della mano, imprecando: la sorte, forse, non era proprio dalla sua parte.
A qualche chilometro di distanza Y/N, seduta a gambe incrociate sul letto, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia, sorrideva soddisfatta: era in vantaggio di un punto, ancora un altro e avrebbe vinto.
Y/N
Chi è che era sicuro di vincere?
22.38
Che lui fosse un provocatore e un giocatore d'azzardo nella vita, questo Y/N l'aveva capito perfettamente, ma chissà se lui aveva intuito di aver trovato una degna avversaria in quanto provocazioni, giochi di parole e prontezza di risposta.
RoosterHead
Non cantare vittoria troppo presto.
22.39
Una bambina dispettosa e antipatica, ma bella e intrigante proprio come una mattina d'aprile in cui il caldo estivo inizia a sciogliere la brina, ultimo barlume dell'inverno; Kuroo Tetsurō sorrise mellifluo a quel pensiero: vincere stava diventando, minuto in minuto, più importante.
Per il terzo turno la scelta del quesito spettava nuovamente a lui, che dovette scegliere tra attualità, sport, spettacolo e geografia.
Era certo che neanche nel più difficile compito di fisica si fosse mai concentrato tanto, studiando le varie possibilità conseguenti alla sua scelta: non poteva permettersi di perdere.
A quanto ne sapeva lui, Y/N non praticava nessun tipo di sport, a differenza del biondo con cui aveva una relazione che, a quanto pareva, era un prodigio della pallavolo.
Constatato che la maggior parte delle domande sullo sport che venivano formulate in quell'app riguardavano il calcio e non la pallavolo, gli sembrò l'argomento più sensato da scegliere: poteva sembrare un ragionamento maschilista e superficiale, ma stando alle percentuali erano ben poche le ragazze informate sul calcio o sugli sport in generale.
Una volta fatta la sua scelta e risposto con sicurezza alla domanda non gli rimaneva che aspettare.
Sport: l'unica dannatissima cosa in cui era irreversibilmente ignorante.
Per lei non era un cliché dire che le femmine non conoscevano gli sport quanto i maschi: quell'affermazione era stata senza dubbio formulata a causa di ragazze come lei.
Y/N non era per niente una sportiva, nonostante ne avesse provate di cotte e di crude: dall'equitazione al nuoto, passando per la pallavolo, la danza classica e la ginnastica artistica, fino agli sport invernali come lo sci.
Ci si era anche impegnata all'inizio, avrebbe davvero desiderato possedere un talento e buttarsi a capofitto all'interno di una disciplina e chissà, magari avrebbe pure vinto qualche medaglia, un giorno.
Alla fin fine le piaceva vedere gli sport, adorava andare a vedere le partite di Atsumu e farsi spiegare il funzionamento del gioco, ma il suo corpo non era decisamente nato per l'attività fisica.
Non aveva resistenza, particolare forza o elasticità, perciò all'età di quindici anni si era arresa e aveva dato libero sfogo ad un'esistenza in cui il massimo sforzo era alzarsi dal letto per raggiungere il divano.
Considerando poi che Kenma, la persona con cui passava la maggior parte del suo tempo, era più pigro di lei e preferiva giocare ai videogiochi piuttosto che seguire una partita di calcio o di qualsiasi altra cosa, Y/N aveva da molto smesso di informarsi su quel mondo.
Prese un grosso respiro prima di leggere la domanda, preparandosi mentalmente a sbagliarla: nella peggiore delle ipotesi, tra l'altro quella più vicina alla realtà, sarebbero tornati in parità.
Come volevasi dimostrare, Y/N non aveva la più pallida idea di quale fosse la risposta esatta in merito ad un quesito su una sconosciuta, almeno per lei, squadra di calcio del Giappone meridionale.
Roteò gli occhi al cielo e cliccò su una delle quattro risposte a caso: beh, aveva un venticinque percento di possibilità di aver indovinato.
Peccato non fosse mai stata una persona fortunata nel gioco e quella ne fu l'ennesima prova: adesso erano due pari.
RoosterHead
Che ti avevo detto?
22.43
Figurarsi se quell'arrogante spocchioso si sarebbe perso l'occasione di pavoneggiarsi!
Y/N assunse una smorfia infastidita, ma divertita allo stesso tempo: ancora non capiva come fosse possibile, ma era attratta talmente tanto dal suo modo di fare, che non poté fare a meno di rispondergli.
Y/N
Solo fortuna.
22.43
D'altra parte, però, in cuor suo sentiva che ogni parola in più scritta in quei messaggi aggravava, in qualche modo, il torto che stava facendo ad Atsumu.
Si rattristì per un secondo appena, il cuore stava di nuovo per riprendere a battere velocemente per l'ansia, la nausea e il groppo allo stomaco erano in procinto di riaffacciarsi su quella serata, quando il telefono vibrò di nuovo tra le sue dita.
RoosterHead
Convinciti pure, bambina.
22.44
Ed ecco che il suo animo si inorgoglì nuovamente, l'inquietudine di prima cancellata con un colpo di spugna: glielo avrebbe fatto vedere lei, di che pasta era fatta la bambina!
Le dava sui nervi quel maledetto nomignolo: quel ragazzo era riuscito, nel giro di una sola mezz'ora, a renderla un unico fascio di nervi pronti a scattare.
Avrebbe dovuto ignorarlo fin dall'inizio e lasciarsi scivolare addosso le sue sciocche provocazioni: si sarebbe evitata mille e più ansie, ma in futuro avrebbe ringraziato il destino che l'aveva portata ad accettare la scommessa.
Gonfiando le guance e leggermente arrossata in volto, riuscì chissà come a frenarsi dal rispondere, impaziente di concludere la partita.
Quarto turno, toccava nuovamente a lei scegliere, ma quando tastò sullo schermo per decidere l'argomento rimase sorpresa nel leggere che era l'ultimo round: una sola, ultimissima domanda per decretare il vincitore.
Era stata convinta, fino a quel momento, che per vincere si dovesse essere in vantaggio di due punti: c'era da dire, tuttavia, che non aveva mai provato l'ebrezza di finire ad un quarto turno con gli sfidanti precedenti, al massimo era arrivata a tre.
Quando inspirò chiuse gli occhi, tentando di inondare la sua mente di una concentrazione tale da indurla a svuotare i pensieri e focalizzarsi sul gioco, quando li riaprì dovette vagliare tra gli ultimi argomenti rimasti: attualità, spettacolo, geografia e arte.
Si vergognava ad ammetterlo, ma di arte e di geografia non sapeva un granché, mentre delle altre due poteva quantomeno sperare di conoscerne di più: con l'attualità, forse, andava più sul sicuro.
Gli orologi, nella città di Tokyo, avrebbero di lì a poco suonato le undici della sera quando quei due ragazzi sconosciuti si apprestarono a selezionare la risposta che, secondo loro, era quella giusta.
Nessuno dei due era sicuro al cento percento di quale sarebbe stato l'esito, ma per entrambi la posta in gioco era alta, altissima: Y/N appoggiò il telefono sul materasso, mangiucchiandosi un'unghia nervosamente, in attesa del verdetto; Kuroo appariva sicuramente più calmo, con il cellulare tenuto saldamente tra le mani e lo sguardo fermo sul display, ma dentro di sé infervoravano venti d'agitazione che lo scuotevano dal profondo.
Lui inghiottì a vuoto, pensando che mai era stato così ansioso per colpa di una ragazza, una come lei poi, così diversa da tutte le altre con cui era bastato uno sguardo al momento giusto per averle.
Lei ascoltava il battito del suo cuore in preda ad un fermento tale da farle pensare che forse le era venuta la febbre: non era possibile che fosse così irrequieta per lui.
Cessò di battere, ne era certa, quando tutto ad un tratto, come un temporale estivo di fine agosto, comparve il responso del gioco.
Risposta sbagliata: Kuroo Tetsurō aveva vinto.
Y/N respirava affannosamente.
Furono sentimenti contrastanti quelli che nacquero all'interno del suo animo, gli occhi ancora piantonati sul display: da una parte si stava maledicendo per aver perso, per aver accettato la scommessa con quell'individuo e, in primis, per averlo sfidato; dall'altra sentiva di avere, molto, molto in fondo, un pizzico di felicità, anche se lo comprese svariate settimane più tardi.
Era sbagliato, sbagliatissimo, ma non poteva davvero fare a meno di elettrizzarsi al pensiero di aver trovato un degno avversario, qualcuno che, con così poco, le aveva fatto torcere lo stomaco come non le accadeva da anni.
A pensarci meglio, le era mai accaduto prima di allora?
Aveva provato le stesse emozioni quando Atsumu le aveva rivolto per la prima volta la parola e le aveva chiesto il numero? Si era sentita le guance andare così a fuoco al solo pensiero di parlare ancora con lui?
Nonostante si impose di scuotere vivacemente la testa per scacciare via quelle domande, non riuscì a togliersi un sorriso appena accennato dalle labbra.
Forse era per il piacere perverso della trasgressione, la consapevolezza che, in qualche modo, quella sfida rappresentava il rischio della fine della sua relazione con Atsumu, la possibilità di non essere più vista come la perfezione in carne ed ossa, la conclusione della sua posizione privilegiata nella società scolastica.
Non lo sapeva con certezza e neanche lo comprendeva allora, ma tutti quei sentimenti contrastanti nel suo cuore e nella sua mente, la paura e l'ebrezza del pericolo, la stavano facendo vivere.
E quella sensazione fu la miccia di un cambiamento che ringraziò per tutta la sua esistenza.
Le mani le tremavano di eccitazione, i pixel dello schermo mostravano impertinenti e senza pietà la scritta sconfitta, mentre lei si mordeva l'interno della guancia con fare nervoso, in attesa di un messaggio che sapeva sarebbe arrivato.
Quando il corvino vide comparire il verdetto e la sua conseguente vittoria, per poco non saltò giù dal letto per esultare, aprire la finestra e urlare all'intera città che il destino stavolta aveva veramente fatto il tifo per lui.
La vincita di quel gioco era solo un piccolo passo, ma era sicuro di averla già colpita, di aver occupato un minuscolo posticino nel cuore di lei: ancora una o due spinte e Y/N sarebbe stata sua.
Avrebbe voluto aspettare qualche minuto ancora prima di scriverle e reclamare ciò che avevano pattuito, ma la realtà era che aveva già aspettato troppo a lungo: riprese in mano il telefono e compose il messaggio.
RoosterHead
Sto aspettando la mia ricompensa.
23.01
L'ennesima vibrazione della serata: che intendesse quella del cellulare o della sua anima poco importava, valeva per entrambe le cose.
Le sue dita si bloccarono per qualche secondo: doveva e voleva scrivere quel maledettissimo numero, ma significava davvero l'inizio di un tradimento.
Cambiò schermata, dette un'ulteriore occhiata alla chat con il suo ragazzo: se solo Atsumu le avesse dato un minimo di importanza, un'attenzione in più, un qualsiasi segno che le avrebbe fatto capire di essere nei suoi pensieri, probabilmente Y/N non avrebbe ceduto.
Ma non accadde niente, solo un assordante silenzio.
Prese un altro grande respiro, poi rispose a Kuroo.
Y/N
Domani, adesso vado a letto.
23.01
Per quanto cuore e mente le urlassero di far entrare quegli occhi dorati nella sua vita, per quanto la vendetta le spiegasse, calma e suadente, che Atsumu si meritava questo ed altro per l'insistenza con cui la ignorava, Y/N conservava ancora un briciolo di rispetto nei suoi confronti e nella loro relazione.
Non aveva chiuso la parentesi di Kuroo, aveva solo dato l'ultima possibilità al suo ragazzo di redimersi, magari l'avrebbe chiamata più tardi e avrebbe avuto una scusa valida per la sua assenza.
RoosterHead
Non ti lascerò in pace, sappilo.
Buonanotte.
23.02
Un altro ragazzo avrebbe lasciato stare, un altro ragazzo si sarebbe arreso e non avrebbe neanche risposto, ma non Kuroo Tetsurō: lui era così pretenzioso, pensò Y/N, indispettita come non mai dal tono di quel messaggio, che non avrebbe mai trovato qualcuno di così insistente e insopportabile.
Andò a dormire pensando che i grandi amori si annunciano in modo preciso, si riconoscono subito quando arrivano: partono con un univoco pensiero di vaffanculo.
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Non ho scuse da arrancare per la mia assenza, posso solo dire: è agosto.
Anzi, precisamente è fine agosto e io sento già la summertime sadness: come farò a sopportare di nuovo l'autunno?
A parte i miei sproloqui, come vi sembra questa storia appena iniziata?
Come titolo del capitolo avrei voluto mettere "ἀνάγκη" (Ananke), una parola greca che significa sia necessità che destino, che è un po' il riassunto di quello che ho scritto: Kuroo pensa sia stato il destino a portarlo da Y/N, lei invece sente la necessità di scappare da una vita che non sente più sua e lui le dà lo slancio per farlo.
Poi ho scelto "fate", destino in inglese, perché il titolo del primo capitolo era in inglese e sono pignola.
VABE'.
Taaaanto amore.
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