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CAP. VI Sensi di colpa

Tre anni prima

I funerali sono finiti da poco e, ora, sono in camera mia con Mia tra le braccia, la testa bassa e con il cuore stretto in una morsa...

«Contenta, ora? È tutta colpa tua!» mi urla contro mia madre, tra le lacrime.

«Hai portato solo problemi in questa famiglia! Dovevi morire tu, non loro. Che ce ne facciamo di te?! È così che mostri la tua gratitudine? Ti abbiamo nutrita, cresciuta e istruita in suo onore e tu così ci ringrazi?! Sei solo una delusione e un veleno per tutti noi! Lo sei sempre stata! Tu, sangue impuro e infetto che non sei altro!» mi accusa, spietatamente, mio padre, accecato dalla rabbia e dal dolore.

Non oso guardarli né dire una parola in mia difesa. Stringo forte Mia tra le braccia — come se fosse la mia unica ancora di salvezza —, incasso in silenzio e trattengo le lacrime per il senso di colpa, l'umiliazione e la sofferenza...

Non devi piangere... non devi piangere! Non davanti a loro, almeno ripeto a me stessa.

«Sì, infatti! Devi ringraziare la tua vera madre se sei qui! Eri l'unico gioiello vivente che le aveva lasciato il suo adorato e defunto marito e non voleva rinunciarci, perdendo anche te, l'unica cosa che glielo ricordava... ma tu sei una sanguisuga! Già ancor prima di nascere sei stata una disgrazia! L'hai uccisa tu il giorno in cui sei nata! Maledetta! La mia cara sorellina» esplode e mi insulta mia madre, soffocando un singhiozzo. «Se non mi avesse costretta con quel patto tra sorelle a prendermi cura di te, ti avrei lasciata lì, a marcire! E, ora, anche loro mi hai portato via: i miei preziosi fiiigliiii...» marca e prolunga l'ultima parola e piange. Disperatamente, ininterrottamente.

Mio padre mi si avvicina, minaccioso, pronto a colpirmi, con tutto il disprezzo che prova per me da sempre e che trasuda da tutto il suo essere.

Trattengo il fiato e mi irrigidisco, pronta a tutto, ma mia madre gli posa una mano sul braccio e, tra un singhiozzo e l'altro, afferma: «Non ne vale la pena... verresti infettato e bruciato anche tu! È una portatrice di sciagure questa rossa maledetta! Lo è stata con mia sorella, con quel mostro che si è scelta per fidanzato e con i miei adorati». Riprende fiato e, rivolgendosi a me, aggiunge: «Lo sapevo! Lo sapevo! I tuoi orribili capelli mi ricordano le fiamme che mi hanno strappato i miei figli. Sei un tormento, un inferno...» e si copre il viso, con entrambe le mani.

Mio padre desiste dall'avvicinarmisi ulteriormente per colpirmi, abbraccia mia madre — dandomi le spalle — e, senza neanche voltarsi a guardarmi, mi dice: «La tua orripilante e disgustosa vista ci ferisce! Abbiamo fatto del nostro meglio per onorare la morte di Lydia, ma ora son morti anche loro...» e si prende una breve pausa. Dopodiché, tuona: «Devi sparire dalla nostra vista e vita, una volta per tutte! Andremo a trascorrere la notte da mio fratello, quindi, hai tutto il tempo di fare le valigie, chiudere la porta e andartene. Non mi importa dove! Basta che per domani e da domani e per sempre! Un giorno la pagherai per i tuoi crimini, eccome!» e, con queste parole minacciose e crudeli, escono dalla mia stanza... dalla mia vita!

Resto pietrificata ancora un po' e, non appena sento l'auto uscire dal garage, non resisto più e crollo sul pavimento. Lascio andare la povera Mia — che avevo imprigionato nel mio abbraccio per tutta la durata della conversazione — e scoppio a piangere, come da tempo non facevo.

Hanno ragione! È colpa mia se sono morti. Si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliatissimo, in compagnia di quel maledetto bastardo, e sono morti insieme a lui in quell'incendio. Erano gli unici a volermi davvero bene e ad aiutarmi a sopportare tutto questo e, ora, non ci sono più. Perdonatemi, vi prego! Non volevo, non volevo...

Percependo il mio stato d'animo, Mia mi si avvicina per farmi le fusa.

L'accarezzo per un po' e, col cuore spezzato, prendo il cellulare e telefono l'unica persona che mi è rimasta a sostenermi, per quanto distante: la mia amica Sonja.

Tra un singhiozzo e l'altro le chiedo asilo per un po' e lei — dopo aver imprecato l'indicibile — mi risponde, dolcemente: «Non muoverti da lì! Nessun treno. Aspettami, vengo a prenderti io con l'auto e — finalmente! — staremo un po' insieme. Guarda il lato positivo, tesoro: adesso non sei più costretta a stare con loro, per un senso del dovere nei confronti di tua madre... della tua vera madre, è inteso! Lei ti amava per davvero ed è questo ciò che conta! Così come Alekos e Meira... sono sicura che vegliano su di te tutti e tre da lassù e sono felici che tu sia finalmente libera di vivere la tua vita, lontano da tutto questo schifo! Ma parleremo con calma, qui, a casa. Ora cerca di calmarti e prepara i bagagli. Presto sarò da te!» e mi saluta.

Rincuorata dal suo affetto e dal suo sostegno, preparo le valigie e lascio un biglietto con su scritte solo tre parole:

"Grazie.
Addio!

Safiria"

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