R - Matrimonio bianco
Pubblicazione 15/07/2022
IX
« Vampirella, sbrigati. Non abbiamo molto tempo. » sbuffò picchettando lo schermo LCD dell'orologio analogico.
« Credevo volessi davvero aiutarmi. Mi stavo aprendo... ti ho rivelato cose che non ho mai detto ad anima viva. »
Feci cenno a Leonard di aprire la bocca a Candy e lui di tutto punto obbedì. Stranamente adoravo quella macabra intesa che si era creata.
« Ci ho provato... ti giuro che ci ho provato! Non ho i mezzi, non ho le conoscenze... non sono pagata abbastanza... il tuo più grande ostacolo sei tu. »
« Il gioco le stava riuscendo bene? Non trovi? » mi domandò porgendomi la mano per porre fine alla mia vendetta. La rifiutai per continuare a torturare il mio dolcetto preferito. Premetti i suoi polsi contro i braccioli della poltrona mentre inspiravo a pieni polmoni l'odore di carne umana. Quello di Candice Girard.
Provai sete.
L'odore di sangue è uguale a quello dei soldi: puzza di ferro. Quel sentore mi attraversò le narici, raggiunse i polmoni e quella percezione olfattiva si trasformò in una fantasia ematica che non vedevo l'ora di realizzare.
Posai le mie labbra sul suo mento, il quale aveva ormai perso i suoi naturali contorni: appesantito, risultava flaccido, un vecchio collo raggrinzito... eppure, sotto quello strato di grasso, la muscolatura delle arterie si contraeva ritmicamente per portare sangue agli organi vitali. Sangue che sarebbe zampillato nella mia bocca, sceso lungo la gola... leccai il suo collo, pronta ad azzannarla. Pronta a farla mia.
« L'hai spaventata abbastanza. Modificherà di sicuro il suo resoconto. Non ho dubbi. »
I miei canini lisci strisciarono sulle sue rughe d'una vita... le fauci secche, anzi aride bramavano d'essere colmate... percepivo il mio sangue ribollire e il suo raggelare.
Calore.
Leonard tentò di tirarmi via con le buone, parlando, ripetendo che non ne valeva la pena. Ma la sua voce si andava affievolendo, mentre la mia sete cresceva. Prendevo fuoco bruciandomi la gola.
Gli sibilai contro e la addentai. Gustai Candy, la dolcezza del suo sangue e l'amara avidità per il denaro.
Poi, uno strattone mi strappò via lanciandomi dalla parte opposta. Caddi sul divano alle mie spalle. Leonard colpì Candy con un colpo secco per farla svenire.
Era il mio pasto, non me lo avrebbe potuto rubare. Decisi di combattere per Candy. Mi avventai su di lui, scaraventandolo a terra.
Lottammo, eravamo abituati a farlo.
Gli schiacciai il torace, prendendolo a pugni. Lui parava i colpi, deviando prese e strette. I nostri corpi si scostavano per poi schiantarsi l'uno sull'altro, l'uno contro l'altro. Gli atterravo addosso, scalciando e aggredendolo. Non c'era parte del suo corpo che avessi escluso dalla battaglia: lo prendevo per il collo, per le spalle, senza timore di fargli male, senza pensare a cosa o a dove stessi toccando.
Invece, lui aveva ristretto il suo campo d'azione a una porzione delimitata del mio corpo: bloccava solo braccia e mani. Per il resto, teneva le gambe alte, il busto basso e le braccia incrociate, creando una barriera fisica tra di noi. Non proteggeva il volto, mi fissava e quella era la sua unica forma di attacco. Sapeva che avrei evitato i suoi occhi.
Rotolammo per un po'. Io ansimavo, scossa dalla sete. Lui aveva una smorfia triste ed emetteva qualche sospiro sottile. Di tanto in tanto, il suo braccio rimpiazzava il mio, ostacolando uno strattone.
Se perdevo l'equilibrio e mi ritrovavo su di lui, opponevo resistenza usando il mio peso a mio vantaggio. Facevo forza sulle gambe, quasi a volerlo ammaccare al suolo. Leonard avrebbe dovuto odiarmi, sputarmi addosso o urlarmi contro, invece subiva silenzioso. Non si difese mai, anche quando lo spinsi via con una ginocchiata sull'addome.
Quando era lui a cadere sopra di me, piegava le ginocchia, non applicava mai il suo peso al mio corpo. Anche in quei momenti, in cui io ero fuori controllo lui era padrone di sè e prestava attenzione al modo in cui pigiava i polpastrelli sulla mia pelle oppure alla vicinanza del suo ventre al mio.
Lo faceva perché aveva visto tutto. Ero così debole da farmi trattare con i guanti anche durante un combattimento contro un mio simile per una preda. Credevo di averlo umiliato, quando in realtà quella umiliata ero io.
Quel toccare inesistente mi fece distrarre e fu lui ad avere la meglio su di me. Ancora sopra di lui, mi bloccò i polsi dietro la schiena per evitare che potessi sgattaiolare via aprendomi un varco verso Candy.
Non capivo cosa volesse fare e non capii nemmeno cosa mi spinse a piegarmi a cavalcioni sul suo torace, avvitando le gambe come una morsa.
Leonard stava usando il mio peso contro di me. Anche se stavo sopra mi stava avvinghiando a sè. Emisi un lamento e la sete divampò, squarciandomi dentro. Avevo la bocca ricolma di veleno che voleva fuoriuscire... ero stanca, volevo il sangue di Candy... avevo sete, troppa sete...
Un ultimo tentativo. Lo spintonai più che potei. Tentai di farmi spazio sgusciando, strisciando sui suoi vestiti. Mi sfregai sulla lana blu, costretta ad annusarne la puzza di tabacco.
« Perché lo hai fatto? » mormorò.
« Se l'è cercata. » dissi interrotta dall'affanno.
Avevo caldo e freddo.
Avevo fame.
E d'un tratto mi circondò il busto con le braccia e mi ritrovai incollata, un'altra volta, al suo petto. Spingevo, inarcavo la schiena, il torace, il busto... ma ero stretta a lui, con il viso rivolto verso le goccioline di sangue che dal collo di Candy si riversavano sul pavimento, e l'orecchio sul cuore di Leonard... diamine quanto batteva il suo cuore...
« Non sei così. » posò la sua fronte sulla mia e mi dimenai agognando la mia preda.
« Tu non sai come sono! » gli urlai in faccia ed eravamo così vicini, che il mio veleno gli colò addosso... sulle guance e sulla bocca... e lui lo accettò, rimase fermo e si leccò le labbra del veleno argento vivo.
« Vero. Però, so che hai sete. Sbaglio? » e poi ordinò: « Bevimi. »
Mi propose il suo collo, lo estese verso di me... e la sua pelle rosa somigliava tanto a quella umana, ma non lo era... ma la carotide pulsava...
« Ti prego, lasciami... ti prego... ne ho bisogno... » sussultai e lacrime e veleno gli tinsero il collo. Chiusi gli occhi, li strizzai per non essere trasformata in ghiaccio dai suoi. Mi aspettavo che usasse il suo potere su di me.
« Non posso farlo. Faresti qualcosa di cui ti pentiresti per il resto della vita. »
« Voglio lei. » grugnii, mostrandogli tutta la ferocia per la preda sottratta.
« Guardami. »
Giurai a me stessa di non farlo, di non cadere di nuovo nel suo tranello. Poi percepii qualcosa di diverso dalla telecinesi. Pensavo che mi stritolasse il cuore o la gola.
Fece tutt'altro. Mi lasciò i polsi e le sue dita tentennarono sulle mie palpebre, frizionando appena le sopracciglia stropicciate.
« Non puoi averla. È un'umana. Non mangiamo gli umani. » e aprii gli occhi.
Con la mano destra mi sfiorò, le sue dita frusciavano tra i miei boccoli. Prese una ciocca, la avvicinò al naso e inspirò il mio odore. Poi spalancò i suoi occhi blu, si portò un dito alla bocca e si punse.
« Ti do me stesso. » disse.
Ed ero libera, potevo finire Candy. Ma quando seguii le gocce del suo sangue bagnargli docilmente l'anulare per poi dirigersi verso il palmo e roteare danzando... ne fui ammaliata. Il profumo pervase quella stanza troppo piccola per contenere la mia frenesia.
Potevo scegliere: o Leonard o Candice.
« Bevimi. » disse.
Con lo stesso dito mi sfiorò prima il labbro superiore e poi, disegnando una curva, quello inferiore tingendo la mia bocca del suo sangue. Ripeteva, ancora e ancora, Renesmee per concedersi a me. Per farmi concentrare su di lui. Voleva essere la mia preda. Voleva che io diventassi il suo cacciatore.
« Lo vuoi, Renesmee. Vuoi questo sangue. È tuo. »
Ero ipnotizzata da quel rossetto, da quella scia tanto leggera quanto gustosa, non più pece ma porpora. Mi leccai le labbra, mordendone i bordi e le increspature. Aveva il mio stesso sapore, solo un po' più soffice e penetrante.
« È nostro. Prendilo. »
Leonard mi aveva sedotto. Non avevo altra scelta.
Presi la sua mano con foga e portai quel dito in bocca, lo succhiai con violenza. Una brama smaniosa e irragionevole si fece strada in me, nel mio corpo, nei miei muscoli. Le mie mani ebbero fretta, corsero sul suo collo quasi strangolandolo e quando lo annusai, persi la testa... anche la puzza di sigaretta ebbe un effetto afrodisiaco.
Ero vorace, insaziabile, non mi bastavano quelle poche gocce. Con la stessa mano con la quale mi carezzava i capelli, spinse la mia nuca verso il suo collo e ne baciai la pelle, strofinai le labbra, premendo i denti contro l'oggetto del mio desiderio. Non esitai nemmeno un attimo ad assaggiarlo, a gustarlo... a domarlo... ed era docile, mansueto...
Leonard era la mia preda.
Compresi cosa aveva provato nell'assaggiarmi. Imparai che il sangue era linfa vitale.
Essenza.
Vita.
« Siamo animali, Renesmee. »
Era così buono, così succulento.
Era ambrosia e divenne balsamo e unguento per le mie ferite. Lo degustai come si fa con il vino. Immaginai un profumo intenso e persistente di legno e cuoio. Un gusto fresco, vivo, morbido e corposo. Liquoroso e al tempo stesso suadente. Mi diede da bere la sua anima: vigore, orgoglio e pentimento.
Fisicamente, dissetarmi fu impegnativo. Dapprima il mio corpo si scaraventò sul suo usando le maniere forti: avvinghiandomi alle sue spalle, stringevo il suo collo fra le dita quasi a volerlo soffocare. La forza, pian piano, venne meno e all'eccitazione e all'euforia della caccia si sostituì la debolezza.
Avevo le vertigini, la visione era offuscata e quasi persi l'equilibrio. Sazia e affaticata, le mie gambe tremarono e avrebbero ceduto se non fosse stato per lui. Mi cinse i fianchi, in modo tale da sollevarmi alla sua altezza e consentirmi di appigliarmi a quella camicia ormai cremisi.
Il sapore di un mezzosangue è dolce come il sangue umano e al tempo stesso amaro come il veleno. Mi lasciai andare, mi distesi sul suo corpo.
Ero stordita, incantata e ubriaca. Mi fece bene all'anima. Interiormente, il suo sangue rase al suolo tutto: Candy, Jake, Volterra, la sindrome dell'impostore e quella del sopravvissuto.
La mia testa era vuota, leggera ed ero in pace con me stessa.
Continuava ad accarezzarmi, come se il mio desiderio fosse stato normale. Come se quello che avessi fatto fosse più che giustificabile... avevo bevuto da un mio simile... ero come loro... ero un vampiro...
Cosa hai fatto, Renesmee? Mi scostai, alzandomi a malapena in piedi e notai che mi scrutava in modo rassicurante, nonostante fosse ferito. Non capivo, ero disgustata da me stessa, da quella libido che non ero riuscita a controllare.
« Mi... mi dispiace. » balbettai.
« Non devi dispiacerti. » mi asciugò la bocca con un lembo di stoffa.
« Più che un matrimonio bianco, è un matrimonio rosso. » borbottò sorridendo. Mi tolsi la felpa e con un cenno annuì, la prese e si tamponò il collo.
Mi guardava con occhi pieni di dolcezza. Quel blu, era una marea, aveva spazzato via tutte le mie incertezze, tutte le mie paure. Poi si sedette per terra e lo trascinai per fargli appoggiare la schiena sul divano.
Piegò la testa indietro e chiuse gli occhi, parlando sottovoce, sforzandosi: « Prima regola. Avere sempre un alibi. Nascondi il morso. »
Non afferrai subito cosa volesse dire. Ero in pena, stava sanguinando e fuoriusciva così tanto sangue che... dovevo aiutarlo.
Ma quando mi avvicinai ripetè sottovoce: alibi.
Un alibi per chi? Per Candy! Per nascondere il morso di Candy! Buttai giù tutte le scartoffie dalla scrivania.
« Non fare rumore. »
Avevo fatto cadere per terra di tutto e avrei potuto attirare l'attenzione del folle al piano di sotto... okay, dovevo concentrarmi.
Nel terzo cassetto trovai un tagliacarte e con quello unii i puntini lasciati dai miei denti, scimmiottando un graffio.
La mia versione? Candy si era autoinflitta quella ferita al collo. Essendo un medico, ero intervenuta per salvarla. In fondo lei sarebbe stata sotto shock e vedendo i miei occhi si sarebbe tirata indietro sicuramente, confermando la mia messinscena.
Certo, poteva andare bene. In quel modo lei avrebbe potuto smentire il mio vampirismo clinico. L'avevo soccorsa a sangue freddo e avevo chiamato aiuto... sì, andava bene... più che bene. Era perfetto!
Perché lo aveva fatto? Semplice. A stare con i matti si rischia di diventare come loro.
Mentre pianificavo il mio piano diabolico, Leonard si era già rimesso. Mi meravigliai di quanta forza potesse avere. Fece leva sulle ginocchia, si alzò e dal portafoglio estrasse un assegno che firmò in bianco e inserì dentro la mia cartella clinica.
« Fammi un favore, non arrenderti. »
Se ne stava andando. Non poteva andarsene. Non poteva lasciarmi sola... non dopo quello che gli avevo fatto.
« Resta... il tuo collo... sei ferito... ti porto a casa con me... » finsi l'autocontrollo che non avevo avuto, quello che mi sarebbe stato utile per fermarmi.
« Guarirà. Anche tu guarirai, kozà. » proseguì dopo una lunga pausa durante la quale entrambe le sue mani sfiorarono le mie guance infuocate « Avrai modo di scoprire il tuo tormento. »
Mi diede un bacio in fronte, indugiò premendo le labbra. Cercando i miei occhi, con un mezzo sorriso mi salutò: « Goodbye, wifey. »
Per poco, contemplai Candy svenuta e le mie mani sporche del sangue di un mezzosangue.
Poi spalancai la porta e urlai: « Aiuto! La dottoressa Girard è ferita. »
Ispirazione:
In sessuologia per matrimonio bianco si intende un matrimonio senza rapporti sessuali.
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