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L - Kozà

XV

« Sei stata tu a guarirlo? Sia ringraziato il cielo! Allora, abbiamo tantissimo di cui parlare... ci siamo accorte che il Maestro non era più cagionevole, ma non ci ha dato spiegazioni. E quanto abbiamo pregato per lui, per avere sue nuove! Per mesi non ha fatto ritorno. Eravamo così in pena e i cuccioli... anche i cuccioli lo erano. Non sapevamo nulla. »

Lei strinse le mani di Renesmee e l'altra restituì la stretta, sorpresa dall'affetto materno che solo una donna di chiesa può elargire.

« Nemmeno io sapevo dove si fosse cacciato. » disse lei soffiando e la fulminai con lo sguardo per rispondere al posto suo.

« È un Guaritore. » spiegai lapidario e stufo.

« Come vi siete conosciuti? » chiese la monaca a quella mezzosangue che non aveva nulla di religioso: la gonna a campana, i collant con le foglie secche incastrate nella stoffa, il diadema di fiocchi di neve sulla matassa rosso tiziano, le labbra bollenti per il contatto con la bevanda...

Concentrati. Non può entrarti in testa. Not again.

« Io e L... » la interruppi e precisai « Intende con Xavier. »

Era troppo facile mettere in imbarazzo una giovane creatura come lei. Mi accesi una sigaretta e iniziai a camminare seguendo i pentagoni arancioni disegnati sul pavimento. Con l'orologio di nuovo tra le mani, calcolai quanto tempo avevo trascorso pensando a Renesmee nelle settimane precedenti. Ore intere passate a riavvolgere la sua bocca sul mio collo e le sue braccia sulle mie spalle. Era stato appagante diventare la sua preda, vedere i suoi muscoli tesi, la sete nei suoi occhi e il fatto che avesse bisogno di me a tal punto da sfamarsi, cibarsi... lo avrei rifatto, senza ombra di dubbio.

« Ti ascolto. » feci un tiro di sigaretta lungo, senza respirare, trattenendo il fumo in bocca, arricciai le labbra e gettai degli anelli di fumo concentrici in ordine crescente: aureole per quei santi affrescati secoli or sono. Disegnare su affreschi del diciottesimo secolo mi sembrò un buon modo per ignorare il mio interesse per la protetta dei Cullen e fare le pulci a quei due criminali.

« Stamattina Xavier è arrivato in pronto soccorso per delle ferite superficiali. Niente di che. »

« Dove si trovano queste ferite? » chiesi. Il ragazzo venne risucchiato dalla grande sciarpa nera, addirittura più grande della sua testa. Renesmee, non sapendo mentire, si morse il labbro sporco di cioccolato, proprio quello su cui avevo appena smesso di fantasticare e che avrei tanto voluto mordere al posto suo. Mi sarei potuto accontentare anche dell'evento opposto; per quanto profano potessi essere, non avrei mai disdegnato nulla che provenisse da lei. E di questo, tutti quei santi raffigurati sul tetto ne tennero traccia e mi fissarono elemosinando un mio pentimento per quel pensiero tanto impuro.

Chiusi le palpebre, stropicciando gli occhi per togliermi dalla testa l'ennesimo sogno ad occhi aperti.

« Non l'ho fatto apposta. Giuro, non volevo. È stato un bisogno... non lo so cosa mi è successo. Non lo so. » disse Mei.

Sospesi la mia passeggiata tra il marmo e i beati, tremendamente infastidito da quello che avevo appena sentito: quella ragazzina aveva morso un umano.

Io e Sebastian avevamo ideato quel posto come rifugio per i mezzosangue che trovavamo durante le nostre spedizioni di caccia. Mio padre lo aveva creato per Anija, come se esprimere uno dei sogni che aveva nel cassetto potesse onorarla. Ciononostante, radunare cuccioli di mezzosangue in un monastero con tre suore vampiro, prodigate dalla carità cristiana, non poteva tenere lontano quei meticci dagli umani.

Era prevedibile che sarebbe andata a finire in questo modo.

Senza rendermene conto, mentre maledicevo quel giorno di cinque anni fa in cui avevo portato Mei via da quella decadente capanna nel Sud-Est della Cina, incrinai la selce grigiastra incastonata nella parete su cui poggiavano i suoi codini corvini. Ripresi la mia passeggiata, fingendo di non aver quasi ucciso un'allieva disobbediente. Il battito incessante di quel ragazzo terrorizzato mi nauseava così come il suo odore.

« Calmati. Ti addolcirà un po'. »

Il "mio medico" si interpose tra me e l'accusato, mettendomi tra le mani la sua cioccolata calda. Alzai un sopracciglio, in modo tale da mostrarle quanto fosse importuno intromettersi in discussioni altrui.

« Non si è fatto nulla. Mei ha avuto un'ottimo autocontrollo, nonostante la frenesia. »

Renesmee ricordava bene cosa significasse la frenesia dopo averne assaporato la ferocia e averne rimpianto la dolcezza.

« Deve sparire dalla mia vista. È un pericolo per gli altri. » scandii lentamente le parole, sorseggiando il dolce nettare di quella tazza.

Continuava a fissarmi e io mi stupii di quanto potesse essere seducente bere dallo stesso bicchiere che si era portata alla bocca quella kozà. Sapeva di lei.

Un altro peccato da aggiungere alla lunga lista dei miei peccati, un altro santo accigliato pronto a biasimarmi. Constatai quanto avesse ragione: era dolcissimo, troppo zuccherato per i miei gusti.

« Anche lei è un'intruso. È più pericoloso un umano o una mezzosangue con una borsa piena di sangue? »

Presi la valigetta che aveva con sé e la svuotai sul tavolo: piena zeppa di taglienti e sangue. Due elementi che non potevano essere introdotti nel convento senza la mia autorizzazione, quella di Sebastian o delle consorelle. Facevamo una sorta di controllo qualità del sangue di origine umana che veniva dall'esterno: non doveva essere avvelenato, né contaminato da sostanze tossiche per i bambini. Niente farmaci, alcol o altre sostanze potenzialmente dannose.

« Cristo... kozà. »

« Signorino! Il linguaggio! »

« Credevo che uno dei due potesse essere ferito e se avesse avuto bisogno di... insomma avrei avuto tutto l'occorrente per... »

« Me ne occupo io. » rassicurai la suora e le restituii la borsa, infilando quegli arnesi dentro la valigia di quella scienziata pazza.

« Mi dispiace. Vi chiedo scusa... » e la frenai di colpo, facendomi strada verso Mei.

« Non è un intruso, garantisco io per lei. », poi, decisi di farla morire dai sensi di colpa. Non aveva paura di me, ma ne avrebbe avuta per quello che sarebbe potuto accadere: « Tu non pensare minimamente di potermi contraddire. Finché sei qui dentro, rispetti le mie regole. Se dico niente umani, niente umano. Se dico di non mangiarli, tu non lo mangi. Intesi? »

E in men che non si dica, mi ritrovai a scimmiottare mio padre facendo la paternale a un'adolescente assetata: « E sei stata così furba da scegliere l'ora in cui le suore vanno a caccia con i nanerottoli e i bebè sono a nanna. Sconsiderata, ingrata e indisciplinata. Non mi aspetto che tu sia così intelligente da poter capire che hai rischiato di mettere in pericolo i tuoi stessi fratelli, alcuni dei quali non sanno nemmeno camminare o parlare! »

« Quelli non sono i miei fratelli. » e le cucii la bocca, piantandole i miei occhi addosso.

« Non mi importa cosa sono per te. Sono indifesi, non hanno colpe. Se ci fosse stato qualcun altro dietro di lui? Se un vampiro lo avesse seguito? Cosa sarebbe successo? Te lo dico io: li avresti avuti tutti quanti sulla coscienza per l'eternità. »

« Fortunatamente era la mia dottoressa. E dico fortunatamente, perché altrimenti te la saresti vista brutta non solo per i sensi di colpa ma per la mia reazione. Avrei fatto di peggio... molto peggio. » e le sciolsi la lingua.

Mei abbassò lo sguardo.

« Adesso sai cosa mi aspetto? Che tu chieda scusa a suor Mary Jane per averla fatta preoccupare e alla dottoressa per aver dubitato delle sue buone intenzioni, nonostante abbia curato la tua preda. »

« Non lo farò mai più, Maestro. Non mi ricordo nemmeno più il suo nome e neanche quello della dottoressa. » squittì Mei.

« E io non metterò più piede qui. » sussurrò Xavier.

« Sto ancora aspettando, piccola cinese orgogliosa. »

« Scusatemi. » disse stringendo i pugni.

« Sono marachelle. Mi fido di Mei. » disse la suora poggiando una mano sulla spalla della ragazza.

« Non c'è mai da fidarsi dei cuccioli. Come vi siete conosciuti? » e stavolta indicai Mei e Xavier.

Mi ero lasciato trasportare e avevo alzato la voce più del dovuto. Mi allontanai, chiedendomi se fossi più strano io o quell'accozzaglia di creature presenti davanti a me: due mocciosi, una suora e un dottore. Mancava soltanto il licantropo ed eravamo al completo. Questa scenetta avrebbe fatto divertire Sebastian.

« Internet! » esclamò Mei.

A Renesmee ridevano gli occhi a osservare quei due ragazzini, mentre il mio fastidio montava a dismisura. Era difficile celarlo. Suor Mary Jane si mostrò irritata e le strinse la spalla pregandola di darle il cellulare. I cuccioli dovevano seguire due semplici regole per restare nel monastero: non sbranarsi a vicenda e non familiarizzare con persone estranee al convento. Ovviamente Mei le aveva infrante tutte e due. Inutile aggiungere che i cellulari non erano consentiti.

Suor Mary Jane prese quel marchingegno elettronico e in quattro e quattr'otto lo agguantai con lo sguardo distruggendolo.

« Ragazzo, il cellulare. » il ragazzo impallidì e spaventato a morte gettò il cellulare che fece la stessa fine del precedente.

« Appena Suor Maddalena verrà a sapere di questo inconveniente... anzi disdicevole... »

La dolce Mary Jane sapeva in cuor suo che proteggere i due significava andar contro al volere della madre superiora, più austera e burbera.

« Chiederò alle Sentinelle di riportarlo a casa. Ritieniti graziata. » decisi sulle sorti dell'umano, sbadigliando, noncurante di quanto sfrontato potessi essere.

Nel refettorio calò il silenzio e le mie parole parvero più dure di quanto non fossero. Se non fosse stato per Renesmee, avrei cacciato via la ragazzina e mi sarei sbarazzato dell'umano turbandolo in modo terribilmente peggiore rispetto a quanto avessi fatto con la sua strizzacervelli.

Suor Mary Jane si sistemò la tunica grigia ampia e lunga, alzando un polverone attorno a sé. Lo scapolare azzurro, che le cadeva davanti e dietro, e la cuffia bianca, che le copriva il capo, mostravano l'orsolina nella sua interezza. Da quell'abito religioso trapelava la serietà e l'indulgenza che voleva insegnare a quelle creature nel fior fiore dei loro anni. Sfiorando le decine dell'imponente rosario in legno che aveva indosso, si arrovellava pensando a come addolcire la pillola alle altre due madri.

« Come stai? » chiese Renesmee, sedendosi vicino alla ragazza, spostandole una ciocca viola.

« Io? Sto bene! Che domande! »

« Hai sete? »

Lei si coprì il volto, vergognandosi di quanto fosse impellente il suo desiderio ematico: « Non riesco a togliermelo dalla testa... non ci riesco... » e pianse amaramente.

« Ti capisco. È successo anche a me. Non preoccuparti per Xavier, ci assicureremo che stia bene. Vero? » mi chiese cercando i miei occhi. E io, svogliato e stanco, condivisi le sue parole. Condivisi quel noi che aveva appena creato.

« Conto di vederti presto, dottoressa. » disse la suorina salutandola e facendole l'occhiolino e poi mi rivolse un ammonimento: « Mi raccomando, non essere sgarbato o volgare con i nostri ospiti, che siano umani o non... il Signore li ha voluti nel nostro cammino per un motivo. »

Certo, un motivo per spazientirmi o per mettermi alla prova. Oppure solo per ridere di me.

La suora prese sotto braccio la ragazza ancora in lacrime e la portò con sé. A noi lasciò l'arduo compito di occuparci dell'umano e a me quello più faticoso: decidere cosa fare di Renesmee.

« Seguitemi. » ordinai al medico e al suo paziente.

Uscimmo dal portone esterno, mimetizzando l'odore di quell'umano con la scia di Renesmee - ormai quasi identica alla mia. Dietro di noi lasciammo le formelle in bronzo dov'erano raffigurati angeli in preghiera. L'acciottolato era levigato dal tempo e scivoloso a causa della brina. Ci mancò poco che quella kozà mi scivolasse addosso. Dio non aveva dato le scarpe giuste nemmeno a lei.

« Hai un'auto? » chiesi a Renesmee.

« L'ho seguito in autobus. » rispose guardandosi gli stivali marroni. Ed era saltato anche il mio geniale piano B: affidare Xavier alle cure di Renesmee a Victoria. Due piccioni con una fava: entrambi sarebbero spariti dalla mia vista.

Proseguii incamminandomi verso uno dei tanti alberi-trappola. Una sorta di allarme anti-vampiro che avevo inventato assieme a Sebastian. Diverse querce presentavano sulla superficie legnosa un pezzo di stoffa intriso di sangue umano, posteriormente al quale vi erano dei campanelli. Quelle esche potevano sembrare semplici e innocue, ma in presenza di famelici squali mossi dal delirio e dalla sete erano più che efficaci.

Ad ogni tentativo di rimozione del tessuto oppure in caso di un colpo secco, il trillo del campanello avvisava le Sentinelle della precisa posizione dell'intruso.

Le Sentinelle erano Margaret e Arthur, ai quali si era aggiunto Nahuel, che qualche giorno prima dell'arrivo di Renesmee aveva portato un mezzosangue di pochi mesi. Le vedette erano sempre diverse, dipendeva dalla disponibilità e dalla fiducia che Sebastian riponeva nei vampiri più fidati. Dopo quello che era successo a Volterra, mio padre aveva preferito tenere soltanto poche figure esterne al suo clan: Nahuel e Geneviève, due che non avevano nulla da perdere. Erano soli e senza protezione e da abile uomo d'affari adorava sfruttare la solitudine delle anime perdute. Nahuel era un umano a metà perso nei secoli. Geneviève, di recente, aveva dovuto dire addio alla sua natura di mezzosangue.

« Attenti agli archetti. » glieli indicai. Erano posizionati ai confini esterni del monastero assieme a lacci, reti e tagliole. Quei dispositivi erano degli escamotage che miravano a confondere i predatori con scie olfattive di umani e mezzosangue, ingannarli con richiami acustici e infine tagliargli la testa - semmai fossero caduti dentro una trappola.

Al buio non riuscivano a vedere granché, motivo per cui Renesmee si aggrappò al mio braccio mentre Xavier ci seguiva lamentandosi di una torcia a pile scarica che gli aveva donato l'orsolina.

Colpii un pino e nel giro di qualche secondo si palesò Nahuel, che strabuzzò gli occhi non appena vide Renesmee.

« Sono così felice di vederti! Ti devo la vita! » la abbracciò sollevandola per aria, a qualche centimetro dal suolo. Lei si ricompose, ricordandogli che il merito era mio. Probabilmente un ghigno comparve sul mio volto, compiaciuto di averla ingannata. Non si era nemmeno resa conto della mia gelosia verso il corpo di Nahuel tra le braccia di Arthur.

« Porteresti il ragazzo in città? »

« Certo. Però conto di rivedere Renesmee al mio ritorno. » disse facendole l'occhiolino. Lei ricambiò con un largo sorriso e i due sparirono come ombre nell'oscurità. Tutti volevano rivedere quella kozà, eccetto io.

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