03; Il primo incontro
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Dopo quasi otto anni passati in Giappone senza mai essere tornato in madrepatria, Ryan si sentiva alquanto strano a ritrovarsi lì, adesso, a Los Angeles, ad una manciata di chilometri da casa, dalla sua vera casa, il luogo dove aveva vissuto per i primi dodici anni della sua vita in pace e armonia assieme ai suoi genitori.
Prima ancora di arrivara a destinazione, tuttavia, il ragazzo si rese conto che la parola giusta per descrivere l'opprimente sensazione che provava sarebbe stata completo spaesamento.
Più volte si era immaginato questo momento, in realtà, prefigurandosi tutto così diverso da come lo aveva lasciato, come se ogni cosa che lo circondava nella sua quotidianità da bambino si fosse rimpicciolita, e avesse perso sostanza.
Nei suoi più profondi pensieri, tutti i giochi, libri e collezioni di figurine di quando era piccolo erano ancora lì, rimasti intatti dove li aveva lasciati, ma ora - a distanza di tutti quegli anni - gli sarebbero di sicuro sembrati completamente svuotati di significato.
Così come la casa, del resto, dal momento che chi la abitava non era mai tanto presente come avrebbe dovuto. Né tantomeno lo sarebbe stato adesso, dal momento che nell'arco di poche ore il proprietario si sarebbe trovato ad una mezza dozzina di metri sottoterra.
Già... suo padre era morto di overdose il giorno prima, e, non appena Ryan ne era venuto a conoscenza, non aveva esitato a prendere il primo volo disponibile per Los Angeles per andare ad assistere al suo funerale, cosa che invece sua madre - giapponese - si era subito rifiutata di fare, essendosi trovata un nuovo compagno già da tempo e avendo ormai completamente dimenticato il suo ex marito.
Non che avesse tutti i torti, dato che il signor Potter era un tipo piuttosto manesco, e spesso, quando tornava a casa la sera ubriaco fradicio e anche abbastanza fatto da varie sostanze dalla dubbia provenienza, picchiava sia la moglie che il figlio.
La donna aveva sopportato questa situazione per i primi dodici anni di vita di Ryan, per il suo bene, cercando di non sfasciare la famiglia ancor di più di quanto già non fosse, ma, quando si era ormai resa conto che non avrebbe potuto essere peggio di così, aveva preso una decisione alquanto drastica: aveva firmato le carte del divorzio e se era ritornata in Giappone con il suo amato figliolo, cercando di dimenticare e fargli dimenticare tutte le brutte esperienze passate a causa di quell'uomo.
Lei appunto ci riuscì abbastanza bene nell'arco di qualche anno, trovandosi un nuovo compagno, ma Ryan non riuscì a fare altrettanto, o almeno... non così tanto velocemente.
Non avrebbe mai pensato di poterlo fare, ma, in tutto quel tempo, era davvero arrivato a provare pena per quell'uomo - no, ormai non lo chiamava neanche più padre - che gliene aveva fatte di tutti i colori, a lui e a sua madre.
E in vent'anni di vita si era sempre chiesto come avesse fatto a sopportare un individuo del genere così tanto a lungo.
A ripensarci adesso, Ryan si rendeva conto che era veramente uno degli esseri più subdoli che avesse mai incontrato, costantemente in preda ai fumi dell'alcol e non solo, che pensava soltanto a se stesso, senza preoccuparsi minimamente della moglie e del figlio.
Eppure il ragazzo non era mai riuscito a dimenticarselo completamente... del resto, rimaneva pur sempre suo padre.
Così, più per rispetto nei suoi confronti che per vero dolore, il ragazzo aveva deciso di partecipare al suo funerale, per rivolgergli un ultimo pacifico saluto.
Era sempre stato buono nell'animo, e disposto al perdono anche con un essere spregevole come lui, perché comunque credeva fermamente che, al contrario di sua madre, avrebbe dovuto dargli una seconda chance, a maggior ragione ora che l'avrebbe rivisto soltanto per un'ultima volta.
Immerso in tutti questi pensieri poco piacevoli mentre guardava distrattamente fuori dal finestrino, pensieri che non facevano che peggiorare mano a mano che il taxi su cui si trovava ora si avvicinava sempre di più alla vecchia casa di suo padre, Ryan decise impulsivamente di cambiare la propria destinazione.
«Mi scusi, ho cambiato idea: potrebbe portarmi presso l'hotel può vicino?» chiese quindi al tassista, senza pensarci due volte.
Non ce l'avrebbe fatta a sopportare tutti quei ricordi legati alla casa in cui aveva vissuto infelicemente i primi dodici anni della sua vita.
Aveva bisogno di andarsene da qualche altra parte. Qualunque posto che non fosse casa.
«Certo. C'è il White Sand, a cinque chilometri da qui, le va bene?» propose il tassista, osservando la sua espressione preoccupata dallo specchietto retrovisore.
«Va benissimo.» annuì Ryan con sicurezza.
Non era mai stato più sicuro in vita sua di qualcosa.
Gli ultimi anni della sua vita trascorsi in Giappone assieme alla madre e al suo compagno erano stati come una sorta di limbo tra incertezze, dubbi e indecisioni.
Non che il Giappone non gli piacesse, anzi, ma in otto anni non si era integrato affatto, anzi... aveva continuato a sentirsi come un estraneo.
Non era mai riuscito a trovare amici sinceri come quelli che aveva da piccolo, il suo bel gruppo che purtroppo però, per una ragione o per un'altra, terminate le scuole medie si era ben presto sciolto.
La sua unica valvola di sfogo in tutti quegli anni erano state le arti marziali, che continuava a praticare da sempre, e che per qualche ora ogni giorno erano il suo rifugio sicuro dalla malvagità del mondo.
Ma, ora che era tornato in America, nonostante fosse in lutto per il padre, la sua sensazione perenne di vuoto era sparita, anzi... aveva appena capito che era Los Angeles la sua vera patria, e lo era sempre stata in tutti quegli anni.
Si dice che niente avvenga per caso. E chissà, forse questa volta, avrebbe avuto il piacere di riscoprire che il suo provvisorio ritorno in patria sarebbe potuto diventare permanente.
Ma ora come ora era ancora sconvolto dall'improvvisa disgrazia, per cui era tutto da vedere.
Avrebbe dovuto affrontare ogni piccola cosa per volta... a cominciare dall'entrare nell'hotel davanti al quale il taxi si era appena fermato, e chiedere se fossero disponibili ad accoglierlo per qualche notte.
«Buonasera e benvenuto, desidera?» gli disse subito dall'altra parte del bancone la receptionist, una giovane ragazza dai capelli dorati, lanciandogli un sorriso smagliante, oltre che una buona dose di alito vagamente odorante di fumo.
Aveva un'aria vagamente familiare, ma in quel momento Ryan era troppo preoccupato a pensare ai suoi problemi per rifletterci oltre.
«Una camera singola per tre notti, per favore» disse quindi, sperando che ci fosse stato almeno un posticino libero.
Dal di fuori, gli era parso di vedere che fosse un gran bell'hotel, a cinque stelle, che spesso ospitava anche eventi come matrimoni e altre cerimonie importanti, e forse gli sarebbe costato un tantino troppo per i suoi standard, ma a Ryan non importava.
Era troppo stanco - sia mentalmente che fisicamente, a causa del jet lag - per mettersi a cercare alloggi alla sua portata, sapendo che forse ci avrebbe impiegato ore, quindi per quelle tre sere si sarebbe permesso un piccolo sgarro.
Ora aveva solo bisogno di dormirci su. Al resto ci avrebbe pensato poi.
«Subito, signore. Mi lasci pure i suoi documenti e procederò con l'assegnazione della camera» gli rispose positivamente la receptionist, facendo esalare al ragazzo un sospiro di sollievo mentre frugava nel portafoglio non troppo pieno, da cui estrasse subito la carta di identità.
«Bene. Un momento che trascrivo i suoi dati al computer» annuì la giovane, dopo aver afferrato i suoi documenti e avergli lanciato un'occhiata distratta, presa com'era da far funzionare il computer, improvvisamente bloccatosi senza motivo.
Dopo qualche secondo di accidenti mentali, riuscì finalmente a farlo ripartire, per poi mettersi a leggere sottovoce i dati del ragazzo.
«Ryan Potter...» mormorò, ricopiando nome e cognome digitando con forza sui tasti, poi parve bloccarsi sul posto.
Esistevano molte persone con quel nome, ma esso, collegato al viso non del tutto estraneo del ragazzo che aveva davanti, in qualche modo le suggeriva di trovarsi davanti ad una vecchia conoscenza. «Un momento... Ryan Potter? Quel Ryan Potter?!»
L'interpellato sgranò gli occhi, rendendosi finalmente conto che la presunta familiarità notata nella ragazza era in realtà del tutto giustificata.
«Jade Yu? Sei tu?» biascicò infatti, più smarrito del dovuto.
Qualche minuto prima stava giusto ripensando ai suoi cari amici d'infanzia, ed ora eccola qui, in tutto il suo splendore, proprio una di loro, la ragazza che gli stava davanti a meno di un metro di distanza: l'indimenticabile Jade Yu. La ragazza che - per ragioni ancora a lui oscure - gli aveva misteriosamente rubato il primo bacio, ormai quasi nove anni prima.
Come aveva fatto a non accorgersene?
E ora, quella ragazza, proprio lei, stava aggirando velocemente il bancone della reception, per giungere al suo cospetto e avvolgerlo in un affettuoso e lungo abbraccio, di cui Ryan all'inizio non si rese nemmeno conto, pensando addirittura di stare sognando.
«Santo cielo, sei proprio tu... il mitico Ryan! Sei tornato! Come stai, vecchio mio? Che cosa ci fai qui a Los Angeles?» esclamò Jade con un sorriso a trentadue denti, quando si fu staccata da lui, guardandolo con quel suo sprizzo di gioia negli occhi che l'aveva sempre caratterizzata sin da bambina.
Ryan, nonostante il suo umore fosse improvvisamente migliorato da così a così, a quella domanda non potè fare a meno che tirare un sospiro profondo.
Se Jade avesse voluto veramente sapere tutto per filo e per segno - magari fuori dal suo orario lavorativo - allora avrebbe avuto davvero tante, tante cose da raccontarle, a tal punto da non sapere nemmeno da dove cominciare.
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Il grande giorno era finalmente alle porte, e tutti erano pronti a festeggiare nel migliore dei modi, considerando che con esso sarebbero arrivate anche numerose soddisfazioni per alcune persone apparentemente scollegate rispetto al contesto.
«Bene, ci siamo, Ariel. Devi fare del tuo meglio anche questa volta» si auto incoraggiò una giovane ragazza allo specchio di casa sua, vestita a puntino per l'occasione, sorridendo al proprio raggiante riflesso, per poi spostare lo sguardo sulla sua fedele fotocamera Nikon a tracolla.
Ormai le due erano inseparabili, e, da quando - finite le superiori - Ariel aveva cominciato la propria carriera in un famoso studio fotografico grazie alla sua evidente bravura in questo campo, in un anno aveva già ricevuto vari incarichi molto interessanti.
La fotografia era ormai diventato il suo piccolo grande mondo; era sempre stata la sua passione sin da piccola, e ora che si era finalmente tramutata in un lavoro, Ariel si svegliava ogni mattina col sorriso sulle labbra, stranamente contenta della piega che aveva assunto la propria vita e degli importanti obiettivi raggiunti in così poco tempo.
Abile com'era nel saper cogliere esattamente l'essenza di ogni soggetto che fotografava, umano e non che fosse, alla ragazza erano stati subito affidati notevoli incarichi da portare avanti, per numerose riviste di moda e non solo, ma, finora, Ariel ne era sicura, nessuno era mai stato interessante quanto quello che le si prospettava davanti in quella giornata: un solenne servizio fotografico dedicato nientemeno che ad un matrimonio, una delle celebrazioni più importanti di sempre.
Un'occasione in cui non ci sarebbero state finzioni, dove ogni espressione facciale e posa assunta dalle persone sarebbero state naturali e genuine, e dunque molto più appaganti da fotografare anche per lei che si trovava come sempre dall'altra parte dell'obiettivo.
Grazie al cielo era una mattinata magnifica, e sicuramente la brillante luce del sole avrebbe giocato a suo favore ogni qualvolta avrebbe dovuto immortalare i suoi soggetti nelle più disparate espressioni, contribuendo a risaltarne i visi.
Ariel se lo sentiva, anzi, ne era convinta: sarebbe stata una giornata particolarmente fortunata.
E no, non era tanto per dire, ma lo pensava davvero: in giornate calde e soleggiate come quella, non avrebbe potuto non sentirsi felice.
E, quando Ariel era felice, allora vedeva tutto sotto una luce più positiva, e, diventando improvvisamente di buonumore, riusciva molto bene nei suoi compiti, e di sera arrivava a sentirsi molto più realizzata.
Per una ragazza meteopatica come lei, del resto, il cui umore era perennemente influenzato dal meteo, era tanto facile sentirsi al settimo cielo quanto all'inferno dopo pochi secondi.
Fortunatamente non viveva in Inghilterra o in Irlanda, dove il tempo era sempre molto variabile, e le avrebbe comportato sbalzi di umore più che repentini e apparentemente inspiegabili.
La ragazza aveva sempre vissuto nella sua amata Los Angeles, in California, dove il tempo meteorologico era nove volte su dieci splendente come un diamante appena lucidato, quindi non aveva di che preoccuparsi.
La luce la rendeva libera, la stessa luce che le era di tanta ispirazione per i suoi scatti, e che le aveva sempre portato fortuna sin da piccola.
Anche quel giorno, dunque, avrebbe dato del suo meglio per rendere il proprio lavoro proficuo e per realizzare uno dei più bei servizi fotografici matrimoniali che potesse.
L'incarico le era stato assegnato con sua grande sorpresa il mese prima dallo studio di cui faceva parte, e Ariel non conosceva gli sposi né di conseguenza gli invitati, o almeno così pensava, per questo avrebbe agito indisturbata spostandosi col suo passo leggiadro per tutto il luogo dove si sarebbe tenuta la cerimonia, e chissà, magari sarebbe riuscita a scroccare pure qualche stuzzichino dal buffet - ancora lei non ne sapeva niente, ma, da che mondo e mondo, quale matrimonio poteva definirsi tale senza buffet?!
Sicuramente avrebbe fotografato anche le portate, più che certa che sarebbero state degne di essere accolte all'interno della sua cara Nikon, e poi era troppo curiosa di sapere come sarebbe stata la torta.
Insomma, era alquanto emozionata, pur essendo un'intrusa a tutti gli effetti, ma non l'avrebbe dato affatto a vedere.
Doveva mantenere la sua immagine professionale da vera brava fotografa, e non si sarebbe lasciata sfuggire troppi scleri, tenendoseli faticosamente per sé, cosa che ormai era abituata a fare ogni volta che doveva immortalare soggetti dotati di un certo fascino.
E così avrebbe fatto anche questa volta.
Sarebbe andato tutto liscio come l'olio, come sempre, del resto... o forse no?
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