crepa
Sul soffitto c'è una crepa.
Manuel l'ha notata subito e non sa perché si sia focalizzato così tanto su un particolare così irrilevante, forse per distogliere i propri pensieri da qualcosa di diverso, qualcosa che lo corrode da mesi e non lo lascia dormire la notte.
Vorrebbe affogarli, quei pensieri, invece è lui quello che ci annega dentro ogni volta.
«A che pensi?»
La domanda proviene da Simone. La sua voce è tenue, roca.
Da quella posizione, Manuel riesce a scorgere la sua testa piena di ricci scuri appoggiata sul proprio petto nudo, con un orecchio sullo sterno.
Non è nemmeno la prima volta.
È un anno e tre mesi che si ritrovano così, senza vestiti in un letto ad una piazza e mezza.
Un anno, tre mesi, undici giorni e sette ore.
Non che li abbia contati.
Sono tredici minuti.
«Ce sta 'na crepa sul soffitto» replica.
Tecnicamente non sta neppure mentendo, non troppo. Quella crepa lo turba alquanto.
Simone accenna una risata. «Che te frega della crepa» è il suo commento.
«Boh, me dà fastidio.»
«È una casa vecchia, è piena di crepe.»
Sì, persino Manuel conosce quel particolare.
La villa in cui Simone vive con suo padre Dante e sua nonna Virginia è su due piani, ha le pareti esterne di un giallo ocra sbiadito e gli infissi di legno che cigolano.
Il punto non è la crepa, comunque.
Il punto è tutt'altro.
Però tace, lascia morire il discorso così, socchiudendo gli occhi.
«Che ore sono?» biascica Simone. Si solleva appena per poter raggiungere il telefono abbandonato sul comodino verde menta.
Lo schermo segna le 20:40.
«Ah, devi andare» annuncia, intanto che si alza dal letto e raccatta i propri vestiti da terra. Indossa alla rinfusa dei boxer di cotone neri, anche se deve farsi una doccia.
Manuel rimane fermo e immobile. Solleva le palpebre. Davanti a lui c'è ancora quella maledetta crepa.
«Manuel?» viene richiamato.
«Mh?»
«Devi andare, Edo sta arrivando.»
Il punto è Edoardo.
Si tira su a sedere poco dopo, con un movimento estremamente lento, compiuto controvoglia.
«Quando lo molli a quello?» borbotta.
Il mezzo sorriso che Simone ha stampato in viso svanisce di fronte a tal quesito. Inclina il capo su di un lato e si appropinqua di nuovo al letto.
Si siede sul materasso. «Lo sai che non posso» dice, come fosse una giustificazione.
Manuel ha perso il conto di quante volte ha sentito quella frase: non posso.
All'inizio, gli andava pure bene.
Se lo è fatto andare bene nell'ultimo anno, solo che, delle volte, quel non posso si tramuta in non voglio e gli fa male.
«Sei bravo a gioca' a rugby, non c'hai bisogno delle raccomandazioni de su' padre.»
«Non è solo quello e lo sai.»
Sa fin troppe cose e alcune vorrebbe rimuoverle dal proprio cervello. Su quel discorso ci sono tornati spesso e in ogni occasione non ne è uscito vincitore.
Simone sta con Edoardo, pubblicamente.
Simone sta con Manuel, chiuso in una stanza con poca luce.
La parte peggiore è che non può rimproverarlo o pretendere chissà cosa poiché ha accettato lui quella situazione quando l'altro glielo ha proposto.
Ha detto sì di getto, senza battere ciglio, perché l'amore rende fessi, senza logica.
Quando si tratta di Simone, Manuel smette di funzionare.
Quindi ha accettato di avere una relazione clandestina con lui.
Per un anno, tre mesi, undici giorni e sette ore.
E sedici minuti.
Alla fine, si limita ad annuire. Il sorriso torna sulle labbra di Simone, che ha evitato il proiettile per l'ennesima volta.
Gli deposita un bacio sull'angolo della bocca e si rimette in piedi. «Pensavo ad una cosa» esclama poi, indossando anche una t-shirt grigia recuperata dalla sedia della scrivania.
«Che?»
«Dovresti uscire con qualcuno.»
Manuel non pensa di aver capito bene. Aggrotta le sopracciglia. «Cosa?» biascica.
«Dovresti uscire con...»
«L'ho capito. Perché?»
«Perché ci vedono sempre insieme e...»
«Semo amici da anni, capirai er problema.»
«Sì, ma se tu uscissi - che so - con una ragazza...»
«Vuoi che io esca co' 'na ragazza?»
«Magari anche solo farti vedere in giro con qualcuna, poi la gente fa circolare la voce.»
Non riesce a capire quale parte di tale conversazione gli fa più male. È come una lama che si conficca dritta nel suo petto, al centro del cuore.
Ma è un tipo masochista, quindi incalza: «E non te darebbe fastidio? Vedemme co' n'altra?»
Simone è impassibile e sta ancora sorridendo - Manuel vorrebbe strapparglielo via con le unghie quel sorriso; lo ama, però adesso lo odia.
«Sarebbe per finta, no? Lo sapremmo entrambi.»
«Non hai risposto.»
«È per finta, Manuel» ribadisce e il suo tono si altera un briciolo. Raccatta il telefono che ha di nuovo abbandonato sul comodino. «Tra poco arriva Edo.»
Quella frase, di solito, sancisce il momento in cui Manuel abbandona la stanza che è il teatro del loro amore segreto.
In tale occasione, non vi è alcuna differenza.
Comprende e si alza di malavoglia dal letto. Si veste e sa che la doccia la farà a casa - lì non può.
Abbandona la villa uscendo dalla porta sul retro, senza usare l'entrata principale.
È un anno, tre mesi, undici giorni e ventiquattro minuti che il copione è sempre lo stesso.
Lo conosce a memoria.
Edoardo arriva, lui va via.
Scompare con il cuore a pezzi e pieno di cerotti che cominciano a non servire più.
***
«Non ho capito: ti ha chiesto che cosa?»
Chicca ha capito benissimo, fin troppo.
Manuel è consapevole che è soltanto una tecnica della sua migliore amica per fargli ripetere ad alta voce un concetto, così da renderlo più reale e spaventoso.
Funziona quasi sempre.
«De uscì co' qualcuno, Chì» borbotta.
Seduti sul muretto di mattoni davanti al liceo Da Vinci che frequentano, attendono la campanella di inizio lezioni per entrare in classe - è ancora presto.
«E tu non l'hai mandato a fanculo?» incalza la ragazza.
Manuel abbozza una risata, rassegnato e succube.
«Certo che no,» commenta Chicca «Manuel Ferro è così innamorato e sottone per Simone Balestra che camminerebbe sui carboni ardenti se lui glielo chiedesse.»
«Piantala.»
«Non la pianto, Manuel. Quello te tratta come 'na pezza pe' n'anno mentre fa i suoi porci comodi co' er fidanzato suo e mo' te chiede pure de fa' 'sto teatrino perché je danno fastidio e' voci a scuola? Ma ce pensasse prima de fa' stronzate!»
Manuel ha sentito quelle accuse innumerevoli volte e, da un lato, comprende e concorda con l'amica: sa quanto sia sbagliato, quanto tutta quella situazione sia assurda, quanto si stia facendo del male da solo.
Eppure non riesce a smettere.
Smettere significherebbe rinunciare a Simone e lui non è pronto per quello.
Manuel Ferro non può esistere senza Simone Balestra al suo fianco.
Anche se deve farlo in segreto, anche se non può tenerlo per mano per strada o nei corridoi della scuola, andarlo a prendere a casa con la moto e sfrecciare abbracciati su quelle due ruote.
Anche se tutte quelle cose Simone le fa con Edoardo, come quel momento in cui li vede arrivare insieme su una Vespa bianca e dopo scendono dal mezzo, si levano il caso e si baciano sulle labbra.
Deve distogliere lo sguardo e scacciare le lacrime che percepisce voler lottare per sgorgare sulle sue guance.
«È uno stronzo» esclama Chicca, che osserva la scena con un'occhiata truce.
Manuel manda giù a fatica della saliva. «Secondo te dovrei farlo?» pigola «Trovamme qualcuno pe' finta.»
La ragazza sospira. «Dovresti trovarti qualcuno, ma non pe' finta» suggerisce «qualcuno de mejo e mollarlo a quel cretino.»
«L'ho accettata io 'sta situazione, Chì. Lo sapevo che era impegnato.»
«Ma lui non ti doveva proprio mettere in 'sta situazione. Se gli piacevi pe' davvero, lo mollava ar ragazzo suo.»
«Non può.»
Non vuole, gli ricorda la sua coscienza.
Manuel rivolge lo sguardo adesso verso l'ingresso di scuola. Simone ed Edoardo sono entrati nell'edificio e può tirare un sospiro di sollievo, per una frazione di secondo, almeno finché il cellulare in tasca non vibra.
Tira fuori l'apparecchio con leggera fatica e picchietta con il pollice sullo schermo.
C'è un messaggio da parte di Simo:
Bagno del secondo piano.
L'orgoglio gli suggerisce di ignorarlo, attendere che suoni la campanella e recarsi in classe come se niente fosse. È pressoché sicuro che Chicca sarebbe della stessa idea.
Eppure, il suo intento dura esattamente trentadue secondi. In seguito, salta giù dal muretto, borbotta un «Se vedemo dopo» a malapena udibile e raggiunge ad ampie falcate il portone del Da Vinci.
Sale i gradini di corsa e ha il fiatone quando arriva al secondo piano ed entra nel bagno in condizioni pietose, che puzza di stantio, ha le pareti scrostate e la porta di legno che non si chiude bene.
Quando entra in quel luogo, fa in tempo a muovere un passo che Simone gli si butta addosso, assale le sue labbra e lo intrappola contro il muro ricoperto da piastrelle bianche, ma ingiallite.
Manuel lo lascia fare, inerme. Posa le mani sui suoi fianchi sottili e chiude gli occhi.
«Mi sei mancato» sussurra Simone. Sfiora la punta del suo naso con la propria.
«L'ho notato» replica Manuel, con un sospiro, e solleva le palpebre.
«Edo m'ha detto che parte per qualche giorno, va a Londra con suo padre.»
«E...?»
«E possiamo stare insieme, puoi dormire da me.»
«Il tuo di padre non dice niente?»
«Non è la prima volta che ti fermi da noi, che dovrebbe dire?»
«No, nulla.»
«Non vuoi?»
No, vorrebbe urlare.
Lascialo, cazzo, stai con me e basta.
Invece tace e soffoca ogni istinto sulle sue labbra, in un rinnovato bacio nel quale annega.
Annega sempre lui, del resto.
***
Quella sera, Manuel si reca a villa Balestra senza dire nulla a Chicca - perché sa che lo rimprovererebbe e conosce a memoria gli insulti che gli riserverebbe.
Non vuole sentirla, la propria coscienza lo ha già rimbeccato a sufficienza.
Ha utilizzato l'entrata principale che, a quanto pare, sono soli quella sera e non possono essere disturbati.
Eppure, nonostante l'intera casa sia vuota, dopo cena si ritrovano chiusi nella stessa stanza, senza vestiti in un tempo ridicolo.
È una routine che conosce bene.
Detesta sé stesso per aver contribuito a crearla.
Però ogni dubbio ed incertezza pare sparire in quel momento, mentre si ritrova seduto sul letto sfatto, le gambe appena divaricate e Simone sopra di sé che ondeggia con i fianchi per lasciarsi penetrare e strappare ad entrambi gemiti sommessi.
Lo osserva, immagazzina ogni minuscolo dettaglio del suo viso, i ricci appiccicati alla fronte a causa del sudore, la bocca schiusa, il suo fiato corto.
I suoi tratti sono delicati, la sua pelle nivea riflette il tenue arancione della lampada accesa sulla scrivania.
Ne è ammaliato, rapito.
Ha un palmo posato all'altezza della sua vita, un altro sulla sua coscia.
«Ti amo» soffoca.
È una confessione che ha già esternato in passato, non è nuova - assolutamente, non lo è.
Il fatto che Manuel ami Simone è così chiaro e cristallino.
Quest'ultimo sorride, osa un affondo più deciso che strappa mezzo urlo a tutti e due.
Però non risponde in alcun modo.
Così Manuel inclina il capo su di un lato. «Tu mi ami?» dice. È un lamento, una supplica.
Non ottiene alcuna risposta: Simone continua a muovere il bacino in maniera sempre più sinuosa, con ritmo più cadenzato.
Di fronte al silenzio, Manuel sposta una mano per portarla sotto al suo mento, per costringere i loro occhi ad incrociarsi e incatenarsi.
«Mi ami?» vuole sentirselo dire, urlare, gridare in faccia.
Dopo mezzo secondo di esitazione, Simone annuisce freneticamente, sebbene sia stordito dal piacere crescente che gli fa formicolare il basso ventre.
Ma non è un gesto che per Manuel è sufficiente e allora «Dimmelo» pigola, soffoca «dimmelo.»
Simone si aggrappa alle sue spalle perché l'altro ragazzo ha cominciato a masturbarlo docilmente e lui pensa di essere sul punto di esplodere. Serra le labbra, trattiene ulteriori gemiti.
«Dimmelo.»
Viene, si sgretola. «Ti amo» biascica in maniera incomprensibile «ti amo, ti amo, ti amo.»
Appagato e col cuore che gli batte troppo forte nel letto, Manuel viene travolto dall'orgasmo nei secondi successivi, svuotandosi nel preservativo.
Mette a tacere ogni diverso pensiero che gli frulla nella testa premendo la bocca sulla sua.
Lo bacia come se ne dipendesse la sua vita e sopravvivenza.
Si sgretola pure lui, intanto che crollano sdraiati sul materasso, continuando a baciarsi e accarezzarsi.
E poi sono di nuovo lì, in quella stanza con la crepa sul soffitto che capita ancora sotto lo sguardo di Manuel nonostante la scarsa illuminazione.
«Hai trovato qualcuno con cui uscire?»
L'idillio viene spezzato con una semplice frase sussurrata.
Non può credere che lo abbia chiesto dopo un momento così intimo, così loro, così importante.
Vorrebbe piangere e urlare al contempo.
Non replica, non vuole. Continua a fissare la crepa sul soffitto.
«Manuel?»
Simone solleva il capo. Gli è sdraiato sopra, come sempre.
L'altro tace.
Quella crepa si è fatta più grande dall'ultima volta, pensa.
«Manuel?»
Sbatte rapidamente le palpebre. Si costringe a guardarlo. «Che c'è?» sibila.
«Hai chiesto a qualcuno di uscire?»
«No.»
«Eravamo rimasti d'accordo così.»
«Hai deciso tu, io non ho mai accettato.»
«È solo la cosa più logica.»
Sbuffa e scuote la testa. Se lo toglie di dosso con una delicatezza che non ha idea da dove provenga con l'esattezza. Si mette a sedere, posando la schiena contro la spalliera rigida del letto.
Simone lo imita, assumendo la medesima posizione.
«Non voglio uscì co' nessuno» confessa Manuel - come se fosse una novità.
«Ma...»
«Io voglio uscì co' te, Simó» lo interrompe nell'immediato «voglio tenerti la mano a scuola, te voglio bacià nei corridoi, voglio mette' e' foto su Instagram co' te. Te, non un'altra persona. Non me ne faccio niente di qualcun altro.»
Simone lo ascolta in silenzio, anche se non riesce a sostenere il suo sguardo per tutto il tempo e, difatti, lo distoglie subito. Non sarebbe in grado di osservare la sua faccia, non adesso.
«Lo sapevi che non ci sarebbe stato niente del genere, non subito» si mette sulla difensiva.
«Lo sapevo,» replica Manuel «ma credevo... che prima o poi sarebbe successo.»
«E accadrà, solo non ora.»
«E quando?»
«Non lo so» Simone è titubante. Si morde piano il labbro inferiore. Allunga una mano, a sfiorare il viso del ragazzo che gli è accanto. Lo fa girare verso di sé e si sporge in avanti per depositare un bacio sulla sua fronte. «Edo torna da Londra giovedì» sussurra «e dopo suo padre mi ha promesso un colloquio con dei dirigenti della Saracens, possono mettere una buona parola per entrare in squadra il prossimo anno.»
«Se lo lasci, non te fa fare er colloquio?»
«Potrebbe» accenna una risata priva d'entusiasmo «ha grande influenza su suo padre e... 'sta cosa sarebbe super importante per me, se entro in quella squadra...»
«È solo pe' questo? Lo lasceresti se non ci fosse 'sta cosa di mezzo?»
«Sì.»
«Perché ami me e non lui.»
Simone socchiude le palpebre. Sposta la mano sul torace di Manuel, abbandonando il palmo sul suo sterno. «Amo te» soffoca.
E sembra sincero.
Sembra sincero ogni volta, del resto.
«Dopo 'sto colloquio, lo lasci?»
Manuel si sente uno stupido ad implorare per qualcosa del genere. Potrebbe stilare una lunga lista di motivi per cui ciò che sta facendo Simone è sbagliato - per tutti, persino per Edoardo che tanto detesta - quanto sia subdolo e da stronzi.
Però vuole solo sentirsi dire che prima o poi saranno liberi di essere loro senza alcun intralcio.
Per risposta, Simone annuisce e basta. Non dice nulla a voce alta, non fa alcuna promessa che potrebbe non essere in grado di mantenere.
Tace e lo bacia sulle labbra.
E per Manuel, per quel momento, tanto basta.
***
[Note autore:
Ciao a tuttə, grazie per aver letto fin qui.
Non so cosa sarà questa cosa, potrebbe essere una storia in tre parti, una mini-long o una long, dipende.
Ragion per cui di questa non prometto aggiornamenti costanti, but enjoy the ride.
Magari mi lascio ispirare dai commenti.
Tipo, lo deve lasciare Edoardo o no?
L'idea è di una sorta di canon reverse, comunque.
La relazione nella storia non penso sia perfettamente sana, ma non voglio insegnare nulla a nessuno.
Mi andava solo di scrivere di un Simone stronzo e di Manuel che soffre per questo.
Invertiamo i ruoli ogni tanto.
Un bacio.
Alla prossima.
Lilith.]
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