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L - Narratore

XXVII

« Trovato qualcosa? » chiese riemergendo da una mensola dove s'innalzava un grande mappamondo antico e, annoiato e stanco, starnutii allo spolverio che i suoi stivali avevano sollevato.

« L'allergia. » le risposi guardandola di sottecchi, stravaccato sulla comodissima poltrona di Sebastian con i piedi sul fiume d'inchiostro disposto a zonzo sullo scrittoio. Il tavolo era scheggiato nell'angolo a destra, dove mio padre aveva lasciato le nocche impresse sul legno massello. Quel tavolo aveva ricevuto per secoli il suo colpo scaramantico. Diedi tre colpi anch'io, credendo che potesse portarmi fortuna con la rossa e ascoltai rimbombare il rumore riprodotto. Ma quel rumore attirò l'attenzione di Renesmee.

« Sei svogliato. » ribadì.

« Sei un'ape operosa. »

Prese un mappamondo e me lo servì scansando le mie suole innevate. La sfera era acquarellata e riportava le principali rotte commerciali del periodo. Era rivestita di carta da incisione su lastra di rame, invece, la base in legno di noce a quattro piedi era custodita dal cerchio del meridiano in ottone.

« Cerchiamo un libro da cui ha strappato la pagina in questione. Cosa c'entra quello? » indicai il testamento e il globo, rispettivamente un carta straccia e un oggetto d'arredo.

Si sedette sul bracciolo della mia poltrona e facendo saltare le dita dalle Ande agli Appalachi, diede voce ai miei e ai suoi dubbi: « Se stessimo cercando nel posto sbagliato? »

Se stessimo cercando nel posto sbagliato, Renesmee, avrei trascorrso queste ore in altro modo con te. Ti avrei portato in un'azienda vinicola sulla Saanich Peninsula, avremmo bevuto Pinot Gris, Auxerrois e Ortega. Avremmo chiacchierato davanti a un camino acceso, non uno di quelli moderni ma uno di quelli in pietra. Ti avrei presentato Olivia e Rowen, una coppia di vampiri estroversi e vegetariani, e con loro tutti quelli che trovavo a tiro.

"Lei è Renesmee, la mia guerra, la mia tortura..." avrei dichiarato.

No, forse avrei detto "Lei è Renesmee." punto, perché tu non sei mia.

« Se la risposta non è a Leechtown, sarà a San Pietroburgo. Le vignette, i valori facciali e i paesi di quei francobolli potrebbero indicare luoghi realmente esistenti: chiese, ristoranti, uffici... andrò e controllerò di persona. Che altro ho da fare? »

La sua espressione mutò in tristezza, si rabbuiò e rispose: « È da incoscienti andare in un'altra nazione... per fare cosa? Vagabondare seguendo quell'accozzaglia di stickers? Cosa credi di ottenere ? »

« Non lo so, una soffiata? »

« Non voglio che tu te ne vada, non ora. » stabilì in fretta, passando ora alle calotte polari, schiacciando con i polpastrelli Antartide e Groenlandia.

« Sei molto appiccicosa, kozà. » scherzai e il suo imbarazzo prese il sopravvento, piantò le gambe sul bordo della scrivania e alzò la voce di un tono: « Non sono appiccicosa! Sei tu a essere troppo riservato, scappi poi sparisci... sei irritante! »

Si coprì la bocca come per mascherare tutto ciò che aveva appena detto e risi di gusto, finché non mi colpì sulla nuca costringendomi a tornare serio.

« Uhm... come passa l'eternità Sebastian? »

« Oltre a cacciare? Guardati attorno, è un giocatore d'azzardo e un uomo di cultura: leggere, scrivere e la filatelia. Che penoso passatempo... soltanto a uno psicopatico verrebbe la malsana idea di collezionare francobolli nel ventunesimo secolo. »

« È solo un collezionista, proprio come te, anzi come tutti voi. Tu hai i tuoi libri, Margaret ha i suoi quadri, Arthur le sue piante e lui ha i suoi francobolli. Hai trovato il suo testamento come acrostico. Quindi non è un uomo semplice. Lui è complicato, proprio come voi. »

« Non è la stessa cosa. Collezioniamo oggetti diversi e il motivo che ci spinge è diverso. Arthur usa il profumo dei fiori per tenere a bada la sua sete, Margaret i suoi colori per soffocare la sua angoscia e io le storie, le lingue degli altri per non pensare alla mia. Noi siamo collezionisti nostalgici, lui no. Sebastian ha un approccio freddo e razionale, ha scelto materiali inediti e introvabili. » e le suggerii di dare un'occhiata alle punte delle pinzette che Sebastian aveva disposto con cura in una valigetta; pinzette dalla punta stretta, tonda, ricurva, mezza punta e a paletta. Sollevò il pannello porta-pinzette e dal fondo estrasse una serie di lenti di ingrandimento: lenti contafili, a barra, bifocali e luminose.

« È un righello? » domandò estraendo un odontometro.

« Una specie. Serve per misurare la dentellatura dei francobolli, il loro tratto distintivo. »

« Come fai a sapere tutte queste? Sei un'enciclopedia vivente? » borbottò, mentre misuravo i dentelli dei francobolli incollati alla mappa. Tutte le scale erano diverse l'una dall'altra: un altro buco nell'acqua.

« Se mi chiedi qualcosa di quest'epoca, sono un analfabeta. Sebastian mi ha insegnato poche cose: la filatelia, la falegnameria e la caccia. La prima l'ho odiata, le altre due le ho apprezzate col tempo. »

La mia infanzia era stata anomala rispetto a quella di Arthur: lui era cresciuto con Anjia e Sebastian, io ero stato affidato alle nunnies - mi piacevano, non ho mai portato rancore verso le suore. Mio padre mi faceva visita mensilmente e ogni volta mi insegnava qualcosa di diverso. Una volta mi aveva portato un raccoglitore con centinaia di francobolli esteri, spiegandomi come prendermene cura. Quei doni avevano fatto una brutta fine: li avevo tenuti in disordine e li avevo maltrattati con la saliva finquando non mi ero deciso a utilizzarli per spedire delle lettere di presentazione ad Anjia e ad Arthur. Dopo la prima senza risposta, li avevo ridotti a brandelli e li avevo sparati con una cannuccia a qualche animale selvatico.

« Perché? »

« Te l'ho detto. Preferisco giocare alla guerra. »

Sbadigliò e si mise a girare il globo e io ripresi a vagliare la mia teoria, che quei francobolli indicassero dei luoghi di San Pietroburgo, luoghi a me sconosciuti ma utili a Sebastian. Magari voleva lasciare degli indizi, delle tracce di sè nella città natale di mia madre.

« Non è strano che questo mappamondo sia pulito mentre tutto il resto è pieno di ragnatele? »

« Non toccare. È l'unico oggetto a cui tenga veramente. È il regalo di nozze di Anjia. » la rimproverai e lei smise di giocare con il mondo.

« Lei com'era? »

Era la domanda che non avrei mai voluto sentire, la fulminai con lo sguardo e calò il silenzio tra di noi. Lei intimidita e io annoiato dalla sua malsana voglia di curiosare su tutto, anche su qualcuno che non avrebbe mai incontrato.

« Era come tutte le madri: emotiva, materna e impicciona. »

La sua pazienza aveva raggiunto il limite, scattò in piedi e con le braccia conserte mi rimproverò duramente: « Non puoi semplicemente parlarmene? È snervante. Io ti ho raccontato di Jake, tu potresti dirmi qualcosa in più su di te. »

Le agguantai con un braccio i fianchi e lei tornò a essere seduta sul bracciolo, sospirai appoggiando il viso sulla sua schiena e, inebetito dal suo odore, sussurrai un « Perdonami. »

« Quelle poche volte in cui parlo di mia madre lo faccio per irritare Sebastian. Non parlo mai di lei, non come vorresti tu. »

Lasciai la presa, riprendendo il controllo su di me, su di lei e su di noi.

« Non c'è un modo giusto. »

Distolsi lo sguardo pensando ad alta voce alla donna che mi aveva dato alla luce davanti alla donna che in quel momento era la mia luce.

« Anjia era una brava madre, garbata e gioiosa. Credeva in Dio più che agli uomini, credeva nel bene e nei miracoli: una vecchia sognatrice. »

« Non la chiami mamma? »

« L'ho conosciuta a quattro anni, convertiti in anni mezzosangue corrispondono a circa dieci. Io la chiamavo Anjia, lei mi chiamava Lev anche se avevo sessant'anni e la barba. »

« Lev? Ma il diminutivo di Leonard è Leo. »

« Nomen omen. Sebastian credeva che il nome che si dà a un figlio ne determinasse il destino e scegliere un nome che duri in eterno può essere una condanna. Il mio nome, per ironia della sorte, è stato storpiato. » e lei sorrise divertita del misnaming.

« Anjia aveva estorto a Sebastian una promessa, lei avrebbe scelto il nome del primogenito e lui del secondo. Lei lo raccontava sempre, era il suo aneddoto preferito. Quando sono nato, avevo una zazzera di capelli e avevo cacciato un urlo così forte che a lei venne in mente Leonhid, "simile a un leone", il diminutivo Lev. Per mio padre era poco virile, scelse Leonhard con la h, "forte come un leone" e, vien da sè, Leo. Ma non gliel'ha detto subito. Mumpsimus com'è, è andato dritto all'anagrafe italiana per ottenere i documenti per l'espatrio. L'impiegato di turno sapeva a malapena scrivere, segnò Leonardo e tracciò via la "o". »

« Ripeti la pronuncia. »

« Lief. »

« Il suono assomiglia al nostro life. Ha ragione tua madre, ti si addice molto di più. »

Le lentiggini di Renesmee si macchiarono di rosso e decisa sul da farsi mi fece una richiesta insolita.

« Mi piacerebbe chiamarti Lev. E tu... tu chiamami come hai fatto prima, chiamami Ren. È più intimo, non trovi? »

Ren, ho imparato il tuo nome. Tu hai imparato il mio?

Poi rifletté grattandosi il capo: « Renesmee è troppo formale, è un nome senza senso. Sono a metà tra due donne, Renèe un'umana ed Esme una vampira. »

« Renesmee è unico. Nel suo genere, intendo. »

Tu sei unica. Meno male che non l'ho detto.

« Il destino del tuo nome è rinascere. »

« Te lo sei appena inventato? »

Non era un'invenzione per far colpo, ma era il suo destino. Un giorno, Renesmee sarebbe rinata - ne ero certo. Era l'Araba Fenice che risorgeva dalle sue ceneri e le sue ceneri erano i suoi tormenti.

« È francese. Da Esme, amata e da Renèe ovvero Renata che corrisponde alla rinascita cattolica con il battesimo. »

« Se devo rinascere significa che prima devo morire o soffrire. È triste... invece essere un leone è un bel destino. Devi solo capire se sei simile o se sei forte. Sicuramente d'aspetto gli somigli. »

« Per la zazzera che ho in testa? Poteva chiamarmi giraffa per l'altezza, sarebbe stato più corretto. »

« Lo hai detto anche tu, è colpa della tua voce. Il tuo timbro ti rende un baritono basso. Quando ti arrabbi la tua voce è gracchiante e la tua pronuncia variabile in base alle lingue. Il pianto di un neonato può raggiungere anche i 130 decibel... 150 decibel è il rumore prodotto da un petardo... quindi sì, tua madre ha detto bene: il tuo pianto era simile a un ruggito. »

« Troppa scienza. » brontolai, lamentandomi dei suoi soliloqui scientifici.

« Chi tra di voi tre le somiglia di più? »

« Margaret ha la sua vivacità, Arthur la moralità. Ma noi abbiamo tutti i difetti di Sebastian e nessuno dei pregi di Anjia. »

Mi spronò a continuare, dandomi un pizzicotto e mi distesi sullo schienale, riportando alla memoria ciò che mi era rimasto di mia madre: « L'ho vista piangere solo due volte nella sua vita. Il primo, un pianto che divise a metà per la trasformazione di Arthur e per la mia malattia. Un'altro di gioia per la nascita di Margaret. Per il resto, mai una lacrima. Mai un eccesso. Ogni sua azione era a modo, posata e calibrata. Nonostante ciò, aveva sempre qualcosa da dire e teneva testa a tutti, anche a Sebastian. Era autentica, ma era delicata anche quando doveva essere severa... riusciva a trovare le parole giuste anche quando doveva dire qualcosa di sbagliato. »

« Un po' come te. »

« Io? » alzai un sopracciglio, per mostrarle quanto fosse caduta in errore.

« Sì, tu sei delicato e a modo, in alcune cose che dici e in come le dici. Ad esempio, quando dici il mio nome alla fine delle frasi, per catturare la mia attenzione oppure quando tocchi, posi le dita... le labbra, in un modo che... non so spiegarlo, è soffice ma deciso. Ammiro la tua apertura mentale. Parli sempre con intenzione e gentilezza. »

Ma usare premura non era sinonimo di delicatezza, per me era sinonimo di riservatezza, ma il mio corpo tradusse le parole di Renesmee in desiderio e passione da una lingua che era stata composta - fino ad allora - da ammirazione e devozione.

Ed eccomi lì, un'altra volta ipnotizzato da quella kozà che apprezzava il modo in cui l'avevo toccata e, quando ebbe catturato la mia completa attenzione, si interruppe: « Scusami, sto divagando. Dove eravamo rimasti? Ah sì... il mappamondo. Come dicevo, è troppo pulito. Anche un bambino se ne sarebbe reso conto, ma tu pecchi sempre di superficialità. » e iniziò a sfiorarlo delicatamente, toccando terre scolorite e oceani sbiaditi e avrei voluto che quelle mani corressero su di me, come aveva già fatto durante la mia malattia e nei miei sogni. Ma la Russia era l'unica terra risparmiata dalle sue mani e l'Europa invece ne era stata graziata.

« Devo restare concentrata per aiutarti. Anche se... sei davvero bravo come cantastorie. Sai cantare? Arthur e Margaret sono molto intonati, ma la tua voce è più bassa... oppure sai suonare? Io suono il piano, mi ha insegnato mio padre. »

Negai e da insulso menestrello borbottai una mezza boutade intanto che spiavo le sue mani: « Niente jam session, kozà. Strimpello la chitarra quando Suor Mary Jane ha bisogno di un accompagnamento per cantare Amazing Grace. »

Si fermò, mi prese la mano e palpeggiò le nocche e le articolazioni, premendo di tanto in tanto il pollice sulle linee del palmo.

« Prevedibile, come ho fatto a non pensarci? Le tue dita sono lunghe, puoi utilizzare soltanto le prime tre e il tuo barrè può essere molto rapido. Ho provato con gli strumenti a corda, ma non fanno per me: sono abituata ad estendere i palmi sulla tastiera del pianoforte e pizzicare con le dita non è il mio forte. »

« Sì, giusto. Ti lascio ai tuoi francobolli. » e si alzò tornando lontano.

C'erano due cose che avrei potuto fare in quel momento: primo, ignorare quella sfrenata voglia di baciarla; secondo, farlo senza vergogna. In men che non si dica, la vergogna di peccare fu spodestata da quella di pentirmene.

Avevo ripensato più e più volte a quella mattina dalla sua strizzacervelli e l'avrei baciata in ogni momento: quando aveva pianto, quando mi aveva schiaffeggiato e quando aveva il mio sangue - il nostro delizioso sangue - sulla lingua. L'avrei baciata sotto la neve, al convento e quando era in casa mia con quella minigonna.

Avevo messo a dura prova la mia resistenza fisica e mentale per non farlo: per non fare l'errore di saltarle addosso, per non comportarmi in modo deprecabile. Ma se non lo avessi fatto stavolta, me ne sarei pentito a vita. Avrei passato giorni e giorni a immaginarmela lì, a immaginare quello che avrei potuto fare se solo avessi seguito la prima cosa stupida che mi era passata per la testa. E la prima cosa stupida che mi venne in mente fu ammirarne i colori.

Il tramonto, fece sì che il disegno delle grate bombate si posasse su di lei, interrotto da qualche spiraglio di luce fuggiasco che si inchinò sul suo bel viso. Strizzò gli occhi, portando una mano per coprirsi, per sfuggire da quel timido ringraziamento del sole. La natura tinse i suoi capelli di tramonto, e tramonto nel tramonto ne fui distratto, ammaliato. Era come se miele e sangue si fossero uniti in quel volto di donna.

« Potrei non stancarmi mai. » ammisi a me stesso.

« Non ti facevo così stacanovista, Lev. » e mi fece una linguaccia.

« Potrei non stancarmi mai di te, Ren. »

I suoi occhi erano di nuovo su di me e i miei non si erano mai staccati da lei. La desideravo, volevo il suo odore e il suo corpo e vedere in lei quell'interesse, quella rinnovata curiosità, mi fece abbandonare, un'altra volta, ogni forma di buon costume.

« Hai detto qualcosa di dolce. » e rimase interdetta. Restò ferma, impalata e mormorò la sua richiesta: « Dì qualcos'altro. »

« Ti voglio accanto. »

Ma c'era qualcosa che la frenava e così, badai alle formalità porgendole la mano: « Adesso. » replicai e lei arrivò subito dopo, 2 o 3 secondi ed era già in attesa di un baciamano.

Oh... quant'è dolce la seduzione. Obbedii e trattenni le sue mani alla mia bocca. Odorava di libri vecchi e il cioccolato era svanito dalle sue dita.

« Ho i brividi. Devo ancora abituarmi a sentirti dire certe cose. »

« Abituati anche a questo. »

Sfruttando il suo talento di narratore, ne approfittai per mostrarle quell'immagine tanto suadente a cui mi ero aggrappato. Lei arrossì, di un rossore tanto potente quanto profumato, dolce rosso come i raggi di sole che le rendevano omaggio. Emanava calore come il fuoco di un focolare, anche le sue labbra divennero accoglienti. Incoraggiato dal suo sorriso, la presi per i fianchi, accompagnandola per farla sedere sulle mie gambe. Non si ribellò, né si allontanò, anzi si fece trasportare docilmente come se sapesse già delle mie reali intenzioni.

Posando la testa sul suo collo, inspirai lei e ispirato dalla sua morbida pelle, le sfiorai la guancia, portandole una ciocca ribelle dietro l'orecchio. Si aspettava quella carezza e se ne aspettava altre ancora. Quando ne riceveva una, ne attendeva un'altra e se tardavo mi esortava indicandomi giusta direzione « Qui... qui va bene, Lev. ».

Non c'era bisogno di parlarle, aveva capito tutto: era cristallina e limpida.

Rimasi colpito dal suo insicuro, goffo coraggio: per un attimo, il suo cuore ebbe un sussulto e il suo respiro si fece breve, ma si ricompose presto e accavallò le gambe; mantenne i suoi occhi su di me, in attesa della mia strategia incominciò la sua, stringendomi le spalle e sfiorandomi il mento.

Accolsi il guanto di sfida, scattai una fotografia, un click tra i passanti della cintura, per catturare quel corpo tanto umano. Acciuffai un libro a mo' di schermo, coprendo i nostri volti dal pomeriggio e dai cimeli indiscreti di Sebastian. Tra l'inchiostro e la carta, posai le mie labbra sulle sue, immergendomi nei suoi caldi occhi chicchi di caffè.

Sarebbe stato un bacio come un altro: infinito. Le nostre labbra si sarebbero unite, le mie mani avrebbero percorso il viso e il collo, il suo odore mi avrebbe inebriato, mi sarei perso nei suoi fianchi.

Avremmo dato vita a un bacio alla francese, o forse fiorentino... It May be a Canadian kiss... o a un bacio come tutti gli altri: mai autoconclusivo, solo un susseguirsi di labbra e di mani, di occhi e di carezze. E questo bacio avrebbe fatto la stessa fine di tutti gli altri che avevo già dato: me ne sarei dimenticato, consapevole di poterne ricevere altri e altri ancora.

Ma era Renesmee, era lei a decidere cosa fare di me, a decidere se far rinascere un bacio o farlo avvizzire in un sogno. Lei aveva già scelto il destino del nostro primo bacio: basium omen.

Non era d'acero, ma era il fruscio sulle foglie di un acero. Se il nostro bacio fosse stato un figlio, il suo nome sarebbe stato Zephyr, soffiò da ovest e l'aria venne meno. Dalle ceneri di un bacio, il primo respiro di una nuova entità, di un noi, così credetti finché non spalancò gli occhi.

Per poco indugiò sulle mie labbra poi rispose in un modo insolito, si distaccò quanto le bastava per soffiarmi addosso.

« I francobolli sono falsi. » sbottò ancora arrossata da quella stretta. Seduta sulle mie gambe fissava il libro che avevo usato come parasole.

« Falsi... falsi?! » tuonai. Lei mi indicò il contenuto del libro che avevo tra le mani: un catalogo di francobolli, che riportava la storia del falso filatelico: come avveniva la falsificazione, la dentellatura più o meno armoniosa di quelli veri rispetto a quelli falsi, la creazione dei calchi e l'utilizzazione di carta e inchiostri.

Cosa dovevo farmene dei francobolli falsi? E di un bacio falso?

« Se non avessi perso tempo a fare il cascamorto, ti saresti reso conto del trucco. » sbuffò toccandosi prima una guancia e poi l'altra per farle raffreddare.

Era prevedibile che andasse in quel modo: il rifiuto della rossa e il mistero di Sebastian. Era inutile perdere altro tempo con quei due.

« Mi conviene affrontarlo, piuttosto che annegare nel suo ciarpame. » stabilii, muovendo la gamba per farla alzare.

« Il mio viaggio? » mi domandò inquieta, alzandosi di malavoglia. Le importava solo di quello, solo del suo dannato lupo.

« Quid pro quo. Non è un problema mio. » le feci segno di andar via, facendo svolazzare le pieghe della gonna con la telecinesi. Maledissi il momento in cui avevo accettato quel patto, in cui le avevo dato la falsa speranza di poterla accompagnare tra i suoi tormenti. In fondo, avevo accettato per un unico motivo: rendere più interessante quell'indagine, distrarmi facendo cadere l'occhio su di lei.

« Sei arrabbiato con me perché non ho ricambiato? Se è per quello ero nervosa e, quando ho visto quella pagina, ho pensato che potesse esserti utile... ma possiamo riprovarci! Tu non puoi cacciarmi via... non puoi! » infuriata, domandò a bruciapelo, battendo i pugni sul tavolo, placcandomi al mio posto.

« Sei uno sgradevole passatempo: né il primo, né l'ultimo di una lunga serie. » la interruppi masticando l'amara sconfitta e massaggiandomi la fronte. Fantasticai sulle lunghe gambe di Gèn e su quanto mi mancassero.

« Sei uno stronzo e io non sono il tuo passatempo! La giornata non è ancora finita... ho ancora tempo per... » intenzionata a non mollare il suo stupido viaggio, provò a giustificarsi e a farmi cambiare idea. Ero troppo infastidito, troppo volubile e amareggiato e per questo le regalai un altro motivo per detestarmi, « Decido io quando il tempo è scaduto. », presi l'orologio e quando la lancetta dei minuti baciò quella dei secondi, proclamai la fine di quel gioco: « Adesso lo è. »

Renesmee non fu d'accordo e decise di mandare il mondo in frantumi, così come le mie certezze. I continenti volarono in aria e gli oceani raggiunsero il suolo.

Frantumi, cocci, schegge si frapposero tra me e lei. Un'esplosione di colori, un'esplosione di terre lontane, carte geografiche, luoghi e paesi lontani. Bloccai quei pezzi di passato per aria, facendoli cadere sul pavimento come fiocchi di neve.

« Mi dispiace. Non credevo di poterlo fare. » si scusò per aver dato prova del suo nuovo potere, per essere riuscita a distruggere un oggetto d'antiquariato soltanto guardandolo.

« Darà i numeri per quel mappamondo... adesso, ha un buon motivo per uccidermi. Sei contenta? » la pioggia di gesso e cartapesta dipinta a mano cessò.

« Cosa sono? » tra i resti raccolse un plico di lettere, ognuna delle quali era avvolta da un filo di seta, sigillata da ceralacca bluastra con lo stemma di famiglia. Erano delle lettere che Sebastian aveva diligentemente nascosto all'interno del globo.

« Cose che non ci riguardano. » risposi ignorandola. Cocci o non cocci, il tempo era scaduto, Sebastian fa sempre ritorno al castello dopo il tramonto.

Iniziai a sistemare al loro posto i libri e i manoscritti utilizzati, mentre lei scartava quelle lettere mossa dal solito interesse per ciò che era nuovo e sconosciuto.

« Potrebbero essere lettere erotiche. » suggerii, riponendo con cura i tomi sulle alte mensole. Mi piaceva creare caos, mi era sempre piaciuto e anche in quel momento: aprire cassetti, spostare libri, far sfrecciare la carta sfruttando solo la mia mente era... divertente. Quasi quanto stuzzicarla.

Lei non rispose, si era già abituata alla mia impertinenza? Strano, di solito scappava sempre un'occhiataccia o due guance rosse.

« Leonard, guarda. » la raggiunsi con una battuta pronta sulla punta della lingua, stroncata sul nascere quando posizionò le lettere in corrispondenza della mappa.

C'erano gli stessi francobolli.

« L'avevo detto. L'avevo detto che il mappamondo era troppo pulito! »


Note

Nomen (atque) omen: "Un nome un destino" frase del commediografo Plauto, letteralmente "un nome è contemporaneamente una premeditazione"

Boutade: battuta di spirito in francese.

Ispirazione

Frammenti di un discorso amoroso, F. Barthes (1977)

La legge degli opposti - Sundown

Qualcosa tra di noi, Leonard's Cold War - Lifeblood

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