R - Metamorfosi
Pubblicato il 9/07/2022
III
Davanti a me, si ergeva il miraggio di un giovane alto e biondiccio, con la barba incolta e una cicca di sigaretta, che si passava da un angolo all'altro della bocca.
« Ah! Tutte le donne cadono ai miei piedi, ma non ne avevo mai fatto svenire una... secondo te è il fascino dell'uomo maturo, l'eleganza di quello inglese o l'austerità di quello slavo che fa quest'effetto? Potrebbe essere un mix. » borbottò con un ghigno beffardo, mentre con una mano mi teneva le gambe sollevate e con l'altra guardava di sbieco l'orologio.
Il mio monolocale si restrinse attorno a lui: si fece minuscolo il cucinino rosso ad angolo, il piano colazione dello stesso colore e la finestra in legno bianco a due ante.
Mi sforzai di guardarlo, emicrania e palpebre pesanti mi rallentarono e impiegai un po' a capire chi o cosa avessi davanti.
Ancora sdraiata, osservai le fattezze dell'allucinazione che era venuta in mio soccorso: un viso angelico, contornato da riccioli caldi e luminosi; due spalle dritte e larghe, deltoidi sporgenti, bicipiti arrotondati e avambracci robusti stretti in un cashmere grigio; fianchi e gambe dritte, che ne esaltavano l'altezza, conferendogli un aspetto statuario.
Ripose l'orologio in tasca, spostò il peso delle mie gambe sull'altra spalla, poi prese la cicca tra pollice e indice lanciandola dritta verso il lavabo del cucinino.
Quello non poteva essere lui.
Non poteva essere Leonard.
L'immagine che portavo con me aveva delle caratteristiche fisse, immutabili: magro, emaciato e scarno. Uno scheletro.
Conoscevo il suo corpo a memoria, il suo respiro, il suo battito cardiaco... sapevo tutto di lui e quello non era lui.
La carnagione la ricordavo a tinte fosche e non perché il mio ricordo fosse affievolito dal tempo, anzi era nitido ma cinereo, di un tono grigio cupo. Al contrario, adesso appariva chiara, rosata e morbida.
Era sereno e vestito di tutto punto, non era arrabbiato, ferito o scalzo. Non era tachicardico, agitato o febbricitante... i suoi polpastrelli sulle mie caviglie non erano freddi, bensì miti così come il suo temperamento. Era lindo e pulito, né il maglione che aveva indosso, né i suoi pantaloni blu erano macchiati di pece.
Quando quel sogno fatto uomo, con il solito tono di voce scaltro, contò il mio tempo, « Ti ci sono voluti all'incirca 65 secondi per svegliarti e a me 20 per capire che... », istintivamente, decisi di difendermi e di calciarlo via per farlo svanire.
Quell'attacco non ebbe l'effetto sperato e scatenai il sarcasmo del fantasma. Mi afferrò le caviglie e mi squadrò le piante dei piedi e i talloni, incuriosito dalla mia mossa, per proseguire divertito: « ...sui tuoi calzini ci sono delle fette di ananas e di... anguria o forse sono fragole... »
Era impossibile che lui fosse lì davanti a me e mi stesse punzecchiando... dovevo dimostrare a me stessa che quello era uno spettro del mio passato.
Mi lasciò le gambe, andò verso il rubinetto e farfugliando qualcosa in russo, rovistò tra i piatti sporchi del lavandino. Non trovando un bicchiere pulito, recuperò una tazza dal pensile della cucina che riempì d'acqua.
« L'hai presa bene, pensavo peggio. » disse porgendomi la tazza.
Presi la tazza e... ancora incredula gliela versai addosso.
Ero impazzita, avevo una qualche forma di psicosi e il mio attaccamento alla morte di Leonard era diventato così morboso da offuscare la mia capacità di giudizio.
« Sono impazzita e tu sei frutto dei miei pensieri confusi e disturbati! Merda... non dovevo bere... non così tanto da fottermi il cervello... » e rimproverai me stessa, stropicciandomi gli occhi e massaggiandomi le tempie, colpita da quanto potesse essere fragile la mente umana.
« Mi rimangio quello che ho detto. Sei sempre stata così violenta? » brontolò sollevando il bordo del maglione con il quale si asciugò il viso. Si strofinò le guance e la fronte, alzando la stoffa tanto quanto bastava per farmi scorgere dal colletto della camicia bianca una minuscola catenina d'oro, la cui croce penzolava sul petto irsuto.
Mi alzai di scatto e afferrai istintivamente quel rosario, costringendo la sagoma a chinarsi alla mia altezza.
« Leonard? » mormorai con un filo di voce.
Lui finì di asciugarsi e, scoprendo leggermente il volto, vidi nei suoi occhi - per la prima volta - lo stesso colore: il blu.
Merda!
Portai entrambe le mani davanti la bocca, trattenendo un fremito d'orrore, una via di mezzo tra un urlo per lo spavento e un grido di gioia e, rintanandomi nel mio nascondiglio, lo osservai attraverso il lenzuolo.
« Sì, è il mio nome. Il tuo è Renesmee e qui c'è puzza di chiuso e di cibo andato a male. » disse stranito, alzò le tapparelle e aprì la finestra, facendo entrare vento e pioggia.
Merda! Era davvero lui.
Incerto sul da farsi, spostò il peso da un piede all'altro, e mi domandò: « Posso, kozà? Non mordo, non faccio mai il bis. »
Acconsentii alla richiesta del fantasma, permettendogli di sedersi al mio fianco.
Prestai fede alle allucinazioni come un medico presta fede ai sintomi, ma non ai miracoli. E quello era un miracolo nel vero senso della parola: superava i limiti delle normali prevedibilità dell'accadere.
Vedere un uomo morto camminare sulle sue gambe, respirare con i suoi polmoni era... incredibile.
Era più probabile che un meteorite piovesse giù dal cielo o che esistessero alieni, streghe ed elfi. Persino l'esistenza di babbo natale era più verosimile della sua! Era poco credibile che quell'immagine, non fosse del tutto frutto della mia immaginazione, del mio subconscio o del tasso alcolemico.
Però lui era lì, davanti ai miei occhi: il suo incarnato era roseo, le labbra dello stesso colore, perfettamente in tinta con le guance, dalle quali trapelava l'imbarazzo per il gesto che stava per compiere. Si sporse in avanti, portando le dita sulla mia fronte. Con quella carezza riuscì a fare ciò che nessun altro aveva avuto il coraggio di fare: raccontarmi la verità.
Leonard era vivo e il merito era mio.
Il suo racconto ebbe inizio con un ricordo vivido: l'incessante sete.
Quando assaporò il mio sangue, non riuscì a fermarsi. Fu un raptus a spingerlo a berne il più possibile, senza alcun freno inibitorio. Non ebbe alcun controllo sui suoi impulsi, avvertì esclusivamente sete. Mentre beveva, desiderò fermarsi ma il predatore che era in lui ebbe la meglio. Vissi anch'io l'eccitazione e il brivido nel mordere la carne umana e, la conquista e l'aggressione fisica del mio corpo che, pian piano, si assopiva mentre il suo si rinvigoriva. Infine quel bisogno fisiologico fu appagato. Al placarsi della sete sopraggiunse la coscienza, che gli ricordò cosa avesse fatto il suo istinto omicida.
Ero viva per miracolo, un pò come lui.
Mi mostrò il suo "dopo Volterra" sfruttando quello che un tempo era un mio potere esclusivo.
Lenzuola insanguinate e due corpi esanimi: quello di una donna incosciente con il polso lacerato e quello di un uomo esausto con la bocca ricolma del suo pasto. Ecco, cosa vide Sebastian al suo ritorno. Fu Sebastian a preoccuparsi per noi, animali feriti. Mi raccolse e mi portò via da lì, via da quella cascina, via dal mio paziente, si prese cura di me e mi riaccompagnò da Carlisle.
Si curò della salute del figlio, ne medicò le ferite. Replicò ogni medicazione come avevo appuntato sui miei fogli, leggendo e rileggendo più volte il loro contenuto per essere sicuro di star facendo le cose nel modo giusto.
Ero lusingata da quanta importanza potessero avere le mie conoscenze per un vampiro, e quanta alta fosse stata la considerazione che Sebastian aveva nutrito in me.
In realtà, suo padre fu in grado di evitare che entrambi ci sentissimo in colpa. Io per essermi resa preda e Leonard per aver agito da cacciatore, entrambi spinti dall'istinto animale.
Lui l'istinto di uccidere, io quello di morire.
Fu lui ad allontanarci l'uno dall'altro, sperando che potesse avere un qualche effetto positivo. Intanto che io ero di ritorno a Victoria, frastornata e a lutto per il mio paziente, lui trascorreva il suo tempo in Europa con i suoi fratelli lontano dai Volturi.
Quel giorno, Leonard subì una metamorfosi tornando un mezzosangue, mentre io mi trasformai nella versione peggiore di me stessa: insicura, codarda e perennemente in ansia.
Non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso. Era come se si fosse reincarnato in un altro corpo: non aveva occhiaie, la sua temperatura era come la mia, respirava normalmente e il suo battito era più regolare del mio.
« Il mio clan lo sapeva? »
« È stata una scelta condivisa. Dopo quello che era successo tra di noi, non sapevamo... non sapevo cosa sarebbe potuto accadere. Sebastian e Carlisle temevano che il desiderio del tuo sangue mi avrebbe spinto a ucciderti. » rispose guardando il suo orologio.
Tic toc.
Adesso si spiegava tutto.
D'altronde, mio nonno era un eccellente capoclan, paterno a tal punto da nascondere ai miei genitori che io avessi tentato il suicidio e contemporaneamente in grado di mentirmi su Leonard. Era stato lui a darmi la triste notizia "Leonard non ce l'ha fatta." con voce asciutta, utilizzando lo stesso tono che usavo in ospedale per rivolgermi ai familiari di un defunto. A questo, seguì il mio silenzio e poco dopo, i sensi di colpa. Avevo cercato in tutti i modi di mostrargli quello che avevo vissuto con Leonard ma lui si era rifiutato di ascoltare, di vedere.
Fino ad ora avevo sempre creduto che il motivo risiedesse nel non farmi rivivere la sua morte per discrasia.
Invece, era molto più complicato di così. Carlisle non era voluto venire a conoscenza di cosa fosse successo per impedire a mio padre di leggergli nel pensiero. Ecco perché aveva insistito tanto nel farmi restare con lui in Italia finché non mi fossi ripresa completamente, mentre il mio clan era di ritorno a casa.
Ascoltai ogni suo singolo suggerimento "torna a Victoria, il lavoro ti farà stare meglio", ogni incoraggiamento "passerà, capita ad ogni medico di sbagliare".
L'errore suo, l'errore loro era stato proteggermi a modo loro, mentendomi.
Il mio errore? Essere stata così stupida da non essermene resa conto, da fidarmi ciecamente.
Eppure, non avevo commesso alcun errore, anzi non soltanto avevo fatto del mio meglio... avevo fatto molto di più, avevo riportato indietro qualcuno da un destino già scritto: morte certa.
Ero stata in grado di identificare il cancro dei mezzosangue: il veleno. E il loro ringraziamento era stato quello di riempirmi di frottole... di lasciarmi credere di aver perso la testa?
Avevo caldo ed ero sudaticcia, il cuore mi stava scoppiando dal petto e, in uno stato di forte agitazione, gli inveii contro: « Vaffanculo! Non meritavo nemmeno di saperlo? »
Lui aggrottò le sopracciglia, rimise l'orologio in tasca e provò a dire qualcosa: « No... Renesmee non è come credi... »
« Sai cosa credo? Credo che sia assurdo che un morto si ripresenti all'improvviso in casa mia dopo sei mesi. Ti ho visto diventare di pietra: il tuo corpo era rigido come quello di una statua marmorea e i tuoi capelli grigi come l'argento. E adesso sento il tuo battito regolare e vedo i tuoi occhi blu... credo sia terribile avermi fatto vivere nella menzogna per così tanto tempo. Avermi fatto vivere tutto quel dolore... questa la chiamate protezione? Questa è menzogna. Non ero abbastanza "forte" da reggere la verità? Sono stata io a medicare le tue ferite! Io a scoprire cosa c'era che non andava in te, a scoprire del veleno, nonostante tutte le tue prese in giro... mi avete lasciato credere di aver sbagliato, di aver ucciso qualcuno... »
Lo schiaffeggiai lasciandogli il segno sulla guancia e ripetei il gesto, una, due, tre volte... finché non mi bloccò il polso.
« Rispondi! Stupido idiota... sei uno psicopatico! Ti odio! Vi odio... » e accecata dall'ira alzai il tono di voce, strattonandolo solo per poterlo minacciare. Lo spintonai così forte da fargli sbattere la testa contro la testiera del letto e continuai nella mia vendetta, nel mio urlo disperato: « Come avete potuto farmi questo? Come hai potuto farmi questo... cosa ti ho fatto di male... mi hai lasciato credere di averti ucciso! Io credevo... di... »
Ad un tratto ero sopra di lui, con i pugni chiusi a picchiargli il torace e lui non disse neanche una parola. Mi lasciò fare, si lasciò picchiare, con due occhi ormai vitrei e rivolti al soffitto e non a me.
« ... di... averti fatto del male... »
Mi sfogai su quel corpo sano, macchiando la trama larga del suo maglione di tante minuscole chiazze scure. Gli piansi addosso, percuotendolo, e lui non si spostò di un centimetro.
La mia lotta contro quel Cacciatore durò finché le mie mani non tremarono e, a quel punto, fu lui ad averla vinta.
« ... io-io... ti-ti... ho ucciso... »
Con una mano mi agganciò i polsi, con l'altra mi circondò la schiena, facendo aderire il mio torace al suo.
Si limitò a stringermi a sé, intanto che scuotevo le braccia, le gambe e i fianchi pur di liberarmi da quello che credevo il cadavere del mio primo omicidio.
Sentii il suo respiro lento muoversi dalla bocca semichiusa, e grazie alle sue labbra, avvicinarsi al mio orecchio. Respirava lentamente, e io a fatica boccheggiavo affannosamente nel suo odore con un nodo alla gola.
« Respira... respira... mi... » parlava piano e le sue dita si attorcigliavano tra le mie ciocche di capelli, tastandone la consistenza come per verificare se anch'io esistessi davvero. Con voce roca, mi esortò a qualcosa che tradussi in modo errato.
A pieni polmoni non respirai aria, ma lui.
Respirai acqua di colonia e puzza di sigaretta.
Respirai lui e lui respirò me.
Dove finiva il suo respiro iniziava il mio. Dove finivano le mie lacrime iniziavano le sue carezze... e in quei sospiri trovai la ragione di quella stretta. Non voleva difendersi dalla mia aggressività ma sorreggermi. La sua non era una forma di protezione, ma un abbraccio.
Cautamente mi sfiorò i capelli, e la sua mano sembrò leggera come piuma. Restammo in silenzio e in quel silenzio, feci breccia nel suo cuore.
« Non volevo ucciderti, non avrei mai voluto mentirti. Fino a poco tempo fa, non mi sarei mai potuto avvicinare a te in questo modo senza provare appetito. »
Quelle parole mi giunsero ovattate, facendomi crollare, fino a farmi singhiozzare.
« Hai ridato la vita a un suicida. Te ne sarò per sempre grato. » riprese distaccandosi solo per vedere i miei occhi bagnati.
Sebbene la sua voce fosse vellutata e il suo fare più dolce del solito, lo vidi sbiadire un'altra volta... e qualcosa... non so cosa... mi spinse a premermi ancora di più su di lui, per non far dissolvere quel corpo vivo.
Con un altro tocco, mi mostrò la sua sete durante l'Iniziazione. Aveva pensato più d'una volta a bermi, a dissetarsi di me. Ero la sua preda e lui il predatore.
Mi disse tutto senza aprire bocca e lo ascoltai con la faccia schiacciata tra il cuscino e la sua spalla, mentre lui toglieva qualche ciuffo incollato sulla mia fronte madida di sudore.
« Hai finito di piangermi addosso, kozà? » con schiettezza si lamentò della mia sensibilità e mi resi conto di aver fatto qualcosa che non avrei mai lasciato fare a nessun altro se non a Jake. Ero distesa su di lui, con la faccia sul suo petto, intenta ad annusarlo e a lasciarmi accarezzare la testa... era imbarazzante e inopportuno... era Leonard!
Me lo scollai di dosso e lui fece lo stesso. Ancora un po' rosso in viso, si alzò e prese dalla tasca della giacca che aveva lasciato sul piano colazione, una pergamena e porgendomela riprese: « Sono qui per questa. Volevo dartela prima di morire, ma l'hai rifiutata. Credevo che barattare la mia inutile vita per la protezione di Margaret fosse il gesto più responsabile che potessi fare. Uno scambio equo: il mio clan ti protegge se il tuo protegge Margaret. »
Come suo solito fare, ci tenne a ricalcare la distanza che c'era tra noi e attese una mia risposta. Avevo tra le mani un protettorato tra due capoclan: Carlisle Cullen e Leonard Winslear. Io e Margaret eravamo merce di scambio. Come ci si sente ad essere un oggetto? Male. Merda.
« Perché? » domandai intontita rigirando tra le dita quel pezzo di carta consunto.
« Nel corso dell'Iniziazione, i primi a essere presi sono i clan delle prede, in modo tale che queste restino senza protezione. »
Ed ecco perché i miei genitori vennero portati subito via... ecco perché Nahuel, rimasto senza protezione, fu la prima preda.
« Era tutto pianificato? Il protettorato, il ballo per distrarmi e poi la fuga... »
« Non del tutto. Sarebbe andato tutto secondo le visioni di Alice se non mi avessi seguito. »
« Cosa dovrei farmene? » gliela lanciai addosso, lui la afferrò e si liberò di quel peso che teneva per sè da qualche mese a questa parte: « Quello che vuoi, la scelta è tua. In questa vita non voglio avere rimpianti. »
Quel fottuto bastardo masochista. Era lì per sé stesso, nessun senso di colpa, nessun "mi dispiace". Doveva espiare i suoi peccati e io ero stata un suo peccato di gola.
Ricambiai quell'indifferenza, decidendo segretamente che l'unica cosa di cui mi sarebbe importato sarebbe stato di non aver ucciso nessuno, di non aver sbagliato.
Per la prima volta nella mia vita, non avevo commesso alcun errore. Eppure provavo ancora quell'insicurezza, quell'ansia che aleggiava attorno al mio presunto errore.
Mi spostai verso il lavello per bere. Lasciai scorrere l'acqua sull'acciaio e mi paralizzai davanti al mio riflesso: guance scavate, occhiaie e capelli arruffati.
« Hai una brutta cera. Non avevo mai visto nessuno trascurarsi con così tanta tenacia. »
Si mise anche lui a guardare il mio stesso riflesso malaticcio, poi però ci versò sopra qualcosa. Pensai acqua, sperai in quella, e invece stava buttando via il mio anestetico emotivo.
Addio anestesia.
Mi schivò e andò dritto verso il mini frigorifero accanto al piano cottura, per sbirciare tra le mie scorte.
« Quanto alcol bevi dottoressa Cullen? »
Non mi meravigliai che quel mini frigo fosse più un minibar, ma di ciò che Leonard si era arrogato il diritto di fare con il suo contenuto. Lo stava svuotando per intero. Liquori, superalcolici e snack, dritti nella pattumiera.
« Non sono affari tuoi. Vattene! » asciugai le ultime lacrime e mi parai davanti a ciò che riteneva spazzatura.
« ... uh del vino rosso in frigo? Che insulto. » disse disgustato, spiando la mia refurtiva.
« Leonard, vattene! »
« Vorrei, ma le circostanze mi costringono a restare, almeno finché non sei sobria. » e spostandomi afferrò una bottiglia, ne assaggiò il contenuto e lo sputò nel lavabo disgustato: « Vodka alla frutta... è dolcissima. Come fa a piacerti una roba simile? È nauseante. »
Spazientita, mi arresi, lo lasciai curiosare nella mia dispensa, in modo tale da poter andare al bagno per lavarmi il viso e riacquistare un aspetto normale.
Sapevo che non avrei avuto modo di dissuaderlo. Ero troppo stanca per cacciarlo via e troppo agitata per pensare a qualche alternativa valida.
« Quando vai via chiudi la porta. » dissi sbattendo la porta del bagno.
Non potevo ancora credere ai miei occhi.
Stavo parlando con un mezzosangue.
Ci avevo visto giusto, la mia intuizione era corretta. I mezzosangue erano umani: vulnerabili e guaribili seppure immortali. Io ero stata la prima a venirne a capo.
Mi guardai allo specchio e mi vidi in uno stato pietoso. La felpa sporca con la manica macchiata di ketchup da due settimane e i pantaloni della tuta che avevano avuto un destino simile, i capelli così disordinati che appena ci infilai una mano dentro, rimase incastrata e poi... gli occhi rossi, lucidi e spenti, ipnotizzati dall'abbozzo di donna che avevo davanti.
Ero magra come un chiodo e me ne ero appena accorta
Tolsi la maglia e segui le clavicole sporgenti. Mi voltai e scoprii di poter studiare addirittura i margini delle vertebre e delle sorelle costole.
Ero pietosa, vomitevole... così tanto che trattenni un conato di vomito.
Non avrei dato a quel narcisista dalla battuta pronta la soddisfazione di vedermi in quello stato.
Strofinai con forza il viso, il collo, le braccia e raccattai dal cesto della biancheria qualcosa di più pulito, di una felpa sudicia: una t-shirt scolorita e un jeans strappato.
Avevo tutto sotto controllo, sarebbe tutto bene adesso. Leonard si sarebbe stancato di commentare la mia cantina, sarebbe uscito da quella dannata porta e io avrei potuto riprendere la mia grigia routine.
Uno squillo.
E pensai, ingenuamente, che non avrebbe mai risposto al telefono. Era un alcolizzato, era ovvio che mettesse le mani nel mio frigo, ma non era un impiccione.
Due squilli.
Almeno non lo era mai stato fino ad ora.
« Io e mia moglie non possiamo rispondere al telefono, ma se lasciate nome e numero vi richiameremo non appena avremo finito... oh... dottoressa Girard. »
Candy? Candy! Merda.
Mi precipitai fuori dal bagno, lanciandomi verso Leonard per poter acciuffare il telefono. Lui si sottrasse alla mia presa, mentre con una mano faceva roteare la catenella del suo orologio con l'altra reggeva il mio cellulare per poter ascoltare meglio.
« Riattacca! Non ci sono. » gli bisbigliai facendo qualsiasi gesto che potesse fargli intendere che riagganciare fosse la scelta migliore.
« Sì sono il marito. Mi dica... vuole rimandare la seduta di venerdì a domattina? Okay. A che ora?... mi libero volentieri. Sì, capisco cosa intende, potrebbe esserle utile... »
« Leonard, ti prego. Non intrometterti! »
« Non le ha parlato di me? Strano, lei parla sempre di me. Sono il suo unico pensiero... alors ça va sans dire, dottoressa Girard. A presto. »
Riattaccò e mi chiese stralunato: « Vai da uno strizzacervelli? Sei proprio matta. »
« Cosa hai fatto?! Ti avevo detto di non rispondere! »
« Ormai ho risposto. Quel che è fatto, è fatto. »
Si ostinò ad ignorarmi e a continuare a frugare tra i cassetti della cucina in cerca di qualcosa: un grande sacco nero. L'intento? Gettar via qualche formaggio ammuffito, frutta marcia e i miei anestetici emotivi. Cazzo... mi stava sfuggendo di mano.
Quella era violazione di domicilio con l'aggravante di pulizia coatta.
« Ehi! Adesso è troppo. Va via! » mi parai davanti a lui per sottrargli il bottino.
« Adesso è troppo? Dovrei dirlo io. Ancora con il digiuno volontario? » disse guardandomi con aria interrogativa, come se quella strana fossi io.
« Non sono andata a fare la spesa! Va bene? Puoi andartene? »
« Lo facevi anche a Forks. Lo fai ancora per il tuo lupo? Oppure hai cambiato destinatario? È un modo per esprimere il tuo affetto? »
« Chi ti credi di essere? Tu non ne sai niente del mio lupo e del mio corpo! Non ti sopporto... sei peggio di prima, sei più stronzo di prima! Vattene! »
Era lui quello strano! Quello che si era intrufolato di nascosto in casa mia dandomi il lieto annuncio della sua nuova vita, incasinandomi ancora di più di quanto già non fossi.
E ormai spintonarlo mi veniva naturale, ero troppo nervosa, il mio tono era stridulo anche per me. Mi squadrò dalla testa ai piedi per qualche secondo, finché non fece cenno di no con la testa e riprese la sua mansione: ripulirmi casa.
« Ti senti in colpa? Bene, ti perdono. »
« Noi due abbiamo una questione in sospeso. Sono in debito. »
Più mi avvicinavo, più mi schivava, e direzionò la sua attenzione su qualcos'altro: la libreria in noce accanto al letto. Come se nulla fosse, si mise a sfogliare curiosamente i miei libri e appunti.
Figuriamoci se aveva bisogno del mio perdono. Era lì difronte a me solo per appagare il suo ego, per evitare che i sensi di colpa potessero rovinare quella sua nuova vita.
« Debito assolto, sei libero! »
« Credi davvero di riuscire a cacciarmi via? Sei proprio stupida, lo sai? »
« Questa è casa mia, è la mia vita. Non sono affari tuoi. Non lo erano prima e non lo saranno adesso! »
« La tua vita non era così prima di Volterra. Guarda come ti sei ridotta. »
Non sbagliava, ma non aveva alcun diritto di decidere per me. Lo avevano già fatto Carlisle e Sebastian per entrambi e tentare di fare lo stesso con me... no!
Non poteva farlo, non glielo avrei permesso.
Doveva andarsene via da casa mia e, dopo essersene andato avrei potuto finalmente cambiare aria.
Mi venne in mente di fare le valigie in quell'istante, fuggire, scappare e andar via da tutto e da tutti. In cerca di una nuova casa, di un nuovo Jacob e di un nuovo lavoro.
Mi ero scelta una vita che non faceva per me, una vita non adatta a una debole mezzosangue e Leonard era solo uno dei miei tanti errori. Un errore per metà russo e per metà inglese con una ottantina di anni di differenza.
« Sono io che mi occupo della mia vita. Non venire qui da me a redimerti della tua vita passata. »
Lo trascinai verso la porta e la sua testardaggine sfidò la mia, con un gesto assai semplice: mi prese quel polso. Il polso maledetto dal suo morso, quello da cui aveva bevuto, dal quale era rinato e dal quale rimase ammaliato. Alla luce, il morso d'argento spiccava sulla pelle chiara come un gioiello prezioso. Era come se mi fosse stato cucito addosso, ricamato sull'epidermide di grigio e argento. Pareva una voglia ed era come se quello sfregio ci fosse sempre stato.
« Quella notte volevi morire tanto quanto me. Me lo ricordo... so cosa hai fatto. Puoi darla a bere alla tua strizzacervelli, ma non a me. »
Tenne il polso con sè, gli passò sopra le dita, che saltellarono rapide tra le lentiggini e i nei. Ricalcò i contorni delle vene verdognole, ne tratteggiò il decorso, risalendo fino all'avambraccio dove i polpastrelli ruvidi arrivarono a destinazione, raggiungendo il marchio che mi aveva impresso.
Tentennò per qualche secondo, poi si inumidì le labbra, come per dire qualcosa, ma quando alzò più su la manica, cambiò strategia. Le parole gli morirono sulla sua lingua, davanti ad altri morsi più piccoli, ferite, graffi che mi ero autoinflitta.
Mi aveva scoperto. Avevo provato ad assaggiarmi per capire cosa ci fosse di tanto attraente nel mio sangue da rendermi succulenta anche per un mio simile.
Abbassai lo sguardo, convinta che lui avrebbe fatto lo stesso, che non avrebbe indagato ulteriormente.
« Guardami. »
Era un ordine, che mi sembrò una richiesta. Ero al corrente del suo modo di fare: chiedere il permesso per poter eseguire. Ricambiai il suo sguardo, senza domandarmi dove volesse andare a parare perché Leonard era un vecchio e innocuo mezzosangue, cosa avrebbe potuto fare di male? Terrorizzarmi a morte.
Senza scollarmi gli occhi di dosso, posò le labbra sulla pelle scarificata, accennando lievi baci miti, sulle impronte dei denti, sulle cicatrici e sulle escare. Quell'operazione fu intervallata dai suoi brevi sospiri.
Ma in mezzo a quei soffi ci trovai il fuoco e mi ricordai di Jake. Mi scottai e la pelle d'oca lo fece desistere, trasalendo tanto da farlo vergognare per quel gesto: « Perdonami, sono stato... avventato. »
Si grattò le tempie, si tormentò le labbra con un dito, e si ricompose in fretta, cambiando discorso e distraendomi dal mio terrore.
« Hai rovinato la tua pelle madreperla. È un peccato che ti abbia lasciato il segno. » borbottò assorto, analizzando l'avambraccio cercò altre tracce sul sinistro.
« Non sei l'unica ad esserci passata. Tutti quelli della nostra specie ci passano. »
Fece dei risvolti alle maniche del maglione e mi mostrò i suoi, accostando le sue braccia alle mie.
« L'hai notato anche tu vero? Le ferite si rimarginano, i tagli si richiudono, le bruciature svaniscono... gli unici a restare sono i morsi, il veleno. Non sei diversa dagli altri, non sei più speciale degli altri. »
Mi mostrò gli effetti collaterali di un'eterna mortalità, sfiorandomi, mi fece vedere quello che - senza saperlo - avevo fatto anch'io: i morsi autoinflitti, il tentativo di impiccarsi, l'asfissia... quello di San Gimignano, non era stato il primo tentativo, ma l'ultimo di una lunga serie.
« Che ti importa? Sei vivo, stai bene... »
« Ma tu non stai bene. Hai bisogno di aiuto. » disse in fretta, rimettendomi la manica al suo posto.
« E avere dei consigli da parte di un aspirante suicida dovrebbe fare al caso mio? »
« Dottoressa vodka, hai bisogno che qualcuno ti aiuti ad aiutarti. »
« Perché quel qualcuno dovresti essere tu? Per il tuo debito? Non ti voglio qui. »
« Preferisci Margaret? Oh... avrei così tanto da raccontarle. Ad esempio, di come la sua stupida amica si sia gettata giù da un dirupo o come si sia approfittata della mia... condizione per lasciarsi dissanguare. Potrei anche spifferare tutto a tuo nonno o ai tuoi genitori... al tuo lupo... »
« Mi stai minacciando? Sei disgustoso. Quello che hai visto... non devi dirlo a nessuno. »
« Questa non è la prima volta che mi ordini cosa fare. » mi suggerì, ricordandomi che era lo stesso ordine che gli avevo dato per riportarmi a casa dopo Jake.
« Anche tu hai fatto lo stesso con me quando si trattava del tuo veleno. »
« Allora, ti faccio una sola domanda e se risponderai sinceramente, ti lascerò sciatta e sola, ignorando che sei diventata matta. Perché ti stai facendo questo? »
« Perché me lo merito? »
Rispose con un verso simile a quello di un buzzer: « Risposta errata. »
« Odio il tuo tono di superiorità! Odio questa cosa che credi di sapere tutto quando in realtà non sai niente! Senti, sono stanca di te! Sono stanca di tutto questo... sei tossico come il tuo stesso veleno. Se avessi davvero voluto ripagare il tuo debito, avresti dovuto continuare a fingerti morto! Ti riesce benissimo morire, nasconderti e rovinare la vita degli altri! È tutta colpa tua e del tuo veleno. Tutta colpa tua e del tuo protettorato! »
« Bene. Non sono gradito. »
« Infatti, non lo sei mai stato. » si avvicinò annusandomi per dirmi: « Fatti una doccia, puzzi di alcol e depressione. Ci vediamo domattina dalla tua strizzacervelli. »
« Non è la mia strizzacervelli! È una collega... necessita di una consulenza da parte mia. Appunto per domattina! »
Mentii spudoratamente difronte all'evidenza, un pò come quando zio Emmett dopo aver rotto qualcosa di caro e costoso a nonna Esme.
« Tra le tante cose che non sai fare, oltre al non saperti prendere cura di te stessa, c'è anche il raccontare balle. Dovresti imparare, potrebbe esserti utile per il futuro. » disse estraendo una busta che aveva stampato in maiuscolo e grassetto il mio nome e cognome. Era il il riesame delle mie note disciplinari e me lo sbattè in faccia fiero di aver vinto la partita.
Che nervi! Aveva perfino messo le mani nella mia buca delle lettere. Il mio viso si tinse di imbarazzo e vergogna, due emozioni che Leonard non era in grado di provare.
« Non sei nessuno per giudicarmi. »
« Non ti giudico, potevi almeno usare un nome falso. Principiante. »
Ispirazione:
Il Gattopardo - Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro