L - Qualcosa tra di noi
Pubblicazione 28/08/2022
XVI
« Sono così piccoli e teneri anche se hanno il muso sporco di sangue. »
Ci sfilò davanti una fila indiana di piccoletti che si tenevano per mano. Suor Maddalena apriva la fila vestita del suo sacro silenzio e suor Carmelita la chiudeva con il suo tipico tono canzonatorio e spagnoleggiante. Entrambe dirigevano le voci bianche dei bambini verso il convento.
Mi sedetti accanto a Renesmee aspettando che i marmocchi andassero via. Il suo cappotto si strofinava sul mio e un cinturino le avvolgeva i fianchi. Era graziosa. Non riuscivo a parlarle e lei non riusciva a smettere di farlo, anche in quel momento avrebbe voluto dire o chiedere qualcosa, ma la mia faccia minacciosa tenne a freno la sua lingua. Si strinse le gambe al petto con la testa piegata sulle ginocchia. Mi aveva squadrato per un po', quando me n'ero accorto era arrossita.
Chissà cosa aveva da guardare stavolta. Stavo bene, non ero mica malato.
Mi alzai, soffiai sul vetro appannato e lo strofinai per vedere meglio i nanerottoli e le loro tre madri. Dietro la madre superiora, Bjorn e Balthazar, l'uno speleologo di caccole e l'altro ricevitore di baseball, si spintonavano e si rialzavano lanciandosi palle di neve. Yuma, a cui era da poco spuntato il pomo d'Adamo, portava in braccio la piccola Abbey raccontandole una delle tante fiabe che adorava. Le palpebre le restavano aperte a fatica, la testolina biondiccia ciondolava in malo modo sulla sua spalla. Inay sonnecchiava in groppa a Suor Carmelita che si lamentava per averla assecondata: « Chiquita, c'è un'età per tutto. E se poi ti prendi il vizio? »
Bere metteva sempre sonno ai cuccioli e guardarli fece lo stesso con me. Sbadigliai - forse troppo rumorosamente. Sta di fatto che Abbey si svegliò e indicò a Yuma qualcosa nella nostra direzione.
Non poteva averci visto. Ci eravamo appostati nel capanno degli attrezzi in attesa del loro rientro e c'era di tutto lì dentro. Eravamo sommersi da rastrelli, cesoie, picconi, zappe, tagliaerba, spargisale, pale da neve, spazzaneve e rompighiaccio.
Però poteva avermi sentito spalancare la bocca. Se potevo ascoltarli a distanza di qualche metro, anche lei avrebbe potuto farlo. Si trattava pur sempre di una bambina immortale... dannati sensi più sviluppati del normale!
Sì... poteva averci visto. Anzi, averla vista: il viso di Renesmee sporgeva fino al naso dall'unica finestrella della rimessa. Il ragazzo rallentò e disse brevemente a Maddalena, « Andate avanti. Abbey ha dimenticato Stitch. » allontanandosi dal gruppo.
« Ti avevo detto di restare giù. » bisbigliai abbassandole il capo. Non c'era verso di porre fine a quella nottata innevata o alla sua curiosità.
Dei passettini si facevano sempre più vicini e decisi di fare qualcosa di deprecabile per le suore e per Sebastian, tranne che per me. Afferrai la mia partner e la infilai dentro l'armadio delle scope, chiudendomi dentro con lei. Ero al buio in uno sgabuzzino con una bella donna. Come in uno stereotipato film americano da quattro soldi, avrei potuto incollare la mia lingua alla sua bocca, invece la sostituii con il palmo della mia mano.
Piegato in due spiai da un'apertura l'arrivo di Abbey. Un parka rosa alto mezza gamba fece cigolare la porta, scodinzolando in due pompon dello stesso colore. Si stropicciò gli occhi e chiamò il suo peluche a gran voce.
« Stitch? È ora della nanna. Esci fuori! » e con degli scarponi più grandi di lei prese a calpestare i listelli di legno producendo frastuono e fastidio.
"Perché devi sempre tapparmi la bocca? Non sono il tuo ostaggio."
Non capivo se Renesmee volesse farmi impazzire o semplicemente infastidirmi. Per quale motivo mi stava sfiorando la fronte? Lagnarsi? Le restituii la stessa moneta.
"Infatti qui l'ostaggio sono io! Ostaggio della tua sgradevole bocca, del tuo potere da fattucchiera e combinaguai. Anche quando dovresti stare in silenzio trovi un modo per parlare... mi dai sui nervi."
"Meglio il tuo da illusionista, Maestro? Ti puzzano le ascelle. Spostati."
"Tu mi stai pestando un piede. Devi pensare alle comodità proprio adesso?"
"Perché ci stiamo nascondendo? Non dirmi che uno grande e grosso come te ha paura di una bambina?"
"Maddalena non è santa quanto Mary Jane o spiritosa quanto Carmelita. Pensa alla Bibbia..."
"Che significa?"
« Nunny Maddy ci aspetta. Anche Inay... » e si mise a frugare dentro il cestino del triciclo parcheggiato con solerzia.
« Trovato? » borbottò Yuma a braccia conserte sbattendo un piede per l'impazienza.
"Suor Mary Jane è più brava a dare cattive notizie. Io no... se le dico di Xavier e di te, dico qualcosa di inopportuno e mi fa secco."
"Eh, capirai! Sei stato un pallone gonfiato anche prima."
"A me riservano un trattamento speciale, un sermone con tutti i crismi. Quelle lì mi battezzano... mi danno l'estrema unzione... e poi come glielo spiego di essermi appartato in uno sgabuzzino con te?"
Abbey saltellò in giro, finché non si posizionò davanti al nostro nascondiglio, strabuzzando gli occhi nella luce tenue proveniente dai lampioni esterni.
"Wow, non credevo ti importasse dell'opinione degli altri. Te ne sei fregato della mia poco fa e di quella di Margaret prima..."
"Non puoi capire. Le suore sono..."
Sfilò il guanto in lana da una mano, poi dall'altra e fece quello per cui avevamo sprecato ore e ore di duro addestramento: scoccare la scintilla. Sfregò un polpastrello sul palmo della mano e accese una fiammella. Mi catapultai fuori e la tirai su, spegnendo le dita infuocate come candeline di compleanno.
« Yuma! Il Maestro ha rapito il mio Stitch. »
« Abbey... cosa ti dico sempre? » le domandai annoiato rimettendola giù.
« Usalo solo se non puoi farlo senza. » gesticolò con il dito ancora bollente.
« Potevi accendere la luce. Gli interruttori esistono per questo. »
Incredibile! Quella piccola fiammiferaia voleva farci tornare in un era prima di Thomas Edison. Yuma accese la luce, diede un'occhiata veloce a Renesmee mentre usciva dall'armadio e poi si rivolse alla bambina: « Abbey, ci meritiamo un bel regalo di Natale. »
« Un pony gigante arcobaleno volante... con le ali di una farfalla e... » tuonò lei aprendo le braccia per far capire le portentose dimensioni del cavallo, iniziò a disporre un elenco chilometrico di giocattoli e bambole e lui le restituì il peluche disperso. Presentai l'intrusa accennando alla sua identità, « Dottoressa », una mezza verità.
Mi aspettavo che anche il ragazzo volesse una ricompensa. Invece gli angoli della bocca si piegarono mimando un'espressione - avrei giudicato superficialmente di scherno - di senno, così mi diede una lezione, « Anche le scimmie rischiano di cadere dagli alberi. Oyasumi, o'sensei, waka sensei. », inchinandosi in avanti con gli occhi bassi.
Ero vittima del complotto dei cuccioli. Una congiura ideata da Mei e passata a Yuma per prendersi gioco di me e della mia eccessiva tolleranza.
Dopo aver salutato il giapponese e la minuscola canadese, portai Renesmee via di lì, dirigendomi silenziosamente lontano dal convento. Mi seguì senza fiatare.
Passo dopo passo, pensai a cosa poterle dire, a come ci si arrabbia con una donna: decoro, avrebbe detto mia madre e diplomazia, mio padre. Sebbene il mio cuore funzionasse perfettamente, aveva deciso di fare le bizze e di esplodermi dal petto assieme alla mia ira. A malincuore, la rossa mi sottrasse il buon costume e le cose presero una piega inaspettata.
« Come diavolo ti è venuto in mente di inseguire un moccioso? »
Credetti di avere un tono freddo e distaccato, ma il mio timbro di voce risultò eccessivamente alto e concitato, troppo grave per un rimprovero fine a sè stesso.
« Era solo un umano. »
« E sei così impicciona e invadente da non poterlo ignorare? A nessuno, e ribadisco nessuno, sarebbe mai saltato in mente di inseguire la preda di qualcun altro. Se avessi incontrato un mezzosangue più forte di te? Chert! Sai quanti vampiri usano gli umani come esche? Non ti rendi conto del pericolo che avresti corso... »
« Non sono uno dei tuoi... cuccioli! E non sono una sprovveduta. So difendermi. »
Difendersi? Questa era buona. Se avesse davvero saputo difendersi allora non avrebbe avuto bisogno di un protettorato, né di un clan iperprotettivo. Mi allontanai seccato, facendole segno di seguirmi. Le diedi le spalle per evitare di far crollare le statue degli angeli in pietra ai suoi piedi. Se qualche malintenzionato l'avesse fatta sparire sarebbe stata un'altra Anjia, un'altra eternità interrotta.
« Credi che essere una mezzosangue ti renda meno prelibata? Sei succulenta quanto un umano, né più né meno. Anzi, sei molto più rara di un comune mortale. Avrebbero potuto fare di te qualsiasi cosa... saresti sparita da un giorno all'altro senza lasciare traccia. »
« Mi dispiace averti fatto preoccupare, Leonard. »
« Seguendo quel sentiero torni al parco naturale. Non addentrarti nelle rovine. Non andare verso est. Per terra ci sono delle trappole. Evita fossi, tronchi e roveti. Sali sui rami e salta più in alto possibile. »
« Non voglio tornare a casa. »
Me ne fregai, allontanandomi e dicendole addio mentalmente. Tuttavia, il mio disinteresse la spinse a corrermi dietro, accostandosi, provando ad accarezzarmi per raccontarmi la sua verità. Quando la respinsi mi guardò confusa, poi strinse i pugni e mi sgridò: « Non mi lasci nemmeno spiegare? Stai scherzando? »
« Non mi piace questa cosa che credi di poter fare. Non mi piace che tu ti avvicini per manipolarmi a tuo piacimento! Sono io quello che ci va di mezzo... che ci resta incastrato. Raccontalo a chi vuoi, non a me. »
« Sai cosa non mi è piaciuto? Che tu mi abbia lasciato in uno studio con una psicoterapeuta svenuta e dissanguata. Mi hai mollato lì, in preda alla frenesia, senza dire nulla! Ti sembra il modo?! Te ne sei andato, un'altra volta! Lo avevi promesso e lo hai rifatto... poi saresti tornato a casa mia dopo mesi a dirmi: ehi, Renesmee, sono vivo? »
« Cosa c'entra la tua strizzacervelli con il moccioso? Sapevi che stavo bene. La puntura di una zanzara è fastidiosa non mortale. »
« Non cambiare discorso, Leonard Winslear! » cinguettò tirandomi per il colletto. Mi mostrò la tipica faccia di una donna su tutte le furie: due curve rossicce, una fronte aggrottata, due rughe dritte e un bocca serrata.
Mi spinse via e mi trovai costretto a chiarirle la natura del nostro rapporto: « Era un bel modo per chiudere: rapido e indolore. Ti ho restituito ciò che mi hai dato. Non ricordo di averti promesso nulla. »
A quelle parole iniziò a camminare, diretta non so dove con le braccia incrociate e lo sguardo basso. Proseguii incazzato: « Mi sembra di aver già fatto abbastanza per te. Ti ho già detto di essere vivo. Ti ho lasciato bere il mio sangue. Ho terrorizzato una strizzacervelli per te. Sono stato fin troppo sincero. Che altro avresti voluto? »
« Niente! Non voglio niente da te! Tanto era solo una questione di sangue e di patti, no? Dopo aver fatto il tuo dovere potevi anche andar via, sparendo di nuovo nel nulla! » urlò voltandosi, ma stavolta la bloccai trattenendola.
« Aspetta. Tu credevi che ti avrei cercato. Perché avrei dovuto farlo dopo aver assolto il mio debito? » lei distolse il viso dal mio, pizzicandomi il braccio per lasciarla andare.
« Era questa la nostra questione in sospeso. Non avevamo altro da risolvere, Renesmee. »
« Che idiota! Ma certo! Cosa potevo aspettarmi da una persona così superficiale? » e calpestò la neve incastonando impronte profonde sul terreno.
« Mi stavi cercando, kozà? »
« Lascia stare! »
« No! Adesso ti spieghi. Così la facciamo finita una volta per tutte. »
Affondò gli stivali nel nevischio, fece un respiro profondo e dichiarò: « Perché credevo ci fosse qualcosa tra di noi... credevo fossi mio amico e... » scoppiai a ridere fragorosamente, cosa che la fece avvilire.
« Lo sai che non sarò mai tuo amico? »
Offesa e risentita, mi salutò correndo via: « Torno a casa. Grazie per avermi mentito un'altra volta. »
Infastidito le corsi dietro, disprezzandomi per quanto debole potessi apparire alle orecchie delle suore - immaginavo i loro risolini e quelli dei cuccioli.
« Sei insopportabile! Vieni qui, non sai nemmeno dove andare! »
Quell'indisponente e impulsiva kozà vagava senza meta, non più illuminata dalle lanterne aveva oltrepassato il sentiero che portava al monastero, dirigendosi verso le cascate ghiacciate, incespicando su tutto quello che le avevo ordinato di evitare.
« Tanto sono abituata a essere mollata da te. Mi hai mollato ad Arthur a Volterra. Mi hai scaricato nello studio di Candy e questa sarà l'ultima volta. Va al diavolo! »
La persi di vista soltanto per due secondi, e in quei due fottutissimi secondi era stata in grado di beccare una trappola a scatto: le sarebbe bastato calpestare il masso sbilenco e avrebbe perso la gamba. La strappai via di lì prendendola rozzamente per i fianchi e trascinandola di schiena.
« Lasciami! » strillava tra uno strattone e l'altro.
« Non posso essere tuo amico, perché sono un tuo ammiratore! Contenta? Adesso, vorrei evitare che dopo tanti sacrifici il tuo sangue venga versato su una stupida trappola per orsi. Chert! » e da idiota, annebbiato dalla rabbia e dalla neve, svelai a Renesmee che la ammiravo. Svicolando tra alberi-trappola ed esche, lei si lamentò sommessamente delle mie imprecazioni ignorando la mia barbara confessione: « Non parlare in russo! Non lo capisco... »
« Cazzo! Non potevi startene tranquilla a Victoria? »
La mia voce era gutturale, bassa, rude. Le tesi la mano per farla rialzare e lei sbuffò, disegnando piccole nuvole con il fiato. Parlottò dalla grande sciarpa panna con un dire più deciso e insolente del solito, ondeggiando la chioma rossiccia: « Se non fossi sparito di nuovo per settimane, avrei avuto altro da fare che inseguire un giovane umano morsicchiato. »
Ripulì il cappotto dalla ghiaia e dai fiocchi di neve, colpendo di tanto in tanto la stoffa marrone: « Perché non mi hai detto di questo posto? »
Detestavo quando si incaponiva, mi faceva salire il sangue al cervello il modo in cui alzava gli occhi al cielo o batteva il piede sinistro per terra o il tono acuto dei suoi interrogativi. Tutto di lei metteva a dura prova la mia pazienza.
Era ostinata. Si fermò sotto le foglie di un acero, adagiando la schiena sulla quercia ghiacciata, e chinò la testa verso il basso in cerca di risposte che tardavano ad arrivare. Frugai anch'io, incerto sul da farsi: se confidarle o meno la storia della mia famiglia, se portarla dai miei fratelli o accompagnarla a Victoria.
« Renesmee, questo non è il mio segreto. È il segreto di mio padre. È il segreto del mio clan. Perché avresti dovuto farne parte? »
Lei affondò le mani dentro il cappotto, immergendo la bocca nella sciarpa farfugliò: « Perché noi... dopo quello che è successo credevo che fra noi... »
Continuava a ripetere noi e perché, due parole che prevedevano che soddisfassi la curiosità che avevamo l'uno per l'altra: lei per la mia natura, io per la sua bellezza.
« Credevo che non ci fossero più segreti tra di noi... » poi si corresse « Margaret non me ne ha mai parlato. Voi Winslear siete bravissimi a nascondervi. » disse facendo scricchiolare un ramo congelato.
« E voi Cullen a farvi notare. »
Cercai il suo viso, che lei tirò su al mio monito: « Non farne parola ad anima viva. Il tuo clan non deve saperlo. Meno persone conoscono questo posto, meglio è per tutti. »
Ripresi a camminare, lasciandola qualche passo indietro e lei subito si affrettò circondandomi il gomito e avvinghiandosi al mio braccio - il mio avambraccio era il doppio del suo. Spiai i suoi movimenti gentili: sfregò la guancia sulla mia spalla e sbadigliò, poi le apparve un sorrisetto sulle labbra e mostrò una naturalezza che non potei far altro che imitare. Al chiarore della luna, quel contatto cavalleresco si rivelò di mio gradimento distendendo i miei nervi.
Apprezzai la solitudine al suo fianco: lei era immersa nei suoi pensieri e io potevo fare altrettanto. E in un attimo avevamo superato il sentiero che portava via dal convento e raggiunto le rovine di Leechtown.
Non me n'ero accorto. Avevo badato a poche cose: trappole, cuccioli e Sentinelle. Senza rendermene conto l'avevo anche presa per mano per schivare una bocca di lupo: una buca in fondo alla quale si nascondeva una tagliola. Più le avevo evitato trappole mortali, più lei si era abituata a quel macabro sistema d'allarme, ridendosela per quanto mi premurassi per la sua salute.
Poco dopo aveva allentato la presa per stringere le mani al petto e tirare su col naso. Era infreddolita e la mia indecisione l'aveva fatta tremare dal freddo.
« Ma tu... » negai, non avevo freddo e inconsciamente dichiarai forfait alla mia resa dei conti srotolandole la mia sciarpa sulla schiena. Avevo percorso in modo meccanico la strada a ritroso. L'avevo condotta nella via che l'avrebbe riportata a casa.
Note:
Chiquita: nomignolo per indicare bambini piccoli, "piccolina".
"Oyasumi, o'sensei, waka sensei": "Buonanotte, maestro vecchio, maestro giovane."
Ispirazione:
猿も木から落ちる (Saru mo ki kara ochiru): "Anche le scimmie rischiano di cadere dagli alberi" detto giapponese per dire che anche i migliori possono sbagliare.
La piccola fiammiferaia, Nye Eventyr (Nuove fiabe) 1848 Hans Christian Andersen.
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