R - Andrew Miller
Pubblicazione 15/07/2022
V
Al 2334 di Trent Street si sarebbe consumato un omicidio, quello di Leonard Winslear. O così credetti quando lo vidi arrivare su una moto total black, una di quelle che a Jacob sarebbe piaciuta per gli scarichi neri e i cerchi in alluminio.
Spiandolo accelerare alla mia vista, pensai a un incidente stradale, a qualcosa che lo prendesse di petto o gli bucasse una ruota. Sfortunatamente ero in sella alla mia bici e non su un grosso carro armato con i cingoli e le ruote dentate.
Gli passai davanti ignorando il cenno del capo con cui mi salutò. Lo superai, schivando il fumo bianco della marmitta mentre parcheggiava sul marciapiede. Andai dritta verso il box per le biciclette, scelsi un archetto e sollevai la ruota anteriore per incasellarla al meglio.
Non riuscii a inserirla come volevo, i manubri si incastrarono a quelli delle due bici laterali e il nervosismo prese il sopravvento.
Renesmee, mantieni la calma.
Sbuffai e spazientita calciai la ruota posteriore - non calcolando la forza impressa - ammaccandola.
Ma il sopravvissuto era alle mie spalle e se la rideva del mio tentativo andato in fumo.
« Ti manca una giacca in pelle per fare la parte del duro! » protestai per la sua insolenza, puntando i pugni sui fianchi.
« Buongiorno anche a te, kozà. Marlon Brando ha inaugurato l'era delle giacche in pelle nel '53, ma non mi risulta che qualcuno abbia fatto lo stesso con le felpe con il cappuccio da autocommiserazione e sindrome depressiva. » rispose a tono con un sorriso più largo del solito, togliendomi il cappuccio e arruffandomi i capelli e divertito prese la mia bici e la mise al suo posto, strappandomi il lucchetto dalle mani.
Lo squadrai dalla testa ai piedi. I riccioli scompigliati dal vento, la barba lievemente piena in un gigante che indossava un cappotto monopetto beige. Al di sotto della lana risaltava il maglione blu e i pantaloni di un marrone meno tenue.
Dopo aver criticato il suo aspetto, lui si prese la briga di fare lo stesso con il mio: « Potevi farti più carina. Ma non preoccuparti, sarò bello per entrambi. »
Mi fece un occhiolino in attesa di una risata. Ma quello che ottenne fu due braccia incrociate in una tuta extralarge nera e il rumore delle mie sneaker che schiacciavano l'asfalto.
Dalla borsa a tracolla in cuoio, che aveva sulla spalla, estrasse un sacchetto di carta e allungò il braccio verso di me: « Non sapevo cosa ti piacesse, quindi ho preso un po' di tutto. Ti consiglio il cappuccino. È una mia ricetta segreta. Prendi quello verde, quello giallo è mio. »
Lo aprii e all'interno c'erano tantissimi dolcetti e due bicchieri, uno verde sulla superficie del quale erano stampati dei cuoricini e degli animaletti, mentre sul suo delle macchinine. Sembravano delle borracce per bambini più che dei cappuccini.
« Non fare caso ai recipienti... avevo solo quelli. Lunga storia. »
Accettai quel pensiero gentile, sicura che un caffellatte mi avrebbe fatto solo bene. Mi riempii la bocca e non deglutii, lo trattenni intenta a sputarlo via.
« Manda giù. Devi mangiare. » disse lui bevendo dal suo.
Ingoiai, schifata e poi sbottai incredula: « Ma c'è del sangue umano?! Che schifo... »
« Ovviamente. Cosa credi che siamo vegetariani come il tuo clan? Noi Winslear abbiamo una dieta varia. »
« Non bevo niente di caldo o di sanguigno. Mi irrita la gola e... » ...a Jake non piace quando puzzo di sangue. E se ci fossimo rincontrati la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stato annusarmi...
E lui rise, rise e rise ancora. Così forte che perfino dei passanti si fermarono ad osservarlo: « No kidding! Non sei mai stata svezzata... sei ancora un cucciolo... »
« Ma svezzata da cosa? »
« Con il sangue umano... tutte le madri lo fanno con i bambini mezzosangue. Si mette qualche goccia nel latte, per dargli modo di assaggiare il sangue prima di imparare ad andare a caccia. Questo trucco rende la sete più naturale e ci sensibilizza nei confronti del sangue umano. »
« Senti, grazie ma rifiuto l'offerta. Non sono abituata, la mia sete è diversa dalla tua. » e gli resi la bevanda ematica con cui mi aveva tratto in inganno.
« La tua sete è come la mia, per questo devi berlo. Vuoi non sembrare matta? Bene, questo ti renderà meno agitata e più sicura di te. » e fece un brindisi facendo tintinnare la plastica.
Ci pensai su per qualche minuto, rigirai il bicchiere tra le dita e, vedendo lui che beveva tranquillo, lo imitai.
« Perché non potevo prendere quello giallo? »
« È come il tuo ma corretto. Almeno vai dalla tua strizzacervelli da sobria. »
Mi sedetti sulla rastrelliera e bevvi in silenzio, facendo una colazione fuori dal comune. Leonard aveva messo il sacchetto nel cestino della mia bici da cui agguantava un dolce dopo l'altro. Mangiava, boccone dopo boccone, rivelando la sua golosità a ogni morso, accennando smorfie di puro piacere. Prima un bagel al miele, poi una fetta di torta ai lamponi e infine un croissant francese lucidissimo.
Era di ottimo umore e parlava con la bocca piena: « Da quando sto meglio ho una fame da lupi... » tossì correggendosi, anzi quasi strozzandosi, « ... insomma una fame che... mamma mia! Mangerei anche te. In senso buono ovviamente... non ti mangio, sta tranquilla. »
Il passo successivo fu leccarsi le dita una a una e poi accendersi una sigaretta.
Tirò una boccata.
« Le mie pasticcere hanno delle mani da fata... fanno delle colazioni intercontinentali che mi è sembrato di tornare al 44 di Rue d'Auteuil con quel croissant. »
Fece cadere la cenere e proseguì: « Scommetto che non sei mai stata a Parigi. L'ultima volta che ci siamo lasciati mi hai detto che odi l'Europa. È ancora così? »
Annuii. Non avevo niente da dirgli, volevo che se ne andasse, che sparisse di nuovo. Non lo volevo lì. Lo volevo vivo ma non lì.
« Sei incorruttibile. I pasticcini non hanno avuto effetto. » bofonchiò.
« Se non mangi, chiamo Carlisle. » annunciò, minacciandomi e indicando il sacchetto. Rassegnandomi all'evidenza, pescai qualcosa e afferrai una ciambella, la addentai e... aveva ragione! Squisita, zuccherata, appiccicaticcia e buonissima.
« Durante il nostro primo incontro a Forks indossavi una felpa nera. » farfugliai, masticando i granelli di zucchero.
Lui inclinò la testa, strizzò gli occhi e guardò il cielo assorto: « La prima volta che ti ho visto avevi circa tre anni e giocavi in una piscina con mia sorella con le chiappe al vento. Chi l'avrebbe mai detto che saremmo diventati marito e moglie? »
Fu in grado di farmi andare di traverso quello che stavo mangiando, tossicchiai e mi alzai di scatto, strofinando le mani sul pantalone della tuta.
« Ti stai divertendo? »
Fece un tiro lunghissimo, trattenne il fumo tra le guance per un po' e poi disegnò dei piccoli cerchi sopra di noi.
« Da matti. »
Spense la sigaretta e si fece più vicino. Come un cane mi annusò la bocca, il collo e i vestiti e poi concluse: « Sono felice che tu non abbia bevuto e del buon uso che hai fatto del deodorante e del dentifricio. »
« Sei qui per tirarmi fuori da questo casino, non per prenderti gioco di me! Ti ricordo che sei ancora in debito, dato che è tutta colpa tua. »
« Perché devo essere il solo a prendermi la colpa? Direi che la restante parte sia imputabile a Carlisle e a Sebastian. »
« Perché ti sei finto morto, sei entrato in casa mia di nascosto e hai risposto alla mia psicoterapeuta! » e gli calpestai il piede, avanzando verso l'ingresso.
« Ahi! Non c'è bisogno di maltrattarmi. Sei sempre molesta con me. »
Davvero credeva di potersi fingere mio marito per risolvere i miei problemi in una seduta? Aveva troppa autostima di sé. Era un pallone gonfiato.
Passai dalla porta automatica a doppia anta senza curarmi se mi stesse seguendo o no. Avanzai verso il banco della reception aspettando in fila il mio turno.
Quando mi posò il braccio sulla spalla, lo freddai all'istante, « Dovresti trovare un altro passatempo, uno più mansueto e meno molesto. », ricambiando il suo sorriso con palese ostilità.
Davanti a noi c'era un uomo sulla sessantina, stempiato, magrolino e basso. Era in attesa di ritirare dei farmaci.
Leonard colse al balzo quell'occasione, facendo scivolare la mano più giù per cingermi la vita, chinarsi e sussurrarmi all'orecchio: « Sei il mio preferito per adesso, wifey. »
In quel momento non ci vidi più dalla rabbia, gli presi la mano e gliela stritolai: « Giuro che se provi a chiamarmi un'altra volta in quel modo, ti uccido con le mie mani! »
L'infermiera dai corti capelli castani restò di stucco. Protese il suo viso rugoso per guardarci meglio, dando in fretta i farmaci al vecchietto davanti a noi.
« Posso aiutarvi? » chiese guardando Leonard per sincerarsi che non avessi davvero cattive intenzioni.
« La dottoressa Girard? » domandò poggiando i gomiti sul bancone e sfoggiando l'espressione più astuta che potesse avere: un mezzo sorriso, un misto di malizia e classe.
Lei digitò il numero della dottoressa e chiese con la cornetta in bilico: « Chi la cerca? »
« Cullen. »
L'infermiera fece un cenno, spuntò il mio nome da un elenco e continuò a rivolgersi a lui, come se non esistessi: « Terzo ascensore. Decimo piano, segua la segnaletica blu sul pavimento. Secondo corridoio a destra. Se ha bisogno di aiuto ci sono del pulsanti anti-panico lungo i corridoi. »
Seguimmo le sue indicazioni e, quando le porte dell'ascensore si chiusero davanti a noi, provai a intimidirlo: « Ti uccido. Sul serio. »
Lui si guardò attorno, valutando se l'ascensore si fermasse oppure no e cercando il mio contatto visivo, prese le mie mani tra le sue: « Credo che queste mani possano fare tante altre cose... anche gradevoli al tatto, alla vista... » e mi accarezzò il viso, ricordandomi quanto volte lo avessi toccato o medicato con quelle mani con cui volevo farlo fuori.
« Che stai facendo? » mi scostai mettendo le mani in tasca.
« Non si vede? Sto impersonando il ruolo del marito dedito, devoto e appassionato. Direi che mi riesce abbastanza bene. Oppure dovrei sembrare più stupido, magari utilizzando qualche parola dello slang canadese... non te l'ho mai chiesto, ma qual è il tuo prototipo di uomo ideale? » chiese sarcastico.
« Non ci posso credere... »
Per lui quello era un gioco, ero un passatempo. Qualcosa con cui non si sarebbe annoiato! Sgattaiolai via dall'ascensore verso lo studio di Candy.
« Che c'è? Tutte ne hanno uno. Alla tua età mi immaginavo con un'umana, una bibliotecaria bionda che vedevo sempre al solito café. Sono sempre stato affascinato dalle bionde e dai libri. »
« Nessun prototipo. Jake è... era quello giusto. »
Jake.
Lungo il corridoio del Victoria Mental Health Centre, il mio cuore prese a palpitare sotto il maglione scuro.
« Licantropi? Bene. Non ne conosco molti, però potrei provare a imitarli... anche se non ho tutto quel pelo... » e mentre rifletteva ad alta voce lo bloccai, perché prima di entrare nello studio Candy dovevo essere certa che non mandasse tutto all'aria.
Lo strattonai, tirando verso di me il colletto della camicia e mi vestii di autorità: « No! Adesso tu fai quello che dico io. Vuoi aiutarmi? Benissimo, lo farai alle mie condizioni. Prima di entrare, tre regole affinché la tua messinscena funzioni. Ogni seduta dura 45 minuti, durante i quali dovrai reprimere il tuo sarcasmo. Ci sono degli argomenti di cui non ho mai parlato con Candy e voglio che restino dei tabù. Niente sesso, niente segreti e niente sangue. Regola delle tre S. Sono stata chiara? »
E alla risposta, « Dispotica. », capii che aveva recepito il messaggio. Continuammo a scambiarci qualche battuta, percorrendo gli ultimi metri che ci separavano dalla porta dello studio.
« Bisbetico. »
« Masochista. »
E visto che rimase in silenzio proseguii a elencare i suoi difetti: « Svitato, snob, bugiardo. »
Varcai la soglia senza guardare la mia strizzacervelli, fissando le Oxford di Leonard incontrare le ballerine verdi di Candy. Due contrari: il buon gusto di per la pelle marroncina contro il cattivo gusto per il raso. Intanto che quei due si studiavano mi gettai sul divano rattrappito.
« Candy, lui è... » e mi interruppe per dare un nome falso.
« Andrew Miller. È un piacere conoscerla Dottoressa Girard. Renesmee non fa altro che parlare di lei. »
E diamine! Quanto era bravo! Aveva modulato la sua voce e il suo accento inglese, manipolandolo in una forma più canadese, accentuando le consonanti sorde e aprendo le "a" e le "o".
« È un peccato che non mi abbia parlato di lei. » disse con tono aspro Candy, non più dolcetto ma limone.
Candy 1 Leonard 0.
« Di cosa le avrebbe parlato? » domandò retoricamente, portandosi una mano alla bocca come per parlarle in segreto e si rispose da solo: « Di nulla che la riguarda personalmente, come immaginavo. »
Candy era stupita, esaminò prima lui e poi me come per domandarsi: "come fanno questi due a stare assieme?" Lui sembrava una persona nuova rispetto a quella che avevo conosciuto: niente benda, soltanto degli occhiali con una montatura tonda e dorata che mettevano in evidenza le iridi azzurre. Lei gli fece cenno di accomodarsi al mio fianco e lui si sedette composto lasciando la tracolla per terra.
« Di cosa si occupa Mr. Miller? »
Aveva appena aperto il sipario ed era così fottutamente teatrale che si pulì gli occhiali con un lembo di cotone della camicia, per prendersi del tempo, per riflettere su quale bugia calzasse a pennello per il suo spettacolo: « Mi occupo di sicurezza informatica per un'azienda locale. »
La mia strizzacervelli dubitava ancora del nuovo attore entrato in scena. Ne sapeva troppo poco. Per questo motivo, prima di far partire il timer, gli aveva chiesto i dati anagrafici e un documento, palesemente falso. Ma era un falso d'autore, quando estrasse il portafoglio dalla tasca, sbirciai e aveva almeno altri tre documenti falsi all'interno.
Annoiata, prese il timer, girò la manopola dei minuti verso la tacca con il numero 45, e la seduta ebbe inizio.
« Sua moglie le ha detto perché si trova qui? »
Lui si limitò ad annuire con la faccia di bronzo, come se sapesse tutto di me anche che avevo provato a bere il sangue di un mortale. Aveva una faccia da schiaffi e più recitava più la mia inquietudine cresceva.
« La mia ipotesi è di sindrome depressiva maggiore, associata a un disturbo psichiatrico molto raro, il vampirismo clinico. »
Leonard rise di gusto, coprendosi la bocca, guardandomi come si guarda un bambino che è stato beccato con le mani nel barattolo di marmellata.
Lei si infastidì, non so se per la sua risata o per il mio imbarazzo, ma gli chiese sbigottita: « Cosa ci trova da ridere? »
« Oltre al vino rosso? Sul serio? L'unico liquido che potrebbe aver bevuto con gusto può essere trasparente e incolore. Si chiama vodka. »
Fortunatamente non colse la battuta, rimase seria e si riempì la bocca con le solite caramelle con cui mi nauseava ad ogni seduta.
« Ci sono dei testimoni. Sono stati i suoi colleghi a denunciarla. »
« Invidia. Se fosse un vampiro, sarebbe troppo intelligente e scaltra per farsi beccare. » disse pacatamente accennando un occhiolino.
Note:
"No kidding!": sul serio?
44 di Rue d'Auteuil: indirizzo storico della prima pasticceria di Gaston Lenotre, padre della moderna pasticceria francese.
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